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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

    • Camilletti1

    • La proporzione spirituale della Brevitas
    • Considerazioni in margine a due sillogi poetiche di
    • Alessandro Camilletti 
    • rec.  di
    • Giovanni Sessa
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    • Il mondo contemporaneo, la società iper-industriale (Stiegler) sembra aver espunto da sé la poesia. Viviamo nell’epoca della “post-verità”, della “miseria simbolica”, un età dimentica del valore fondativo della Parola. Heidegger sostenne che proprio tale contesto storico, dominato dall’oblio dell’origine, cela in sé la possibilità di un risveglio, di un Nuovo Inizio. La lettura di due sillogi poetiche del marchigiano Alessandro Camilletti, ci ha convinto della veridicità della costatazione del filosofo tedesco. Ci riferiamo alle raccolte, Vivo e invisibile e a Breviario antalgico, entrambe comparse nel catalogo dell’editore peQuod, rispettivamente nel 2023 e nel 2025.
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    • Camilletti è autentico poietes in quanto ha contezza che, ab origine, la poesia è nata sotto il segno delle Muse e, quindi, la sua espressività deve avere tratto plurale. Forte di tale convinzione, dal 2009 è voce e autore delle liriche di Psycho Kinder, progetto musicale che ha prodotto sei album, un EP e diversi singoli, con la partecipazione di diversi musicisti italiani. La sua ultima fatica, Breviario antalgico, è impreziosita, inoltre, dal contributo dell’artista visionario Gian Ruggero Manzoni che, con sobri tratti di lapis, trascrive in immagini grafiche, la brevitas, stilistica ed interiore, del nostro autore.
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    • Procediamo con ordine e muoviamo da una breve presentazione di, Vivo e invisibile. Nella Nota che introduce il testo, Giampiero Neri, rileva che: «La poesia di […] Camilletti si caratterizza per una sua pronuncia seria […] che non si cura dell’ornamento e mira all’essenziale» (p. 9). La silloge ha ritmo musicale, è scandita in sei momenti costitutivi. Fin dall’incipit del testo, il tratto originale (vale a dire, emianamente esposto all’origine) del poetare dell’autore è chiarito dall’esergo delfico-apollineo: «Niente di troppo». Esso indica come soltanto il rifiuto della dismisura che connota il contemporaneo, consente di intuire come la vita dell’intera physis, sia apertura al perpetuo incipit vita nova: «Infiniti sono i punti/ di una circonferenza-/ così i traguardi-/ che nascondono infinite ripartenze» (p. 13). La perpetua metamorfosi del principio è negata dalla dimensione “rettorica” del vivere (Michelstaedter): «Giornate fotocopia/ attraversano presenze/ rilevate da un cartellino» (p. 15). Il desiderio del finito ci lega alla catena del presente ignobile, alla “comunella dei malvagi”. Per uscire dalla “gabbia di ferro” (Weber) è necessario guardare alla vita nuda, acconsentire alla dimensione corporea propria della nostra presenza (Andrea Emo), del nostro esserci: «Lasciarsi urlare dal corpo/ E percuotere l’anima/ Fino all’implorazione/ Un amore vasto/ Senza dono» (p. 16), che non consente di ambire più a un altrove, a: «una totalità paralizzante» (p.17).  L’origine si dà solo nel lacerto, nel frammento, nei corpi in cui pulsa, attraverso il cuore, il ritmo metamorfico della vita.
