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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Infantino LA REAZIONE TOTALITARIA IPG

  • Lorenzo Infantino
  • La reazione totalitaria
  • (a cura di S. Fallocco e N. Iannello, Rubbettino Editore, pp. 134, € 18,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Un bel legato per i lettori questo saggio postumo lasciatoci da Infantino, in cui parte dalla considerazione, esposta nella chiara prefazione di Raimondo Cubeddu, così: «In questa Sua ultima fatica scientifica, Infantino apparentemente scrive una storia dell’affermarsi della cultura filosofica che sta a fondamento dell’ideologia totalitaria identificandola come una reazione all’individualismo su cui si fonda la “società aperta”».
  • ...
  • L’originalità del saggio «consiste pertanto nel mostrare le tappe, anche in pensatori normalmente ritenuti estranei all’influenza dell’ideologia totalitaria, dello svilupparsi di quella reazione al nascere dell’affermarsi della filosofia politica individualistica e delle sue rivoluzionarie ripercussioni sociali»; questa è un’illusione. Crede di realizzare una società perfetta perché giusta, volta alla formazione dell’ “uomo nuovo” nella “comunità perfetta” facendo “finta di ignorare che il costo e l’esito di quell’accelerata e coatta trasformazione dell’umanità sarebbe stato non la scomparsa dell’egoismo, ma l’incremento del potere, della coercizione e dell’inefficienza. Ancora un esempio – volendo essere un’altra volta accondiscendenti – di quell’arroganza della ragione e dell’etica che ignora la teoria delle conseguenze inintenzionali secondo la quale, quali che siano le intenzioni iniziali, ogni azione umana ha conseguenze imprevedibili”.
  • ...
  • Infantino svolge le sue argomentazioni di politica, giuridiche e di teoria della conoscenza. Dominante è la considerazione che le azioni umane hanno conseguenze diverse e spesso opposte a quelle delle intenzioni e dei fini degli agenti: è l’eterogenesi dei fini di Max Weber o il paradosso delle conseguenze di Julien Freund. Ipotesi totalmente negata dai costruttori della società perfetta. E già presente in parte dagli illuministi.  Scrive Infantino che «La cultura che ha dominato il Settecento francese è stata caratterizzata dall’ostilità e/o dall’incomprensione nei confronti della possibilità di giungere al co-adattamento volontario dei piani individuali. Il che ha impedito di affrancarsi dall’idea della centralizzazione e della conseguente gerarchia obbligatoria di fini», ma tale scelta comporta che «fra le premesse e le conclusioni di Montesquieu e quelle degli enciclopedisti c’è un’incolmabile distanza». L’ammirazione per Licurgo e Sparta era la conseguenza di questa esaltazione della capacità di costruire la città perfetta (a tavolino).
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  • Tutta questa ammirazione mancava a Cicerone che nel De re publica attribuisce la superiorità della costituzione romana al fatto che non unius esset ingenio sed multorum (non fondata dalla mente di uno solo ma di molti) e corroborata dal tempo e dall’esperienza.  Ma saltando quanto da millenni scritto sul punto, la conclusione nel secolo scorso più convincente la dava Maurice Hauriou. Questi lo fa in un modo che ricorda le considerazioni di Infantino sul carattere “spontaneo” dell’ordinamento. Scriveva il giurista francese che ogni comunità, organizzata in istituzione, ha due diritti (e due giustizie) fondati ciascuno su caratteristiche naturali dell’uomo: la prima sulla socievolezza umana, l’altra sull’organizzazione (istituzione) della comunità. Il primo egualitario è spontaneo; il secondo gerarchico e (per lo più) statuito.   Inoltre la tendenza olistica e costruttivista criticata da Infantino (e dai di esso pensatori preferiti) tende a dissolvere la distinzione tra pubblico e privato, ossia uno dei fondamenti/presupposti del “politico”.   Ovviamente, perché se la società perfetta è quella pensata da uno (o più) legislatori illuminati (Estesa su carta), lo stesso metodo illuminato lo si può applicare a ogni genere di rapporti umani, compresi quelli che con la politica e il destino della comunità hanno poco o nulla a che vedere.
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  • Così si inizia col promuovere la virtù (civica e non solo) e si finisce per vietare di abitare vicino ad un bosco.

 

  • Tre Deità del giardino RIDOTTO

  • FALLO !!!
