ScarpaSessaSinagraVajRomaaprile2011
 
 (orario: Riccardo Scarpa, Giovanni Sessa, Augusto Sinagra, Stefano Vaj)
 
 
Per
ora, 
intorno al dilemma 
“crescita/decrescita”
di
Sandro Giovannini

Una riflessione come quella di Stefano Vaj (qui, nella stessa sezione), estremamente concentrata e fortemente direzionata, ci sollecita a domandarci quanto si sia realmente consapevoli dell’artificio che tutte le rivoluzioni e quindi alcune delle rivoluzioni ultime, nella fisica, nella biologia, nell’ancora sostanzialmente minoritaria interdisciplinarietà dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, impongano al mondo delle humanities.  Questo artificio va al di là, ovvero supera di slancio, i nostri ordinati vocabolari e ci costringe, inter alia, a misurare le nostre compresenti differenze nella loro smarcante identità ma anche nella potenza ineludibile del paragone, che è (o potrebbe/dovrebbe essere) il più possibilmente neutro nell’osservare quanto conflittuale nel decidere.  Non vi è artificio che si ritiri in sé se non per muoversi poi nuovamente in avanti, non vi è persino stile del silenzio e dell’epoché, alla fine, se non per rumorosi assalti. 
 
 
 
C’è una frase geniale di de Santillana che fa al caso nostro, di inconsci letteralisti o di ingenui teorizzatori: 
 
“...Che cosa si può già scorgere di quel pensiero?  Una visione dell’universo come un ordine rigoroso, dominata da una Necessità assoluta di natura matematica.  ... Nulla esiste, nel senso ontologico, se non quell’ordine che non è tanto volontà degli dèi quanto la loro natura stessa, impassibile e inesorabile, portatrice di ogni bene ed ogni male, inaccessibile alle preghiere e, come direbbe Varrone, parchissima di misericordia.  Il fattore antropomorfico della divinità umanizzata, che tiene tanto posto nel nostro pensiero storico, sembra non esistesse a quel punto.  La realtà, nel senso ontologico, è una, è quella regolarità della macchina cosmica.  L’idea dei freddi calcolatori arcaici è molto vicina filosoficamente a quella della fisica attuale, ma quanto più impegnativa: perché quella macchina ci comanda, assai più che non possa l’attuale realtà fisica, di cui ci sembra di poterci servire, almeno per i nostri scopi limitati.  Siamo noi moderni, in fondo, più vicini alla tradizionale magia...” (1). 
 
Ora, facendo la tara al necessario taglio comunque fideistico che una interpretazione del genere comporta rivolta ad un quasi per noi insondabile V millennio a.C., e mettendo in seconda istanza anche l’ironia sullo scadimento irrazionalista della modernità postrivoluzioneneolitica, è credibile che una ipotesi seria dell’astrale cosmico traluca dalle infinite crepe della storia dall’antichissimo passato e riduca tutta la nostra ybris a più miti consigli. In più ci soccorre sempre quella forma d'ironia metafisica (che quindi non promani - beninteso -  da un ironismo di maniera o incapacitante, intrinsecamente relativista e tanto di moda oggi) sulla linea della maieutica taoista...
Straw dogs 1 compresso
 
