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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Spirito

  • Scritti per Ugo Spirito
  • Una silloge di saggi di
  • Vincenzo Pirro
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • È nelle librerie una raccolta di saggi che consente di fare chiarezza suo degli itinerari speculativi maggiormente significativi del Novecento filosofico italiano. Ci riferiamo a, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, pubblicato da Amazon sotto l’egida degli “Amici della Fondazione Spirito-De Felice” sede di Terni. Ne è autore Vincenzo Pirro, allievo di Spirito. La prefazione è di Danilo Sergio Pirro, cui va riconosciuto il merito di aver raccolto questi scritti del padre al fine di onorarne la memoria di valente studioso. Il volume di cui parliamo è libro appassionato e, al medesimo tempo, sostenuto da un’esegesi puntuale e critica. L’autore riconosce la centralità della filosofia spiritiana nella propria formazione e mostra evidente riconoscenza nei confronti del maestro, rievocando, con toni commossi, il loro primo incontro: «Ascoltai per la prima volta una sua lezione all’Università di Roma nell’autunno del 1959 […] Fui subito conquistato dalla sua parola chiara e appassionata» (p. 21). Spirito, da autentico filosofo, si rivelava ai propri allievi quale suscitatore di dubbi e di questioni irrisolte; laddove altri miravano a fornire al proprio discepolato certezze apodittiche, egli presentava “problemi”. La sua esperienza teoretica sorse in colloquio dialogico con le trame della sua esistenza e in un serrato confronto con la realtà storico-politica nella quale gli fu dato in sorte di vivere. Per dirla con Prezzolini, il nome di Spirito va annoverato tra “i figli del secolo” XX. In quanto tale, egli attraversò, con viva partecipazione, la rivoluzione intellettuale che caratterizzò quella congerie storica, così come le sue tragedie politiche: fu vicino, in tempi diversi, al fascismo e al comunismo.
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  • I quattro densi saggi che compongono il testo, ricchi di riferimenti teorici e, in alcuni passaggi critici rispetto alle tesi di Spirito, consentano al lettore di ricostruire in modalità organica l’intero iter spiritiano. Il pensatore ebbe una formazione positivista prima di venire ammaliato dalla potenza speculativa dell’attualismo di Gentile, divenendo il rappresentate più significativo della “sinistra” di quella scuola di pensiero. In tale contesto, teorizzò la “corporazione proprietaria” quale strumento etico-politico atto a superare l’impasse “borghese” in cui il fascismo, in forza delle proprie scelte, si stava impantanando. Lungo questo percorso, negli anni Trenta, si fece sostenitore del “problematicismo”: «espressione di una crisi tutt’insieme filosofica e politica» (p. 31). Tale posizione teorica non va interpretata quale: «semplice rottura con l’attualismo o come reazione al fascismo, bensì come esito di un processo di radicalizzazione interna all’idealismo» (p. 30), come tentativo di indurre a estrema coerenza le posizioni gentiliane, di là dell’intellettualismo, nel quale il pensatore di Castelvetrano pareva indugiare. In tale fase, la filosofia di Spirito è venata dalla tematizzazione dell’angoscia, da un confronto serrato con la fatticità dell’esistenza umana, dal senso di solitudine e smarrimento cui era costretto l’intellettuale che vedeva deluse le proprie aspettative e le proprie speranze.
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  • Il suo dire presenta, quindi, in questa fase, atmosfere “esistenzialiste”, che all’esistenzialismo non possono, si badi, essere ridotte. Spirito, infatti, fu sempre e prima di tutto filosofo “religioso”, il cui pensare guardava all’assoluto, all’approdo a Dio. Il problematicismo spiega, inoltre, l’interesse spiritiano per la scienza del diritto, dell’economia e della politica, in quanto il filosofo: «tenta di realizzare l’unità di teoria e pratica inserendo la scienza nella politica» (p. 33). La vita si fa “ricerca”, “arte”: «come parte che aspira al tutto» (p. 36). Allo scopo, Spirito fu costretto a discriminare tra “falso attualismo”e “attualismo costruttivo”: «fautore di una radicale immanenza» (p. 37), oltre il momento meramente contemplativo dell’atto. Il Dio cui guarda Spirito: «vive nelle cose e coincide con la realtà nel suo infinito svolgimento» (p. 38), è terminus ad quem che muove dall’esperienza del finito.
