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Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • La disinformazione

  • La disinformazione quale arma politica
  • Le analisi di
  • Francesco Bigazzi e Dario Fertilio
  • rec.di
  • Giovanni Sessa

  • Il mondo contemporaneo è essenzialmente l’età della post-verità. Gli uomini, per dirla con Aleksander Solženicyn, sono indotti a “vivere nella menzogna”. Ogni esercizio di parresia, di dire e difendere il vero, viene marginalizzato. Nel Novecento, in particolare nei regimi totalitari, si ricorreva alle “maniere forti”, ai lager e ai gulag, per tacitare le voci dissidenti. Oggi la governance si avvale di strumenti altri, apparentemente diversi, ma non meno liberticidi, centrati sul politicamente corretto che ha colonizzato l’immaginario e il senso comune contemporaneo. L’attuale soft power si serve, prevalentemente, della disinformazione costruita dall’apparto, assai vasto e pervicace nella propria azione, di “chierici fedeli” allo stato attuale delle cose, al fine di preservarsi, di auto-conservarsi. Tale condizione è, di fatto, al centro di un recente volume di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio intitolato, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, comparso nel catalogo della Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it).
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  • Bigazzi, noto giornalista e scrittore, ha diretto l’Ansa in Russia e Polonia ed è uno dei massimi studiosi dell’Europa dell’Est, in particolare, del dissenso nei paesi comunisti; Fertilio, di origini dalmate, è saggista, romanziere e giornalista. Con Vladimir Bukovskij ha promosso la giornata della memoria per le vittime dei totalitarismi, Memento Gulag. Il volume, in dodici densi capitoli, accompagnati da vasta documentazione storico-epistolare, raccolta nei sette Allegati che accompagnano il narrato, si occupa di casi eclatanti di dezinformacija messi in atto, attraverso la collaborazione dell’apparato mediatico, per orientare l’opinione pubblica e mettere a tacere la verità di “fatti” storicamente incontrovertibili.  In queste brevi note ci occuperemo, a mo’ d’esempio, di alcuni di essi. Il libro, va rilevato in prima battuta, è di godibile lettura. La prosa di Bigazzi e Fertilio coinvolge il lettore nel tentativo di renderlo cosciente che la “disinformazione” può e deve essere sconfitta. Tale compito spetta a uomini liberi dal pregiudizio ideologico, a studiosi e giornalisti che non abbiano rinunciato al dovere di informare, a un genere di professionisti, al quale i due autori appartengono, non piegati dal conformismo nei confronti del pensiero unico.
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  • Il narrato muove dalla strage di Katyn' (dal 3 aprile al 19 maggio 1940 di circa 22.000 prigionieri di guerra) perpetrata durante il Secondo conflitto mondiale dai Sovietici ai danni dell’esercito polacco e inizialmente attribuita, attraverso un’opera di evidente manipolazione dei fatti, ai nazisti. Esempio questo di quanto sarebbe accaduto in seguito, in particolare nella storia della seconda metà del Novecento, per assolvere il comunismo dalle proprie tragiche responsabilità. Caso esemplare, in tal senso, è rappresentato dal “falso Ščaranskij”, che coinvolse, non casualmente il «Corriere delle Sera», nel momento in cui il suo direttore, Piero Ostellino, era impegnato a ricondurre la testata milanese nell’alveo della cultura liberale. Ščaranskij era un dissidente sovietico ebreo a lungo detenuto nei gulag che, una volta ottenuto il permesso di espatrio in Israele, fece pervenire, attraverso un’agenzia londinese, un “memoriale” al «Corriere», nel quale, di fatto, raccontava la sua detenzione in URSS in toni edulcorati. Dopo la pubblicazione, egli smentì di essere stato l’autore di quelle pagine che, di contro, erano state costruite ad hoc dal KGB, per screditare il mondo del dissenso a tutto vantaggio della sinistra nostrana: «Gli ultimi brandelli di incertezza si sarebbero dissipati soltanto nei giorni seguenti, quando si scoprì che né il presunto giornalista inglese autore del servizio, né la società londinese titolare dei diritti esistevano davvero» (p. 25).
