Giuseppe Gorlani
 
Brevi note su cambimento,
di
Giuseppe Gorlani
 
In questi ultimi tempi si sente con sempre maggiore frequenza parlare di “cambiamento” o, addirittura, di “rivoluzione”, invocandone la necessità. Il disagio esistenziale cresce di pari passo con le difficoltà economiche e la “gente” o le “masse”, direbbe Ortega y Gasset (perché ormai di popolo sembra non si possa più parlare), scendono nelle piazze con l’intento di suscitare l’attenzione dei governanti e di scuoterne la coscienze. Dato che viviamo in una condizione di “democrazia” – pensano i più – abbiamo “diritto” a far sentire la nostra voce, esigendo che venga ascoltata. In realtà, però, i governanti non ascoltano e procedono imperterriti verso il perseguimento di mete non dichiarate, finalizzate ad arricchire alcune oligarchie e non certo a portare benessere, equità, giustizia.  
 
 
 
Già da tempo tali ristrette cerchie di dominanti (che puntualmente si circondano di lacché dotati di particolari attitudini: la “casta”) hanno accertato come gli schiavi migliori, i più manipolabili e sfruttabili, siano quelli che non sanno di esserlo. Così, riprendendo e perfezionando un esperimento fallimentare, scaturito nell’antica Grecia, è stata elaborata la democrazia nella sua forma corrente: un’impossibilità vera e propria, fondata su una prospettiva opposta alla Norma o Dharma.   Che vi siano delle cerchie di persone dominanti è perfettamente normale e naturale; ci si dovrebbe tuttavia chiedere: “dominanti” sulla base di quali criteri? È qui che cominciano i guai seri, poiché costoro, in concordanza con la temperie dell’Era Oscura in cui viviamo, non eccellono in intelligenza (nel suo significato etimologico), in consapevolezza, in capacità di servire il Bene comune, indirizzando le nazioni all’armonia col vivente e orientandole verso propositi eminenti, bensì in furberia, avidità, frenesia distruttiva, spietatezza, miopia.  Del resto si deve tener conto di come essi esprimano in modo significativo lo stato di coscienza generale. Ossia, non si deve credere che il comune cittadino sia migliore del governante, in virtù del suo appartenere alla categoria dell’uomo qualunque, semmai il primo emana negatività e produce sventure su una scala ben più ridotta rispetto al secondo. Entrambi, inoltre, attingono alla stessa degenerata e monca interpretazione del mondo di tipo scientistico; dal che si può dedurre come schiavo e padrone siano legati alla stessa catena: l’ignoranza ontologica, “avidya”. Sarà opportuno allora chiedersi, al di là di ogni luogo comune: ma quale cambiamento o rivoluzione ci si può auspicare? Lo spostare semplicemente alcuni elementi all’interno del sistema porta a modifiche inessenziali: fumo negli occhi per gli stolti. Non sono dunque le cose o gli aspetti accidentali della vita che vanno cambiati; un tale pseudo-cambiamento è proprio quanto l’establishment, votato all’autoconservazione, propina generosamente alle masse, accecandole con la retorica del progresso, dell’evoluzione umana avviata sui sentieri gloriosi del trionfo della Macchina e dell’affermazione fenomenica quale unica realtà.   Piuttosto, una volta constatata la predominanza attuale delle peggiori barbarie, è un imperativo comprendere l’importanza di cambiare se stessi, cessando di alimentarle con la propria passività. Ciò significa innanzitutto maturare in sé una visione integrale, una weltanschauung che non si riduca al sensibile e all’apparente, ma che sprofondi alle radici dell’Essere; e poi, superando agilmente l’ostacolo-tentazione di un intellettualismo sterile, portare tale comprensione in tutti gli aspetti della propria esistenza, anche nei più tangibili e apparentemente scontati, come mangiare, dormire, lavorare, relazionarsi con gli altri e con l’ambiente, ecc.  Le proteste di quelli che, prima di aver preteso da sé una trasformazione interiore, reclamano cambiamenti esteriori sono votate al fallimento e, anzi, rafforzano il circuito chiuso della disperazione. Pretendere dagli altri e dall’esterno quello che non siamo in grado di ottenere da noi stessi è crassa ignoranza e ipocrisia. Il bene al quale si aspira va in primo luogo cercato e coltivato nell’intimo. Da qui, in seguito, si diffonderà verso l’esterno spontaneamente, senza la necessità di crociate o di missioni, come la luce dalla lampada.   