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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Constantin Noica a Paltinis

  • Il ‘grande gioco’
  • di
  • Noica
  • di
  • Sandro Giovannini)
  • (...a Claudio Mutti)
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  • “...Mentre me ne sto così in prigione, con questo giovane tagliato fuori dalla realtà della vita o staccato come un fregio dal suo tempio, mentre ce ne stiamo ambedue così, incolpevoli, ma con una colpa possibile, sento tutto il primato del possibile sul reale e credo di capire sia perché ci troviamo qui sia perché dovranno toglierci di qui. Hanno bisogno del reale, della nostra testimonianza! Senza il consenso di Filemone e Bauci, l’opera di Faust è ‘impura’.  Al grande riformatore danno fastidio alcuni alberi, quei tigli veri dei vecchi, su quel loro pezzetto di terra che non hanno voluto abbandonare. La campanella della loro cappella li esaspera. Ma quando Mefistofele viene a dirgli che ha distrutto tutto, Faust si ritrae con orrore (Il loro orrore, quello dei despoti, dei dittatori!). Ora gli si avvicinano le Quattro Donne Grigie: la Penuria, L’Insolvenza, La Cura, l’Inedia. Goethe ne fa parlare con Faust una sola, la Cura, per un attimo, il tempo di dirgli, a nome di tutte, che è stato cieco durante tutta la vita. Le Donne Grigie non si avvicineranno anche a loro, ai comunisti di oggi? Non hanno bisogno anche loro di noi, come Faust? Mi vien fatto di dire loro. «Guardatevi dall’inchiesta delle Donne Grigie, in cui potreste un giorno incappare». Per salvarsi, hanno bisogno della nostra pietà e della nostra testimonianza. Hanno bisogno della gioia di Alec e della sua giovinezza”(1).
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  • “...«...Ed ecco diceva ai suoi allievi – quale motto mi sono scelto: Nulla dies sine laetitia. ‘Laetitia’ vuol dire: disciplina, lavoro, fatica, sofferenza, dubbio, invenzione, gioia. Ma la vera gioia non è che nella cultura; il resto è divertimento. Però la gioia, se è gioia vera, riesce ad aprirsi un varco. ‘La poesia, il fuoco, l’amore’ non possono essere nascosti. Neppure la gioia della cultura lo può”...». È forse prematuro misurare, in tutta la sua ampiezza, il significato storico dell’avventura paidetica di Noica e lo è ancora di più rispondere alla domanda se egli sia riuscito, con la sua opera, (rifiutando di essere – al pari di Cioran e Eliade – un homo planetarius), a raggiungere l’universale attraverso l’idiomatico, come si proponeva. Una pagina di Liiceanu (il cui tono sottilmente polemico Noica non poteva condividere, perché considerava il suo destino diverso e, in fondo, privilegiato rispetto a quello dei suoi ‘amici lontani’, che avevano “forzato la Storia”), ci dice come i suoi allievi vissero l’esperienza di Paltinis:  «...Lunedì, 13 novembre 1978: la sera ho bevuto il tè nella camera di Noica. Mi fa leggere una lettera da cui si apprende che quest’anno Eliade ha definitivamente conquistato Parigi: l’uscita del volume II dell’Histoire des croyances, in occasione della quale cocktail da Payot; la Legion d’onore, e di nuovo, cocktail, discorsi, interviste, gli Entretiens con Rocquet (L’épreuve du labyrinthe), da cui risulta che tutto nella vita gli è pienamente riuscito. Tutti questi diletti mondani parevano averlo stancato molto. Finisco la lettera, guardo la camera con il soffitto sghembo, vedo il lavabo con il rubinetto rotto, la coperta ruvida sul letto, il giornale che vi abbiamo steso per bere il tè, vedo Noica che disfa sigarette Carpazi e riempie di tabacco la pipa, guardo il suo piccolo basco di papa in esilio, i suoi pantaloni assai frusti, penso ai libri che ha scritto paziente come una talpa testarda, non vezzeggiato da nessuno, non laureato, anzi ingiuriato da Ionesco e da altri, come ‘venduto’ – e mi torna alla mente la frase di Eraclito: “anche qui ci sono degli dei”, e penso che questi, cresciuti sulla soglia della sua camera, sono più belli e più veri degli dei che hanno assistito Eliade quando beveva la molto umana coppa della vanità»...” (2).