  • (romano)
  • di   
  • Sandro Giovannini

  • ...mi riuscirebbe benino anche l’enfatico
  • ma preferisco atteggiarmi all’ispirato...

  • Nel mio giardino di Pesaro c’è un fallo romano (fascinus, fascinum, mutto, mutonium, Mutunus, Tutunus, Liber Pater, Priapos, Bacchus, etc...) databile intorno al III-IIII secolo e.v. e presumibilmente proveniente dal graticolato romano dell’agro patavino, perché, per tradizione relativamente risalibile, di area veneta. Quindi con molta probabilità a corredo d’un giardino di valore interno o di una delle non poche variamente centrate edicole di culto, essendo in marmo e non per crocicchi interpoderali o delimitazioni centuriali tra cardini e decumani, ove veniva prevalentemente utilizzato legno pieno più o meno lavorato o piccole stele di pietra con notazioni numerali ed eventualmente con aggiunti simboli fallici dipinti, incisi o più frequentemente in forte altorilievo.
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  • Caratteristica ben visibile della parte superiore del fallo marmoreo, ancora fortemente delineato per tratti fisiologici, seppur mancante della base altrimenti perdutasi, è la serie dei colpi sferrata nella parte superstite. A riprova dei tentativi d’efficace violenza, probabilmente da ascia per tagli comunque penetrati in materiale durissimo, in alto, un colpo che ha eliminato una parte consistente del glande, poi una sottostante forte spezzonatura ed un’ulteriore minore scheggiatura di striscio nella parte superstite inferiore, forse tra gli ultimi colpi, prima della definitiva stroncatura.
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  • E poco importa, come si deduce dalla foto, che io abbia cercato di ridonare al disastrato fallo, un supporto/supposto artistico con sottostante quadrata base di quercia (un “trovato”) lungamente pezzo superstite anch’esso di uno storico ed incompiuto bragozzo di legno incongruamente sopravvisssuto per decenni al porto di Pesaro ed una prudente Ioni, (da me “operata”) in mediana accogliente corolla colorata, di un carne/rosso/rosa allusivo... in materiale refrattario.
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  • Questo per quanto riguarda i fatti. Per le interpretazioni mi sono, per ora, astenuto dall’investigare tutti i possibili scenari risalibili dell’accaduto, dandomeli per sostanzialmente scontati nell’ottica della vera e propria guerra civile religiosa e politica, che inizia e finisce (si fa per dire), come tutti sappiamo, dopo i primi secoli.
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  • Ma uno dei punti che ho sempre cercato di comprendere sin da giovanissimo è perché il cosiddetto fattore morale soprattutto nella sua declinazione e/o interpretazione sessuale appaia sostanzialmente lo spartiacque fra due epoche della storia dell’occidente. A crearmi grossi problemi non è certo stata la lettura della citazione agostiniana del testo varroniano per noi perduto, ove c’è la satira delle matrone romane (quelle - per lui medesimo - serissime) “paradossalmente” costrette a gioire per le processioni falliche. Questa per me è stata sempre scontatamente letta come strumentale in base alla sua scelta veterotestamentaria, mentre è stata fin da subito problematica l’interpretazione d’un campione dell’aristocrazia del pensiero assoluto quale fu Eraclito, quando nel frammento 15 DK., dice: “...se non fosse in effetti per Dioniso che fan la processione e cantano l’inno alle vergogne, svergognatissime azioni compirebbero, ma è lo stesso Ade e Dioniso, per i quali delirano e fanno baccanali” ...confermato anche nel riporto del frammento 14 DK., sempre di E., nel Protreptikòs di Clemente Alesssandrino: “...A chi allora vaticina Eraclito di Efeso? A notturni pellegrini, a magi, bacchi, menadi ed iniziati: a costoro minaccia il destino dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco: perché si iniziano ai misteri in uso fra gli uomini con pratiche sacrileghe” (...il corsivo è Clemente, il tondo è Eraclito).
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  • A parte le probabile traduzioni in pruderie dei nostri secoli borghesi. Ed a parte anche, forse, certe ascendenze o parallelismi o discepolanze: “...Zoroastro fu messo in mostra accanto ad Eraclito...” detto da Nietzsche in La filosofia nell’epoca tragica dei greci, citato dal colto amico Filippo Venturini in “Tutto dirige la folgore: Eraclito politico e mistico”, Il Cerchio, 2025.