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  • A tutta prima, la valutazione positiva del molteplice pare fare di Spirito, paradossalmente, una sorta di “liberale” sui generis. Non è così, il “liberalismo problematicista” è negazione che va inverata in un’effettiva sintesi di individuo e Stato: «Una mentalità assolutistica e totalitaria lo porta a scoprire nel riformismo gradualistico la tomba della rivoluzione» (p. 47). Per questo, la filosofia spiritiana, rileva Pirro, può esser letta quale itinerarium mentis in Deum, nient’affatto verticale, contemplativa, ma orizzontale, debitrice della docta religio del Quattrocento neo-platonico e del naturalismo di Bruno e Spinoza. Si tratta di una filosofia esposta al futuro, al possibile realizzarsi del superamento dei dualismi ancora vigenti nel sistema attualista e nella storia. Nel volume, Vita come arte, si attribuisce: «al senso, alla “finezza”, all’intuizione […] il potere di evocare gli aspetti reconditi e sorgivi della realtà, che sfuggono al dominio della logica» (p. 58). L’arte è da considerarsi punto di partenza della ricerca, non d’arrivo, in quanto questo è rappresentato dalla: «conquista di quell’unità e di quell’assoluto che l’attualismo ha considerato una meta raggiunta» (p. 59).
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  • L’umanesimo spiritiano: «culmina di fatto in un naturalismo panteistico. Per il quale l’estetica si trasforma in etica della necessità, alla maniera spinoziana» (p. 62).  Dall’arte, quindi, di nuovo alla filosofia.  La valorizzazione del momento filosofico induce Spirito a cogliere il tratto tanspolitico della storia contemporanea, a rivelare come il comunismo, cui guardò nel dopoguerra con interesse, stava trasformandosi in URSS in dispotismo e in Occidente nella “religione dei diritti” borghese, imperante nell’età della globalizzazione tecnologica.  Egli rimase fedele, se si vuole, al primato del sapere e delle competenze, a un “comunismo” non ideologico-marxista, ma “platonico”, a un comunitarismo spiritualista.  Spirito era fermamente convinto del ruolo unificante di scienza e tecnica, fedele, in qualche modo, come nota Pirro nell’ultimo scritto del volume nel quale ricorda l’ultimo incontro con il maestro, al progresso.   Ci pare, per questo, di poter definire l’esperienza di Spirito transattualista.   Dopo di lui, solo Emo e l’Evola filosofo si lasciarono alle spalle qualsivoglia lascito idealista e storicista.   Le loro posizioni ultrattualiste rappresentano, per chi scrive, un passo ulteriore cui guardare dopo la significativa esperienza di Spirito.

  • Vincenzo Pirro, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, prefazione di Danilo Sergio Pirro, Amazon, pp. 109, euro 9,05.

  • HOMOIOSIS Lodovico pace

  • Homoiosis
  • A proposito dell’ultima opera di
  • Lodovico Pace 
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Lodovico Pace è autore noto. Assieme a Sandro Giovannini e a uno sparuto drappello di giovani creativi, fondò, qualche decennio fa, il movimento poetico Vertex. Ha all’attivo un numero considerevole di raccolte poetiche ed ha sempre affiancato, nel proprio percorso esistenziale, la passione per il verso all’attività politica.  È stato, infatti, Senatore delle Repubblica per tre legislature.  È nelle librerie la sua ultima fatica, comparsa nel catalogo della Marcianum Press, intitolata, Homoiosis (per ordini: marcianumpress@edizionistudium.it, 041/2743914).