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  • Non dissimili furono i casi che coinvolsero, sempre al «Corriere», l’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi, al quale il responsabile della pagine culturali del quotidiano, Armando Torno, aveva chiesto di collaborare. Una mail di un lettore inesistente, probabilmente inviata da un membro della “commissione interna” del quotidiano, si lamentava del fatto che un membro delle Waffen SS, quele Flippani Ronconi era stato, non poteva collaborare a un giornale antifascista. La gran cassa mediatica fece il suo corso: l’illustre sanscritista fu licenziato e Torno dismesso dal suo incarico. L’operazione di disinformazione era così compiuta: «la complicità con l’ideologia nazista, per amalgama, era estesa ad Armando Torno. Giustificando […] la normalizzazione della redazione culturale con l’ingresso di un giornalista allineato» (p. 29). Ancor più tragico il caso di Walter Tobagi, dapprima isolato nella redazione della testata milanese, presentato dal sindacato interno quale “uomo di Craxi”, pericoloso perché, in più scritti, ebbe il coraggio di denunciare la violenza del terrorismo rosso. Il 28 maggio 1980, il giornalista cadde colpito a morte dagli uomini della “Brigata 28 maggio”.
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  • La giornalista americana Claire Sterling nel 1982 sostenne, alla luce di un’inchiesta accurata e documentata, che l’attentato a Papa Wojtyla era stato organizzato dai servizi segreti di Sofia: «Era la famosa “pista bulgara” che […] conduceva senza possibilità di errore al mandante sovietico» (p. 31). Naturalmente l’autrice e la sua tesi furono silenziate.
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  • Nel 1992, a seguito dell’apertura degli archivi sovietici, riemerse una lettera compromettente nella quale Palmiro Togliatti scriveva, a proposito degli alpini italiani prigionieri in URSS: «Non trovo nulla da dire se molti moriranno» (p. 10), testimonianza chiara del suo asservimento allo stalinismo. «La lettera di Togliatti - chiosano gli autori - è rimasta sotto gli occhi di tutti […] alterata vistosamente in alcuni passaggi importanti» (p. 10), come accade nel racconto di Poe, La lettera rubata. Bigazzi, che riportò l’attenzione sul fatto, fu isolato e denigrato. La stampa asservita si proponeva, inoltre: «di danneggiare la casa editrice italiana che l’aveva avallata» (p. 11). Si sbarrò, in tal modo, la strada agli studiosi che volevano far luce su quanto emergeva dagli archivi sovietici: «la dezinformacija mirava a sottrarre la figura di Palmiro Togliatti alla dannazione della memoria» (p. 11). Dannati dovevano rimanere solo gli avversari delle sorti progressive del mondo.
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  • Il volume di Bigazzi e Fertilio è di grande attualità: parlando di ciò che è accaduto qualche decennio fa, ci invita a vigilare e ad agire per l’informazione libera anche nel presente.

  • Francesco Bigazzi - Dario Fertilio, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, Oaks, pp. 103, euro 12,00.

  • Scarabelli Evola

  • "Vita avventurosa di Julius Evola"
  • La nuova edizione della monumentale biografia evoliana di
  • Andrea Scarabelli
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Nel febbraio del 2024, in occasione del cinquantenario della morte di Julius Evola, è stata data alle stampe la biografia intellettuale firmata da Andrea Scarabelli, Vita avventurosa di Julius Evola. Con questo libro, l’autore ha colmato un vuoto esegetico significativo. È da poco nelle librerie, per i tipi di Bietti, una nuova edizione di questo importante testo, con il titolo, Vita avventurosa di Julius Evola. Una biografia. Il volume è impreziosito dalla prefazione di Alain de Benoist (per ordini: 02/29528929). Si tratta di una versione decisamente ampliata rispetto alla precedente, dalla quale il lettore può trarre una messe notevole di ulteriori informazioni su Evola. Nella prefazione, de Benoist, non casualmente, nota: «Andrea Scarabelli ha riunito una mole d’informazioni davvero ammirevole […] è il più serio e importante lavoro dedicato a Julius Evola». Il testo è articolato in dieci densi capitoli, connotati da evidente qualità letteraria. Queste pagine non si limitano alla presentazione di contingenze storico-esistenziali, testimoniano il: «pensiero incarnato» di Evola. Il lettore abbia contezza che leggerà la: «biografia di qualcuno che non voleva essere biografato, la periodizzazione di un pensiero che ha fatto di tutto per librarsi al di là della Storia, salvo poi scommettere sulla Storia stessa» e sull’impegno in essa, al fine di “rettificarne” il corso.