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  • Comunque il dialettico combinato disposto tra il 15 ed il 14 DK. è di per sé già illuminante su ciò che può, in una complessione spiritualmente aristocratica, il disgusto su una pratica già  avvertita (da tempi ancestrali, evidentemente, anche se possa sembrate molto azzardato dirlo data la nostra inveterata mentalità storicistica) come di “seconda religiosità”, ovvero piena di strutturata e/o sedicente pratica rituale ma, agli occhi di Eraclito e di altri, visibilmente priva di sostanza operativa. (Cfr anche il DK. 5: “...si purificano facendosi lordi di altro sangue come se uno, messo il piede nella mota, con la mota si volesse ripulire...”, Cfr. anche il 68 e 69 DK. ed anche riguardo l’utilizzazione del fango nei riti purificatori, come da Demostene, De corona, 259: “...καὶ ἀπομάττων τῷ πηλῷ καὶ τοῖς πιτύροις, καὶ ἀνιστὰς ἀπὸ τοῦ καθαρμοῦ κελεύων λέγειν 'ἔφυγον κακόν εὗρον ἄμεινον'... =e quando vengono purificati dall’argilla e dalla crusca e quando vengono purificati nelle loro cellule, dicono... il male se n’è andato, è andato via...”
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  • Anche perché molta della nostra non troppo lontana filosofia al riguardo della dialettica - posta come originaria - Dioniso/Apollo (sempre per le dimensioni aurorali della grecità), molto si muove in un campo necessariamente congetturale per l’accertamento documentale, quanto risente poi comunque di tutte le cosiddette riemergenze (più o meno parziali) come il Rinascimento o i cosiddetti ritorni storici; tra gli ultimi la sacralizzazione della politica e la politicizzazione della sacralità imperversanti soprattutto in Europa, tra la fine del XIX e la prima metà del XX sec.. Con, ancora successivi, i relativi “divisivi” protocolli sull’interpretazione in chiave non solo di storia delle religioni, ma soprattutto di metapolitica e di geostrategia. E comunque - originariamente - nell’orfismo, nel pitagorismo, in Teofrasto ove il sacrificio dovrebbe essere non lesivo della vita ed in Porfirio ove si reputa più gradito al divino il sacrificio spirituale di quello materiale, etc, etc... si pone oggettivamente e poi storicamente la dimensione cruenta come ben discutibile, anche per la diversificazione stessa del plesso del sacrificio, in una disseminazione ampia: sacrifici vegetali, sacrifici d’oggetti inanimati, rinunce di azioni o comportamenti etc...
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  • Senza accennare poi al dilemma che mi mise intimamente in rovina (importanza-somma/ferocia-somma) a proposito dell’Aśvamedha =il sacrificio del cavallo, e qui di seguito si può intendere l’estremamente creativa poeticità del mitologema: (Bṛhad-āraṇyaka-upaniṣad, All’inizio, in: I, I, 1: “...L’aurora è il capo del cavallo sacrificale, il sole è il suo occhio, il vento il suo respiro, il fuoco onnipresente la sua bocca, l’anno il suo corpo. Il cielo è il dorso del cavallo sacrificale; l’atmosfera è la sua pancia, la terra il suo inguine; i punti cardinali sono i suoi fianchi, i punti intermedi le sue coste, le stagioni le sue membra, i mesi e le quindicine le sue giunture, i giorni e le notti le sue gambe, le costellazioni le sue ossa, le nubi le sue carni. La sabbia è il cibo che egli digerisce; i fiumi i suoi intestini, i monti il suo fegato e i suoi polmoni, le erbe e le piante la sua criniera; il sole che si leva è il davanti del suo corpo, dietro il sole che tramonta. Il lampo è il suo ringhio, il tuono lo scuotimento del suo corpo, la pioggia la sua orina, la voce della parola il suo nitrito.”). Qui, con accenti profondi di “penetrazione”, che mettono in discussione ogni facile liquidazione, all’inizio dell’Upaniṣad, si parla del “cavallo sacrificale”, ovvero del sacrificio del cavallo, l’Aśvamedha, mitema proprio all’origine dell’universo vedico. Infatti Mṛtyu, trae dal nulla l’universo per potersene nutrire, trasformandosi poi in un cavallo per potersi sacrificare a sua volta... (Cfr. anche: P. Dumont, L’Aśvamedha, Parigi 1927). Chissà... l’india vedica che non praticava certo la storiografia praticava già però la “storia del rituale”, in quanto questo sacrificio del cavallo potrebbe ben essere, per la sua importanza che cresce nel tempo della ritualistica, avvertito e sottolineato come un ur-sacrificio, una continua rivisitazione di un sacrificio originario che monta in complessità e, per noi invece, monta in difficoltà di composizione.