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    • La grazia meravigliante della natura la si scopre nel disordine, nel caos dionisiaco: «Gli alberi, disposti/ In gran disordine,/ Ricordavano un/ Disegno infantile» (p. 21). Camilletti scopre la realtà delle immagini, oltre il primato degli universali, quale testimonianza della singolarità del darsi dell’ex-sistere: «Scorrono le immagini/ All’ombra di metafore/ E saltano le categorie» (p. 22) logiche. Il poeta cerca nel canto, l’inesplorato, l’indicibile, ciò che è sottratto ai viventi dalle dicotomie indotte dal principio d’identità.  Per questo, rileva: «Mi caccio/ in un labirinto/ di ipotesi» (p. 26).
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    • Il nostro autore è poeta che filosofa. Non è stato, del resto, un grande della poesia europea, Rimbaud, a sostenere che per sottrarsi alle maglie della modernità non è sufficiente una semplice “rivolta poetica”, ma occorre una rivolta “logico-filosofica”? La parola di Camilletti è nomadica, errabonda, mira: «a cercar vita» (p. 29). Tale “cerca” induce a vedere le cose come sono fin dal loro darsi nel mondo, vale a dire: «dimora necessaria» (p. 31). Tale poesia rifugge da qualsivoglia prospettiva escatologica, in quanto fiorisce di fronte all’inanità del pensare per opposti, dall’:«eterno conflitto/ dell’indivisibile/ in cui l’uomo/ si smarrisce» (p. 35) e sollecita, con persuasività d’accenti, ad assaporare ogni istante: «senza smarrire la misura,/ ricordati chi sei/ tra i mille specchi deformanti» (p. 36) Da qui, il suo tratto ermetico, che individua la propria “verità” nell’enigma, nella preservazione del misterium vitae, nel sostare in esso: «Non è la sorte/ ad alleviare il tormento/ ma l’enigma» (p. 40). Da ciò il tratto aristocratico del poeta, che oggi assomiglia a: «Un’aquila con ali di catrame/ costretta a mangiare tra le galline» (p. 45).  Quest’aquila azzoppata sa, comunque, di poter beneficiare dell’eterno nell’attimo e, nell’incompiutezza della vita nuda, tendere alla perfezione iperbolicamente agognata. Questa la trasmutazione alchemica.
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    • In, Breviario antalgico, lo rileva nella postfazione Adriana Gloria Marigo, Camilletti: «Presenta ancora una volta la complessità del rapporto dell’io con il mondo, il rito taumaturgico del phármakon della parola che […] induce poesia a non dire tutto» (p. 49), ma ad alludere, a condurre l’uomo di fronte alla “vertigine della soglia”, di cui ha detto magistralmente il grecista Davide Susanetti. E così, chiosa il poeta: «Lo spirito del tempo/ è assenza di spirito/ Un sogno il ricordo/ di stanze abbandonate/ Vaghiamo sul dorso/ di un evo indecifrato» (p. 23). Nonostante ciò, in tale contesto storico, l’origine si dà: «Nelle pause la poesia/ nel silenzio la sapienza/ nel respiro l’essenza» (p. 45). Il “prendere coscienza” dopo essersi cibati, nell’Eden, del “frutto proibito”, da parte di Adamo ed Eva, nostri progenitori, ci ha proiettati nel provvisorio e da allora: « Il nostro trionfo (si è rivelato)/ Un susseguirsi di guasti» (p. 21). La conoscenza significante, analitica, sostiene Camilletti: «Scoprendo/ Copre» (p. 20). Copre il principio, l’origine, la sempiterna dynamis, la possibilità-libertà, che sempre anima la vita. Il poeta marchigiano guarda, a parere di chi scrive, al “canone minore” del pensiero europeo, a quel drappello di poeti-filosofi che, in Italia, a muovere da Leopardi, hanno riproposto il primato della potenza nei confronti dell’atto aristotelico. Essi: «Timonieri di navi invisibili/ si danno convegno/ in un luogo sconosciuto» (p. 13), nel presente mercificato dalla Forma-Capitale.