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  • “...In realtà non noi, gli attuali reclusi, siamo interessanti oggi, come esemplari umani: non siamo noi ad offrire quella «conoscenza dell’uomo al limite» mediante la quale si è sempre definito l’essere umano. Noi siamo solo l’ultima ondata – e speriamo che sia davvero l’ultima – di un male della prima metà del secolo. Ma nel mondo accade qualcosa di più interessante alla persona umana: a quanto veniamo a sapere anche noi, nelle nostre celle, nei paesi sviluppati dell’Europa e dell’America, una prima ondata dell’umanità si confronta, su vasta scala, una scala senza precedenti storici, con il «benessere». Alcuni incontri con il benessere materiale, di qualche gruppo, casta o cricca, hanno già avuto luogo durevolmente nella storia, ma il benessere manteneva in sé qualcosa di pervertito e di pervertitore, tanto più che non si trattava di beni di civiltà (radio, musei, ecc.), ma solo di divertimento e di crapula.  Ora, per la prima volta, il benessere è diventato – almeno in una parte del mondo e per un momento storico – qualcosa di comune e d’educativo. Potrebbe essere la forma di salute dell’uomo. Che conseguenze avrà? Potrebbe essere, in ogni caso, un esame decisivo per l’uomo europeo, che ha creduto con tanta tenacia nei valori materiali. D’un tratto, metà dell’ideale comunista si degrada, se la piena soddisfazione dei bisogni materiali non porta di per sé la felicità dell’uomo. Ma si degrada l’intero ideale capitalista. Che sia riuscito al capitalismo di arrivare prima a questo stadio e non al comunismo è un fatto secondario. Accade oggi qualcosa al di là di essi: ed è appunto la prova a cui e sottoposto l’ideale materialista dell’uomo europeo e, insieme al suo ideale, quest’uomo stesso. L’uomo europeo ha messo tutto in disparte. «Lasciatemi in pace, voi divinità, voi dottrine filosofiche, voi chiesa o tradizioni. So io meglio di voi quello che mi occorre». Dal Settecento ad oggi, l’individuo ha conquistato diritti come mai ne aveva avuti nella storia. I totalitarismi che sopravvivono se ne stanno vergognosi per l’ardire che hanno avuto, per un attimo, nei confronti dell’individuo, non soltanto d’opprimerlo direttamente, ma anche di trasformarlo in oggetto, come si erano proposti. Tutte le rivoluzioni, ma soprattutto tutte le trasformazioni materiali, da due secoli a questa parte sono al servizio non di caste ristrette privilegiate, ma dell’individuo in generale. Il fratello I0 ha vinto; e se minaccia qualche NOI – un qualche vero collettivismo, che si spinge fino alla strana idea di Teilhard de Chardin che si arriverà all’associazione delle coscienze in un cervello superiore – per il momento il fratello IO è il grande beneficiario. L’individuo è riuscito ad essere ed è ancora (fino all’incontro cogli asiatici privi del senso dell’individualità) colui per il quale si fa tutto. Giacché – come diceva Goethe – a che pro tutto questo sperpero di soli e pianeti (di rivoluzioni storiche e di rivoluzioni tecnicoscientifiche, diremmo noi) se alla fine un essere umano non è felice?  Ed ecco che, alla fine, gli uomini non si sentono felici, stando alle notizie che ci giungono anche qui, in prigione. Pregate per l’uomo moderno che vive nel benessere... Egli ha, nella società dei consumi, qualcosa della psicologia della donna che fa vita mondana: «Non mi piace questo champagne; fa’ qualcosa per distrarmi...». Chissà noi, che siamo privi delle gioie più elementari, avremo infine un miglior incontro con la gioia. Ma noi sentiamo qui una cosa che essi, nella loro società opulenta, non realizzano: è il primo incontro dell’umanità con il benessere generalizzato, e potrebbe non esistere troppo presto un secondo!  In linea di principio, dovrebbe seguire un’era della tranquillità; ma in realtà non è affatto certo che il momento idillico di oggi, dell’Europa e degli Stati Uniti, continuerà.   