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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • La gnoseologia di M. Ficino

  • "La gnoseologia di Marsilio Ficino"
  • Un saggio di
  • Antonietta Florio
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Il saggio che stiamo per presentare, La gnoseologia di Marsilio Ficino. Conoscere attraverso la creatività dell’ «imaginatio-phantasia», comparso nel catalogo dell’editore Solfanelli (per ordini: edizionisolfanelli@yahoo.it, 0871/561806) è opera della giovane studiosa Antonietta Florio. Si tratta di un libro di rilievo che merita attenzione. Florio si avvale, nelle sue pagine, dei contributi della più accreditata bibliografia critica in argomento, interpretata alla luce di solide conoscenze storico-filosofiche e di una non comune capacità esegetico-teoretica.
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  • Il volume è articolato in quattro densi capitoli, preceduti dall’introduzione contestualizzante dell’autrice. È un’opera prima, connotata, sotto il profilo letterario, da una scrittura capace di coinvolgere il lettore nella complessità teorica della trattazione. L’incipit del libro immette nelle vive cose del pensiero della Rinascenza, definito, non casualmente, da Elémire Zolla “eclettico e sincretista”: «Al di là della tradizionale contrapposizione al Medioevo […] il Quattrocento delinea una nuova modernità che investe sia l’apparato socio-politico sia il fattore culturale» (pp. 7-8). La Rinascenza mirò alla renovatio mundi, a un “Nuovo Inizio” della storia europea, dando luogo a un confronto critico con la precedente filosofia.
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  • Marsilio Ficino, animatore dell’Accademia neoplatonica di Careggi, è posto da Florio all’interno di un paesaggio speculativo e spirituale assai diversificato e complesso, sorto dall’intenso dibattito attorno alle relazioni tra platonismo ed aristotelismo. Non trascura, la studiosa, le suggestioni che Marsilio ricevette dalla riemersione, in tale frangente storico, della tradizione ermetica, delle concezioni astrologiche e magiche e del pensiero arabo. Ampia, ricca di informazioni riguardanti perfino figure ritenute “minori”, è la ricostruzione storica dell’ambiente filosofico della Firenze nella quale Ficino si formò, sulla quale la studiosa si intrattiene nel primo capitolo. L’analisi di Florio ha, quale oggetto di studio preponderante, la gnoseologia-metafisica del filosofo di Figline Valdarno, centrata sull’attività dell’imaginatio-phantasia.
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  • Essa: «rappresenta il nesso tra le due sfere sensibile ed intellettuale, quale riflesso del suo obiettivo ultimo di armonizzare le due dottrine del cristianesimo e del platonismo» (p. 9). La immaginazione-fantasia è ritenuta atta a mediare, leggere in uno, universale e particolare, corpo e anima. La conoscenza, per il filosofo della Rinascenza, è tensione al Bene e ciò che impedisce l’ascesa dell’uomo alla Luce è da individuarsi nella “pesantezza” della materia. L’uomo ficiniano, in sequela della concezione dell’homo volans avicenniano, è anima e corpo, sostanza e incorporeità. È lo spiritus a rendere possibile, quale tertium quid, la comunicazione tra la le facoltà superiori e quelle inferiori presenti nell’anima.  Posizione non dissimile era stata sostenuta da Aristotele e dagli Stoici: «Attingendo al laboratorio della fantasia, intrisa delle forme particolari di tutte le cose, l’anima foggia le immagini e le conserva nella memoria» (p. 56). La conoscenza sensibile è, comunque, “passione” dello spirito. La mente è, a dire di Marsilio, strutturata in quattro gradi: il senso, la fantasia, l’immaginazione e l’intelletto, raggi di un medesimo cerchio che tende a far leggere il reale quale continuum divino.  Conoscere: «è un ascensus a Dio» (p. 58), che si chiude nel momento della contemplazione intellettiva. L’immaginazione ficiniana è prossima al sensus communis aristotelico: «Suo compito consiste nell’aggregare e organizzare le qualità percepite (le imagines corporum) in un unico simulachrum» (p. 63). L’immaginazione si eleva, pertanto, al di là della materia, pur muovendo da dati sensibili. A questo punto, interviene l’attività della phantasia: «La sua funzione precipua è di guardare il phantasmata […] dell’oggetto percepito e darne un giudizio di natura emotiva, il disegno dettagliato di un ente particolare» (p. 64). Solo l’intelletto conduce al Principio. La phantasia riveste, per il pensatore di Careggi, un ruolo importante, ma connotato da ambiguità. La gnoseologia fantastica invia a ciò che realmente conta, il Principio, senza, si badi, poterlo realmente conseguire. Pone l’uomo oltre le dicotomie del sapere concettuale e logo-centrico, ma ha, implicito in sé, rileva Marsilio, il rischio di vincolarlo alla dimensione cosale, corporale, della vita.  A proposito di tale tipologia di conoscenza fantastica, incentrata sul mondo interiore del soggetto sollecitato dalla percezione, Zolla parlò di fantasticheria.