Camilletti 2


  • Alessandro Camilletti, Vivo e invisibile, peQuod editore, pp. 57, euro 13,00; Id., Breviario antalgico, peQuod editore, pp. 53, euro 13,00.

  • erroergosum Miro Renzaglia

  • "Erro ergo sum"
  • A proposito di un libro di
  • Miro Renzaglia
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • È da poco nelle librerie, per i tipi di Solfanelli, un libro di Miro Renzaglia, Erro ergo sum (per ordini: edizionisolfanelli@yahho.it, 0871/561806). Si tratta di un volume intenso, emotivamente partecipato, testimonianza di quella che, tra i primi, nel secolo XIX, Kierkegaard definì comunicazione d’esistenza. Un forma del dire che non si rivolge al lettore anonimo della società di massa per blandirlo, per illuderlo, per farlo inginocchiare di fronte agli idola costruiti nel corso dei millenni dalla cultura logo-centrica prevalsa in Europa. Al contrario, mira a svegliarlo, a prenderlo per il collo, per sottrarlo al dominio della verità. Quelle dell’autore sono, in prima battuta, confessioni “ad alta voce”, un bilancio del proprio iter esistenziale e teorico essenzialmente centrato sull’elogio della vita nuda e del possibile. In esse, la pars construens è presentata in sintonica corrispondenza alla pars destruens. Come si evince dal titolo, bersaglio polemico è il notissimo motto cartesiano, cogito ergo sum.
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  • Renzaglia mette in discussione: «che sia […] l’io a “pensare”; il quale (“io”), più verosimilmente, è un centro locale di raccolta di dati provenienti dal laboratorio chimico del corpo, dagli istinti e dalle sue sollecitazioni esterne che lo spirito del tempo gli dispiega intorno» (p. 6). Dall’assunto cartesiano sono discesi i dualismi di fondo (già presenti nel pensiero europeo a muovere dalla filosofia classica platonico-aristotelica) indotti dal primato del principio d’identità eleatico e dei suoi succedanei della non contraddizione e del terzo escluso. Tali presupposti logici hanno sostanziato di sé la vita e la storia, prima d’Europa e poi del mondo. Tra essi primeggia la dicotomia escludente di essere e nulla. Non è casuale argomenta Renzaglia, con persuasività d’accenti, che la domanda fondamentale leibniziano-heideggeriana: «Perché l’essere e non il nulla?» non abbia avuta una risposta plausibile. Si tratta, infatti, di una domanda mal posta, che sorge dal cuore della stessa metafisica classica, fondata sugli universali, l’idea e il concetto, come lucidamente intuì, nel secolo XX, il filosofo Andrea Emo. Intento dell’autore: «è testare la possibilità che, fra i poli dei composti binari, separazione e ostilità siano […] finzioni» (p. 6). Da questa affermazione si evince, in quattordici densi capitoli, quale sia la risposta di Renzaglia nei confronti del misterium vitae.
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  • Di contro all’idolatria della “verità” concettuale, è necessario comprendere la valenza, in qualche modo anagogica, dell’“errore”: «Prima dell’io venne l’errore» (p. 13). Adamo ed Eva sperimentarono il bene e il male, dopo aver mangiato la mela “proibita”. In realtà, li conoscevano già prima, in quanto Dio aveva imposto loro il divieto assoluto di cibarsi di quei frutti: «Quando sbagliare è inevitabile, l’errore andrebbe assolto» (p. 14), in forza del fatto che: «l’errore umano è verificabile. La verità di Dio no» (p. 14). Del resto, come aveva ben inteso l’Evola “idealista magico”, la verità non è che un errore affermato in modo forte, l’errore una verità affermata in modalità debole. In ogni caso, l’errore ha sempre rappresentato un momento essenziale lungo la strada del vero, uno stimolo imprescindibile atto ad alimentare la tensione conoscitiva, segnavia dell’autentico filo-sofo: «Solo la morte è infallibile. La vita è un errore dopo l’altro: possibilmente a scalare» (p. 15). Il vero filo-sofo è un eretico che: «vagabonda senza meta per insofferenza all’ortodossia del vivere che non concede spazio all’errore» (p. 16).  In ogni ambito, il vero “peccato”: «è astenersi dal vivere per paura di sbagliare» (p. 17).  Non è la morte a rappresentare l’inciampo della vita (Michelstaedter), l’aporia vive nella vita stessa, nella physis-mixis, nella quale “tutto è in tutto” realazionalmente, oltre le esclusioni colte dall’approccio concettuale.