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  • L’autore è giustamente convinto che la linearità dell’iter evoliano è più problematica di quanto il filosofo abbia voluto farci credere, costituita com’è da punti d’arrivo e ripartenze conseguenti che, in alcuni casi, rappresentano una rottura rispetto alla fase precedente. Scarabelli si serve di vasta documentazione d’archivio: ha scandagliato (è la prima volta che ciò accade) l’intero materiale custodito dalla Fondazione, ha consultato epistolari (in alcuni casi inediti), ha raccolto nuove testimonianze, seguendo le tracce lasciate da Evola in Italia e in Europa. Grazie alla vasta documentazione prodotta, si può parlare, e non soltanto per la mole del lavoro, di un libro monumentale, di un’opera spartiacque nella bibliografia critica riguardante il tradizionalista. Il personaggio Evola è qui indagato a tutto tondo, se ne rilevano le positività, la grandezza, ma anche i limiti e i tratti “umani, troppo umani”. Ne esce un ritratto equilibrato: un Evola davanti allo specchio. Nell’incipit viene ricostruito, compiutamente (per quanto i documenti consentono) l’ambiente familiare, rilevando la natura nient’affatto gentilizia della famiglia di origini siciliane (l’appellativo “Barone”, con il quale Evola è spesso designato, in realtà è un nomignolo attribuitogli nel periodo dadaista). Suggestiva è la ricostruzione del milieu esoterico-occultista di cui il pensatore fu animatore nella Roma dei primi decenni del secolo scorso all’epoca del «Gruppo di UR», con le sue divisioni e con gli straordinari personaggi che lo animarono, da Reghini a Maria de Naglowska.
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  • Scarabelli presenta, inoltre, una puntuale ricostruzione d’ambiente dei circoli futuristi che l’artista-filosofo, dapprima vicino a Balla e poi maggior interprete italiano del dadaismo pittorico-poetico, frequentò nel mentre animava serate memorabili alle “Grotte dell’Augusteo”. Evola fu anche appassionato viaggiatore. Amò Capri, cuore del Mediterraneo panico-dionisiaco, rifugio, in quel frangente, di “eretici”. Qui Evola acquistò casa, assieme a due amici nel 1943 (Villa Vuotto, in Via Campo di Teste) e lavorò a una delle tante riviste progettate «Sangue e Spirito», coadiuvato da una giovane e bella segretaria tedesca Monika K., figlia di un fotografo berlinese, la quale, in un momento nel quale Evola era assente dall’isola, si suicidò. Il pensatore, rientrato precipitosamente a Capri, scrisse una missiva accorata alla sorella della giovane amica (l’episodio, fin qui, non era noto). Non mancano casi della vita di Evola legati al paranormale: fu invitato al Castello di Tuafers di Campo Tures dove avvenivano fenomeni medianici. Al suo ingresso, tali manifestazioni anziché placarsi si accentuarono. Evola li riferì a: «Influenze erranti, energie allo stato libero». Visitò, inoltre, ricorda Scarabelli, la certosa di Hain, nei pressi di Düsseldorf, dove poté assistere a un rito che: «nel cuore della notte evoca qualcosa di radicale».
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  • Dalla prima edizione si evincevano, rispetto al pensiero e alla vita del tradizionalista, due novità fondamentali: 1) una relazione medica anonima dell’ospedale dove Evola venne ricoverato dopo l’esplosione della bomba del 21 gennaio 1945 (bombardamento indubitabilmente americano!) in cui compare l’anamnesi dello stato di salute del pensatore e le terapie cui venne sottoposto. Si era sempre ipotizzato che Evola, subito dopo il bombardamento, fosse rimasto paralizzato agli arti inferiori. Dall’esegesi della cartella clinica si comprende, di contro, che furono le terapie cui fu sottoposto, inadeguate alla patologia di cui Evola soffriva, a far peggiorare e degenerare la situazione; 2) l’analisi del razzismo evoliano. Il “razzismo spirituale” proposto dal filosofo non solo alla luce delle contingenze storiche era impraticabile e, quindi, inservibile politicamente, ma fu avversato, in quanto “antitedesco”, oltre che dai nazisti, da ambienti afferenti alla Compagnia di Gesù, da padre Agostino Gemelli e da Tacchi-Venturi. Perfino Giorgio Almirante (che più tardi definirà Evola: «il nostro Marcuse») e Giulio Cogni contribuirono all’isolamento di Evola. A riguardo, Scarabelli rileva che, in alcuni scritti e circostanze, anche il filosofo cedette alla cultura del tempo, al razzismo “popolare”, sviluppando considerazioni non condivisibili.