Questo anche perché il futuro potrebbe essere già davvero stato alle nostre spalle.  Forse lo stesso futuro pensato dalla modernità, così come l’abbiamo conosciuta almeno negli ultimi tre secoli.  Ma siccome noi possiamo renderci responsabili solo di ciò che andiamo creando con le nostre forze, queste sono riflessioni e suggestioni valide a sgombrare il campo, soprattutto a renderci più consapevoli nel decidere come atteggiarci rispetto ai tempi ed ai modi.  Le famose due culture quindi s’incontrano - a perdere - nel punto in cui, tutte e due, al loro stesso interno si ridividono ad esempio tra meccanica quantistica e relatività generale, tra patrimonio genetico e condizionamento sociale, tra leaderismo storico e correnti epocali, tanto per citare, in campi profondamente diversi, solo alcune delle continuamente inesauribili ed insuperabili diatribe...  ma si possono anche incontrare - a guadagnare - se, pur continuando imperterrite a litigare tra sé e sé, interagiscano realmente in una sorta di idea platonica leonardesca (...secondo la lezione del Vasari, Leonardo “era platonico al punto di non essere cristiano”...), sempre tanto più difficile in corpore vili quanto più necessaria a reagire alla specializzazione lanciata per la tangente ed al soddisfatto pressapochismo tuttologico.  Tanto più che constatiamo comunque che al crescere della specializzazione s’impone correlativamente ed insopprimibilmente sempre più l’orizzonte di riferimento... 

Conviene stare anche a ciò che sempre c’è di dietro, ovvero a ciò che usualmente si nasconde nella trama del mondo, ovvero a armonie afanes faneres kreitton (2), dovendoci chiedere, cosa riveli il passaggio semantico tra crescita e decrescita e cosa comporti quindi d’essenziale per noi uomini, che dobbiamo decidere oggi.  Non vi è alcun dubbio che ciò che squaderna Vaj, sia di tutta evidenza...  già alla fine dell’800 gli spiriti svegli avevano radiografato la curva discendente della “pulsione occidentale” e la décadence era divenuta, da avvisaglia ideal-ideologica, uno stilema letterario e spesso anche retorico, ancor prima di divenire un dubbio iroso nella coscienza delle masse ed una voragine inquietante nella dinamica sociale ed esistenziale delle élites.  Un umanismo esangue ed incapace di novità, ultima ombra di un umanesimo ormai giunto ad un punto di non riproducibilità. Per esempio di quell’umanesimo del tutto residuale ed ormai sfatto in tutte le sue componenti borghesi ma sempre miticamente recuperabile nei suoi eventuali bagliori luciferini, che spiriti come Caillois, Bataille, Leiris (anche se dal recto e non dal verso, come potremmo certificare noi), alla fine degli anni '30 (allora in modo più smarcante di altri ma in linea consona a tanti tracciati di ricerca - ...Benveniste, Bachelard, Bogatyrev, Dumézil, Mauss, Griaule, Kojève, Eliade, Noica e così via...  - molto più di quanto oggi spesso non si creda), hanno ben affrontato nello sconcerto e nell’orrore d'interi apparati culturali... Sappiamo poi bene che non vi è solo una lettura monodica delle décadence: Benjamin, da tutt’altra angolazione, in essa riconosce un destino genealogico: ad esempio l’opera d’arte avrebbe avuto in primo luogo uno statuto di oggetto rituale implicato nella forma ancestrale del culto, poi - in un sistema d’obbligazione minore - una forma estetica, ed infine - in un presente ultimo sistema d’obbligazione ancora minore, - una politica, nella sostanziale scomparsa dell’opera in quanto tale lungo un destino ineluttabile di riproducibilità tecnica...  Ma, al di là della potente suggestione interpretativa (e che andrebbe tutta vagliata alla luce della diatriba delle obbligazioni maggiori o minori e della stessa necessità/legge entropica che avrebbe comunque molto a che dire con ogni tipo di visione non/lineare del tempo), che rimane nel campo dell’involuzione, o meglio che potrebbe essere interpretata come fenomenologia involutiva se applicassimo ad essa uno specifico giudizio di valore, resta che la consequenzialità logica ci offre un potente lettura dell’epocale cambiamento comunque operatosi.  Mi sovviene quel giudizio, in fondo impietosissimo, di Braudillard quando diceva:
 
“...Socialmente e storicamente inizia lo spiegamento di questa strategia dolce: le masse saranno psicologizzate per essere sedotte. Si affibbierà loro un desiderio per poterglielo sottrarre. Un tempo alienate, quando avevano una coscienza (mistificata!) – oggi sedotte, poiché hanno un inconscio e un desiderio (purtroppo rimosso o sviato).  Un tempo sviate dalla verità del proprio desiderio.  Povere masse sedotte e manipolate!  Si perpetuava il loro asservimento con la violenza, glielo si fa assumere oggi a forza di seduzione...” (3) 
 
A parte la tragica farsa che a questa seduzione - soprattutto per i non occidentali - non ha mancato, con accelerazione terminale in quest’ultimi 20 anni, d’aggiungersi un sistema di convincimento un poco meno “dolce”,  a suon di missili intelligenti e bombe anche all’uranio impoverito...