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  • L’essere è tempo, viviamo appesi a un eterno presente in cui si dà un principio-infondato, la dynamis, libertà-potenza-possibilità. Per questo: «Si agisce sempre e solo nel proprio kairós. Balla sul tuo ritmo. Tieni il tuo tempo» (p. 23), consiglia l’autore. Il conoscere dell’uomo, connaturato al nostro nascere, è tensione all’ordine, propensione a dar forma a un mondo caotico, espressione dionisiaca del principio vitale. Una lotta iperbolica, inconclusa, aporetica, significativa solo se si esprime in uno stile, come colse Benn. Lo seppero: «Democrito, Epicuro, Lucrezio. Poi Nietzsche. Quindi la fisica quantistica: materia-energia e campi come divenire senza fine ultimo: combinazioni che nascono e si disfanno; nessun regista» (pp. 28-29). Per tale ragione: «L’onnipotenza di Dio è un prestito letterario dalle potenzialità della vita» (p. 31). Il trinitarismo cristiano ha ritradotto in termini spiritualistici ed infedeli la triade di tempo, materia, vita alla quale è necessario nuovamente esporsi. La materia è mater che accoglie negli atti la dynamis che, si badi, solo in essi si dice, non vive in un altrove antecedente la natura. L’arte, l’azione poietica, s-determina le cose, trascrive l’origine che vive nel determinato.
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  • La poesia ha, nel profondo, tratto musicale, ritmico: il poeta si sottrae, nel processo creativo, alla logica della significazione e libera da essa gli stessi fruitori dell’opera: «Accade in teatro, in musica, in pittura […] la poesia potrebbe anche essere danzata» (p. 39).
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  • Dalla constatazione della centralità del corpo e dalla convinta “fedeltà alla terra”, Renzaglia pronuncia un sì fermo nei confronti del piacere. Come l’errore, il piacere, indotto da Eros, potestas connettiva, è momento saliente della nostra tensione, sempre insoddisfatta, alla persuasione: «C’è un eros che non cerca corpi: cerca nessi […] senza desiderio il sapere è contabilità» (p. 49). Amare l’errore vuol dire esporsi al perpetuo incipit vita nova, essere aperti al cambiamento, divenire davvero assoluti, svincolati dalla gabbia dell’io: «Ama la vita come te stesso, anche quando ti tradisce. Smetti di amarla quando ti chiede di viverti da morto» (p. 51).
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  • È del tutto evidente che, considerazioni di tal fatta, inducano Renzaglia a guardare oltre le attuali contingenze storiche connotate dal debito usuraio generalizzato, dalla colonizzazione dell’immaginario individuale e collettivo da parte della Forma-Capitale.  Egli legge la storia alla luce della lezione di Cioran: «La storia […] insegna all’uomo come ripetere sempre gli stessi errori» (p. 57). Si interroga sulla possibilità della vita oltre lo Stato e la governance e guarda con interesse, memore di Jünger, alla leggera cornice di uno stato globale atto a riaprire spazi: «autonomi a comunità e individui» (pp. 71-72). In tema, forse, siamo meno ottimisti, ma condividiamo quanto Egli sostiene a proposito della “Tradizione”. Essa non consiste semplicemente nella trasmissione dell’identico, ma ha inscritta in sé la possibilità del “tradimento”: «Bisogna fare in modo che la fedeltà non diventi una galera» (p. 74). Erro ergo sum è, pertanto, libro di un “infedele” (per noi l’aggettivo ha valenza positiva), che cerca tracce e lacerti dell’errante“verità”.
  • Miro Renzaglia, Erro ergo sum, Solfanelli, pp. 95, euro 10,00.
  • Infantino LA REAZIONE TOTALITARIA IPG

