
La disinformazione quale arma politica- Le analisi di
- Francesco Bigazzi e Dario Fertilio
- rec.di
- Giovanni Sessa
- Il mondo contemporaneo è essenzialmente l’età della post-verità. Gli uomini, per dirla con Aleksander Solženicyn, sono indotti a “vivere nella menzogna”. Ogni esercizio di parresia, di dire e difendere il vero, viene marginalizzato. Nel Novecento, in particolare nei regimi totalitari, si ricorreva alle “maniere forti”, ai lager e ai gulag, per tacitare le voci dissidenti. Oggi la governance si avvale di strumenti altri, apparentemente diversi, ma non meno liberticidi, centrati sul politicamente corretto che ha colonizzato l’immaginario e il senso comune contemporaneo. L’attuale soft power si serve, prevalentemente, della disinformazione costruita dall’apparto, assai vasto e pervicace nella propria azione, di “chierici fedeli” allo stato attuale delle cose, al fine di preservarsi, di auto-conservarsi. Tale condizione è, di fatto, al centro di un recente volume di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio intitolato, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, comparso nel catalogo della Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it).
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- Bigazzi, noto giornalista e scrittore, ha diretto l’Ansa in Russia e Polonia ed è uno dei massimi studiosi dell’Europa dell’Est, in particolare, del dissenso nei paesi comunisti; Fertilio, di origini dalmate, è saggista, romanziere e giornalista. Con Vladimir Bukovskij ha promosso la giornata della memoria per le vittime dei totalitarismi, Memento Gulag. Il volume, in dodici densi capitoli, accompagnati da vasta documentazione storico-epistolare, raccolta nei sette Allegati che accompagnano il narrato, si occupa di casi eclatanti di dezinformacija messi in atto, attraverso la collaborazione dell’apparato mediatico, per orientare l’opinione pubblica e mettere a tacere la verità di “fatti” storicamente incontrovertibili. In queste brevi note ci occuperemo, a mo’ d’esempio, di alcuni di essi. Il libro, va rilevato in prima battuta, è di godibile lettura. La prosa di Bigazzi e Fertilio coinvolge il lettore nel tentativo di renderlo cosciente che la “disinformazione” può e deve essere sconfitta. Tale compito spetta a uomini liberi dal pregiudizio ideologico, a studiosi e giornalisti che non abbiano rinunciato al dovere di informare, a un genere di professionisti, al quale i due autori appartengono, non piegati dal conformismo nei confronti del pensiero unico.
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- Il narrato muove dalla strage di Katyn' (dal 3 aprile al 19 maggio 1940 di circa 22.000 prigionieri di guerra) perpetrata durante il Secondo conflitto mondiale dai Sovietici ai danni dell’esercito polacco e inizialmente attribuita, attraverso un’opera di evidente manipolazione dei fatti, ai nazisti. Esempio questo di quanto sarebbe accaduto in seguito, in particolare nella storia della seconda metà del Novecento, per assolvere il comunismo dalle proprie tragiche responsabilità. Caso esemplare, in tal senso, è rappresentato dal “falso Ščaranskij”, che coinvolse, non casualmente il «Corriere delle Sera», nel momento in cui il suo direttore, Piero Ostellino, era impegnato a ricondurre la testata milanese nell’alveo della cultura liberale. Ščaranskij era un dissidente sovietico ebreo a lungo detenuto nei gulag che, una volta ottenuto il permesso di espatrio in Israele, fece pervenire, attraverso un’agenzia londinese, un “memoriale” al «Corriere», nel quale, di fatto, raccontava la sua detenzione in URSS in toni edulcorati. Dopo la pubblicazione, egli smentì di essere stato l’autore di quelle pagine che, di contro, erano state costruite ad hoc dal KGB, per screditare il mondo del dissenso a tutto vantaggio della sinistra nostrana: «Gli ultimi brandelli di incertezza si sarebbero dissipati soltanto nei giorni seguenti, quando si scoprì che né il presunto giornalista inglese autore del servizio, né la società londinese titolare dei diritti esistevano davvero» (p. 25).
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- Non dissimili furono i casi che coinvolsero, sempre al «Corriere», l’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi, al quale il responsabile della pagine culturali del quotidiano, Armando Torno, aveva chiesto di collaborare. Una mail di un lettore inesistente, probabilmente inviata da un membro della “commissione interna” del quotidiano, si lamentava del fatto che un membro delle Waffen SS, quele Flippani Ronconi era stato, non poteva collaborare a un giornale antifascista. La gran cassa mediatica fece il suo corso: l’illustre sanscritista fu licenziato e Torno dismesso dal suo incarico. L’operazione di disinformazione era così compiuta: «la complicità con l’ideologia nazista, per amalgama, era estesa ad Armando Torno. Giustificando […] la normalizzazione della redazione culturale con l’ingresso di un giornalista allineato» (p. 29). Ancor più tragico il caso di Walter Tobagi, dapprima isolato nella redazione della testata milanese, presentato dal sindacato interno quale “uomo di Craxi”, pericoloso perché, in più scritti, ebbe il coraggio di denunciare la violenza del terrorismo rosso. Il 28 maggio 1980, il giornalista cadde colpito a morte dagli uomini della “Brigata 28 maggio”.
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- La giornalista americana Claire Sterling nel 1982 sostenne, alla luce di un’inchiesta accurata e documentata, che l’attentato a Papa Wojtyla era stato organizzato dai servizi segreti di Sofia: «Era la famosa “pista bulgara” che […] conduceva senza possibilità di errore al mandante sovietico» (p. 31). Naturalmente l’autrice e la sua tesi furono silenziate.
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- Nel 1992, a seguito dell’apertura degli archivi sovietici, riemerse una lettera compromettente nella quale Palmiro Togliatti scriveva, a proposito degli alpini italiani prigionieri in URSS: «Non trovo nulla da dire se molti moriranno» (p. 10), testimonianza chiara del suo asservimento allo stalinismo. «La lettera di Togliatti - chiosano gli autori - è rimasta sotto gli occhi di tutti […] alterata vistosamente in alcuni passaggi importanti» (p. 10), come accade nel racconto di Poe, La lettera rubata. Bigazzi, che riportò l’attenzione sul fatto, fu isolato e denigrato. La stampa asservita si proponeva, inoltre: «di danneggiare la casa editrice italiana che l’aveva avallata» (p. 11). Si sbarrò, in tal modo, la strada agli studiosi che volevano far luce su quanto emergeva dagli archivi sovietici: «la dezinformacija mirava a sottrarre la figura di Palmiro Togliatti alla dannazione della memoria» (p. 11). Dannati dovevano rimanere solo gli avversari delle sorti progressive del mondo.
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- Il volume di Bigazzi e Fertilio è di grande attualità: parlando di ciò che è accaduto qualche decennio fa, ci invita a vigilare e ad agire per l’informazione libera anche nel presente.
Francesco Bigazzi - Dario Fertilio, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, Oaks, pp. 103, euro 12,00.