Ma se proprio seguiamo il cambiamento del paradigma del senso complessivo, ovvero ripercorriamo tutta l’epoca della decadenza occidentale, con due finali spaventose guerre civili intercontinentali a segnarne la definitiva eclisse nel ciclo attuale, allora ci accorgiamo che al di là delle brute tensioni di materiale interesse, carburante ineliminabile delle grandi illusioni ed al di là della incomprimibile azione eterotelica della pesanteur, (comunque essa venga considerata, in alto ed in basso, spiritualisticamente o meccanicisticamente) agisce potentemente anche una logica del letteralismo razziale e di visione del mondorealmente micidiale, (che accompagna guida o sostiene ogni tipo di cambiamento epocale) e che molte grandi anime del secolo scorso hanno saputo decodificare e cercare di restituire su fondamenta epistemologiche profondamente diverse. 

Facciamo un esempio: se ci occupiamo delle forze che agiscono nell’ombra, quanto più o quanto meno dietro cioè le quinte ufficiali della storia è facile scadere, nella dialettica politica come nella stessa interpretazione storica, nel catafratto contratto d’ingaggio.  Realmente poche grandi anime, appunto, sono riuscite a rinominare le cose, a mostrar ciò che in camera si puote, senza cedere (magari con sacrifici di tutta una vita) alla lettura preponderante, diremmo alla dominante sorda del potere, che è dominio del linguaggio e delle idee in commercio, prima ancora che potere sulle coscienze singole e sul denaro più o meno immateriale.  Dal maledettismo, al complottismo, alla devianza, spirituale, partigiana o terrorista, tutto si muove battuto sotto i colpi del potere reale, che è quello che poi impone i canoni interpretativi e nessuno che metta in gioco qualche intelligenza rimane immune dal pericolo di ragionare non con mente pura, come direbbe Vico, ma invece solo con animo perturbato e commosso. Anche in questo caso potremmo rilevare come una punta ben esigua dell’iceberg conoscitivo, possa stagliarsi al sole della dialettica.  Anche perché se riuscissimo paradossalmente a portare alla luce la maggior parte delle cause prime e non solo di quelle efficienti, saremmo sgomenti della furia spaventosa e della violenza inaudita che circonda e connette l’umano.  Non per niente, a livello d’alti studi, s’è affermata sempre più (in Italia) un’ampia ed articolata corrente interpretativa nazionale (Bonvecchio, Chiodi, Lombardi Vallauri, Bigalli, Lami, Sessa, Damiano, Borghi, de Cusatis, Galli, Grossato, Bonessio di Terzet, Perrotta, Risè, Segatori, Zecchi ed altri) che - a diversi livelli - seriamente pone, nell’orizzonte metapolitico, l’archetipo e la dimensione del simbolico al centro della ricerca.  Quindi (alcuni direbbero), Tutto o la Maggior parte, tende a rimanere in ombra, in quel tipo di connessione cavernosa o carsica di cui si diceva sopra.

Allora, intorno ai due concetti di crescita e decrescita, per parte nostra, che appunto detestiamo il letteralismo (il papello parlante, il Libro: forse non solo come rivelato libro aperto delle Leggi, ma come nascostamente indubitabile diario degli appunti segreti), in favore del massimo di oggettivazione possibile (l’esperienza vitale), s’impongono immediatamente alcune domande.  
 