È allora in gioco un terribile esame per l’individuo – così come concepiscono e rispettano l’individuo gli europei, a differenza degli indiani e dei cinesi – ossia per l’universo dell’io individuale, cioè per il piccolo imbecille che ognuno di noi è.   Questo individuo accerchiato – per il quale l’esortazione di Delfi a conoscere se stessi aveva solo un’ombra di senso – ha vinto la partita. Il piccolo imbecille è al volante della macchina e parte, dalla noia di alcuni giorni di lavoro, per la noia di un week-end.  Pregate per lui.  E noi, assetati di tutti i beni della terra, dalla nostra sigaretta quotidiana fino alla libertà di andare a passeggio senza sentinella, gridiamo all’umanità che vive in un’ora così idillica: «Attenti a quello che fate, perché voi rispondete, con la vostra gioia o il vostro disgusto, dell’uomo europeo e dell’uomo».  ... “...La jeep era ferma da un bel po’ di tempo; mentre ricevo l’ordine di scendere, mi rivolgo ancora una volta, mentalmente, all’umanità, con un «fate attenzione!» preoccupato, e metto il piede sul primo gradino. « - Sta’ attento, cretino, - mi dice la guardia, vedendomi inciampare e cadere. – Non abbiamo bisogno di teste rotte qui!».  Raccolgo più in fretta che posso le cose sparse dalla mia valigetta che si è aperta e ricevo, insieme con un calcio nel didietro, un altro ordine; « - Contro il muro e aspetta che vengano a prenderti - ». Mi dirigo verso il muro, alquanto vergognoso di tutto quello che mi succede, in buona parte per colpa mia. L’oracolo aveva ragione; «conosci te stesso!»...”(3).
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  • Testo di S.G.: 
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  • Non molte volte mi sono commosso, leggendo ultimamente qualcosa che riguardasse un intellettuale, un pensiero, un quadro d’insieme, un’avventura esistenziale. Questo mi è avvenuto invece, qualche anno fa, dopo aver letto quel poco (ma quanto importante!) pubblicato in Italia dal Mulino su Noica: tre aurei libretti, in rapida successione, nel 1993 e nel 1994, L’amico lontano; Sei malattie dello spirito contemporaneo; Pregate per il fratello Alessandro. L’avventura di Noica, unendosi inestricabilmente, a dritto ed a rovescio, con quella degli altri grandi rumeni, Ionescu, Eliade, Cioran, Ionesco, Horia, era come un ricapitolo, voraginoso e splendido, di quelle vite speciali, carica ciascuna di una forza e di una verità emblematiche. Poche storie intellettuali hanno portato su sé una disgrazia ed una fortuna altrettanto spinte, e poche storie sono state cosi complessivamente coperte e deviate, pur nel successo estremo dei singoli autori. Sappiamo tutti perché, da parte del potere culturale liberale e da parte di quello marxista si dovesse, a tutti i costi, scindere gli autori da un contesto radicale ed al meglio vivisezionarli uno per uno, accentuando, qualora ve ne fosse ulteriore necessità, i dati anarcoidi, acronici, da-pensiero-libero, da voga disadattata, da maledettismo salottiero, da stravaganza soteriologica... Dico, qualora ve ne fosse ulteriore necessità, perché in ciascuno di loro si era come incollata sopra una diversa maschera necessaria alla sopravvivenza, fisica e del loro stesso pensiero, che forniva sovente degli alibi ad una politica di copertura, di sviamento, di prefazioni e postfazioni accomodate... Purtroppo, la storia della cultura è anche - e certe volte soprattutto - la storia di una guerra culturale, compiuta da opposte fazioni, guidate da uomini d’apparato, ove anche gli autori migliori devono muovere personaggi su un canovaccio scritto per uno, nessuno e centomila. Ricorderò sempre, più che le parole di Eliade in una conversazione privata che faceva riferimento a Cioran, di quelle di Cioran in una lunga intervista (senza registrazione e senza stenografia - era nei patti...) fatta a casa sua, in una stanzetta di quella bella mansarda del quartiere latino, dove la moglie discretamente si affacciò solo per salutarci per offrirci, dopo molte ore, significativamente, una squisita limonata. Cioran sapeva chi io fossi e parlò liberamente, senza tutte quelle perifrasi e coperture che usava evidentemente in altre necessarie circostanze. Ma l’evidenza dei suoi discorsi fu stridente con l’immagine che di lui si voleva; quella di un dirazzato, nichilista, perverso e strafottente... Rispetto ai suoi vecchi compagni rumeni Cioran nutriva poi un rispetto profondo, che univa la lucidità estrema ad un rancore, ancora ben passionale e giovanile, ostilmente orientato verso quelli che considerava i nemici, verso coloro cioè che avevano sempre fatto di tutto per deviare, coprire, negare, distorcere. E verso coloro, invece, che pur con durezza estrema, lo avevano accusato d’opportunismo, ebbe parole di comprensione, quasi di affetto... Ricordo che, pur già ammaestrato da letture venutemi da lontano e dalla bella lezione di Mutti, fui, di questo, ben sorpreso... Che dire allora quando, anni dopo, conobbi - ahime! non più direttamente, ma solo per quei pochi scritti - la meravigliosa e strutturata leggerezza di Noica, che su tutte le miserie, proprie ed altrui, stende un velo che non copre ma preserva e ci permette di penetrare poi con una pietas degna di un eroe antico, l’umano più umano dell’uomo? Questo è stato il motivo del piacere profondo che ho provato, piacere preordinato anche dalle letture dei grandi e dei cosiddetti minori della sua generazione, sequela ove non solo ci si riconferma, ma si viene cambiati, ove non solo si trova pace, ma si trova nuova munizione per la propria guerra interiore. Al di là della lotta per fazioni, a volte doverosa ma spesso umiliante, qui si sta in una buona specola, ove c’è però un bel traffico di giovinezza intelligente e dove ‘esser al centro del mondo’ non è offerto dalla brillantezza salottiera, o dal riconoscimento ufficiale, ma dalla grave-soavità della cameretta appartata, cara alle nostre letture più calde ed alle nostre riflessioni più fresche. Cosi Noica è il Maestro dell’ironia tragica, del paradosso che riserva la felicità sull’abisso e della leggerezza che si nutre del dolore o dell’umiliazione estrema. Ciò implica una difficoltà aggiuntiva di traduzione del suo pensiero nei canoni della contemporaneità filosofica, più per il suo codice stoico di vita-pensiero (questo sì ormai del tutto desueto e disancorato dalla nostra sensibilità governata dall’individualismo libertario, spesso beceramente inteso, che si rifiuta ad ogni autolimitazione prima ancora che alla eterolimitazione), che per la, più volte, criticata sua distanza dai ferrei binari della storicizzazione, che guidano i convogli della storiografia filosofica accademica (4). Convogli guidati, a nostro avviso, spesso con una sorta di pilota automatico, che corrisponde al riflesso condizionato del pregiudizio mondano-secolare. Ma il codice stoico non gli viene da un allontanamento supponente dalla realtà o da una sorta di svagatezza dell’attualità, (che anzi direi sempre sorprendentemente presente in Noica, anche se con valenza dialettica) ma dal potenziale dello spirito: (“...Ci sono tre livelli di essere: primo, l’essere delle cose, il divenire; poi l’essere degli elementi, la divenienza; infine l’essere come essere. Se quest’ultimo ha un senso razionale il suo privilegio è di non avere un’esistenza come tale, ma solo una concretizzazione possibile. Esso è come lo spirito dell’essere, mentre la divenienza ci sembrava l’anima dell’essere e il divenire il suo corpo” (5). Quindi non un codice stolido al mondo (ma quale mondo, quello dolente e svelato con magnanima semplicità, wei wu wei, del paradosso noichiano?), ma potenziale al mondo, concretamente.