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  • Per Eraclito, comunque supponendo una sprezzante vis contraria che molti - forse affrettatamente - potrebbero invece solo riferire a carico d’un quadro monoteistico e di assoluto rivelazionalismo e devozionalismo. Quadro, comunque, quest’ultimo che, ha reso rende o renderà, più facilmente raffigurabile, deducibile, traducibile, per le masse, la questione “morale”, in tutte le sue evidenze e non solo in quella sessuale o cruenta.   Ed in parallelismo all’Aśvamedha forse non è esagerato confrontare (od accostare forse non a caso) il sessuale ed il cruento.
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  • Il centro della “vicenda morale” - ripeto per me - era quindi orientarmi nel giudizio sulla caratura, sulla lotta, sulla discutibile prevalenza tra irrazionale e razionale, ove carne e sangue, sperma e logica erano in un processo di tendenziale presa di possesso equilibrante, da inverarsi, comunque, nella pratica quotidiana. Quella mia piccola, infinitesima e quindi pochissimo significante, se non a fini intimi.
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  • Così, non potendo ovviamente giudicare per altri - la “soluzione” giunge lentissimamente ed in base ad esperienze profonde. Ove il rapporto dialettico “conoscenza/prassi” va progressivamente nutrendosi, da una parte di scetticismo ontologico (...“scetticismo autentico o genuino”, quello di cui parla Burckhardt nelle Considerazioni sulla storia universale), non quello ovviamente e diffusamente anarcoide della disorganica società del funzionale narcisismo omologato) e dall’altra di curiosità estrema ed entusiamo per ogni seria investigazione che cerchi di proiettarci almeno sull’essenziale.
  • ...
  • La (mia) soluzione del (mio fallo) è quindi che amore e violenza si danno sempre la voce e si scambiano sempre i ruoli, ad esempio quello di carnefice e di vittima, felicemente per chi prevalga ed infelicemente per chi subisca, sempre vicendevolmente e purtroppo troppo spesso ipocritamente.
  • ...
  • E che l’unica chiave di risposta che io possa considerare onesta è quella antidicotomica, che non significhi necessariamente che nella notte tutte le vacche siano nere e nel giorno ogni cosa illuminata, ma che si possa ricercare attenzione vera e rispetto profondo (cioè vero amore di sé e persino ancor più di molto altro da sé) per tutti i millesima pigmenta del colore/calore, che si vanno sostituendo, gli uni agli altri, dentro ciò che tende a montare, nell’evidenza innegabile.   Quindi alfine (come il fallo), sia nel chiaro giorno che nella scura notte.

  • SHIMOI La guerra Italiana vista da un giapponese

  • Sul libro di
  • Harukichi Shimoi
  • “La guerra italiana vista da un giapponese”
  • di
  • Tommaso Dacomo
  • “...Un giovane soldato cadde ferito […]
  • M’avvicinai a lui e bendandogli la gamba, lo presi sulle spalle e,
  • confortandolo e incoraggiandolo, lo portai al posto di medicazione.
  • Egli, tutto sanguinoso, con un filo di voce, mi chiese il nome.
  • Gli dissi semplicemente: “Un giapponese, amante dell’Italia”.
  • Che c’importa del nome di Scimoi? (1)
  • Sarei più contento di fargli sapere
  • che le spalle di un giapponese
  • gli hanno dato un appoggio!...” (2)
  • Volendo riprendere il discorso dove si era lasciato con il precedente breve intervento introduttivo su Harukichi Shimoi, nel quale si alludeva alla necessità di uno studio più approfondito dell’opera di Shimoi per rendere onore a questa eminente figura che è stata ponte tra Italia e Giappone - ancor di più in un momento come quello che stiamo vivendo dove i due paesi hanno rinnovato una sorprendente unità d’intenti, sublimata nel recente incontro dei premier dei due paesi - si ritiene utile dedicare spazio all’opera pubblicata in italiano a testimonianza dello Shimoi soldato.