Perché  e   per chi
 
Mi ricordo dell’ingenuo dialogo filosofico che ebbi ragazzino vicino alla cattedrale di Monreale con un mio intelligente coetaneo, socialista sui generis (anche), in quanto figlio d’autorevole mafioso...  Lui sosteneva che fosse auspicabile e giusta un’alternanza al potere delle classi popolari che erano state sottomesse per secoli.  Io sostenevo che se il prodotto finale sostanziale non dava segni di cambiare, l’alternanza di per sé sarebbe stata una beffarda inutilità.  Ovviamente ci si sbatacchiava rispetto a due false prospettive in false alternative... (idealisticamente non solo concrete ma anche temporali): che le classi popolari potessero accedere realmente al potere, (e - sempre idealisticamente - non solo per una supposta maggiore dignità numerica, ma per una più naturalmente aderente sensibilità alle necessità vitali), e che i popoli non esprimessero comunque insuperabilmente, nel bene e nel male, le classi politiche che sempre, comunque, meritano.  O forse era un dialogo platonico reale, cioè un monologo ove chi scrive detta ogni parte in commedia, ove l’altro è solo un’ombra od una sorta di convitato di pietra. 

Due sono le suggestioni principali dell’intervento di Vaj, una che fa riferimento all’inganno consumista: non c’è pauperismo, recuperabile magari persino in direzione paidetica o moraleggiante, o magari persino tramite una “riconversione educazionale del desiderio”, come suggerisce Lombardi-Vallauri, (4) che tenga, di fronte alla seduzione immaginativa del possedere qualcosa, (forse ben più persistente ed operata da sempre - in varie forme, ovviamente - di quanto implichi Braudillard...), dall’infinitesima reliquia al telefonino di quarta generazione...  Tanto è vero che qualcuno ha potuto costruirci sopra addirittura uno “stile di vita” (...si fa per dire), se non una vera e propria filosofia.  Basta numerare le parabole satellitari sulle bidonvilles.  Ma non è troppo facile ironia.  E poi l’altra: chi paghererebbe (pagherà), in caso di decrescita più o meno felice, gli immani conti dello sventramento e delle decologia del pianeta? (...è vero d’altronde che al decrescitore depresso,  come al crescitore motilista, non importa granché a chi verrà imputata tale mission).  Queste due riflessioni più che porci di fronte a scelte ci pongono di fronte, forse, ad impossibilità...  Ma anche nell’impossibilità dovremo alla fine optare per un sistema migliore o meno peggio.  Ecco dove, a mio avviso, si poneva il monito di Lami: “...si impone dunque un mutamento di cuore...”, non un appello di generico spiritualismo, ma un concreto invito a liberarsi definitivamente dei paraocchi, ovunque prodotti e distribuiti.  Anche perché, secondo una tradizione interpretativa a noi ben nota, il capitalismo (quindi la condizionalità di tempo e di luogo e di rapporti di forza), “riordinato e corretto”  - ovvero messo molto (ma molto) sotto pressione - potrebbe ancora convivere con l’uomo, anche se con immane fatica. Lo spirito borghese (quindi la condizione esistenziale profonda matrice di ogni personalità reale) - essendo il vero e convinto produttore di ogni deriva di senso e di sostanza - invece no. (5)  Senza cadere nell’illusione che il conformismo dell’anticonformismo, ovvero l’autodenigrazione patologica tipica del piccolo borghese globalizzato attuale, non sia una  falsa liberatoria dalla responsabilità esistenziale.  (6)