Un’amica che nel corso dell’estate aveva partecipato alle proteste pacifiche in Val di Susa contro il folle progetto ferroviario “Torino-Lione” mi ha detto di essere rimasta impressionata delle condizioni in cui restavano i sentieri tra i boschi dopo il transito dei manifestanti: cartacce, plastica, pacchetti di sigarette, bottiglie, lattine, pile, indumenti, e altro li tappezzavano letteralmente. Se manifestanti di tal fatta (sono sicuro che alle sacrosante manifestazioni No-Tav abbiano partecipato anche cittadini di natura assai diversa), che non si accorgono di estendere all’ambiente lo stesso trattamento che riservano a se stessi, dovessero ipoteticamente sostituire i governanti contestati, cambierebbe qualcosa? C’è da dubitarne. Verosimilmente riproporrebbero, con abiti di poco mutati, i medesimi soprusi, egoismi, arbitrarietà, corruzione, pressappochismo, meschinità, disprezzo per la bellezza della natura, ecc. che già ci vengono dispensati in abbondanza. Se ne deduce che ci sarà cambiamento radicale soltanto quando le persone si convertiranno e sul piano principiale della coscienza e su quello accidentale dello stile di vita.    Tanto per non fare che un paio di esempi, si provi ad immaginare che cosa succederebbe se migliaia, milioni di persone, ispirate da riflessioni profonde, modificassero la loro alimentazione, rifiutando il cibo convenzionale (insalubre, inquinato e saturo di brutalità) per sostituirlo con quello naturale; o, più ancora, se milioni di persone adottassero una dieta vegetariana, rispettosa della salute, dell’euritmia dell’insieme e del benessere del pianeta. Oppure se le stesse smettessero di trattare la terra come una pattumiera, gettandovi plastica, veleni e altri rifiuti. Ne scaturirebbe un cambiamento epocale: l’inquinamento generale diminuirebbe drasticamente, la desertificazione si ridurrebbe, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura si attenuerebbe, i ritmi di vita rallenterebbero, la violenza perderebbe una buona parte della sua forza, l’arte e la contemplazione rifiorirebbero e i governanti brancolerebbero nel vuoto nel vano tentativo di imporre pensieri o abitudini deleteri a schiavi inesistenti.  Intendiamoci, chi scrive non è un pacifista sentimentale, né un oppositore fanatico del carnivorismo; non ci vuole una particolare intelligenza per capire che, in ottemperanza alla Legge cosmica, non si può vivere senza uccidere. Malgrado ciò, l’esperienza insegna il valore fondamentale del lasciarsi guidare dalla necessità e da un’intelligenza capace di andare oltre le esigenze edonistiche superficiali. L’uomo saggio, in cui il cambiamento si sia realizzato, non strappa nemmeno un filo d’erba in più di quanto gli serva, ovunque vada lascia meno tracce possibili del suo passaggio, vede e onora la Realtà che lo sostanzia in tutti gli esseri, pur rispettando sul piano manifesto ogni autentica gerarchia.  Nessuno può più imporgli qualcosa che egli non comprenda, poiché sa pensare da solo e ascoltare senza pregiudizi. Avendo intuito come il significato del suo esistere vada cercato nell’Essere e non nel divenire, egli si emancipa dalla paura, abbandona il lamento reiterato e si risveglia in un superiore stato di coscienza. Quanto sopra non equivale ad abbandonare tout court le vie convenzionali suggerite dal buon senso per tentare di risolvere con urgenza determinati problemi. L’uomo che abbia propiziato al suo interno il cambiamento non è un utopista ingenuo, non è schiavo di ideologie, non aspira al martirio e perciò se gli si rivelerà di immediata utilità protestare organizzando un corteo, protesterà, se gli parrà che un “appello a Monti” (iniziativa oggi in fase di moltiplicazione) abbia qualche speranza di successo, non esiterà a porgerlo, se riterrà valido redigere o sottoscrivere un manifesto culturale, vi si applicherà. Nondimeno, egli terrà sempre presente come questi siano solo gli aspetti marginali e meno importanti dell’agire, giacché il suo sacrum facere si sarà spostato all’interno, alla sorgente, laddove è in se stessi che si plasma e si ottiene quel che si vuole.