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  • L’introduzione di Loretto Rafanelli chiarisce come quella di Pace non sia una silloge poetica, ma un vero e proprio poema, pensato in sintonia con la svolta imposta da Pound al poetare del Novecento. Rileva, in proposito, Rafanelli: «L’accostamento ha un senso in quanto la sua poesia (di Pace) è percorso pieno di suggestioni e di attenzioni turbinose (al pari di quella dell’americano)» (p. 7).  I versi di Homoiosis sono sostanziati da riferimenti eruditi, impliciti ed espliciti, a pensatori appartenenti tanto al “canone maggiore” della kultur europea, quanto al suo “canone minore”, vale a dire al “canone” che non si è fatto storia, mondo, ma che è riemerso carsicamente, di epoca in epoca, nell’immaginario dell’uomo occidentale.  Il titolo, Homoiosis, traducibile dal greco come “somiglianza”(tale traduzione ha avuto significative risonanze bibliche) o ancor meglio, almeno per chi scrive, come “nostalgica e iperbolica tensione all’origine”, chiarisce come l’opera di Pace sia evidente espressione di pensiero-poetante, come essa abbia anche valenza filosofica.
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  • Al termine della lettura conveniamo con quanto viene rilevato nell’introduzione: siamo di fronte, davvero, a un poema, fatto inusitato nella contemporaneità liquida, memore, almeno in filosofia, dell’ammonimento di Heidegger che invitava a tracciare itinerari atti ad essere seguiti, nel disordine dei nostri giorni, quali segnavia di sentieri interrotti da ritrovare nel labirinto della vita. In realtà, Homoiosis è trascrizione di una “cerca”, di un iter, nel quale l’autore è coinvolto con tutto se stesso, carnalmente e passionalmente.  Proprio per questo, nonostante il suo voler essere opera totale, poema, Homoiosis, è espressione di una singolarità aperta al Tutto, esposta alla dimensione cosmica e tesa, con Jünger, a far uscire l’uomo dal “dis-astro” della modernità. “Dis-astro” è termine che, etimologicamente, allude alla condizione esistenziale dell’uomo dei nostri giorni, proiettato in una dimensione meramente orizzontale dell’ex-sistere, dimentico della veridicità del motto latino, per aspera ad astra.  Il tratto anagogico del conoscere è stato obliato. In questo senso, a nostro giudizio, la composizione di Pace, è essenzialmente epica, in quanto trascrive l’esperienza eroico-erotica del poietes, la cui comprensione del mondo è avvalorata dalla citazione tratta da, Gli dèi ed il mondo di Salustio che, non casualmente, l’autore pone in esergo: «E queste cose non avvennero mai,/ ma sono sempre: l’intelligenza/ le vede tutte assieme in un istante,/ la parole le percorre/ e le espone in successione» (p.3).
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  • Pace sa che la Parola è fondativa, fa essere il mondo e le cose, nel suo rinviare alla dimensione archetipale. Per aver contezza dello sforzo epico del nostro poeta riteniamo dirimente ricordare l’esperienza dell’Ulisse di Joyce. Nelle pagine dello scrittore irlandese la peregrinatio del moderno Odisseo, Leopold Bloom, non riconduce dall’indifferenziato pelago alla battigia di Itaca, è andare-per-andare, esperienza errabonda e nomadica. È espressione, per citare una riduttiva definizione di Croce, utilizzata dal filosofo neo-idealista nei confronti dell’esistenza di Leopardi, di “vita strozzata”, non persuasa.   Per Pace, in forza del riferimento all’origine sempre possibile, l’andare del poeta incontro alla vita conduce al ritrovamento, pur tra i lacerti del presente, della Patria da cui siamo esiliati nell’attuale condizione esistenziale-spirituale-politica.  Homoiosis ha andamento musicale, ritmico, scandito in tre parti a loro volta costruite in nove movimenti. Il Poeta guarda all’invisibile nel visibile, al sempre che costituisce l’esistenza e solo in essa si dà, si abbandona, oltre l’utile e il cosale, all’aperto.  L’origine si concede all’interrogazione creativa all’improvviso e ci colloca, questo il senso del poema, nell’eterno presente.  Esso è suscitato, in un processo di ricerca che è streben conoscitivo, dall’occasione propizia, dal kairos che coniuga in uno chronos, il tempo edipico, ad Aion, l’eterno.  Pace evoca l’incanto delle piccole cose della vita, gli incontri con i simili e i dissimili da sé e con le potestates che animano la physis, in molti versi cantata liricamente.  Il suo, se abbiamo ben inteso, è fenomenologico “ritorno alle cose”, atto a indurre il risveglio: «D’un lampo abbiamo bisogno,/ non servono dottrine convenienti […] Torna alla fine la luce./ L’abbaglio» (p. 42).
