giorgio locchi
 
(da vari siti)

(Riportiamo questa ormai lontana
intervista
di
Adriano Scianca   a    Stefano Vaj
perché crediamo che non abbia perso nessuno dei valori di riferimento...
al proposito possiamo anche far  rimando al testo di Giovanni Damiano "Sovvertire il tempo"
nella sezione "Scuola Romana...",
per  qualche non secondaria sollecitazione critica...  Sandro Giovannini)


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 stefano vaj 1

  • A. S.:  Ci sono pensatori che dalla caduta nel dimenticatoio escono come rinvigoriti, rigenerati, quasi che l'oblio li avesse tenuti al riparo dalle mode culturali per conservarli nella loro impenitente inattualità.   Di questi è senz'altro Giorgio Locchi, cuore e testa pensante della prima Nouvelle Droite, intellettuale di smisurata profondità, pure sostanzialmente dimenticato per anni se non nel ricordo di pochi amici e "discepoli". Dobbiamo quindi ringraziare Stefano Vaj, noto professionista milanese e locchiano di ferro, per la sua preziosa opera di recupero e "divulgazione" delle tesi del pensatore romano ormai in atto da anni. Il risultato di questo sforzo filologico è l'antologia di scritti locchiani per i tipi della Società Editrice Barbarossa, dal titolo Definizioni. (a cura di Stefano Vaj, 2007, S.E.B., Società editrice Barbarossa, Orion Libri). Abbiamo incontrato Vaj per scambiare quattro chiacchiere a proposito di quest'opera, di cui egli è curatore.

 

  • ADRIANO SCIANCA - Allora, Stefano, cominciamo dal titolo: "Definizioni". Non ti sembra un po' ambizioso per una raccolta antologica di un autore a tutt'oggi assai poco conosciuto?
  • STEFANO VAJ - Il titolo Definizioni vuole rispecchiare l'ingannevole "semplicità" locchiana. Locchi nei suoi scritti non si presenta, non si "colloca", non lancia slogan o programmi, non discute le sue intenzioni. Dice quello che deve dire e basta. Per applicare espressioni inglesi ad un autore italiano di cultura essenzialmente tedesca che ha vissuto gli ultimi cinquant'anni della sua vita a Parigi, ciò che scrive è semplicemente "matter-of-fact" e "to-the-point". Il resto non farebbe che distrarre il lettore dal contenuto, o farglielo leggere con la pericolosa idea di avere "già capito". Spesso, la reazione di chi legge un suo articolo e ne resta sorpreso è: "ma chi è l'autore?". Alla risposta "Giorgio Locchi", la replica tipica è "Sì, ma chi è Giorgio Locchi?". Ora, Giorgio Locchi è semplicemente quello che diceva e scriveva: giornalista de Il Tempo dalle corrispondenze anodine e dalla vita assolutamente ritirata, non ha mai fondato alcunché, non aveva nessuna credenziale particolare, non ha mai giocato alcun ruolo nell'accademia o nell'editoria, nella politica o nei salotti intellettuali. D'altra parte, per molti è stato davvero, nei suoi pochi scritti e nei contatti personali, "colui che crea le cose dando loro nome", come il "visionario" della omonima poesia di Stephan George che è stata letta nel corso del suo funerale nel 1992. Come la mia introduzione al libro documenta, almeno tre generazioni di intellettuali europei, quasi tutti più famosi di lui, sono stati drasticamente influenzati dal suo pensiero - foss'anche alla fine in relativa opposizione ad esso - come nel caso di Franco Petronio, di Marcello Veneziani o di Marco Tarchi. Le idee di molti di loro restano discusse pubblicamente; altri sono finiti in redazioni importanti, hanno scritto libri, ottenuto cattedre universitarie, seduto in parlamenti, curato collane editoriali. Ciò ha fatto sì che molti scritti compresi in questo volume servano anche a documentare il proverbiale battito d'ali della farfalla in Cina che risulta alla fine causalmente collegato con un uragano in Brasile. Infatti, grazie anche alle mediazioni suddette, non ultima quella di Alain de Benoist, non è poi difficile al lettore identificare la grande portata, a livello culturale, politico e di mentalità, che hanno finito per assumere le idee di Locchi; il cui nome d'altronde continua a riemergere, si tratti di un scritto di Paolo Isotta sulla musica tonale o di un intervento politico sul futuro di Alleanza Nazionale (cfr. l'articolo di Vincenzo Tanzi apparso sul Secolo d’Italia del 24/2/2007).
  • A.S. - L'articolo contro le interpretazioni progressiste di Nietzsche, contenuto in questa raccolta, doveva ben apparire una voce isolata nel panorama culturale dell'epoca in cui apparve. Non credi che invece negli ultimi anni siano emerse interpretazioni più equilibrate che danno sostanzialmente ragione a Locchi?
  • S.V. - Locchi, che aveva una estesissima frequentazione in lingua originale dell'intera opera del filosofo tedesco che pochi possono vantare, ritiene che Nietzsche sia dinamite, e che lo stesso sia all'origine di uno Zeit-Umbruch, di una "frattura-del-tempo-della-storia", che può certamente essere occultata, ma non veramente rimossa. In questo, la sua opinione è vicina non solo a tutto il sovrumanismo italiano della prima metà del novecento, ma anche al pensiero post-moderno, principalmente francese, contemporaneo, o alla consapevolezza al riguardo che emerge sempre più in personaggi che vanno da Severino a Cacciari. Del resto, quando la frequentazione da parte di costoro di autori "proibiti" è avvenuta anche grazie o tramite suggestioni e contatti contemporanei, l'influenza seppure molto mediata di Locchi su questi ultimi è sempre stata ben presente. In ogni modo, l'articolo in questione rappresenta tutt'oggi un grande contributo in termini di chiarezza, e non ha nulla a che fare con i cataloghi di "padri nobili", regolarmente incompresi e spesso neppure davvero letti, con cui taluno tentava di reagire al "recupero" ed alle "assoluzioni interessate" di autori proibiti o sospetti da parte della cultura dominante.
  • A.S. – Un’altra sezione è invece dedicata a Wagner. Dopo la scomunica nietzscheana ed evoliana del compositore, ci voleva proprio qualcuno che ne ricordasse l'importanza epocale, non trovi?
  • S.V. - L'influsso di Wagner sulla cultura europea, ancor più fuori dalla Germania (si pensi solo a Gabriele D'Annunzio, a George Bernard Shaw, a Mallarmé), è ben noto. Meno percepito è il ruolo di Wagner nella creazione, appunto con Nietzsche, di una sensibilità nuova, che rappresenta il superamento radicale della visione lineare e determinista della storia in fondo comune alle varie forze ed ideologie che nell'ottocento e nella Belle Epoque si contendevano le spoglie di una modernità esausta, e che ancora oggi restano ampiamente egemoni. Locchi fa emergere tutto ciò in modo inequivocabile, facendo parlare non i tentativi "filosofici" più o meno goffi del compositore, ma la sua opera artistica, a livello letterario e soprattutto musicale. In questo ricompone anche la frattura accanitamente ricercata da Nietzsche, per ragioni in fondo "umane, troppo umane", e gli equivoci anche ideologici che questa ha generato. In questo, l'articolo sulla Tetralogia contenuto in Definizioni è anche un'introduzione ideale ad un altro libro di Locchi, ovveroWagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, (saggio introduttivo di Paolo Isotta, Akropolis, 1982) oggi ripubblicato integralmente on-line.