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  • Riconoscere in ogni cosa che esiste una somiglianza dell’essere, che è ancor più e meglio di una custodia segretamente esoterica o di una radura isolata, proprio perché persino nella spartizione non vi è alcun annullamento del principio primo, nella realizzazione leggibile e pur nell’inestricabile evidenza che è implicata in ogni tentazione di svelarne un codice solo umano, (...o solo divino). Divenire, delle cose che ci constano indiscutibilmente, tramite la divenienza, dall’essere. Cioè da una dimensione insondata ed, in questa, da un privilegio, difficoltosamente riconoscibile ma potenzialmente risalibile. Quell’unio inconfusa, quella distribuzione indivisa, quello spartirsi senza mutilarsi, quella contrazione che continua nell’espandersi, quella chiusura che si apre, che è parte della vis ricapitolativa di mondi di senso (potremmo dire... antico-occidentali come estremo-orientali, ma persino all’interno delle più moderne dinamiche del pensiero postnewtoniano) mentre vuole e può essere risolutorio di molte delle aporie prodottesi via via nella tradizione ontologica e che innerva nobilmente il pensiero di Noica. A darne, con un interrogante sorriso, una lettura proiettiva che elevi il buon senso, ben al di là del senso comune, alla sua più alta - e direi magica - potenzialità.

  • Note:
  • * Questo testo è il primo di due saggi dal secondo mio libro di saggi "...come vacuità e destino",   NovAntico, Pinerolo, 2013, dedicati solo a Noica.  Invece, nel mio primo libro di saggi  "L'armonioso fine", S.E.B. Cusano Milanino, 2005, vi è  un saggio intitolato: "Eliade, Cioran, Noica".  Riporto integrale senza modificazioni.  Le sottolineature nella terza citazione (Noica... al momento dell'uscita di prigione verso il confino) sono a mia responsabilità per sottolinearne la capacità critico/profetica...
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  • 1) Constantin Noica, Pregate per il fratello Alessandro, II Mulino, pag. 58.
  • 2) Marco Cugno, Introduzione, pag. 20, in: C. Noica, Sei malanie dello spirito contemporaneo, II Mulino.
  • 3) C. Noica, Pregate per il fratello..., cit.
  • 4) Basta leggere la media delle recensioni apparse all’uscita di Sei malattie..., con in testa il giudizio di Vattimo... Siamo confortati, al proposito, anche dalle argomentazioni di Marco Cugno e di Roberto Scagno, sia pure volutamente distanziatesi rispetto alla media ragione dei nostri interventi, nell’ambito dei due Speciali (dedicati alla generazione del ’27 romeno ed a Noica in particolare) diretti efficacemente da Claudio Mutti, sui n° 3 e 4 di “Letteratura-Tradizione”. Tali argomentazioni, al di là delle critiche rispetto ad un approccio che poteva dar adito, a loro avviso, ad una nostra eccessiva e pericolosa sottolineatura di tutte le contraddizioni antiliberali (del Noica da noi così interpretato) che impedivano ed impediscono - però - oggettivamente, allora come ora, una distesa fruizione nel nostro occidente postbellico, non potevano prevedere la difficoltà della ricezione italiana, ancora troppo in prossimità dell’apparizione dei tre aurei libretti del Mulino. Ho tratto motivi seri di riflessione, al proposito, anche dalla successiva lezione del prof. Scagno al convegno per il centenario di Noica presso l’Accademia Romena in Roma, del 3 giugno 2009, ove il problema della difficile ricezione di Noica nell’Occidente filosofico continentale (l’analitica anglosassone, ne sarebbe - a suo dire - esclusa a priori) è affrontato, sia pure con estrema cautela formale, sempre sul piano del vuoto storicistico noichiano..., con anche un affondo sulla difficoltà di un glossario comparatista (accettabile in Occidente), proprio in relazione alle sue originali ed evocatorie scelte linguistiche, (intru), indubitabilmente al centro della sua speculazione. Peraltro non sarebbe in definitiva mai scattato (e non sarebbe potuto mai scattare, date le circostanze intrinseche ed estrinseche) quel meccanismo che, pur nel negativo (oltre che nel positivo) di un’ineffabile aura lessicale e semantica, ha fatto buona parte della fortuna di altri grandi della modernità, da Heidegger a Bataille, da