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  • La gnoseologia ficiniana è, di contro, cogitatio vehemens: è prova della potenza, della forza dell’immaginazione e della fantasia, ma altresì attesta la loro costitutiva ambiguità. L’umbra nella quale sono collocati uomo e natura, non è meramente ostativa alla conoscenza contemplativa dell’origine, in quanto è, in qualche modo, rappresentazione della divina unitas, come, tra gli altri, seppero, ricorda Florio, Origene e Bernardo di Chiaravalle. L’autrice, nel terzo capitolo, mette in scena la comparazione di tale tesi con le opere memotecniche di Bruno.  Il Nolano, in sintonia con Marsilio, attribuisce ruolo primario alla fantasia nella propria gnoseologia. Tale ruolo risulta comprensibile qualora venga letto in sintonia con il tema della “luce”, discusso dal pensatore panteista nella trattazione della sua ars memoriae.  La “luce” chiama in causa il “laboratorio fantastico” nel suo guardare, all’unisono, alle forme intelligibili e all’ombra. Sostanzialmente, il destino umano: «Si dipana nel recinto della dimensione umbratile e la conoscenza del sé rivela soltanto superficialmente e solo attraverso l’ombra l’esperienza del mondo» (p. 167).
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  • Giordano Bruno, a parere di chi scrive, a muovere dagli Eroici Furori si sottrasse definitivamente all’ombra, allo conoscenza in speculo et aenigmate. Atteone, che in questo dialogo diviene l’alter ego della protagonista del De umbris idearum, la giovinetta Sulamita, vive l’identità dell’Uno-Tutto, si porta oltre i dualismi logo-centrici, oltre la contrapposizione soggetto-oggetto della rappresentazione, “si fa origine”: da cacciatore diviene cacciato, preda di Artemide. In tale percorso speculativo-realizzativo, la trattazione ficiniana della phantasia ha svolto un ruolo rilevante.
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  • Riflettere sulle importanti pagine di Florio, comporta la necessità di confrontarsi con un filone carsico della filosofia europea, che può fornire risposte convenienti all’aridità teoretico-esistenziale della presente congerie storica. Lo mostra il capitolo conclusivo di questo volume, centrato sull’esegesi del movimento artistico dell’Inismo (Internazionale Novatrice Infinitesimale - INI), fondato da Gabriel-Aldo Bertozzi a Parigi nel 1980.
    Antonietta Florio, La gnoseologia di Marsilio Ficino. Conoscere attraverso la creatività dell’«imaginatio-phantasia», Solfanelli, pp. 217, euro 13,00.


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  • \Quderno Colliano 7

  • I Greci nel pensiero italiano
  • del Novecento
  • Il Quaderno colliano n. 7
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  • È nelle librerie un volume davvero stimolante. Si tratta del “Quaderno colliano n. 7”, espressione del “Centro studi Giorgio Colli”, intitolato, I Greci nel pensiero italiano del Novecento, a cura di Rossella Attolini e Maicol Cutrì, comparso nel catalogo dell’Accademia University Press di Torino. Il testo raccoglie le relazioni del Seminario, tenutosi il 23 e il 24 novembre 2023, presso l’Ateneo del capoluogo piemontese, sul tema indicato nel titolo.
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  • Attolini, nella prefazione, sostiene che lo sguardo speculativo di Colli, mirato al recupero della Sapienza originaria ellenica, era fondato sulla necessità di ripartire, in un percorso ascendente, dalla filosofia teoretica. Tale assunto, ci pare esemplarmente testimoniato dalle pagine colliane de, La filosofia dell’espressione. Per l’antichista torinese, precisa la curatrice, la sorgente greca è: «fontana che sempre zampilla […] non completamente svuotata» (p. XII). I Greci, per Colli, sono simbolo di un ragione viva, non meramente intellettualistica, mirata a liberare gli uomini dalle esperienze illusionistiche della rappresentazione. Un sapere, quello ellenico, mistico e politico al medesimo tempo. La ragione concettuale, logo-centrica, ha, per il grande antichista, al contrario, tratto distruttivo, come seppe Zenone di Elea. Gli autori di questo volume collettaneo, si confrontano con le esperienze di filosofi di primo piano del Novecento italiano e con la loro esegesi di alcuni pensatori dell’Ellade.