    A.S. - Volendo trovare un fil rouge nei testi così diversi che compongono l'antologia, credo che il tema dell'Europa sia di gran lunga quello determinante. Oggi che l'europeismo è di moda, in che senso il pensiero locchiano può fornire un valido aiuto per chi voglia essere fino in fondo un "Buon Europeo"?
  • S.V. - Il "buon europeo" di Locchi è chiaramente quello di Nietzsche e di Drieu La Rochelle.  E' colui che nella esplorazione delle origini più lontane, e di un progetto per l'avvenire degno delle sue radici, sa esprimere una identità, una differenza ed una volontà storica volte a portarlo al di là di quella che viene percepita da tutti come un'era di decadenza per il nostro continente, in termini culturali quanto demografici, economici quanto politici e militari. Questo in effetti rappresenta un leit-motif che è presente non solo quando Locchi si occupa della complessa dialettica tra il concetto romano di imperiumed il nazionalismo moderno, ma persino, più sottilmente, anche quando tratta dell'antropologia di Lèvi-Strauss o della linguistica indoeuropea o delle scienze umane.
  • A.S. - Sei reduce dalla pubblicazione di un fortunato saggio intitolato Biopolitica. Il nuovo paradigma, uscito per lo stesso editore di Definizioni. (S.E.B., 2005, con un’Appendice di Guillaume Faye).  C'è molto di Locchi anche in questa tua fatica, se non sbaglio…
  • S.V. - Il testo in questione, come il libro Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale che avevo pubblicato una ventina d'anni fa, ed in fondo quasi tutto il resto di quello che ho scritto, rappresenta in effetti null'altro che l'applicazione a temi particolari di un metodo e di una visione del mondo di cui io, come altri, sono profondamente debitore a Giorgio Locchi. Guillaume Faye ha scritto in Archeofuturismo: "Ho avuto solo due maestri, Friedrich Nietzsche e Giorgio Locchi. Il primo non l'ho mai incontrato, il secondo sì". Parole quasi analoghe utilizzava Gennaro Malgieri in un articolo pubblicato in occasione della sua morte. Ciò detto, come nel luogo comune relativo alla progenie nietzschana, molto di quello che io o Faye o Malgieri abbiamo scritto, a Locchi forse non sarebbe interessato granché, e su singole posizioni forse non avrebbe neppure incontrato la sua approvazione. Ma quello che davvero marca l'importanza di un autore non è il fatto di lasciare alle spalle una chiesuola di epigoni ed esegeti, ma la sua capacità di aiutarti a pensare sino in fondo ciò che pensi, a "divenire ciò che sei".