Wittgenstein a Foucault, da Derrida a Nancy. Il pregiudizio storicista o comunque l’accusa di un ontologismo fondato su un vuoto di cultura storica in Noica, a nostro avviso, non è altro che la copertura tecnica di un pregiudizio ideologico. Infatti, non potendosi negare l’occidentalità evidente del suo pensiero (che ovviamente non ha nulla a che spartire con l’occidentalismo oggi comunemente invalso), riferito saldamente alla tradizione filosofica che da Platone arriva fino ad Heidegger, si sostiene da più parti che quello che risulta un oggettivo e quindi evidente distacco rispetto a certe derive del pensiero filosofico soprattutto continentale (francofortese e/o francese) sia una fuga dalla dimensione storica... Resta che poi proprio queste derive, sia in termini di neomarxismo, di freudismo, di strutturalismo, di semiotica, si siano velocemente (e storicamente) fagocitate l’un l’altra prima ed infine siano state tutte riportate alle linea di partenza dallo stesso pensiero della decostruzione, che - da noi - ne è stato il figlio più o meno legittimo ma l’innegabile erede. Noica, nella sua opera principale, Il Trattato di ontologia, (Constantin Noica, Trattato di ontologia, trad. e cura di Solange Daini, 2007, Edizioni ETS, cfr. anche il Saggio sulla filosofia tradizionale, stesso curatore, stesso anno, stessa casa editrice), è rimasto volutamente estraneo a questa forzata sequela ermeneutica, al di fuori della quale i nostri medi pensatori, con rare eccezioni, sembravano fino a poco fa non trovare altro aggancio dialettico. Restandone Noica però consapevolmente ai margini, preferendo compiere il suo impegnativo tragitto lungo la via maestra della grande teorizzazione filosofica classica, ma, anche per la sua biografia intellettuale, rapportandosi conseguentemente anche in termini di contemporaneità, al pensiero heideggeriano...
  • 5) C. Noica, Trattato di ont., cit., pag. 258. 10.
  • ORDINE  e DIFESA   
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La condanna dell’orefice di Grinzane per aver ucciso i rapinatori ha innescato la solita polemica tra coloro che fanno del Roggero un Michel Kohlhaas dei poveri[1]. Viene da questi trascurata e minimizzata la circostanza principale: che il gioielliere aveva agito in corso di rapina e per difendere la propria vita e i propri beni. Al contrario coloro che, proprio per tale ragione (di autodifesa e di reazione al torto e al delitto) ne fanno un esempio degno non solo della grazia, ma del seggio parlamentare.
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  • Qual è, delle due tesi contrapposte, la più propizia all’ordine sociale? (o meglio politico-sociale)?
  • All’uopo occorre premettere che il diritto si basa sulla distinzione (fondamentale) di lecito/illecito. Accanto al diritto c’è sempre l’antagonista, il torto. E il diritto è un’attività pratica, che è vivente in quanto attuata. In questa attuazione, spesso costosa anche per gli attuatori, c’è anche una dimensione etica. Scriveva Benedetto Croce che proprio per questi caratteri apprezzava le tesi di Jhering: “...un altro concetto informa questo scritto dal Jhering: la necessità di asserire e difendere il proprio diritto ancorché con sacrificio del propri interessi individuali […] innanzitutto per il dovere morale, che comanda di mantenere saldo l’ordinamento giuridico, condizione della vita sociale umana”.
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  • Tale concezione ha trovato scarsa considerazione nell’Italia, in ispecie, della Seconda Repubblica anche perché è diffusa la teoria che attuare il diritto è (esclusivamente), in ogni caso, un dovere d’ufficio; peraltro è diffuso nella comunicazione mainstream, dove si ritiene moderno e civile che a realizzare il diritto e reprimere il torto sia compito riservato allo Stato. Anche se tale tesi ha di per sé il fatto, incontestabile, che avendo lo Stato moderno il monopolio della violenza legittima, ha il dovere di vietare o limitare al minimo la sopravvivenza di “violenze” esercitabili da privati, ben presenti nel diritto pre-moderno (come la faida)[2].  Quindi la difesa è legittima quando lo Stato non è in condizione di assicurare sicurezza.