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  • Federico Goldin in, Colli e Parmenide, si sofferma sul rapporto tra immediatezza e rappresentazione; Luca Torrente nello scritto, Limitare il lógos, spiega come Colli, interprete di Teofrasto, non abbia affatto messo in atto un tentativo di soppressione della ratio, per la qualcosa il suo pensiero non può esser derubricato all’irrazionalismo: lo studioso ha postulato, semmai, una ragione altra, rispetto a quella affermatasi in Occidente; Marco Calzavara nel saggio, Attualismo, eleatismo, mostra come il tentativo gentiliano, nonostante il tratto innovativo, sia consistito in una riscrittura della “sceneggiatura parmenidea”. Il filosofo attualista, pur avendo colto l’aspetto divisivo del principio d’identità, in qualche modo, lo fece rientrare, nel suo sistema, dalla finestra; Piero Carreras, in Il lógos e il suo doppio, analizza l’“estetica della teoresi” in Gustavo Bontadini, mentre Achille Zarlenga con lo scritto, Giovanni Vailati e la logica di Aristotele, critica il dogmatismo insito nell’esegetica scolastica dello Stagirita e si occupa della centralità della logica delle relazioni. Beatrice Grammatica si intrattiene, di contro, sugli studi di logica antica di Calogero.  Infine, Carlotta Santini attraversa le Lezioni di Storia della letteratura greca di Nietzsche.
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  • Nella spazio di questa breve recensione entreremo nelle vive cose della relazione di Vittorio Rebora, Il sogno e la veglia. Ugo Spirito lettore della Nascita della tragedia di Nietzsche. Rebora ha contezza che l’iter intellettuale spiritiano, dopo una prima fase di influenze positiviste, si è mosso nell’alveo dell’attualismo, per giungere, infine, al problematicismo. Dirimente, al fine della comprensione delle posizioni di Spirito, è il confronto sviluppato dal filosofo toscano nell’ultima parte del volume, La vita come arte, con la Nascita della tragedia del teorico dell’oltreuomo. Tale confronto è posto, nel libro in questione, in sequela delle analisi dedicate alle tesi di estetica di Croce e di Gentile. La filosofia di quest’ultimo appare a Spirito mostrare il proprio limite nella trattazione dell’arte, che svela il reale volto del sistema attualista: un monismo incompiuto, non coerente fino in fondo. La ricerca gentiliana muove dall’Io trascendentale, non meramente empirico, che pensa e crea il reale ma, in forza della tendenza astrattiva, si fa, infine, dogma. Il dubbio originario dell’io di fronte al reale induce il sorgere in lui dell’antinomia del corpo, per dilatarsi, infine, nell’antinomia dell’uomo rispetto al divino. La fede in Dio è centrata sull’impossibilità di conoscerne l’essenza.  Il tentativo di fuoriuscire dalla contraddizione di vita e pensiero è latrice di dogmatiche, nelle quali ha finito per ricadere lo stesso attualismo. Mentre Gentile difende l’intelligibilità del reale attraverso: «la conciliazione mediata tra pensiero e realtà, Spirito si arresta […] al particolare» (p. 102). L’Io attualista nel momento in cui tende a «realizzarsi come potenza» (p. 102), mostra il suo limite meramente gnoseologico e astratto (lo intese anche l’Evola filosofo). La potenza scientifica, d’altro lato: «non riesce a varcare i limiti del finito in una natura infinita» (p. 103). A questo punto, risulta necessario rivolgersi all’arte quale eroico tentativo di liberazione. Gentile, legge l’arte all’interno dell’antinomia sogno-realtà. Essa, certo, non poteva venir ridotta al mero ex-crementum, all’oggetto prodotto, in quanto momento: «dialettico in cui il motore […] del sentimento […] si esprime e diviene pensiero» (p. 104). Il contenuto della veglia nel poiein è trasfigurato nel sogno-arte. L’arte non è un prima del pensiero (Hegel), né un distinto (Croce). Vivere e filosofare sono, in uno, identità e non-identità. Su tale assunto, Spirito si rivolge alla sensibilità, alla fantasia, all’intuizione, a quei casi nei quali: «la coscienza non è stata mai pienamente in possesso di se stessa», come nell’ebbrezza (p. 107). Da qui l’incontro con il dionisiaco di Nietzsche, che squarcia il principium individuationis. Il dionisiaco, al pari dell’arte, rafforza il nostro consenso alla vita, avvicina l’uomo ai suoi simili e alla physis. L’artista è, per Spirito, “opera d’arte vivente”. Con Pindaro, il pensatore toscano, è consapevole che l’uomo è “sogno di un’ombra”, con Leopardi ha contezza che le cose non sono mai quello che dicono di essere, in quanto abitate dal negativo.