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  • Tale luce, ben trascritta nei versi, si manifesta allo sguardo nell’attimo immenso. Lo seppero, tra gli altri, il mistico tedesco Jakob Böhme e Nietzsche. Il primo sostenne di aver scritto il suo capolavoro, Aurora, come se fosse stato investito da uno “scroscio di pioggia”.  Ricordi e speranze, si badi, si intrecciano nel narrare poetico di Homoiosis, nella radura dell’eterno presente nel quale passato e futuro vivono abbracciati.  La vita e il “vero” hanno tratto aporetico, contraddittorio. Non possono essere i concetti, gli universali, a dis-velare questa realtà inestricabile.  Possono farlo solo le immagini.  Per questo, quella di Pace, è, per noi, poetica dell’immaginale: «non possiamo non contraddirci./ Del resto il mare non è solo d’acqua./ La scrittura è strazio del pensiero» (p. 45). In faccia ad Eros, cuore vitale di tutto ciò che è, gli opposti assoluti, essere e nulla, svaniscono.  Eros ci introduce all’Uno-Tutto bruniano, alla coincidentia oppositorum, al tertium datur, altro-non-altro dalle logiche identitarie ed escludenti, che rappresentano la sostanza vitale dell’attuale mercificazione del mondo: «Pavlov e Petrolini ci hanno insegnato/ quanto è difficile la libertà,/ come stracco il popolo s’abitua, allo scazzo di terre desolate» (p. 56).  Il Poeta, per definizione aristocratico dello spirito, possiede: «Il coraggio di stare allo scoperto/ sulla linea che al deserto avanza» (p. 57).
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  • Conquista, in tal modo, un’:«indipendenza-sofferta d’amore» (p. 59).  In fondo, Pace prosegue: «Quello che ci appartiene è l’universo/ il riposto nell’ignoto di spazi/ il fabbisogno dello spaccapietre/ i granelli di sabbia sulle sponde» (p. 75).  L’azione poetica è diffusiva, nel silenzio si insinua nelle anime a scartare la colonizzazione usuaria dell’immaginario contemporaneo.  Essa ha valenza politica (“Comunità vo’ cercando…” si diceva trai poeti del Vertex) in quanto esercita sulla contemporaneità una paideia rasserenante e ravviva, nonostante tutto, il nostro consenso alla vita.

  • Lodovico Pace, Homoiosis, introduzione di Loretto Rafanelli, Marcianum Press, pp. 171, euro 18,00.


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  • Idillio alla Morte Cardellini Bardotti

  • “Idillio alla morte”
  • di
  • Serse Cardellini e Massimiliano Bardotti
  • (Firenze Libri, Reggello, FI, 2021, €.10)
  • rec. di
  • Sandro Giovannini

  • ¿Come avvicinarsi realmente ad un testo complesso di poesia che rimanda a qualcosa di così decisivo come dal titolo? Da qualsiasi esperienza di ricerca interiore si provenga, se autentica e non solo mimata nella compulsione per reazione dal più che ordinario delirio illusionistico del quotidiano, si coglie subito, leggendo questo libro a quattro mani, ove diviene quasi irrilevante cogliere le note eventualmente dissonanti delle due individualità, un processo familiare, quantomeno di sentita mimesi dell’ascesi. Non nella ripetizione di stilemi formalisticamente spiritualisti, ma nella ormai necessitata comprensione di quanto l’exuperantia spirituale possa debba e riesca a mettere in gioco tutta la nostra vita. Tutta la nostra vita. Ora qualcuno potrebbe pensare che, conoscendo Serse Cardellini come persona disponibilmente generosa ed intellettualmente valida, possa dedurre la poesia dal calore umano che, assieme alla penetrazione dei più importanti fattori in gioco variamente confessionali e direi di prima e decisiva caratura ontologica, senza per questo mettere in secondo piano ogni fattore della bhakti diffusa su ogni cosa che ci circonda espansiva e riflettente, faccia solo un omaggio generalizzato alla sua (o di altri) tensione realizzativa, ma esiste qualche motivazione più profonda e personale che mi ha spinto a parlare.
