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Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Intemporanea di Mario Mariani Jpg

  • Mario Mariani Frate Sole loca piano e organo

  • “INTEMPORANEA”   e  “FRATE SOLE”
  • Due capsule del tempo
  • di
  • Mario Mariani
  • Tornare su un lavoro “antico”, già nato allora come fuori dal tempo - dunque “intemporaneo” - nella felice ambiguità che l’idioma italico eredita dalla dotta lingua di Virgilio, con la preposizione “in” tanto avversativa che inclusiva (rispettivamente con l’accusativo o l’ablativo) è un particolare e proficuo cortocircuito (a)temporale.
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  • E’ un’arte della memoria dove rivive la scintilla creativa originaria (e le sue mappe) che come un piccolo e umile saettante big bang è arrivata fino alla forma apparentemente tangibile, per quanto un’arte aerea come la musica si possa definire tale.   Il titolo - appunto Intemporanea - esprime perfettamente questa direzione apparentemente biunivoca tra passato e futuro che fa inevitabilmente riflettere (a chi può e vuole) sul volto e l’occhio nascosto di Giano che, posto tra le due facce, (ci) guarda al tempo presente.    E il presente di allora, come ora, si disvela in quella che è una cristallizzazione del metodo compositivo con cui è stata realizzata, che amo e trovo giusto definire “Composizione Istantanea Transpersonale”: una sorta di sintonia del continuum dove si raccoglie ciò che arriva “da un’altra parte”, da un altro stato di (in)coscienza. Così differente dal metodo compositivo più o meno canonico, che prevede un’idea cui sottoporre una serie di elucubrazioni strutturali figlie, fino a un certo punto, della Seconda scuola di Vienna che mercé la “coerenza al materiale dato” ha fornito precisi stilemi compositivi per garantire un sorta di pedigree post-dodecafonico e quindi il valore intrinseco e difendibile dell’opera presentata. Questo fino al sorgere del suo anticorpo: l’alea, che ha fatto fondamenta dell’indeterminazione e del situazionismo, arrivando (non per sua colpa) ad un anodino minim(al)ismo che ben riflette le macerie del tempo attuale.
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  • Intemporanea è nato dunque con le premesse di cui sopra, facendo fluire come in una sorta di “trance vigile” suoni, parole e oggetti sonori. I diversi piani (sonori e non) che compongono il brano sono frutto dell’incontro di un passato e – mi piace pensare – di un futuro ancora da scrivere, dove coesistono afflati futuristi (con la citazione di Balilla Pratella), il canto armonico tibetano che sfocia nell’inno dei sommergibilisti, letto in chiave (anche) esoterica, come la discesa, l’attraversamento delle acque, il distacco e l’abbandono dalla realtà immanente e materica.   Ma la direzione è biunivoca (o forse “triunivoca”, a quanto detto poco fa) , con i due tempi che si incrociano su un piano multidimensionale che come in una spirale ci permette a seconda della posizione (o preposizione) che abbiamo più o meno inconsciamente scelto di (pre/intra)vedere.   Aprendo questa capsula del tempo tutto questo è tornato, in un ideale e impossibile incrocio tra un sarcofago egizio e una madeleine proustiana.    “Intemporanea”, termine suggeritomi da Sandro Giovannini, nato originariamente come una composizione per pianoforte, fiati, percussioni e orchestra virtuale, è poi divenuto per me una luce, un vessillo, una vela che mi ha sempre sostenuto nel pelago (e nell’agone) artistico, tanto da avere chiamato così sia un ensemble musicale che si è formato con questo progetto che la mia personale etichetta discografica con cui escono tutti i miei lavori.
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  • Nel solco già tracciato da Intemporanea, ove il suono si faceva diaframma tra l’umano e il metafisico, un’ulteriore capsula temporale è il mio lavoro di accompagnamento musicale al film “Frate Sole” di Ugo Falena e Mario Rossi (Italia, 1918).  Quest’ultimo costruì la sceneggiatura “attraverso momenti sintetici e rappresentativi, con scrupolosa fedeltà storica, la figura gigantesca di lui ed il suo tempo, pieno di tenebre e di fulgori (...) facendo del figlio del ricco mercante d’Assisi non già il protagonista, come s’intendeva nel cinematografo, ma uno dei molti personaggi del vastissimo quadro che io mi proponevo di animare: un quadro fatto di folla, della grande variopinta folla che l’età di mezzo agitava nel suo cupo immenso crogiuolo.”   Come sempre quando lavoro con le immagini e in particolare con il cinema del periodo cosiddetto “muto”, avverto la necessità di sottrarre il commento musicale alla retorica illustrativa, per trasfigurarlo in una tessitura sonora molto attenta alla psicologia musicale (e alla psicoacustica) che produca nell’ascoltatore non un sentimento “generico” di allusione ma un impatto anche “fisico”, scavalcando la fase di ascolto acquiescente per un ascolto “diretto e vissuto” che mi piace pensare atavico, dotato e portatore di una forza primordiale.
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  • Non già musica per l’immagine, ma musica nell'immagine cercando di piegare gli strumenti che solitamente utilizzo - il pianoforte e l’organo – verso un dualismo ontologico tra percussione e respiro, rispettivamente tellurico e (meta)fisico. Non un commento musicale ma una cocreazione (mi si perdoni l’abusato termine) e soprattutto ri-creazione che si rinnova ad ogni proiezione, essendo la performance l’habitat ideale per la Composizione Istantanea Transpersonale.  La figura francescana, celebrata quest’anno nell’800° della dipartita del Santo, e tutta la sua galassia sono così restituite dall’archetipo della pellicola in bianco e nero, magia metaspettrale che suggerisce nella tavolozza dei colori mancanti una cromo(e crono)visione per ogni tempo vista la sua “intemporaneità”.  “Frate Sole” è stato eseguito per la prima volta nel 2019 ad Amman, Giordania, commissionato dal Terra Sancta Organ Festival, e portato in tour successivamente in Europa, America e Asia.  Link alle due versioni per pianoforte e organo.