Inquadriamo così il “Perché tieni? e: Perché burli?...” (7), sorta d’insensata follia plutocratica che matura quando si è perso il senso della Fortuna dantescamente preordinata ed operante costantemente nei cicli epocali, e che va a stagliare, con la sua alta luce, il basso profilo dei (guerci) rondanti/spingenti perpetui ammassi di materia inerte, (già materia splendente, oro/argento, traditi in “splendor mondani”) contro l’utopia (smisurata/misura?) di un possibile terzo uomo, o comunque di un idealtipo nuovo, capace di affrontare, nell’equilibrato disinteresse, anche il “futuristicamente smodato” interesse del cambio personale/epocale.  Ciò può avvenire non solo nella prospettiva escatologica o messianica o religiosa dell’umanità, quando, ad esempio, s’abbandona il Sabato di Saturno e si va alla Domenica del Sole,  o evangelicamente si rompe - come riporta Zolla - il letteralismo talmudico o si doppia il dharma cardine dell’etica induista per procedere verso quella Via di Mezzo, tra la negazione e l’affermazione, nell’orizzonte di luce o Bodhi, ma anche in quella “laica” della umanità/specie, ovvero come dice ancora Severino, in quella storico-filosofica, in cui si produce la gloria della tecnica, (non perché funzione ma in quanto funziona) ovvero gloria dell’uomo intrinsecamente uomo... uomo di progetto, lanciato dal sé al sempre altro, e più in là del Sé.  In questo Vaj aveva individuato bene che, alle nostre spalle, una risposta (indo)europea, o del secondo uomo, con i suoi archetipi operanti, avesse accelerato potentemente rompendo con la ripetizione eterna del primo uomo, togliendolo dalle secche non più praticabili delle culture cristallizzate od immote.  Questo tanto per fare un poco di metafisica della storia, senza la quale però saremmo proprio guerci... considerando sempre anche la valorizzazione delle esperienze extrametodiche della verità, esperienze “che non soddisfano l’ideale metodico della scienza” e nelle quali tuttavia, “si tratta di conoscenza e verità” come ci suggerice Gadamer in “Verità e metodo”, muovendo dalla Erfahrung hegeliana, non al fine di un supponibile sapere assoluto, per quanto raggiungibile attraverso la dialettica, quanto in una non ultimativa “fusione d’orizzonti”, per l’accettazione di una potenzialità di “visione”... Accanto, infatti, vi sono alcuni decenni in cui la complicazione delle domande filosofiche sulla verità, ha decostruito il paesaggio filosofico che residuava ancora pervicacemente in un senso ultimo della verità, parallelamente al processo avvenuto nella fisica.

Allora, anche adesso, crescita e decrescita potrebbero essere confini meno incerti e terre di nessuno più esperibili.  Almeno avremo tentato di rispondere con onestà, senza quelle limitazioni che ci vengono da una lettura, appunto, letteralista, della nostra attuale civilizzazione.

In ogni caso, ancor prima della domanda dicotomica s’impone un ragionamento necessario sulla veste interna del plesso logico crescita/decrescita.  Ciò che leva il nascondimento - la velatura esterna - è l’elemento di esclusione, l’elemento cioè di non inclusione (nominabile anche tranquillamente: espropriazione).  Dove opera?  Sempre, comunque, dovunque.  Ed ancor più nello spazio globalizzato scomparso come sostiene Schlögel, spazio scomparso che traduce una deriva temporale dei non luoghi alla Augé (8).  Ovviamente questo spazio scomparso e questi non luoghi sono anch’essi causa/effetto prima del modello economicista e poi del global power della superpotenza americana, che è senza centro in termini archetipici (spirituali), ma centratissima in termini “cognitivi, comunicativi, economici, politici e militari..” (cfr.: la polemica Zolo-Negri...) (9).  Tale espropriazione (vedersi togliere dal proprio) non vi è alcun atto che non la affronti, implichi, subisca.  E’ di tutta ragione poi che con i “beni non esclusivi” si potenzia una scelta aristocratica, quanto con quelli “esclusivi” una, invece, democratica.  Non è paradosso (vedi telefonini... e company ovvero la reductio dell'esclusività alla pura facciata...).  E comunque si gioca non con bussolotti consumistici ma con la vita e l’anima di tutti.  Infatti questa partita si manifesta dall’unità singola al di più, in ogni tensione realizzativa.   E' drammatica. Non si può ironizzare troppo su questo. Ma in una scelta olista, differenzialista, comunitarista, queste spinte possono e debbono essere prima di tutto comprese logicamente e poi gerarchicamente ordinate.