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  • Provengo infatti da una ormai diffusa esperienza d’approdo sincretico, che necessariamente riassume diverse istanze provenienti da mondi spirituali originariamente molto distanti, ma almeno due richiami operano in me per non rompere mai il collegamento profondo all’originario (origine/originalità), che ovviamente intendo a mia misura ma che riguarda potenzialmente molti e che non è posto solo nell’immemoriale passato se finalizza la visione di lungo periodo ove il cosiddetto presente eterno svolga la sua funzione di collegamento tra il precedente il durante il dopo.
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  • Il primo richiamo ci viene dalla sapienzialità più diffusa ed indeterminata: venera gli Dei del luogo. Certo, come parafrasa Zolla, una cosa è avere un’attitudine ab origine multipla e quindi una disponibilità come molti di cultura hindu a permettersi pratiche (a loro modo) devozionali in chiese cristiano cattoliche od ortodosse (non mi risulta in quelle protestanti) o riguardo alle epocali attenzioni, che potrebbero anche apparentarsi a tendenze di moda, sempre nel senso di cambiamenti di scenari di confronto globale. Che mutano per periodi ultradecennali se non secolari - e che forse possono forzare l’ormai guidata propensione al dialogo interreligioso - di cui da decenni sono, sia pur modestamente, testimone avendo una baita nel bosco a mezzo sentiero tra il Convento e l’Eremo di Camaldoli. Ciò può riscontrarsi anche nelle infinite e carsiche pulsioni variamente cristiano/carismatiche verso dimensioni un tempo decisamente avversarie e fieramente avversate. Altra cosa è - sulla deriva di chiusure dogmatico/liturgiche o letteralistiche (Hillman), che peraltro sono purtroppo diffuse in ogni disposizione confessionale - una visione totalitaria ed escludente dell’aut-aut, sino ai fondamentalismi di vario grado ed esito. Ma, come sperimentano i più avvertiti, anche in un'ottima disposizione al “superamento confessionale” si possono trarre conclusioni riscontrabili come illusorie od improduttive da una pratica non (almeno estremamente) rispettosa delle difficilmente coercibili sostanze dottrinarie e delle frequentemente incapacitanti difformità di costume.
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  • Il secondo (mio) richiamo attiene proprio alla sostanza intima di questa resa poetica... nel libro in questione, che non credo sia se non la naturale stesa grafica di una profonda esigenza interiore: l’idillio alla morte.   Tanti anni fa (1977) forse nell’occasione che la vita mi concesse più gratuitamente (ovvero senza che allora certamente minimamente me la meritassi) mi capitò di essere unico giovane correlatore in un importante convegno pisano, in ricorrenza del primo anno dalla morte di Heidegger. Gli altri relatori erano Jünger, Eliade, Vittorio Vettori, Fausto Gianfranceschi. Era passato solo un mese dalla venuta di Borges per una settimana all’Heliopolis di Pesaro su mia organizzazione ed in quel periodo oltre ai soliti libri che avevo già letto di Heidegger in italiano avendo una limitatissima conoscenza del tedesco, mi caricai di una overdose di letture critiche al proposito. Tale compulsione produsse come primario effetto uno stravolgimento di molte delle mie categorie mentali, ma l’unica cosa che alla fine riuscii a credere di afferrare realmente fu una opposizione radicale alla stranota formula dell’“essere-per-la-morte”. Infatti tutta la mia complessione precedente aveva trovato, proprio nel ribaltamento della nichilisticamente evocativa ma pericolosamente distraente affabulazione heideggeriana, un punto assieme di rottura epistemica con tale assunto e paradossalmente di recupero su altro piano del sempre possibile filosofico e costantemente attestato processo del pensiero di tradizione. La “morte-per-l’essere”, che ovviamente non era risolta solo nel mio povero baluginare apofatico del giovane di belle speranze ed immaturo/saccente (ed “oppresso dai documenti”, come recita Pound in un passo memorabile), ma una sorta d’estrema difesa, di scudo resistente, che s’opponeva testardo alla geniale ed inusitata mazza sfondante i crani ed i relativi circuiti neuronici, nella radura aurorale della nera foresta e sotto “...’l velame de li versi strani”. Il paradossale è che Jünger, nel post-convegno ci tenne a dirmi che tale passaggio era stato una delle poche cose