  • Mario Mariani - Frate Sole – versione pianoforte
    https://youtu.be/DWA4fQQI8zs?si=a42mDYfqgO03Tskf

    Mario Mariani - Frate Sole – versione organo
    https://youtu.be/DWA4fQQI8zs?si=r6bp_s1udxfbON0-

  • Mario Mariani, pianista e compositore, collabora con importanti enti e committenti tra i quali Biennale di Venezia, (con le due sigle del Festival del Cinema), Teatri Stabili (Piccolo di Milano, FVG, Stabile Marche), Ambasciate e Istituti di Cultura all'Estero e prestigiose istituzioni internazionali (Teatro Nacional de Costa Rica, Costa Rica Film Festival, UCR ,UNA, Filarmonica Skopje, Acropolis Cartago) con concerti in 4 continenti.  Scrive le colonne sonore per tutti i film di Vittorio Moroni e di Matteo Pellegrini.   Premio Novaracinefestival per Sotto il mio giardino di Andrea Lodovichetti (2008).   Ha sonorizzato centinaia di film risalenti al periodo del “cinema muto” tra cui i principali lavori dei maestri del Cinema (Lang, Griffith, Melies, Chaplin, Keaton, Pastrone, Falena, ecc.) oltre a riedizioni di lavori considerati perduti, spesso invitato da festival internazionali (Costa Rica Film Festival , Valencia Film Festival e molti altri).   All'attività artistica alterna conferenze, workshop e progetti speciali ed inclusivi come Francesco Povero (su San Francesco per la regia di Pietro Conversano con la Comunità di San Patrignano nel 2015) e Frammenti di vita canti e libertà (con il Carcere di Opera nel 2017) entrambi eseguti al Teatro Piccolo di Milano.   Suoi CD per piano solo: “Utopiano” (2010); “Elementalea” (2012); "The Soundtrack Variations" 2017); "The Rossini Variations" (2018);  “V.I.T.R.I.O.L.” (2020); “Nocturnalea” (2022); “Spiritual Muzack” (2023).            www.mariomariani.com