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  • In questa seconda edizione, oltre a un numero ragguardevole di aggiunte e precisazioni, l’autore fa chiarezza sulle reali ragioni che portarono Evola a Vienna, attraverso un viaggio rocambolesco, dopo essere sfuggito all’arresto da parte dei Servizi americani a Roma, grazie alla madre e alla famiglia Ricci che abitava al terzo piano del suo stesso condominio. Nella capitale austriaca partecipò, in incognito, ad un’operazione esoterico-politica denominata Sonderauftrag C, il cui nome in codice era “Leo”: «l’ultima grande “manovra occulta”attuata dal Terzo Reich». La sua prima fase consistette nella catalogazione della letteratura esoterica saccheggiata dall’Amt VII e custodita nei castelli dei Sudeti. In tale contesto: «sembra che i nazisti abbiano […] preso in considerazione la possibilità di utilizzare i legami della massoneria per raggiungere una pace». Evola era convinto che i rituali della massoneria dovessero essere “rettificati” al fine di recuperare la loro effettiva continuità con altre tradizioni iniziatiche, come scrisse in un articolo comparso nel 1959 su «Ordine Nuovo» intitolato, Storia segreta delle società segrete. A Vienna Evola era in contatto, inoltre, con gli “organicisti” della Scuola di Spann, che operavano in chiave anti nazista, in nome di idealità rivoluzionario-conservatrici. Nella ricostruzione di questi eventi, Scarabelli dà il meglio di sé: mostra acribia esegetica non comune, si sofferma, discutendoli, su lettere e documenti di varia natura, fornendo una plausibile ricostruzione degli eventi che videro coinvolto il pensatore romano.
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  • Le ceneri di Evola riposano tra i ghiacci del Monte Rosa ma la fiamma del suo pensiero, questo ci dice sostanzialmente Scarabelli, riluce nel mesto presente nel quale viviamo, oltre le polemiche che il suo nome continua a sollevare.
  • Andrea Scarabelli, Vita avventurosa di Julius Evola. Una biografia, prefazione di Alain de Benoist, pp. 845, euro 40,00.

  • Silvano Panunzio COVER

  • Silvano Panunzio
  • e la
  • Conservazione Rivoluzionaria
  • Un’opera essenziale del pensatore cattolico
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Tra le opere, assai numerose, di Silvano Panunzio, un ruolo davvero dirimente, al fine della comprensione del suo iter intellettuale e spirituale, è rappresentato da, La Conservazione Rivoluzionaria, uscita in prima edizione nel 1996. Il libro è tornato da poco nelle librerie per i tipi di Iduna Edizioni con il titolo, Metapolitica 3. La Roma eterna e la nuova Gerusalemme. La Conservazione Rivoluzionaria (per ordini: associazione.iduna@gmail.com). L’ottima curatela la si deve ad Aldo La Fata, l’introduzione, organica e contestualizzante, porta la firma di Roberto Russano.  Panunzio, quando scrisse queste pagine, era quasi ottantenne e aveva ormai acquisito contezza di non poter portare a termine il grande progetto editoriale del, Corso sacro di Dottrina dello Spirito, annunciato nel 1975. Era, tra l’altro, impegnato nella direzione della rivista «Metapolitica», che gli sottraeva tempo ed energie.  A parere di chi scrive, La Conservazione Rivoluzionaria, è davvero testo di rilievo, una sintesi chiara e compiuta della visione del mondo del pensatore ferrarese.
  • ...
  • Il libro è strutturato in due grandi quadri tematici: il quadro anteriore: «È dedicato a un’analisi delle vicende politiche e ideologiche del […] secolo breve» (p. 13). In esso, l’autore fa sostanzialmente i conti con il fascismo e con il mondo culturale da cui sortì l’ideologia del regime; nel quadro ulteriore, al centro dell’analisi è posta quella che Panunzio considerava: «L’imminente svolta metapolitica del Duemila» (p. 13). L’esegesi svolta nella prima parte, lo ricorda Russano, è imperniata attorno alla critica del volume di Marcello Veneziani del 1987, La Rivoluzione Conservatrice in Italia. Nelle sue pagine, l’intellettuale pugliese ricostruiva gli assunti di fondo dell’ideologia italiana, inserendola di fatto nel contenitore, per molti tratti eterogeneo, della Konservative Revolutoin tedesca. Per il pensatore di Ferrara tale accostamento risulterebbe fuorviante, in quanto i due contesti storici, italiano e tedesco, mostrerebbero a ben vedere, tratti differenti. Richiama, così, esplicitamente il contributo fornito in tema dal padre, il filosofo del diritto e della politica Sergio Panunzio, che aveva definito il fascismo una Conservazione Rivoluzionaria. Questa, per dirla con Primo Siena, che fu vicino a Silvano: «costituiva la rettificazione sacrale e romana della “Rivoluzione Conservatrice” di matrice teutonica, dove il senso del sacro restava purtroppo oscurato o addirittura capovolto» (p. 19).