  • Lorenzo Infantino
  • La reazione totalitaria
  • (a cura di S. Fallocco e N. Iannello, Rubbettino Editore, pp. 134, € 18,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Un bel legato per i lettori questo saggio postumo lasciatoci da Infantino, in cui parte dalla considerazione, esposta nella chiara prefazione di Raimondo Cubeddu, così: «In questa Sua ultima fatica scientifica, Infantino apparentemente scrive una storia dell’affermarsi della cultura filosofica che sta a fondamento dell’ideologia totalitaria identificandola come una reazione all’individualismo su cui si fonda la “società aperta”».
  • ...
  • L’originalità del saggio «consiste pertanto nel mostrare le tappe, anche in pensatori normalmente ritenuti estranei all’influenza dell’ideologia totalitaria, dello svilupparsi di quella reazione al nascere dell’affermarsi della filosofia politica individualistica e delle sue rivoluzionarie ripercussioni sociali»; questa è un’illusione. Crede di realizzare una società perfetta perché giusta, volta alla formazione dell’ “uomo nuovo” nella “comunità perfetta” facendo “finta di ignorare che il costo e l’esito di quell’accelerata e coatta trasformazione dell’umanità sarebbe stato non la scomparsa dell’egoismo, ma l’incremento del potere, della coercizione e dell’inefficienza. Ancora un esempio – volendo essere un’altra volta accondiscendenti – di quell’arroganza della ragione e dell’etica che ignora la teoria delle conseguenze inintenzionali secondo la quale, quali che siano le intenzioni iniziali, ogni azione umana ha conseguenze imprevedibili”.
  • ...
  • Infantino svolge le sue argomentazioni di politica, giuridiche e di teoria della conoscenza. Dominante è la considerazione che le azioni umane hanno conseguenze diverse e spesso opposte a quelle delle intenzioni e dei fini degli agenti: è l’eterogenesi dei fini di Max Weber o il paradosso delle conseguenze di Julien Freund. Ipotesi totalmente negata dai costruttori della società perfetta. E già presente in parte dagli illuministi.  Scrive Infantino che «La cultura che ha dominato il Settecento francese è stata caratterizzata dall’ostilità e/o dall’incomprensione nei confronti della possibilità di giungere al co-adattamento volontario dei piani individuali. Il che ha impedito di affrancarsi dall’idea della centralizzazione e della conseguente gerarchia obbligatoria di fini», ma tale scelta comporta che «fra le premesse e le conclusioni di Montesquieu e quelle degli enciclopedisti c’è un’incolmabile distanza». L’ammirazione per Licurgo e Sparta era la conseguenza di questa esaltazione della capacità di costruire la città perfetta (a tavolino).
  • ...
  • Tutta questa ammirazione mancava a Cicerone che nel De re publica attribuisce la superiorità della costituzione romana al fatto che non unius esset ingenio sed multorum (non fondata dalla mente di uno solo ma di molti) e corroborata dal tempo e dall’esperienza.  Ma saltando quanto da millenni scritto sul punto, la conclusione nel secolo scorso più convincente la dava Maurice Hauriou. Questi lo fa in un modo che ricorda le considerazioni di Infantino sul carattere “spontaneo” dell’ordinamento. Scriveva il giurista francese che ogni comunità, organizzata in istituzione, ha due diritti (e due giustizie) fondati ciascuno su caratteristiche naturali dell’uomo: la prima sulla socievolezza umana, l’altra sull’organizzazione (istituzione) della comunità. Il primo egualitario è spontaneo; il secondo gerarchico e (per lo più) statuito.   Inoltre la tendenza olistica e costruttivista criticata da Infantino (e dai di esso pensatori preferiti) tende a dissolvere la distinzione tra pubblico e privato, ossia uno dei fondamenti/presupposti del “politico”.   Ovviamente, perché se la società perfetta è quella pensata da uno (o più) legislatori illuminati (Estesa su carta), lo stesso metodo illuminato lo si può applicare a ogni genere di rapporti umani, compresi quelli che con la politica e il destino della comunità hanno poco o nulla a che vedere.
  • ...
  • Così si inizia col promuovere la virtù (civica e non solo) e si finisce per vietare di abitare vicino ad un bosco.

 

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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