
Il ‘grande gioco’- di
- Noica
- di
- Sandro Giovannini)
- (...a Claudio Mutti)
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- “...Mentre me ne sto così in prigione, con questo giovane tagliato fuori dalla realtà della vita o staccato come un fregio dal suo tempio, mentre ce ne stiamo ambedue così, incolpevoli, ma con una colpa possibile, sento tutto il primato del possibile sul reale e credo di capire sia perché ci troviamo qui sia perché dovranno toglierci di qui. Hanno bisogno del reale, della nostra testimonianza! Senza il consenso di Filemone e Bauci, l’opera di Faust è ‘impura’. Al grande riformatore danno fastidio alcuni alberi, quei tigli veri dei vecchi, su quel loro pezzetto di terra che non hanno voluto abbandonare. La campanella della loro cappella li esaspera. Ma quando Mefistofele viene a dirgli che ha distrutto tutto, Faust si ritrae con orrore (Il loro orrore, quello dei despoti, dei dittatori!). Ora gli si avvicinano le Quattro Donne Grigie: la Penuria, L’Insolvenza, La Cura, l’Inedia. Goethe ne fa parlare con Faust una sola, la Cura, per un attimo, il tempo di dirgli, a nome di tutte, che è stato cieco durante tutta la vita. Le Donne Grigie non si avvicineranno anche a loro, ai comunisti di oggi? Non hanno bisogno anche loro di noi, come Faust? Mi vien fatto di dire loro. «Guardatevi dall’inchiesta delle Donne Grigie, in cui potreste un giorno incappare». Per salvarsi, hanno bisogno della nostra pietà e della nostra testimonianza. Hanno bisogno della gioia di Alec e della sua giovinezza”(1).
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- “...«...Ed ecco diceva ai suoi allievi – quale motto mi sono scelto: Nulla dies sine laetitia. ‘Laetitia’ vuol dire: disciplina, lavoro, fatica, sofferenza, dubbio, invenzione, gioia. Ma la vera gioia non è che nella cultura; il resto è divertimento. Però la gioia, se è gioia vera, riesce ad aprirsi un varco. ‘La poesia, il fuoco, l’amore’ non possono essere nascosti. Neppure la gioia della cultura lo può”...». È forse prematuro misurare, in tutta la sua ampiezza, il significato storico dell’avventura paidetica di Noica e lo è ancora di più rispondere alla domanda se egli sia riuscito, con la sua opera, (rifiutando di essere – al pari di Cioran e Eliade – un homo planetarius), a raggiungere l’universale attraverso l’idiomatico, come si proponeva. Una pagina di Liiceanu (il cui tono sottilmente polemico Noica non poteva condividere, perché considerava il suo destino diverso e, in fondo, privilegiato rispetto a quello dei suoi ‘amici lontani’, che avevano “forzato la Storia”), ci dice come i suoi allievi vissero l’esperienza di Paltinis: «...Lunedì, 13 novembre 1978: la sera ho bevuto il tè nella camera di Noica. Mi fa leggere una lettera da cui si apprende che quest’anno Eliade ha definitivamente conquistato Parigi: l’uscita del volume II dell’Histoire des croyances, in occasione della quale cocktail da Payot; la Legion d’onore, e di nuovo, cocktail, discorsi, interviste, gli Entretiens con Rocquet (L’épreuve du labyrinthe), da cui risulta che tutto nella vita gli è pienamente riuscito. Tutti questi diletti mondani parevano averlo stancato molto. Finisco la lettera, guardo la camera con il soffitto sghembo, vedo il lavabo con il rubinetto rotto, la coperta ruvida sul letto, il giornale che vi abbiamo steso per bere il tè, vedo Noica che disfa sigarette Carpazi e riempie di tabacco la pipa, guardo il suo piccolo basco di papa in esilio, i suoi pantaloni assai frusti, penso ai libri che ha scritto paziente come una talpa testarda, non vezzeggiato da nessuno, non laureato, anzi ingiuriato da Ionesco e da altri, come ‘venduto’ – e mi torna alla mente la frase di Eraclito: “anche qui ci sono degli dei”, e penso che questi, cresciuti sulla soglia della sua camera, sono più belli e più veri degli dei che hanno assistito Eliade quando beveva la molto umana coppa della vanità»...” (2).
