
- "PRIMA"
- Una silloge poetica di
- Gabriella Cinti
- rec. di
- Giovanni Sessa
- Gabriella Cinti è una delle voci poetiche più vive e profonde del panorama italiano. La sua opera ha ricevuto significativi riconoscimenti nazionali e internazionali. Il suo dire è esempio di pensiero-poetante. Del resto, Cinti è anche saggista di vaglia. Il valore liberante delle sue composizioni è testimoniato dalla seconda edizione di una sua raccolta, Prima, da poco nelle librerie per i tipi di Puntoacapo (per ordini: acquisti@puntoacapo-editice.com). Il volume è aperto dalla prefazione di Federico Migliorati e chiuso dalla postfazione di Mauro Ferrari.
- ...
- Questa silloge, lo rileva la poetessa stessa nella premessa: «È l’epilogo di un processo apicale che mi ha portato a risalire progressivamente […] in quel cammino verso l’origine che da molto tempo ho intrapreso» (p. 5). Si tratta di versi dai quali traspare l’erudizione dell’autrice. Cinti mostra di aver contezza, non solo del sapere mitico greco e, più in generale, mediterraneo, ma anche di quello del Vicino Oriente mesopotamico. Dalle cinquanta composizioni si evince, altresì, una conoscenza non comune delle ere geologiche e dell’evoluzione della specie, a muovere dai primi esseri viventi, i protozoi. L’autrice sa che, ricorda opportunamente il prefatore, per poterci conoscere realmente, è necessario avere sguardo retroflesso, guardare alle: «nostre spalle» (p. 7). L’origine, infatti, alitava già nelle vite dei primi esseri comparsi sulla Terra. Ecco, allora, l’incipit di Prima, tessere un inno a Dryopiteca, “scimmia delle querce”, che visse venti/trenta milioni di anni fa: «chissà se piangevi, / Dryopiteca piccolina,/ […] Trenta milioni di anni per assaporare/ il soffrire come un sapore;» (p. 11). Il pensiero-poetante di Cinti, oltre il logo-centrismo astratto ed escludente prevalso in Europa, guarda al sempre possibile recupero della Sapienza aurorale (Colli), è lógos physikós, pensiero esposto sulla natura. La poetessa sa che nella physis-mixis “tutto è in tutto”, l’uomo è calato, come gli altri enti di natura, in una realtà relazionale nella quale passato e futuro si danno nell’attimo della vita e nella singolarità delle cose, nella quale è sempre vigente la totalità dell’essere.
- ...
- Questa poesia è innanzitutto, se abbiamo ben inteso, testimonianza della pienezza persuasa dell’eterno presente. È poesia dell’evento, così come lo intese il grecista Carlo Diano. Al centro di ogni ex-sistere sta l’Amore, la potenza erotica: «C’è sempre un bacio all’inizio della vita/ […] Perdura tuttavia, oltre l’inerzia del nulla/ […] l’inizio astrale dell’AMORE » (pp. 7 e 16). Perfino il primo cefalopode, che aveva i neuroni diffusi sulle braccia, ambiva: «per conoscere e sentire» a: «prese e carezze/ Auspico per me il tuo corpo snodato,/ il cervello diffuso per ogni dove» (p. 18). Sapienza, si badi, da “sapio”, allude a un conoscere sin-estetico, olfattivo, tattile, uditivo e visivo in uno. È il sapere dei veri poeti. Questi, “toccando” fuggevolmente il mondo con la parola, lo irradiano della luce dell’origine. Tali veggenti dicono: «il nome del vuoto nel vuoto del nome/ cammeo di assenza nella solitudine». Cinti: «Ama il sonno, il dolore, corteggia la notte delle cose» (p. 21), il non originario (Andrea Emo) che gli enti custodiscono e lo esplicita nel verso. Pur sospinta da afflato dionisiaco, dall’urgenza del verificare, la poetessa concede, con maestria linguistica, al suo dire, tratto armonioso, apollineo, in forza dell’uso accorto dei metra, della “giusta misura”. Nell’attenzione per la physis, tralignano i ricordi. La poetessa ri-corda, “ri-porta al cuore” le figure care, presenti anche quando materialmente assenti, della madre, del padre e di Neruda. Il ricordo, proustianamente, è innescato dall’olfatto e dal gusto, ma anche da piccoli oggetti: «Nella sciarada delle cose,/ i piccoli oggetti,/ inteneriti amuleti, /bisbigliano per me» (p. 23). Sono sacrari mai completamente coperti dalla forza dell’oblio. Tutto continua a vivere nel ri-cordare.
- ...
- La poesia della Cinti ha, inoltre, tratto pontificale, simbolico, mira ad unire, come nelle corde della lezione di Cristina Campo, il visibile all’invisibile. Da ciò la valorizzazione anagogica del canto degli uccelli. La loro lingua, come rilevò Guénon, è la voce, al pari di quella dei poeti, del metaxù, regno intermedio tra il divino e la sua manifestazione. La musica, e quindi anche la poesia, lo ricorda Walter F. Otto, sorse in Grecia quale eco del loro canto: «Ho ascoltato la lingua del tuo richiamo/ […] forse mi dettavi un’audace invocazione, un canto antico/ […] per infondere verità di natura/ alla mia nostalgia» (p. 25). I versi di, Prima, vanno letti, assaporati, quale ri-consacrazione dell’eterna primavera del mondo: «Primavera di Pesrsefone/[…] In ogni germoglio di parola/ ti cerco, mentre setaccio oro/ di senso nei greti dei nomi/ nel vestito pensante dei verbi/ nel gesto velato dei suoni» (p. 74). La poesia, come ogni vera arte, s-determina gli atti della vita. Non è trascrizione mimetica delle cose, ma s-velamento dell’origine che in essi è momentaneamente ospitata.
- ...
- Questa silloge mostra, per dirla con Zolla, “Verità segrete esposte in evidenza”. Cinti è poetessa del risveglio, il suo poiein è, respiro biondo di rinascita, che apre il lettore-ascoltatore alla potestas dell’origine, dynamis la chiamarono i Greci, libertà-possibilità-potenza. Prima è testimonianza dell’inusitato coraggio dell’impossibile dell’autrice. Ristoro per la mestizia spirituale dei nostri giorni.
- Gabriella Cinti, Prima, prefazione di Federico Migliorati, postfazione di Mauro Ferrari, Puntoacapo Edirice, pp. 124, euro 15,00.








