
La proporzione spirituale della Brevitas- Considerazioni in margine a due sillogi poetiche di
- Alessandro Camilletti
- rec. di
- Giovanni Sessa
- Il mondo contemporaneo, la società iper-industriale (Stiegler) sembra aver espunto da sé la poesia. Viviamo nell’epoca della “post-verità”, della “miseria simbolica”, un età dimentica del valore fondativo della Parola. Heidegger sostenne che proprio tale contesto storico, dominato dall’oblio dell’origine, cela in sé la possibilità di un risveglio, di un Nuovo Inizio. La lettura di due sillogi poetiche del marchigiano Alessandro Camilletti, ci ha convinto della veridicità della costatazione del filosofo tedesco. Ci riferiamo alle raccolte, Vivo e invisibile e a Breviario antalgico, entrambe comparse nel catalogo dell’editore peQuod, rispettivamente nel 2023 e nel 2025.
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- Camilletti è autentico poietes in quanto ha contezza che, ab origine, la poesia è nata sotto il segno delle Muse e, quindi, la sua espressività deve avere tratto plurale. Forte di tale convinzione, dal 2009 è voce e autore delle liriche di Psycho Kinder, progetto musicale che ha prodotto sei album, un EP e diversi singoli, con la partecipazione di diversi musicisti italiani. La sua ultima fatica, Breviario antalgico, è impreziosita, inoltre, dal contributo dell’artista visionario Gian Ruggero Manzoni che, con sobri tratti di lapis, trascrive in immagini grafiche, la brevitas, stilistica ed interiore, del nostro autore.
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- Procediamo con ordine e muoviamo da una breve presentazione di, Vivo e invisibile. Nella Nota che introduce il testo, Giampiero Neri, rileva che: «La poesia di […] Camilletti si caratterizza per una sua pronuncia seria […] che non si cura dell’ornamento e mira all’essenziale» (p. 9). La silloge ha ritmo musicale, è scandita in sei momenti costitutivi. Fin dall’incipit del testo, il tratto originale (vale a dire, emianamente esposto all’origine) del poetare dell’autore è chiarito dall’esergo delfico-apollineo: «Niente di troppo». Esso indica come soltanto il rifiuto della dismisura che connota il contemporaneo, consente di intuire come la vita dell’intera physis, sia apertura al perpetuo incipit vita nova: «Infiniti sono i punti/ di una circonferenza-/ così i traguardi-/ che nascondono infinite ripartenze» (p. 13). La perpetua metamorfosi del principio è negata dalla dimensione “rettorica” del vivere (Michelstaedter): «Giornate fotocopia/ attraversano presenze/ rilevate da un cartellino» (p. 15). Il desiderio del finito ci lega alla catena del presente ignobile, alla “comunella dei malvagi”. Per uscire dalla “gabbia di ferro” (Weber) è necessario guardare alla vita nuda, acconsentire alla dimensione corporea propria della nostra presenza (Andrea Emo), del nostro esserci: «Lasciarsi urlare dal corpo/ E percuotere l’anima/ Fino all’implorazione/ Un amore vasto/ Senza dono» (p. 16), che non consente di ambire più a un altrove, a: «una totalità paralizzante» (p.17). L’origine si dà solo nel lacerto, nel frammento, nei corpi in cui pulsa, attraverso il cuore, il ritmo metamorfico della vita.
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- La grazia meravigliante della natura la si scopre nel disordine, nel caos dionisiaco: «Gli alberi, disposti/ In gran disordine,/ Ricordavano un/ Disegno infantile» (p. 21). Camilletti scopre la realtà delle immagini, oltre il primato degli universali, quale testimonianza della singolarità del darsi dell’ex-sistere: «Scorrono le immagini/ All’ombra di metafore/ E saltano le categorie» (p. 22) logiche. Il poeta cerca nel canto, l’inesplorato, l’indicibile, ciò che è sottratto ai viventi dalle dicotomie indotte dal principio d’identità. Per questo, rileva: «Mi caccio/ in un labirinto/ di ipotesi» (p. 26).
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- Il nostro autore è poeta che filosofa. Non è stato, del resto, un grande della poesia europea, Rimbaud, a sostenere che per sottrarsi alle maglie della modernità non è sufficiente una semplice “rivolta poetica”, ma occorre una rivolta “logico-filosofica”? La parola di Camilletti è nomadica, errabonda, mira: «a cercar vita» (p. 29). Tale “cerca” induce a vedere le cose come sono fin dal loro darsi nel mondo, vale a dire: «dimora necessaria» (p. 31). Tale poesia rifugge da qualsivoglia prospettiva escatologica, in quanto fiorisce di fronte all’inanità del pensare per opposti, dall’:«eterno conflitto/ dell’indivisibile/ in cui l’uomo/ si smarrisce» (p. 35) e sollecita, con persuasività d’accenti, ad assaporare ogni istante: «senza smarrire la misura,/ ricordati chi sei/ tra i mille specchi deformanti» (p. 36) Da qui, il suo tratto ermetico, che individua la propria “verità” nell’enigma, nella preservazione del misterium vitae, nel sostare in esso: «Non è la sorte/ ad alleviare il tormento/ ma l’enigma» (p. 40). Da ciò il tratto aristocratico del poeta, che oggi assomiglia a: «Un’aquila con ali di catrame/ costretta a mangiare tra le galline» (p. 45). Quest’aquila azzoppata sa, comunque, di poter beneficiare dell’eterno nell’attimo e, nell’incompiutezza della vita nuda, tendere alla perfezione iperbolicamente agognata. Questa la trasmutazione alchemica.
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- In, Breviario antalgico, lo rileva nella postfazione Adriana Gloria Marigo, Camilletti: «Presenta ancora una volta la complessità del rapporto dell’io con il mondo, il rito taumaturgico del phármakon della parola che […] induce poesia a non dire tutto» (p. 49), ma ad alludere, a condurre l’uomo di fronte alla “vertigine della soglia”, di cui ha detto magistralmente il grecista Davide Susanetti. E così, chiosa il poeta: «Lo spirito del tempo/ è assenza di spirito/ Un sogno il ricordo/ di stanze abbandonate/ Vaghiamo sul dorso/ di un evo indecifrato» (p. 23). Nonostante ciò, in tale contesto storico, l’origine si dà: «Nelle pause la poesia/ nel silenzio la sapienza/ nel respiro l’essenza» (p. 45). Il “prendere coscienza” dopo essersi cibati, nell’Eden, del “frutto proibito”, da parte di Adamo ed Eva, nostri progenitori, ci ha proiettati nel provvisorio e da allora: « Il nostro trionfo (si è rivelato)/ Un susseguirsi di guasti» (p. 21). La conoscenza significante, analitica, sostiene Camilletti: «Scoprendo/ Copre» (p. 20). Copre il principio, l’origine, la sempiterna dynamis, la possibilità-libertà, che sempre anima la vita. Il poeta marchigiano guarda, a parere di chi scrive, al “canone minore” del pensiero europeo, a quel drappello di poeti-filosofi che, in Italia, a muovere da Leopardi, hanno riproposto il primato della potenza nei confronti dell’atto aristotelico. Essi: «Timonieri di navi invisibili/ si danno convegno/ in un luogo sconosciuto» (p. 13), nel presente mercificato dalla Forma-Capitale.

Alessandro Camilletti, Vivo e invisibile, peQuod editore, pp. 57, euro 13,00; Id., Breviario antalgico, peQuod editore, pp. 53, euro 13,00.