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- “...In realtà non noi, gli attuali reclusi, siamo interessanti oggi, come esemplari umani: non siamo noi ad offrire quella «conoscenza dell’uomo al limite» mediante la quale si è sempre definito l’essere umano. Noi siamo solo l’ultima ondata – e speriamo che sia davvero l’ultima – di un male della prima metà del secolo. Ma nel mondo accade qualcosa di più interessante alla persona umana: a quanto veniamo a sapere anche noi, nelle nostre celle, nei paesi sviluppati dell’Europa e dell’America, una prima ondata dell’umanità si confronta, su vasta scala, una scala senza precedenti storici, con il «benessere». Alcuni incontri con il benessere materiale, di qualche gruppo, casta o cricca, hanno già avuto luogo durevolmente nella storia, ma il benessere manteneva in sé qualcosa di pervertito e di pervertitore, tanto più che non si trattava di beni di civiltà (radio, musei, ecc.), ma solo di divertimento e di crapula. Ora, per la prima volta, il benessere è diventato – almeno in una parte del mondo e per un momento storico – qualcosa di comune e d’educativo. Potrebbe essere la forma di salute dell’uomo. Che conseguenze avrà? Potrebbe essere, in ogni caso, un esame decisivo per l’uomo europeo, che ha creduto con tanta tenacia nei valori materiali. D’un tratto, metà dell’ideale comunista si degrada, se la piena soddisfazione dei bisogni materiali non porta di per sé la felicità dell’uomo. Ma si degrada l’intero ideale capitalista. Che sia riuscito al capitalismo di arrivare prima a questo stadio e non al comunismo è un fatto secondario. Accade oggi qualcosa al di là di essi: ed è appunto la prova a cui e sottoposto l’ideale materialista dell’uomo europeo e, insieme al suo ideale, quest’uomo stesso. L’uomo europeo ha messo tutto in disparte. «Lasciatemi in pace, voi divinità, voi dottrine filosofiche, voi chiesa o tradizioni. So io meglio di voi quello che mi occorre». Dal Settecento ad oggi, l’individuo ha conquistato diritti come mai ne aveva avuti nella storia. I totalitarismi che sopravvivono se ne stanno vergognosi per l’ardire che hanno avuto, per un attimo, nei confronti dell’individuo, non soltanto d’opprimerlo direttamente, ma anche di trasformarlo in oggetto, come si erano proposti. Tutte le rivoluzioni, ma soprattutto tutte le trasformazioni materiali, da due secoli a questa parte sono al servizio non di caste ristrette privilegiate, ma dell’individuo in generale. Il fratello I0 ha vinto; e se minaccia qualche NOI – un qualche vero collettivismo, che si spinge fino alla strana idea di Teilhard de Chardin che si arriverà all’associazione delle coscienze in un cervello superiore – per il momento il fratello IO è il grande beneficiario. L’individuo è riuscito ad essere ed è ancora (fino all’incontro cogli asiatici privi del senso dell’individualità) colui per il quale si fa tutto. Giacché – come diceva Goethe – a che pro tutto questo sperpero di soli e pianeti (di rivoluzioni storiche e di rivoluzioni tecnicoscientifiche, diremmo noi) se alla fine un essere umano non è felice? Ed ecco che, alla fine, gli uomini non si sentono felici, stando alle notizie che ci giungono anche qui, in prigione. Pregate per l’uomo moderno che vive nel benessere... Egli ha, nella società dei consumi, qualcosa della psicologia della donna che fa vita mondana: «Non mi piace questo champagne; fa’ qualcosa per distrarmi...». Chissà noi, che siamo privi delle gioie più elementari, avremo infine un miglior incontro con la gioia. Ma noi sentiamo qui una cosa che essi, nella loro società opulenta, non realizzano: è il primo incontro dell’umanità con il benessere generalizzato, e potrebbe non esistere troppo presto un secondo! In linea di principio, dovrebbe seguire un’era della tranquillità; ma in realtà non è affatto certo che il momento idillico di oggi, dell’Europa e degli Stati Uniti, continuerà. È allora in gioco un terribile esame per l’individuo – così come concepiscono e rispettano l’individuo gli europei, a differenza degli indiani e dei cinesi – ossia per l’universo dell’io individuale, cioè per il piccolo imbecille che ognuno di noi è. Questo individuo accerchiato – per il quale l’esortazione di Delfi a conoscere se stessi aveva solo un’ombra di senso – ha vinto la partita. Il piccolo imbecille è al volante della macchina e parte, dalla noia di alcuni giorni di lavoro, per la noia di un week-end. Pregate per lui. E noi, assetati di tutti i beni della terra, dalla nostra sigaretta quotidiana fino alla libertà di andare a passeggio senza sentinella, gridiamo all’umanità che vive in un’ora così idillica: «Attenti a quello che fate, perché voi rispondete, con la vostra gioia o il vostro disgusto, dell’uomo europeo e dell’uomo». ... “...La jeep era ferma da un bel po’ di tempo; mentre ricevo l’ordine di scendere, mi rivolgo ancora una volta, mentalmente, all’umanità, con un «fate attenzione!» preoccupato, e metto il piede sul primo gradino. « - Sta’ attento, cretino, - mi dice la guardia, vedendomi inciampare e cadere. – Non abbiamo bisogno di teste rotte qui!». Raccolgo più in fretta che posso le cose sparse dalla mia valigetta che si è aperta e ricevo, insieme con un calcio nel didietro, un altro ordine; « - Contro il muro e aspetta che vengano a prenderti - ». Mi dirigo verso il muro, alquanto vergognoso di tutto quello che mi succede, in buona parte per colpa mia. L’oracolo aveva ragione; «conosci te stesso!»...”(3).