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  • L’apollineo è esperito quale sogno illusorio, in quanto la: «coscienza continua a dire “io” ma sa che non possiamo conferirle una maggiore consistenza ontologica» (p. 109). I tentativi di Vico e di Kant, mirati a conferire all’arte la medesima universalità del filosofare, erano, a dire di Spirito, naufragati. In fondo, alle spalle di tali vie, sopravviveva il primato dell’uomo teoretico, che vive di distinzioni (essere/nulla, fenomeno/noumeno). La creazione artistica, per il pensatore transattualista, conosce anche la delusione e quindi può essere intesa quale via alla liberazione, ma non è essa stessa liberazione, in quanto non consegue la definitiva autocoscienza. Tesi ribadita, nel 1963, in Critica dell’estetica. Nietzsche e la Grecia dionisiaca, per Rebora, indussero Spirito a cogliere la problematicità della stessa arte, a tentare di “rettificare” Gentile. La singolarità spiritiana, di fatto, trova il proprio compimento nella dimensione sociale-comunitaria, viva in interiore homine. Ciò spiega, in uno, la sua adesione critica al fascismo e, successivamente, al comunismo.
  • I Greci nel pensiero italiano del Novecento è libro dal quale si evincono la stringente attualità della filosofia di Colli e la straordinaria rilevanza della tradizione speculativa nazionale.

  • AA.VV., I Greci nel pensiero italiano del Novecento, a cura di Rossella Attolini e Maicol Cutrì, Accademia University Press, pp. 167, euro 16,00.

  • Limmaginazione creatrice

  • L’immaginazione creatrice nel sufismo
  • di Ibn ˊArabī
  • Uno studio di
  • Henry Corbin
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
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  • Henry Corbin (1903-1978) è stato islamista di vaglia, storico delle religioni e, soprattutto, filosofo estraneo alle correnti speculative prevalse in Europa, in particolare, nell’età moderna.  Il suo metodo ermeneutico, comunque, è aperto, in colloquio anche con pensatori di primo piano del Novecento, attento alla correttezza filologica-scientifica delle analisi ma consapevole, al medesimo tempo, dei problemi che ogni lavoro esegetico implica. Per i tipi di Mimesis è nelle librerie un suo saggio dirimente, L‘immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ˊArabī (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657).
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  • Il testo, uscito nel 1958, ebbe una seconda edizione ampliata nel 1975, riproposta ora nell’edizione italiana della quale ci stiamo occupando. Il volume è arricchito da un saggio introduttivo di Roberto Revello, che consente al lettore di aver piena contezza dell’iter intellettuale, quanto della proposta esistenziale di Corbin.
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  • Per il pensatore francese, precisa Revello: «Lo studio delle tradizioni filosofiche islamiche […] non può essere neutro né puramente descrittivo: è un incontro che coinvolge l’interprete» (p. 10). La “situazione spirituale” nella quale vive il lettore è sollecitata, attivata dall’islamista, in quanto: «Il compito dell’interprete non consiste nell’eliminare i propri presupposti ma […] nel metterli in gioco» (p. 11). In ciò, se abbiamo ben inteso, l’approccio di Corbin ricorda, per certi tratti, l’empatia suggerita da Bachofen agli studiosi del mondo antico.