Perché?  Affinché il popolo, non definibile come demos/individuo (numero, gregge, quantità, uniformità, desolazione) ma come laos/persona, (anima, fede, civiltà, gioia, valore), secondo una bella idea di copertina affidataci in tempi passati da Mario Polia, (10) quindi molto più potenziale/fattibile che reale, sia reso/restituito costantemente autentico tramite l’insostituibile rapporto partecipativo e la necessaria memoria identitaria, (...la sola continuità nelle cose sta forse soltanto nel ricordo?...  Eraclito, DK 49a.    La cosiddetta cura della memoria, oltreché letteraria anche gurdjieffianamente ispirata, che fa uscire decisamente dal nonsenso e dalla nevrosi).  Per rendersi padroni di sé, in questo mix d’innovazione estrema e d’estrema rammemorazione, costruendosi un destino, si deve poter mettere in gioco un’utopia di sostanza aristocratica, ma - come sempre - agente progressivamente su fasce sempre più ampie.  Comunque all’interno di una logica comunitarista che sfugga per suo stesso statuto interno al “letteralismo” (11) delle ideologie dominanti, tramite la risorsa archetipica del sempre presente o del “sempre transitabile” come indica Giovanni Sessa nella Postfazione al nostro Libro-Manifesto, o di quella che Stefano Vaj ha definito, altrimenti, l’origine esemplare. (12)

Per chi? Per questo stesso popolo, rintracciato sulla base di un suo percorso reale, che viene dalla notte dei tempi, e che di notti ne ha viste a iosa ma infine anche giornate altamente radiose e che pur si può indirizzare ad un futuro altrettanto straordinario, qualsiasi sia la canea dei mistificatori, dei detrattori e dei servi di più padroni. O contro anche la stessa spietata radiografia che noi stessi ne facciamo, troppo spesso, per amore. Con i tempi ed i modi resi disponibili dalle poste in gioco, ma con un’attitudine altamente novativa.  E riflettiamo sempre poi che è da questo popolo che traggono comunque origine élites sempre potenziali, sempre operabili, sempre efficaci nelle svolte storiche.

