
Doppio gioco- Un saggio di Massimo Donà
- sull’ arte e sui musei
- rec. di
- Giovanni Sessa
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Massimo Donà è filosofo ed artista, musicista jazz e pittore originale, aggettivo, si badi, da intendersi in senso emiano. Ciò significa che il pensatore veneziano guarda, di là della dimensione meramente fenomenica delle cose, al principio che in esse, e solo in esse, si concede. Lo mostra, in tutta evidenza, la sua ultima fatica, da poco nelle librerie per i tipi di Silvana Editoriale, Doppio gioco. Come si guarda un’opera d’arte. Ovvero, manuale a uso dei visitatori dei musei (per ordini: press@silvanaeditoriale.it). Il volume, snello ma teoreticamente denso, si articola in un prologo, due capitoli e in un’Appendice. - ...
- Donà muove dalla constatazione della “doppiezza” di sguardo che costituisce il nostro rapporto conoscitivo nei confronti del mondo. La modalità gnoseologica più consueta, quella attraverso la quale ci incamminiamo nel nostro quotidiano, è centrata sul principio d’identità e ci fa: «comprendere il mondo»; la seconda, di contro: «ci fa comprendere che mai lo comprenderemo davvero, questo stesso mondo» (p. 6). Grazie alla prima, leggiamo il reale come caratterizzato da distinti; in forza della seconda rileviamo, di contro, la dimensione relazionale nella quale le cose e gli opposti, anche quelli assoluti, si danno: «In ogni esistenza vediamo […] comporsi anche quell’opposizione radicale e assoluta che è costituita dall’opposizione tra essere e nulla» (p. 7).
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- Ogni cosa è e non è al medesimo tempo. Tale affermazione viene messa in scena dall’esperienza dell’arte; a essa abbiamo accesso entrando in un museo. Nelle sue sale sperimentiamo: «quella doppiezza che di norma, nell’orizzonte della quotidianità, rimuoviamo…rimuovendo di fatto il negativo […] la parte indominabile di noi stessi» (p. 7) e di ogni ente di natura. Nelle gallerie museali o durante un concerto si comprende che essere e nulla non riescono a distinguersi, proprio in forza del loro assoluto distinguersi. Il filosofo veneziano, ricorda, opportunamente, la “crisi della presenza” di cui disse l’etnologo Ernesto De Martino. Di fronte ai momenti di crisi che l’esistenza, di continuo, ci propone, divengono importanti pratiche di carattere rituale. Gesti che esprimono un significativo tratto simbolico e che sono d’ausilio all’esorcizzazione di rischi e di pericoli incombenti sui singoli o sulla collettività.
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- Il calendario dei popoli antichi e primitivi è ricco, rileva Donà, di situazioni siffatte, nelle quali il divenire, il precipitare edipico del tempo, viene momentaneamente tacitato. Nei musei, al cospetto delle opere d’arte, i visitatori sperimentano una condizione prossima a quella ora descritta. Gli uomini si liberano dal proprio quotidiano, il più delle volte angoscioso e: «accettano di ripetere questa o quell’azione» (p. 12), attivando la loro sensibilità. Nelle gallerie d’arte si torna a fare esperienza del sacro, si entra in un luogo-non luogo nel quale gli oggetti sono esperiti in sé, oltre qualsivoglia utilitarismo finalistico.
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- Si tratta della medesima condizione vissuta da Orlando nel castello del mago Atlante, come narra Ariosto nel suo capolavoro. Il cavaliere era impegnato nella “cerca” di Angelica. Il castello si rivela spazio vuoto, senza confini, senza accesso e senza possibilità di uscita. Orlando vede Angelica, ne ascolta la voce, ma questa, al pari della “verità” statuita dalla logica, è fantasmagoria incatturabile, ha tratto erratico. Nell’esperienza artistica, il negativo non viene tradotto in un nuovo positivo, è lasciato a sé. Tale esperire non è riducibile, sic et simpliciter, all’excrementum (Derrida) dell’opera data. Tra i numerosi esempi addotti da Donà, paradigmatico ci pare il caso della pittura di Chagall, Doppio ritratto con bicchiere di vino. In esso vediamo la scena ritratta, ma la osserviamo privi di desiderio e di qualsivoglia proposito nei suoi confronti. I fantasmi che avviciniamo nei musei, sono trascrizione, ben lo seppe Giovanni Gentile, di un sentimento: «Muto, cieco, in quanto immediato; ma luminoso, parlante in quanto partecipe della vita dialettica dello spirito» (p. 23). L’arte testimonia, non un attributo dell’autocoscienza, ma l’autocoscienza stessa. Per tale ragione, ogni opera è imparagonabile ad altre produzioni.
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- Ciò che ogni produzione artistica dice è il differire, il perpetuo: «ritornare del differente» (p. 27), come comprese Deleuze. Il sempre identico differire non può dar voce all’identico in quanto tale. Ma cosa torna, allora, nell’arte? Lo stesso, il medesimo che agita ogni ente, la dynamis mai normabile, il principio infondato a cui la vita è appesa, il non dell’origine. Nei musei scopriamo che i: «distinti non sono mai né realmente né nettamente distinti» (p. 35), viviamo una sacra inessenzialità. Negli oggetti, nelle cose, oltre il loro senso pratico, vive il ni-ente, il nulla di ente. L’arte è latrice di un sentimento indistinto. Esso può essere colto da ciò che i dadaisti (ampiamente citati da Donà) e il filosofo Evola definirono sguardo assoluto: un “vedere” sempre esposto all’oltre. Le opere dadaiste utilizzano, certo, ciò che nella vita reale ha un senso, ma: «lo strappano alla sua normale funzione semantica. Lo separano […] dalla vita; e lo affidano a una forzata e, comunque, inquietante insensatezza» (p. 38). La medesima insensatezza messa a tema da Robert Walser nelle pagine del suo, Jakob von Gunten, discusse in Appendice da Donà. Nell’istituto Benjamenta, la formazione del protagonista non passa da conoscenze astratte e concettualiste. Al contrario, il giovane impara a scoprire nella positività delle cose, il ni-ente che le abita. É la meraviglia del nulla ad attrarre von Gunten.
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- La lezione che si evince dalle pagine di, Doppio gioco, è sintetizzabile in questa affermazione: bisogna imparare a guardare per niente, a guardare solo per guardare, al fine di avvicinarsi al principio che è sempre qui, in noi e presso di noi.
- Massimo Donà, Doppio gioco. Come si guarda un’opera d’arte. Ovvero manuale d’uso dei visitatori di un museo, SilvanaEditoriale, pp. 63, euro 15,00.