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  • La ricerca di Corbin è inquieta, muove verso insegnamenti atti a parlare all’uomo contemporaneo al fine di sottrarlo allo scacco nichilista. I suoi studi più rilevanti riguardano pensatori quali Avicenna e, appunto, Ibn ˊArabī: fonti alle quali si è abbeverata la tradizione shī’ita, non casualmente influenzata dal pensiero ismailita legato al Sufismo.  Nella prima parte de, L’immaginazione creatrice, lo studioso si occupa della dottrina dei Nomi divini: «processo teopatico che coinvolge l’uomo stesso nella sua dimensione più profonda» (p. 13). Nella seconda, Corbin affronta, con ricchezza di dettagli, il tema dell’immaginazione creatrice, intesa quale preghiera teofanica.  Infine, nel vasto apparato critico-erudito delle note, l’insigne islamista si sofferma sulla dottrina dell’unicità dell’essere e su altri aspetti, dottrinario/realizzativi, presenti in Ibn ˊArabī. La ricostruzione della biografia intellettuale del pensatore arabo è sviluppata in modalità esemplare e con acribia esegetica. Per Corbin, Dio è inconoscibile attraverso l’approccio logo-centrico, in quanto la natura divina non è entificabile. Tale asserzione non implica la necessità di rivolgersi, per approssimarsi al Principio, alla teologia negativa, apofatica. Tale approccio è centrato, infatti, sull’:«astrazione al più alto grado che vieta di fare immagini, vieta di dare un volto (a Dio) e impedisce ogni calore umano» (p. 15).
  • ...
  • In questo libro la conoscenza del divino, di là da ogni astrattismo, laico o teologico, passa attraverso una figura amata, un’immagine: «ogni amore per Dio è popolato da manifestazioni che scorrono nel transito incerto che dà pur senso alla vita» (p. 16). La mistica di Ibn ˊArabī non è nullificazione dell’uomo in Dio, ma riscoperta del divino in noi, attraverso risonanze e corrispondenze. La creazione di Dio sorge dall’immaginazione e l’uomo immaginando (termine da non leggersi in termini meramente psicologici e moderni) si pone in sintonia con la manifestazione dell’Uno dai volti infiniti. L’immagine è legame, unisce, non ha tratto dia-bolico, divisivo, come il concetto. Immaginazione è gnosi legata a Sophia.  A tali posizioni, lo studioso francese giunse riflettendo, tra le altre, lo ricorda Revello, su tematiche junghiane. Nella solitudine, in interiore homine, scopriamo la nostra costitutiva “dualitudine”(l’espressione è di Corbin), facendo esperienza che, oltre all’“umano troppo umano”, in noi alberga l’origine. Solo l’in-solitudine moderna è autistica, la solitudine autentica, memore della presenza dell’Angelo nel cosmo (figura di rilievo per l’iranista), ci consente di vivere, dopo la rivoluzione copernicana: «nell’universo delle sfere celesti e delle loro anime-intelligenze» (p. 19), di scoprire nella bellezza del mondo, il sigillo divino.
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  • Corbin e Ibn ˊArabī sono convinti dell’eccezionalità dell’uomo, della straordinarietà della sua dimensione spirituale. Il nostro poterci rapportare all’immaginazione creatrice ci concede una possibilità escatologica, la salvezza dalla dispersione nel puramente mondano, una vera e propria resurrezione.  Tesi non dissimile questa dalle posizioni di Böhme e della mistica tedesca a lui coeva: l’“illuminato” tedesco disse, nelle sue opere, del “corpo sottile”, materia immateriale affrancata dalla corruttibilità: «il corpo sottile è un veicolo dalla materia al puro spirito, e tutto quanto si trova in questo “tra” riguarda necessariamente il mondo e la scienza del’immaginazione» (p. 23).  Idea guida dei libri di Corbin è, infatti, la daēnā mazdea, individualità associata all’immagine. Riflettendo sulla trattazione del tempo in Heidegger, da Essere e tempo  a  Kant e il problema della metafisica, suggerisce Revello, Corbin rileva che, per il tedesco, la funzione dell’immaginazione risulta inscindibile dalla temporalità, in quanto atta a unire sensibilità e intelletto.  Per il francese è l’immaginazione trascendentale ad originare il tempo: «come successione di nunc; è essa il Tempo originario» (p. 28).   Il mundus imaginalis nella tradizione islamica è rappresentato dalla Nube primordiale (della quale ha scritto magistalmente Alberto Ventura), simbolo di un universo teofanico.
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  • L’intero volume qui rapsodicamente presentato, è centrato, conclusivamente, sull’ethos del trascendimento tematizzato in Italia da Ernesto De Martino nel secolo scorso, la cui lettura conduce, ci pare, a un’escatologia nell’immanenza. L’oltre al quale è necessario guardare è trascendentale, è un’energia, i Greci la definirono dynamis: «che non trascende questo suo stesso progettarsi storicamente, in una dimensione intersoggettiva, sociale e culturale» (p. 32). Così intesa l’immaginazione creatrice spinge nel «non dove» (p. 32) dell’iperbolico trascendersi a cui l’umano è chiamato.
  • Henry Corbin, L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ˊArabī, Mimesis, pp. 410, euro 24.00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
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  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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