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- Testo di S.G.:
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- Non molte volte mi sono commosso, leggendo ultimamente qualcosa che riguardasse un intellettuale, un pensiero, un quadro d’insieme, un’avventura esistenziale. Questo mi è avvenuto invece, qualche anno fa, dopo aver letto quel poco (ma quanto importante!) pubblicato in Italia dal Mulino su Noica: tre aurei libretti, in rapida successione, nel 1993 e nel 1994, L’amico lontano; Sei malattie dello spirito contemporaneo; Pregate per il fratello Alessandro. L’avventura di Noica, unendosi inestricabilmente, a dritto ed a rovescio, con quella degli altri grandi rumeni, Ionescu, Eliade, Cioran, Ionesco, Horia, era come un ricapitolo, voraginoso e splendido, di quelle vite speciali, carica ciascuna di una forza e di una verità emblematiche. Poche storie intellettuali hanno portato su sé una disgrazia ed una fortuna altrettanto spinte, e poche storie sono state cosi complessivamente coperte e deviate, pur nel successo estremo dei singoli autori. Sappiamo tutti perché, da parte del potere culturale liberale e da parte di quello marxista si dovesse, a tutti i costi, scindere gli autori da un contesto radicale ed al meglio vivisezionarli uno per uno, accentuando, qualora ve ne fosse ulteriore necessità, i dati anarcoidi, acronici, da-pensiero-libero, da voga disadattata, da maledettismo salottiero, da stravaganza soteriologica... Dico, qualora ve ne fosse ulteriore necessità, perché in ciascuno di loro si era come incollata sopra una diversa maschera necessaria alla sopravvivenza, fisica e del loro stesso pensiero, che forniva sovente degli alibi ad una politica di copertura, di sviamento, di prefazioni e postfazioni accomodate... Purtroppo, la storia della cultura è anche - e certe volte soprattutto - la storia di una guerra culturale, compiuta da opposte fazioni, guidate da uomini d’apparato, ove anche gli autori migliori devono muovere personaggi su un canovaccio scritto per uno, nessuno e centomila. Ricorderò sempre, più che le parole di Eliade in una conversazione privata che faceva riferimento a Cioran, di quelle di Cioran in una lunga intervista (senza registrazione e senza stenografia - era nei patti...) fatta a casa sua, in una stanzetta di quella bella mansarda del quartiere latino, dove la moglie discretamente si affacciò solo per salutarci per offrirci, dopo molte ore, significativamente, una squisita limonata. Cioran sapeva chi io fossi e parlò liberamente, senza tutte quelle perifrasi e coperture che usava evidentemente in altre necessarie circostanze. Ma l’evidenza dei suoi discorsi fu stridente con l’immagine che di lui si voleva; quella di un dirazzato, nichilista, perverso e strafottente... Rispetto ai suoi vecchi compagni rumeni Cioran nutriva poi un rispetto profondo, che univa la lucidità estrema ad un rancore, ancora ben passionale e giovanile, ostilmente orientato verso quelli che considerava i nemici, verso coloro cioè che avevano sempre fatto di tutto per deviare, coprire, negare, distorcere. E verso coloro, invece, che pur con durezza estrema, lo avevano accusato d’opportunismo, ebbe parole di comprensione, quasi di affetto... Ricordo che, pur già ammaestrato da letture venutemi da lontano e dalla bella lezione di Mutti, fui, di questo, ben sorpreso... Che dire allora quando, anni dopo, conobbi - ahime! non più direttamente, ma solo per quei pochi scritti - la meravigliosa e strutturata leggerezza di Noica, che su tutte le miserie, proprie ed altrui, stende un velo che non copre ma preserva e ci permette di penetrare poi con una pietas degna di un eroe antico, l’umano più umano dell’uomo? Questo è stato il motivo del piacere profondo che ho provato, piacere preordinato anche dalle letture dei grandi e dei cosiddetti minori della sua generazione, sequela ove non solo ci si riconferma, ma si viene cambiati, ove non solo si trova pace, ma si trova nuova munizione per la propria