• LA CITT SOSPESA Domenco marranchino
  • Chimere urbane:
    l'arte di
    Domenico Marranchino
  • di
  • Luca Siniscalco
“L'esistenza di un'opera d'arte dimostra
che il mondo ha un significato.
Anche quando non afferma
quale sia questo significato”
(Nicolàs Gòmez Dàvila)

La città cresce e si sfalda, si rivela ed oblia. Le vie di Milano si aprono alla vista dello spettatore in un tunnel vorticoso in cui linee centripete divorano lo sguardo per poi abbandonarlo in un picco di nostalgia. Quel “dolore del ritorno” che aspira all'Origine e soffre della sua privazione. Quella sofferenza così prepotente nelle ultime tele di Marranchino, la cui stessa esperienza biografica esemplifica un percorso di ascesi. Ascesi nel senso etimologico del greco aiskesis, che è “esercizio”, doloroso ma trasfigurante e portatore di nuova vita.
 
La krisis personale dell'artista si è svolta come una discesa nella dimensione infera e una vittoria su di essa: superata la malattia, Marranchino ha scorto un nuovo lume, quello dell'arte, e vi si è gettato con ardente passione. Una virulenta potenza plasmava le sue prime tele, luogo di battaglia campale fra emozioni, tragedia e brama di vita. Acquisita la consapevolezza già nietzscheana della necessità di una forma come principio gerarchico di individuazione, l'autore ha lavorato con impegno al miglioramento della propria tecnica. Si è sviluppato un percorso di mostre e successi personali che ha trasformato metamorficamente l'estetica di Marranchino, mantenendo tuttavia un indiscutibile fil rouge, tematico e teorico. Soggetto delle tele dell'artista rimane difatti l'amata città di Milano, il brulicare delle vie della metropoli dell'Expo 2015 che è realmente “città madre” del pittore. Milano è, nella poetica di Marranchino, la polis entro i cui confini si determina l'appartenenza comunitaria e insieme si coglie il dramma dell'individuo-massa moderno, dilaniato da un'atomizzazione che coinvolge percezione sociale, identità culturale e consapevolezza spirituale. É una città dai lineamenti materni e familiari, che riserva tuttavia non-luoghi di disgregazione, su cui incombe l'ombra del suo soffocante lato matrigno.
D'altra parte il tema urbano rispecchia l'esigenza teorica di un'utopia che affascina l'uomo dagli albori della civiltà. Le strade raffigurate sono quelle di una città percepita sub specie interioritatis: nella visione dell'autore vi è una cittadella interiore che si manifesta nell'esteriorità materiale soltanto attraverso un'emanazione mediata. La città condiziona i suoi abitanti, ma ne è soprattutto lo specchio dell'anima. La psyche dell'artista risulta pertanto la vera protagonista delle tele: non tuttavia in quanto solipsistica e autoreferenziale espressione di un ego artificiosamente iperpotenziato, bensì come raccordo fra la singolarità dell'esperienza estetica e del suo medium e la collettività impersonata dagli astanti. In Marranchino riemergono così i tratti fondativi dell'utopia politica ed estetica del futurismo, l'aspirazione a un'identità fra Arte e Vita che sia dinamica processualità danzante per una “ricostruzione dell'universo” che si poggia su fondamenti di alterità rispetto agli stretti limiti dell'urbanizzazione contemporanea. Si tratta di un’autentica rivoluzione nel senso etimologico del termine: assistiamo a un revolvere, cioè a un ritorno ciclico all’indietro, a un rifarsi a una tradizione passata – quella futurista – per impossessarsi di una solida base grazie alla quale superare il presente. Tale ritorno, finalizzato a un oltrepassamento delle banalità contemporanee, risulta capace di generare il nuovo.
Non è soltanto l'istanza futurista, declinata nella ripresa del motivo boccioniano della “città che sale” e riadattata in chiave personale e neoespressionista, a fondare le radici dell'opera di Marranchino. Numerosi sono infatti gli stimoli più o meno consapevoli di cui l'estetica del pittore si nutre: la consapevolezza filosofica della coesione e processualità del reale, un modus operandi d'impronta neo-impressionista, la ricerca romantica di un'arte totale, nonché l'autenticità del gesto artistico propria delle avanguardie novecentesche.
I quadri di Marranchino si abbeverano così a una vibrante tensione in cui spazio e tempo si fondono in una velocità trasognata, delineando una ricostruzione mitopoietica di quella realtà da cui tanto siamo disincantati. I colori delle tele esposte sono incisivi ed eleganti; l'atmosfera notturna e sfocata favorisce l'esercizio dell'immaginazione da parte dello spettatore, che si trova interrogato dall'opera. Questa non è un oggetto statico e inerte, bensì, come ben rileva la fenomenologia, partecipa attivamente alla percezione umana. Emerge l'arte come nietzscheano “compito della vita”: essa indubbiamente vela attraverso l'imposizione della forma estetica la verità del caos e dell'informe, ma soltanto per rifondare attraverso un posizionamento prospettico di matrice estetica una verità altra. Nell'opera di Marranchino, dunque, l'arte rivendica un ruolo decisivo a livello esistenziale, tanto quanto sotto un profilo estetico e comunitario. Le linee dell'artista prefigurano un orizzonte condiviso, una dimensione iconica chimerica in cui la presenza si sfalda nel nulla e dal nula risorge la presenza. Un'espressività potente per un'epoca contraddittoria. Questo è il nucleo delle Chimere Urbane di Domenico Marranchino.