Note:
1) Giorgio de Santillana, Fato antico e fato moderno, Adelphi, 1985, pag. 15.
2) Eraclito, DK, Framm.54, in Hippolytus, Confutazione di tutte le eresie, IX, 9-10: “L’armonia invisibile è superiore a quella visibile”.
3) Jean Braudillard, Della seduzione, SE, 1997, pag. 181.  Ma l’opera originale era del 1979, Édition Galilée.
4) Luigi Lombardi Vallauri, Nera luce, Le lettere, 2011.  Vedi anche la prefazione di Luigi Lombardi Vallauri, al libro di Sonia Michelacci, “Comunismo gerarchicoL’integralismo fascista della corporazione proprietaria e della Volksgemeinschaft”, Edizioni di Ar, Padova, 2003.  Di grande valore, anche se alquanto apparentemente imprevedibile rispetto ad un libro che parrebbe presentarsi come organica visione d’assieme di tutto un orizzonte storico al proposito (ed è infatti validamente tale), la prefazione di Vallauri mette in discussione, al di là delle necessarie e legittime questioni organizzative per una migliore e maggiore giustizia sociale, appunto, una riconversione educazionale del desiderio, che rifiuti per essenza, ogni possibile ricorso al condizionamento strutturale od addirittura alla violenza sistemica, sia pur storicamente o futuribilmente ammantata da sostanzialismo/organicismo spiritualista.  Questo sembrerebbe tagliare alla base il discorso della Volkssgemeinschaft, anche se di essa, in una sommaria visione, se ne volesse addurre una lettura del tutto disincarnata dall’accadimento storico, specificatamente avvenuto, od anche da una possibile ulteriore diversa formulazione utopica rivolta al futuro.  In realtà credo di poter dire che è proprio su questo piano che si muove il mio intervento nel libro-manifesto “Nuova Oggettività”, sulla partecipazione come chiave di volta (e punto di svolta) del sistema, essendo essa strumento che, se pur ha necessità di realizzazione (e quindi d’attuazione concreta) in termini di legislazione nazionale e comunitaria, pur è crismato e mosso primieramente dal riconoscimento della dialettica spirituale che non è (giustamente) solo quella del desiderio, (dell’"auspicabile" libera educazione del desiderio, in tal caso) ma quella della realtà delle dimensioni, illusionisticamente reali e sostanzialisticamente illusorie, messe in gioco nel teatro del mondo apparecchiato.  La dialettica innescata dal Prof. Vallauri è quindi di grande utilità per mettere a fuoco, con maggiore rigore, i termini, interni, della questione.
5) Benito Mussolini, Discorso al Consiglio Nazionale del PNF del 25.X.1938, in Scritti e discorsi di B. M., Hoepli, Appendice, 1939-XVIII, pag.82 e seg.
6) Pascal Bruckner, L’euforia perpetua, Garzanti, 2001, “Terza parte : La borghesia o l’abiezione del benessere”, pag. 115 e segg.  Salutare la lezione che Bruckner dà della “noia delle élites”... e del correlativo oggettivo del mistico Ruysbrock: “preservateci dalle nostre aspettative...”.
7) Dante Alighieri, Div. Comm., Canto VII, v. 30 e segg.
8) Karl Schlogel, Leggere il tempo nello spazio, Bruno Mondadori, 2009; Marc Augé, Non Luoghi - Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera, 2005. 
9) Negri-Zolo, Dialogo su ‘Impero’, in Negri, Guide. Cinque lezioni su ‘Impero’ e dintorni, Cortina, 2003.  Anche se ogni scarto, utopico od auspicabile, può essere comprensibilmente inquadrato in una necessariamente crescente e responsabile consapevolezza, dopo le tragedie del secolo scorso, soprattutto in Europa, nel senso che avanza, ad esempio, René Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, pag. 84, segg.  Ed anche battendosi per un equilibrio groziano di potenza (di potenze), ovvero auspicando un crescente ordine policentrico, che contenga (ovvero limiti
) al massimo possibile il giusglobalismo americanoforme egemonicamente messianico-cosmopolita...
10) Un’idea di copertina resa graficamente da noi ma il cui ispiratore fu Mario Polia, nel 1986.  Copertina del libro: “‘Comunità vo cercando...’ - secondo Manifesto del Vertex-Poesia tra identità creativa e nuova organicità di riferimento”.  Heliopolis edizioni, 1986.
11) “...Come, quando si è presi dal panico, si letteralizza, così, quando si letteralizza, si è suscettibili al panico di mettere in esecuzione le parole, che è una reazione premetaforica: il fondamentalismo arcadico di Pan.”  J. Hillman, La vana fuga dagli dei, Adelphi, pag. 29.  (…)   “Quando il desiderio è letterale, allora la vittoria su quel desiderio è a sua volta letterale.  Si hanno esempio di questa duplice letteralizzazione nelle pratiche religiose in cui alla concupiscenza viene opposto un ascetismo altrettanto letterale, e in filosofia, dove al materialismo utilitaristico viene opposto l’idealismo metafisico, che, nonostante le sue astrazioni, rimane pur sempre letterale”, ibidem, pag. 48.  Altro nemico della letteralizzazione è Marc Augé.  Poiper chiunque abbia letto Sei malattie dello spirito contemporaneo di Noica, i paralleli sono continui.  La letteralizzazione, ovviamente, non è solo tecnica, ma prima teologica, ideologica…
12) Stefano Vaj, Dove va la biopolitica? A cura di Adriano Scianca, Settimo Sigillo, 2008.