che l’avevano colpito, chissà se solo per gentilezza o forse per verità. Il fatto era però che tale “ribaltamento”, ovviamente, non poteva appartenermi (nulla ci appartiene veramente) in quanto era una semplice riemergenza di un costrutto sapienziale, persino irriflesso e per giunta legato ad una difficilmente da me intuita comparazione tra l’antimetafisica del primo H., nel trascinamento husserliano e sul crinale necessitato dell’approfondimento del nihilismo europeo del “secolo sterminato” e le diffuse riflessioni sempre più pleromatiche dell’H. ultimo e decisamente più assimilabili all’assunto tradizionale. Senza più presunzione da parte mia, considerandolo sostanziale recupero con il mondo della tradizione originaria, sia pur coperto/svelatore, in fasi multiple del suo pensiero nella continua lotta e superamento con i ben cangianti demoni meridiani del contesto complessivo del Novecento, rendendo così plausibile questa mia tesi interpretativa. Forse stessa cosa della “ricognizione ossimorica dell’esistenza”, come recita l’Introduzione, condizione ormai necessariamente diffusa dopo l’ormai datata frattura della coscienza (reale e/o illusoria) collettiva.
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  • Tutto questo per dire che, nella matrice del libretto dell’Idillio alla morte, c’è un’incredibile e parallelamente credibilissima consonanza (ovviamente del tutto autonoma) con tale disposizione, che è assieme evidenza esplicita e riemergenza implicita, rese possibili da una decisione che per ognuno di noi è Fatale, etimologicamente. Il Nefas, supponibile, oltreché poco allegro, viene consumato dal Fas che è gioia della disposizione abbracciante di tale poesia, che, ripeto, non è vuota formula del dire, ma parola che nutre il riscontro esistenziale. Inoltre tutto l’Approdo di Adriano Toti, che nell’Introduzione cerca di dare coordinate per la messa a fuoco di una possibilità di comprensione profonda del testo poetico, mi sembra si muova nella direzione dei due richiami, apparentemente estemporanei, che io ho personalizzato spero non per narcisismo ma per testimoniare quanto le dimensioni più sottili necessitino, in buona misura, della lettura spessa e dura dell’esperienza vitale, altrimenti restando delle dichiarazioni di intenti, più o meno diversamente lodevoli. L’Esergo dal Somnium Scipionis, ne è ulteriore sigillo, per una continuità spazio/tempo che superi le coordinate del “secolo” di turno.
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  • Corrobora anche la sapiente scansione in 4 tempi con un πρόλογος (=viatico) ed un ἔξοδος (=lascito) marcatamente lirici ed un corpo centrale binato ove potrei persino ravvisare un’ulteriore consonanza con l’affrontarsi dialettico dell’“essere-per-la-morte” e “della-morte-per-l’essere” (Morte dell'Idillio e Idillio alla Morte, e questo a scorno di una valutazione fondamentalista o puramente logocentrica della discordia concors o della concordia discors), maggiormente plurilinguista con sovrapposizioni di maschere di scena. Qui si muove una buona tensione alla necessità strutturale della “dopppelleben” benniana e della “suprema finzione” stevensiana. E, complessivamente, i linguaggi s’adattano allo stile praticabile in ognuna delle stanze poetiche. Consapevolezza estrema della “Magia della moda” (māyā in divinis) che non è quindi qualcosa di meno, leopardianamente, della morte e “...schiacciante soverchia del moderno capitalismo post-industriale”, sulla linea della diversamente originata ma ben concordante “miseria simbolica e catastrofe del sensibile” di Stiegler, completano un quadro referenziale ove l’organicità del sentire domina poeticamente ed esistenzialmente.  Testo poetico, quindi, realmente anagògico.  
    Indice dell'opera:    PREFAZIONE  - VIATICI  -  IDILLIO ALLA MORTE  -  MORTE DELL'IDILLIO  -  LASCITI.   
                                         
ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
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  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
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  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
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  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
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  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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