  • ...
  • I temi e il tenore dell’opera anticipano il bisogno di animare un sentimento nazionale che sublimeranno nell’esperienza fiumana, a cui lo scrittore e poeta nipponico ha peraltro partecipato. Nessuno scritto può dirsi aver legato Shimoi all’Italia come il suo resoconto-diario di guerra intitolato La guerra italiana vista da un giapponese. Il libro si configura come una raccolta di lettere che lo Shimoi si è scambiato con l’allora senatore Giuseppe De Lorenzo (1871-1957), che come lui è stato docente universitario a Napoli, e che ha scritto l’Introduzione al libro stesso. Va ricordato infatti che Shimoi, arrivato in Italia e precisamente a Napoli nel 1915, si era pienamente integrato nell’ambiente culturale della città, frequentando artisti e intellettuali tra cui De Lorenzo, ma anche Gherardo Marone (1891-1962), fondatore della rivista letteraria La Diana e contestualmente la casa editrice Libreria della Diana, dove Shimoi pubblicò il volumetto.
  • ...
  • L’opera si colloca tra il reportage, il memoriale e il saggio politico-culturale, assumendo una funzione che va oltre la mera testimonianza personale: Shimoi si propone come mediatore culturale tra Giappone e Italia, ma anche come osservatore “esterno” capace di cogliere elementi che possono facilmente sfuggire allo sguardo “dall’interno” di un italiano. La peculiarità del testo non deriva dalle informazioni che ci vengono date sul conflitto in sé - di cui senza dubbio non mancano le fonti italiane e non - bensì dal punto di vista con cui Shimoi ha inteso guardarlo: l’autore mette in secondo piano l’Italia come entità militare all’interno del conflitto, e la osserva come spazio culturale e umano. Anche nei passi nei quali parla delle sue esperienze al fronte, non manca mai di mettere in primo piano le persone, in una lettura profondamente umana del conflitto. La narrazione segue un ordine cronologico e alterna narrazioni episodiche a vere e proprie “poesie in prosa”, come nel passo in cui l’autore paragona il passaggio del Piave all’Inferno dantesco, che lui stesso definisce “la poesia di guerra”.
  • ...
  • Il senatore De Lorenzo ci fornisce una chiave di lettura del volumetto nella sua Introduzione: “...Dell'ltalia viva e palpitante lo Scimoi ha vissuto in questi tre anni l’intima tragedia della guerra e ha voluto pigliar parte all’ultimo atto di essa, sul Piave, per vedere, studiare ed intendere da vicino l’anima del popolo italiano nei suoi umili rappresentanti, specialmente i contadini, sia che essi lavorassero ancora nei campi come vecchi, donne e bambini, o combattessero, da adulti, nella fangosa e polverosa divisa grigio-verde del fante infossato in trincea. Nei mesi di ottobre e novembre egli è stato sempre in prima linea, con gli arditi italiani. […] Io invito i giovani italiani a leggerle. Esse sono il più bello e commosso omaggio fatto all’Italia da un figlio di quella terra di artisti, guerrieri ed asceti che ha prodotto nel generale Nogi il più fulgido esempio di virtù militare”. (3)
  • ...