  • albero di pesco più Helios

  • Equinozio primaverile
  • di
  • Giuseppe Gorlani

  • Nel giorno dell’equinozio si penetra nel meraviglioso colore delle foglioline del sambuco, precipitando giù, giù, oltre l’immaginabile. Ci si riappropria di ogni istante, vivo, morto, lo si tocca e lo si abbandona nella serenità colma d’esultanza.  L’arco celeste sarebbe azzurro se non fosse deturpato da enormi scie artificiali. Questo riescono a fare i “cani neri” di Ecate, usando il potere a guisa di un’arma nelle mani di un mentecatto tronfio di nulla.  Si trastullano con la vita di miliardi di esseri, indifferenti alla sofferenza che elargiscono ignari della Legge per la quale anch’essi raccoglieranno quel che seminano.  La ruota persiana gira, gira.
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  • Molti scienziati, i maîtres à penser dell’oggi, proni al mercimonio intellettuale preteso dai loro miserabili padroni, indagano l’indefinitamente piccolo-grande con strumenti sofisticati, sottratti alla Terra genitrice, ma lo Yogin procede dall’inesprimibile all’inesprimibile, sostenuto dall’inesprimibile. E orbita attorno all’Atman, estraneo ad ogni dipendenza, senza che si muova uno stelo. Le prefigurazioni delle prime rose lo guardano ammirate, sin dentro al suo cuore ormai irraggiungibile.  E gli si avvicinano festose minuscole creature con cappelli appuntiti, e tentano di raggiungerlo gli enormi draghi che regnano in sfere remote con lo spavento.
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  • Qualsiasi sembianza esterna non dovrebbe essere assecondata ma piuttosto osservata, raggiunta, sorpresa, liberata dal pregiudizio, risolta nella Realtà. E difatti così è, da sempre: l’inspiegabile si auto˗decifra e resuscita e danza.  Mentre la menzogna frantuma il tempo in mormorii, urli, ombre, palpebre disseccate da luci spietate.
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  • Poco lontano dall’axis mundi, dove agli equinozi e ai solstizi si rinnova l’offerta al Lingam vegetale, il vento carezza il verde intenso dei cipressi: scolte attorno al cimitero incastonato nella quieta campagna. I più astuti cacodemoni ignorano la sua esistenza. L’acqua smette di scrosciare e fruscia quando la sfiora il mormorio dei morti: piega gli alti fili d’erba, smuove appena le sanguisughe sul fondo, fa da specchio a gelsi frondosi, scrive parole desuete nel fango delle rive, adorna ogni stagione col suo incantesimo. Gli abitanti del villaggio vicino spesso vi si bagnano, sognando fiumi serpeggianti, cascate, gorghi, coccodrilli; ispirati da correnti eteriche, con le mani a giumella porgono in oblazione acqua all’acqua.
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  • Nelle ore notturne, di eguale durata a quelle diurne, il chiarore della luna disserra le labbra al silenzio. Sulla terra rischiarata dalla Dea tutti tacciono, visitati da magnifici arcangeli. Financo gli esuberanti scelgono l’inazione, rifiutano il miraggio della storia e procedono all’unisono col Tao cui l’equinozio rimanda. Nessuna parola gli si può avvicinare, eppure gli uomini lo comprendono, ciascuno secondo l’intensità del proprio riflettere, in bilico sull’orlo del santissimo Abgrund. Lo esprimono i colombi ispirati dai primi raggi solari, lo tratteggia Poe nel suo elucubrare sulle qualità sensibili di pietre, muffe, stagno e alberi della casa di Usher. Financo la mostruosa trascuratezza che induce a suggellare il coperchio della bara in cui giace la giovane donna in catalessi, suscitando un terrore che avrebbe potuto essere evitato, è Tao. Sta inciso altresì nel mattino azzurro in una piccola stazione di provincia, nel gendarme seduto sulla panchina in contemplazione delle onde beate che le erbe sacre sprigionano.
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  • Celebriamo l’equinozio che non partisce alcunché, che se ne va qua e là nel frutteto, animato da pura e semplice gioia, che si inoltra nella pienezza della luce e indossa vite a miriadi, che si ferma un attimo, come un rametto impigliato tra due sassi nel fosso buio. Nell’anticipare l’estate che verrà, la musica monta di poggio in poggio attraverso il sonno, la veglia, i sogni. Quanto stupore ne scaturisce! Si finisce puntualmente con il chinare il capo esposto al vento di rovaio, sfiorando carraie, formicai, gli sputi delle cicale, le impronte degli erranti, al fine di non trascurare nemmeno i particolari meno evidenti. Anacreonte elogiava la cicala omaggiante l’eterno presente e da essa traeva ispirazione:
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  • «Sei felice tu, cicala,
  • quando sopra gli alberi alti
  • bevi un poco di rugiada
  • e poi canti e pari un re
  • […]
  • Tu che ami gli inni e sei
  • senza doglie e senza voglie,
  • senza sangue e senza carne,
  • così simile agli Dei».[1]
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  • Tra gli alberi predilige la possente farnia (Quercus robur); i greci la chiamavano dryokóitai: che dorme sulle querce.[2]  Più vicino a noi, Eliphas Levi sosteneva come la cicala rappresentasse l’aspirazione celeste, a differenza della formica che invece rimanda all’istinto materiale, egoistico: le due tendenze contrastanti nell’essere umano.[3]    Ci si augura, tuttavia, che insieme alle moltitudini di umani abbiano pace pure le schiere sterminate di insetti immersi nei vortici di rinascite e rimorti incessanti.  Perché il senza cima né fondo dovrebbe impedire appagamento allo scarabeo stercorario, al microscopico crostaceo o all’ultima cimice?
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  • Qualora, in nome di una paradossale, se pur necessaria, metafisica panteistica, si tema di cadere nella trappola di facili sentimentalismi, si stia ben certi che affidare i ciechi carcerieri dell’ignoranza alla benedizione universale significa in ogni caso consegnarli alla Giustizia (che include e supera il valore “morale”), nelle cui mani l’equinozio pone la madre delle scuri e le chiavi di esecrabili gogne.   Parashurama, Avatara di Shri Vishnu, sublime Dio d’amore e bellezza, riceve in dono da Shiva un’ascia con la quale sterminerà gli kshatriya che si sono allontanati dalla Via del Dharma.  E ciò affinché il sole dissolva ogni impedimento e sorga e si adagi e si dilati nel manipura-chacra, nel microcosmo e nel macrocosmo, lungo strade affollate tanto a Bombay quanto a Los Angeles, ai bordi di un rivo nel Vocabolo Monte Sabatino come di fronte alla maestà dell’Annapurna.   Il balzo del levriero che sparisce accanto al messaggero celeste non turba le farfalle in volo.