guerra interiore. Al di là della lotta per fazioni, a volte doverosa ma spesso umiliante, qui si sta in una buona specola, ove c’è però un bel traffico di giovinezza intelligente e dove ‘esser al centro del mondo’ non è offerto dalla brillantezza salottiera, o dal riconoscimento ufficiale, ma dalla grave-soavità della cameretta appartata, cara alle nostre letture più calde ed alle nostre riflessioni più fresche. Cosi Noica è il Maestro dell’ironia tragica, del paradosso che riserva la felicità sull’abisso e della leggerezza che si nutre del dolore o dell’umiliazione estrema. Ciò implica una difficoltà aggiuntiva di traduzione del suo pensiero nei canoni della contemporaneità filosofica, più per il suo codice stoico di vita-pensiero (questo sì ormai del tutto desueto e disancorato dalla nostra sensibilità governata dall’individualismo libertario, spesso beceramente inteso, che si rifiuta ad ogni autolimitazione prima ancora che alla eterolimitazione), che per la, più volte, criticata sua distanza dai ferrei binari della storicizzazione, che guidano i convogli della storiografia filosofica accademica (4). Convogli guidati, a nostro avviso, spesso con una sorta di pilota automatico, che corrisponde al riflesso condizionato del pregiudizio mondano-secolare. Ma il codice stoico non gli viene da un allontanamento supponente dalla realtà o da una sorta di svagatezza dell’attualità, (che anzi direi sempre sorprendentemente presente in Noica, anche se con valenza dialettica) ma dal potenziale dello spirito: (“...Ci sono tre livelli di essere: primo, l’essere delle cose, il divenire; poi l’essere degli elementi, la divenienza; infine l’essere come essere. Se quest’ultimo ha un senso razionale il suo privilegio è di non avere un’esistenza come tale, ma solo una concretizzazione possibile. Esso è come lo spirito dell’essere, mentre la divenienza ci sembrava l’anima dell’essere e il divenire il suo corpo” (5). Quindi non un codice stolido al mondo (ma quale mondo, quello dolente e svelato con magnanima semplicità, wei wu wei, del paradosso noichiano?), ma potenziale al mondo, concretamente.
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- Riconoscere in ogni cosa che esiste una somiglianza dell’essere, che è ancor più e meglio di una custodia segretamente esoterica o di una radura isolata, proprio perché persino nella spartizione non vi è alcun annullamento del principio primo, nella realizzazione leggibile e pur nell’inestricabile evidenza che è implicata in ogni tentazione di svelarne un codice solo umano, (...o solo divino). Divenire, delle cose che ci constano indiscutibilmente, tramite la divenienza, dall’essere. Cioè da una dimensione insondata ed, in questa, da un privilegio, difficoltosamente riconoscibile ma potenzialmente risalibile. Quell’unio inconfusa, quella distribuzione indivisa, quello spartirsi senza mutilarsi, quella contrazione che continua nell’espandersi, quella chiusura che si apre, che è parte della vis ricapitolativa di mondi di senso (potremmo dire... antico-occidentali come estremo-orientali, ma persino all’interno delle più moderne dinamiche del pensiero postnewtoniano) mentre vuole e può essere risolutorio di molte delle aporie prodottesi via via nella tradizione ontologica e che innerva nobilmente il pensiero di Noica. A darne, con un interrogante sorriso, una lettura proiettiva che elevi il buon senso, ben al di là del senso comune, alla sua più alta - e direi magica - potenzialità.
Note:- * Questo testo è il primo di due saggi dal secondo mio libro di saggi "...come vacuità e destino", NovAntico, Pinerolo, 2013, dedicati solo a Noica. Invece, nel mio primo libro di saggi "L'armonioso fine", S.E.B. Cusano Milanino, 2005, vi è un saggio intitolato: "Eliade, Cioran, Noica". Riporto integrale senza modificazioni. Le sottolineature nella terza citazione (Noica... al momento dell'uscita di prigione verso il confino) sono a mia responsabilità per sottolinearne la capacità critico/profetica...