  • Il paragone con il generale Nogi intende senza dubbio esaltare il valore morale e militare di Shimoi, dal momento che Nogi rappresenta il simbolo di lealtà e coraggio e la sua figura è sin da subito divenuta leggendaria. Generale dell’esercito imperiale giapponese, nel 1912 alla morte dell’imperatore Meiji – restauratore del potere imperiale tramite sconfitta definitiva dello shogunato, decise di onorarne la morte praticando, il junshi, letteralmente “seguire il padrone nella morte”, pratica tradizionale dei samurai giapponesi che compievano seppuku, il suicidio rituale, alla scomparsa del signore feudale a cui avevano prestato fedeltà. Il gesto ebbe una eco immensa in Giappone e successivamente in tutto il mondo e mentre da alcuni fu definito anacronistico, altri, tra i quali poi Mishima, lo videro come un forte gesto rivoluzionario di difesa delle tradizioni in opposizione all’occidentalizzazione forzata del paese.  Shimoi osserva l’Italia con panni da “straniero”, e proprio per questo può permettersi una maggiore libertà interpretativa. La guerra è presentata sì come prova eroica collettiva, ma anche come esperienza che mette a nudo fragilità e contraddizioni. Questo sguardo “altro” si traduce in una particolare attenzione al quotidiano. L’autore si sofferma sui comportamenti, sugli stati d’animo, sulle reazioni della popolazione civile, offrendo un ritratto dell’Italia in guerra che si discosta dalle immagini ufficiali. In tal senso, il testo di Shimoi anticipa sensibilità che diventeranno centrali solo più tardi nella storiografia e nella letteratura sulla Grande Guerra: l’interesse per la vita ordinaria, per la dimensione psicologica, per le zone d’ombra del conflitto. Di interesse anche il luogo da cui Shimoi guarda alla guerra: le lettere ripercorrono gli episodi che il soldato nipponico ha vissuto al fronte, nel suo peregrinare per l’Italia con i commilitoni, e soprattutto sul Piave - alla quale campagna lo Shimoi si mostra particolarmente fiero di aver preso parte: “...Son orgoglioso di poter dire che io sono il primo borghese che ha passato dalla parte del Montello al di là del Piave, a improntare la prima orma sulla terra riconquistata”. (4)
  • ...
  • Per quanto riguarda la sua idea della Grande guerra che traspare dal testo, Shimoi aderisce ad una visione del conflitto bellico come rigenerazione morale e pacificazione sociale sotto la bandiera nazionale. Soltanto l’esperienza di guerra aveva la capacità di consolidare il sentimento di patria nella, ancora fragile, coscienza nazionale italiana. La guerra italiana replica, secondo molti aspetti, gli stilemi essenziali della letteratura nazionalista del periodo bellico, con l’esaltazione del coraggio virile, dell’azione ardita (parola scelta non a caso, poiché Shimoi fece parte degli Arditi fin dalla loro formazione).
  • ...
  • Uno sguardo più attento, che tiene conto anche delle vicende successive a Shimoi soldato, può intravedere anche quel sentimento di insoddisfazione verso la Grande Guerra, che tutto ha portato tranne i risultati che tanti speravano, quella “vittoria mutilata”, che lo guiderà, come si è detto, a partecipare all’impresa fiumana a fianco di D’Annunzio. La guerra italiana vista da un giapponese è un’opera che merita di essere riletta e valorizzata non solo come curiosità letteraria, ma come documento significativo del primo Novecento. Attraverso lo sguardo di Harukichi Shimoi, la guerra si rivela nella sua dimensione più umana e problematica, sottratta al semplice esotismo/futurismo/guerrismo, sebbene rimanga la componente celebrativa.
  • ...
  • Il fatto che l’opera sia stata scritta e pubblicata a Napoli contribuisce ancor più ed in modo decisivo alla sua originalità: la città diventa filtro interpretativo, spazio di osservazione e luogo di mediazione culturale. In questo senso, il testo di Shimoi può essere considerato un esempio precoce di letteratura transnazionale sulla Grande Guerra, capace di mettere in dialogo culture diverse e di offrire una riflessione ancora oggi attuale sulla guerra come esperienza storica e morale
  •  
  •  Note:
  • 1) Si rende necessaria una piccola digressione sui sistemi di trascrizione dei suoni della lingua giapponese in caratteri latini. Il sistema di trascrizione Hepburn (di solito chiamato semplicemente sistema Hepburn) è oggi il metodo di traslitterazione più comune dei suoni del giapponese. Questo sistema è stato creato dal medico e missionario americano James C. Hepburn (1815-1911) nella terza edizione del suo dizionario giapponese-inglese del 1886. In questo sistema, il suono “sci” viene traslitterato come “shi”, adottando l’ortografia più naturale per un lettore anglofono, mentre in altri sistemi lo stesso suono si trova trascritto con “si”. Shimoi, che con tutta probabilità conosceva il sistema Hepburn, opta invece per l’ortografia italiana “sci”, caduta oggi in disuso e soppiantata completamente dal sistema Hepburn che è ormai lo standard internazionalmente riconosciuto.
  • 2) Shimoi Harukichi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, Libreria della Diana, Napoli, 1919, pp. 29-30.
  • 3) Giuseppe De Lorenzo, Introduzione, in Harukichi Shimoi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, cit.
  • 4) Shimoi Harukichi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, cit., p. 30.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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