  • [1] Lirici greci dell’età arcaica, a c. di E. Mandruzzato, Fabbri Edit., Mi 1994, p. 253.
  • [2] Alfredo Cattabiani, Florario, Mondadori Edit., Mi 1996, p. 52.
  • [3] Eliphas Levi, Favole e simboli, Lux Ediz. p. 130, 131.   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     
  • Spirito

  • Scritti per Ugo Spirito
  • Una silloge di saggi di
  • Vincenzo Pirro
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • È nelle librerie una raccolta di saggi che consente di fare chiarezza suo degli itinerari speculativi maggiormente significativi del Novecento filosofico italiano. Ci riferiamo a, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, pubblicato da Amazon sotto l’egida degli “Amici della Fondazione Spirito-De Felice” sede di Terni. Ne è autore Vincenzo Pirro, allievo di Spirito. La prefazione è di Danilo Sergio Pirro, cui va riconosciuto il merito di aver raccolto questi scritti del padre al fine di onorarne la memoria di valente studioso. Il volume di cui parliamo è libro appassionato e, al medesimo tempo, sostenuto da un’esegesi puntuale e critica. L’autore riconosce la centralità della filosofia spiritiana nella propria formazione e mostra evidente riconoscenza nei confronti del maestro, rievocando, con toni commossi, il loro primo incontro: «Ascoltai per la prima volta una sua lezione all’Università di Roma nell’autunno del 1959 […] Fui subito conquistato dalla sua parola chiara e appassionata» (p. 21). Spirito, da autentico filosofo, si rivelava ai propri allievi quale suscitatore di dubbi e di questioni irrisolte; laddove altri miravano a fornire al proprio discepolato certezze apodittiche, egli presentava “problemi”. La sua esperienza teoretica sorse in colloquio dialogico con le trame della sua esistenza e in un serrato confronto con la realtà storico-politica nella quale gli fu dato in sorte di vivere. Per dirla con Prezzolini, il nome di Spirito va annoverato tra “i figli del secolo” XX. In quanto tale, egli attraversò, con viva partecipazione, la rivoluzione intellettuale che caratterizzò quella congerie storica, così come le sue tragedie politiche: fu vicino, in tempi diversi, al fascismo e al comunismo.
  • ...
  • I quattro densi saggi che compongono il testo, ricchi di riferimenti teorici e, in alcuni passaggi critici rispetto alle tesi di Spirito, consentano al lettore di ricostruire in modalità organica l’intero iter spiritiano. Il pensatore ebbe una formazione positivista prima di venire ammaliato dalla potenza speculativa dell’attualismo di Gentile, divenendo il rappresentate più significativo della “sinistra” di quella scuola di pensiero. In tale contesto, teorizzò la “corporazione proprietaria” quale strumento etico-politico atto a superare l’impasse “borghese” in cui il fascismo, in forza delle proprie scelte, si stava impantanando. Lungo questo percorso, negli anni Trenta, si fece sostenitore del “problematicismo”: «espressione di una crisi tutt’insieme filosofica e politica» (p. 31). Tale posizione teorica non va interpretata quale: «semplice rottura con l’attualismo o come reazione al fascismo, bensì come esito di un processo di radicalizzazione interna all’idealismo» (p. 30), come tentativo di indurre a estrema coerenza le posizioni gentiliane, di là dell’intellettualismo, nel quale il pensatore di Castelvetrano pareva indugiare. In tale fase, la filosofia di Spirito è venata dalla tematizzazione dell’angoscia, da un confronto serrato con la fatticità dell’esistenza umana, dal senso di solitudine e smarrimento cui era costretto l’intellettuale che vedeva deluse le proprie aspettative e le proprie speranze.
  • ...