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  • Fin qui si potrebbe essere d’accordo onde è lo stesso ordinamento giuridico che consente, in via eccezionale, come nel caso di legittima difesa (art. 52 c.p.) di difendersi opponendo violenza a violenza: vim vi repellere licet. Scriveva Pareto che “il bisogno di protezione dei deboli è generale” se questa non è assicurata dal sistema di potere vigente, questo viene sostituito da un altro; così invertendo il rapporto di causalità, gradito alla stampa mainstream.  E Cicerone ne riconosceva il carattere di norma di diritto naturale prima che positivo. Ma è bene ricordare che può adattarsi, mutatis mutandis, alla legittima difesa quanto Jhering scriveva delle “reazioni al torto” in generale “...non bisogna lamentarsi dell’ingiustizia, che tenta usurpare il posto del Diritto; ma sì del Diritto, che se n’acqueta e contenta. E fra le due massime: non fare alcun torto, e; non soffrire alcun torto, se dovessi scegliere per dare a ciascuna il grado che le spetta secondo la sua importanza pratica, direi, che quella di non sopportare alcun torto è la prima; e l’altra di non farne, la seconda”.
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  • La resistenza al torto (cioè alla negazione del diritto) rafforza il diritto concreto oggettivo e soggettivo, in una sintesi efficace. Ossia realizza l’ordine.  D’altra parte la Presidente Meloni ha richiamato tutti sulla novella (non applicabile al caso Roggero, ratione temporis) per cui CHI COMMETTE UN REATO “NON Può richiedere alcun risarcimento… chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso” fondata sulla distinzione, essenziale e necessaria nel diritto - tra lecito ed illecito.
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  • Quanto poi alla tesi della “vendetta” (come riparazione del torto) del tutto improbabile, data la contestualità tra rapina e reazione e lo stato in cui il Roggero agiva. Se sicuramente la vendetta è un mezzo primitivo di garanzia dell’ordine, certamente è “un piatto che va servito freddo”:  il Conte di Montecristo attese tre lustri per compierla.
  • [1] E’ il caso di ricordare che Michel Kohlhaas è il personaggio di Kleist che lotta, anche con mezzi illeciti, per ottenere giustizia.
  • [2] E’ il caso di ricordare quanto sosteneva Hobbes sul rapporto tra difesa e sicurezza (offerta dal Sovrano) “...Il fine per cui un uomo cede e lascia ad un altro, o ad altri, il diritto di proteggersi e difendersi mediante il suo proprio potere, è la sicurezza che egli se ne aspetta, di protezione e difesa da coloro ai quali egli ha lasciato tale diritto… senza quella sicurezza non vi è motivo per un uomo di privarsi dei propri vantaggi, e farsi preda per gli altri… Infatti, si trasferisce quel tanto che sia necessario trasferire mediante il patto, al fine di raggiungere tale sicurezza; in caso diverso, ogni uomo è nella sua libertà naturale di salvaguardarsi da sé”, Elements, parte II, capitolo I e nel De cive “...è necessario alla pace che ciascuno sia così protetto dalla violenza degli altri, che possa vivere con sicurezza, cioè che non abbia giusta causa di temere gli altri, finché non recherà loro un torto… Infatti la sicurezza è il fine per cui gli uomini si sottomettono agli altri; e se non viene garantita, non si può pensare che siano sottomessi, o che abbiano perduto il diritto… Perciò si deve provvedere alla sicurezza non con i patti, ma con le pene. E si è provveduto a sufficienza, quando si istituiscono per ciascun torto delle pene così gravi, che commetterlo risulti chiaramente un male maggiore che non commetterlo”, capitolo VI, 3.

  • PREFERENZE ED EQUILIBRI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.  E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.
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  • Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.   A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.
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  • Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.   Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:
  1.  che gli eletti abbiano un seguito;
  2.  che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.
  • Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è  utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.  Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
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  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
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  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
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  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
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  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
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  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
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  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
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  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
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  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
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  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
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  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
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  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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