  • ...
  • La prospettiva panunziana, infatti, legge la tradizione cattolica come imprescindibile. Etimologicamente, “cattolico” significa “universale” e, come tale, comprende l’:«immenso patrimonio della Tradizione universale» (p. 22). Il quadro ulteriore chiarisce al meglio tale affermazione apodittica. Qui, Panunzio: «morfologo della storia si coniuga e si completa con quello profetico, apocalittico ed escatologico» (p. 19). Con la caduta del comunismo, prevista dal nostro autore con largo anticipo, nel mondo si affermava, agli esordi del secolo XXI, il capitalismo della dismisura globalizzante, il capitalismo cognitivo e computazionale etrodiretto dalle forze criptopolitiche. Si annunciava, pertanto, il falso mito della fine della storia suffragato dal domino del pensiero unico, dall’ideologia gender e dalla cultura woke. L’unica istituzione atta a svolgere un ruolo katechontico nel confronti del neo-liberismo dissolvente ogni identità è, per Panunzio, la Chiesa cattolica: «una realtà autenticamente rivoluzionaria-conservatrice […] in grado di dare linfa vitale al proprio patrimonio tradizionale, adattandolo al corso della storia senza intaccare la sostanza trascendente» (p. 20).
  • ...
  • In tale contesto, il Nostro pare apprezzare, a parere di chi scrive inopinatamente, la teologia della liberazione, giungendo ad anticipare alcune tematiche del pontificato di Papa Francesco, in linea con la tradizione gesuitica. La visione di Panunzio è sostanziata da riferimenti profetici afferenti alla tradizione mariana e micaelita, alla luce della quale lo scontro in atto tra sovversione e conservazione rivoluzionaria vedrebbe in campo, da una pare i sostenitori degli aspetti deteriori della tradizione vetero testamentaria e, dall’altro, gli autentici interpreti di quella neo testamentaria. Egli: «vede approssimarsi la fine del presente ciclo storico entro la prima metà del XXI secolo» (p. 21). È certo di vivere in un’età escatologica ed apocalittica che, a breve, avrebbe conosciuto la “fine di un mondo” e, profeticamente, allude al Nuovo Evo che, a essa, avrebbe fatto seguito. La sua descrizione della nuova età pare sintonica a quanto statuito, a proposito della “società della decrescita”, da Serge Latouche. Solo la sobrietà di vita e spirito può, a suo dire, consentire il ritorno alla: «ripartizione funzionale delle società tradizionali» (p. 24). Consiglia, a quanti vogliano “resistere” alla dissoluzione in atto, cinque disposizioni fondamentali: 1) pregare; 2) operare; 3) dedicarsi allo studio; 4) darsi una disciplina; 5) sacrificarsi. Tali disposizioni devono essere sostanziate da umiltà.
  • ...
  • Chi scrive è alieno da qualsivoglia storicismo, dalle escatologie progressive e regressive, solo apparentemente diverse tra loro, quindi si colloca in orizzonti culturali altri rispetto a quelli presentati da Panunzio in queste pagine. Nonostante ciò, per la sua complessità, originalità e organicità, l’opera di Panunzio merita considerazione.
  • ...
  • Oggi, compito essenziale della cultura non-conforme, è quello di ri-pensare la Conservazione Rivoluzionaria, alla luce della realtà dell’info-sfera nella quale viviamo. Allo scopo, ci pare necessario porsi oltre le visioni apocalittiche e salvifiche, ma anche oltre l’accettazione acritica del presente. Occorre tornare a guardare, con altri occhi, alla vita nuda, nella prospettiva che da tempo ci ostiniamo a definire lógos physikós.

  • Silvano Panunzio, Metapolitica 3. La Roma eterna e la nuova Gerusalemme, a cura di Aldo La Fata, introduzione di Roberto Russano, Iduna, pp. 227, euro 20,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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