  • Il suo dire presenta, quindi, in questa fase, atmosfere “esistenzialiste”, che all’esistenzialismo non possono, si badi, essere ridotte. Spirito, infatti, fu sempre e prima di tutto filosofo “religioso”, il cui pensare guardava all’assoluto, all’approdo a Dio. Il problematicismo spiega, inoltre, l’interesse spiritiano per la scienza del diritto, dell’economia e della politica, in quanto il filosofo: «tenta di realizzare l’unità di teoria e pratica inserendo la scienza nella politica» (p. 33). La vita si fa “ricerca”, “arte”: «come parte che aspira al tutto» (p. 36). Allo scopo, Spirito fu costretto a discriminare tra “falso attualismo”e “attualismo costruttivo”: «fautore di una radicale immanenza» (p. 37), oltre il momento meramente contemplativo dell’atto. Il Dio cui guarda Spirito: «vive nelle cose e coincide con la realtà nel suo infinito svolgimento» (p. 38), è terminus ad quem che muove dall’esperienza del finito.
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  • A tutta prima, la valutazione positiva del molteplice pare fare di Spirito, paradossalmente, una sorta di “liberale” sui generis. Non è così, il “liberalismo problematicista” è negazione che va inverata in un’effettiva sintesi di individuo e Stato: «Una mentalità assolutistica e totalitaria lo porta a scoprire nel riformismo gradualistico la tomba della rivoluzione» (p. 47). Per questo, la filosofia spiritiana, rileva Pirro, può esser letta quale itinerarium mentis in Deum, nient’affatto verticale, contemplativa, ma orizzontale, debitrice della docta religio del Quattrocento neo-platonico e del naturalismo di Bruno e Spinoza. Si tratta di una filosofia esposta al futuro, al possibile realizzarsi del superamento dei dualismi ancora vigenti nel sistema attualista e nella storia. Nel volume, Vita come arte, si attribuisce: «al senso, alla “finezza”, all’intuizione […] il potere di evocare gli aspetti reconditi e sorgivi della realtà, che sfuggono al dominio della logica» (p. 58). L’arte è da considerarsi punto di partenza della ricerca, non d’arrivo, in quanto questo è rappresentato dalla: «conquista di quell’unità e di quell’assoluto che l’attualismo ha considerato una meta raggiunta» (p. 59).
  • ...
  • L’umanesimo spiritiano: «culmina di fatto in un naturalismo panteistico. Per il quale l’estetica si trasforma in etica della necessità, alla maniera spinoziana» (p. 62).  Dall’arte, quindi, di nuovo alla filosofia.  La valorizzazione del momento filosofico induce Spirito a cogliere il tratto tanspolitico della storia contemporanea, a rivelare come il comunismo, cui guardò nel dopoguerra con interesse, stava trasformandosi in URSS in dispotismo e in Occidente nella “religione dei diritti” borghese, imperante nell’età della globalizzazione tecnologica.  Egli rimase fedele, se si vuole, al primato del sapere e delle competenze, a un “comunismo” non ideologico-marxista, ma “platonico”, a un comunitarismo spiritualista.  Spirito era fermamente convinto del ruolo unificante di scienza e tecnica, fedele, in qualche modo, come nota Pirro nell’ultimo scritto del volume nel quale ricorda l’ultimo incontro con il maestro, al progresso.   Ci pare, per questo, di poter definire l’esperienza di Spirito transattualista.   Dopo di lui, solo Emo e l’Evola filosofo si lasciarono alle spalle qualsivoglia lascito idealista e storicista.   Le loro posizioni ultrattualiste rappresentano, per chi scrive, un passo ulteriore cui guardare dopo la significativa esperienza di Spirito.

  • Vincenzo Pirro, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, prefazione di Danilo Sergio Pirro, Amazon, pp. 109, euro 9,05.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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