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- 1) Constantin Noica, Pregate per il fratello Alessandro, II Mulino, pag. 58.
- 2) Marco Cugno, Introduzione, pag. 20, in: C. Noica, Sei malanie dello spirito contemporaneo, II Mulino.
- 3) C. Noica, Pregate per il fratello..., cit.
- 4) Basta leggere la media delle recensioni apparse all’uscita di Sei malattie..., con in testa il giudizio di Vattimo... Siamo confortati, al proposito, anche dalle argomentazioni di Marco Cugno e di Roberto Scagno, sia pure volutamente distanziatesi rispetto alla media ragione dei nostri interventi, nell’ambito dei due Speciali (dedicati alla generazione del ’27 romeno ed a Noica in particolare) diretti efficacemente da Claudio Mutti, sui n° 3 e 4 di “Letteratura-Tradizione”. Tali argomentazioni, al di là delle critiche rispetto ad un approccio che poteva dar adito, a loro avviso, ad una nostra eccessiva e pericolosa sottolineatura di tutte le contraddizioni antiliberali (del Noica da noi così interpretato) che impedivano ed impediscono - però - oggettivamente, allora come ora, una distesa fruizione nel nostro occidente postbellico, non potevano prevedere la difficoltà della ricezione italiana, ancora troppo in prossimità dell’apparizione dei tre aurei libretti del Mulino. Ho tratto motivi seri di riflessione, al proposito, anche dalla successiva lezione del prof. Scagno al convegno per il centenario di Noica presso l’Accademia Romena in Roma, del 3 giugno 2009, ove il problema della difficile ricezione di Noica nell’Occidente filosofico continentale (l’analitica anglosassone, ne sarebbe - a suo dire - esclusa a priori) è affrontato, sia pure con estrema cautela formale, sempre sul piano del vuoto storicistico noichiano..., con anche un affondo sulla difficoltà di un glossario comparatista (accettabile in Occidente), proprio in relazione alle sue originali ed evocatorie scelte linguistiche, (intru), indubitabilmente al centro della sua speculazione. Peraltro non sarebbe in definitiva mai scattato (e non sarebbe potuto mai scattare, date le circostanze intrinseche ed estrinseche) quel meccanismo che, pur nel negativo (oltre che nel positivo) di un’ineffabile aura lessicale e semantica, ha fatto buona parte della fortuna di altri grandi della modernità, da Heidegger a Bataille, da Wittgenstein a Foucault, da Derrida a Nancy. Il pregiudizio storicista o comunque l’accusa di un ontologismo fondato su un vuoto di cultura storica in Noica, a nostro avviso, non è altro che la copertura tecnica di un pregiudizio ideologico. Infatti, non potendosi negare l’occidentalità evidente del suo pensiero (che ovviamente non ha nulla a che spartire con l’occidentalismo oggi comunemente invalso), riferito saldamente alla tradizione filosofica che da Platone arriva fino ad Heidegger, si sostiene da più parti che quello che risulta un oggettivo e quindi evidente distacco rispetto a certe derive del pensiero filosofico soprattutto continentale (francofortese e/o francese) sia una fuga dalla dimensione storica... Resta che poi proprio queste derive, sia in termini di neomarxismo, di freudismo, di strutturalismo, di semiotica, si siano velocemente (e storicamente) fagocitate l’un l’altra prima ed infine siano state tutte riportate alle linea di partenza dallo stesso pensiero della decostruzione, che - da noi - ne è stato il figlio più o meno legittimo ma l’innegabile erede. Noica, nella sua opera principale, Il Trattato di ontologia, (Constantin Noica, Trattato di ontologia, trad. e cura di Solange Daini, 2007, Edizioni ETS, cfr. anche il Saggio sulla filosofia tradizionale, stesso curatore, stesso anno, stessa casa editrice), è rimasto volutamente estraneo a questa forzata sequela ermeneutica, al di fuori della quale i nostri medi pensatori, con rare eccezioni, sembravano fino a poco fa non trovare altro aggancio dialettico. Restandone Noica però consapevolmente ai margini, preferendo compiere il suo impegnativo tragitto lungo la via maestra della grande teorizzazione filosofica classica, ma, anche per la sua biografia intellettuale, rapportandosi conseguentemente anche in termini di contemporaneità, al pensiero heideggeriano...
- 5) C. Noica, Trattato di ont., cit., pag. 258. 10.






