Centro Studi Heliopolis - Associazione No Profit

Centro Studi Heliopolis - Associazione No Profit

Menu
  • Home
      • Log in or Register
  • Chi siamo
      • l'amministratore
  • Rivista Heliopolis
  • Rubriche Editoriali
  • Notizie
  • Contatti

Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Cioran-Noica: i due “amici” ed il “segretariato”  (1)
  • di 
  • Sandro Giovannini

  • La lontananza tra Cioran e Noica non è semplicemente spaziale, ma anche lessicale, una distanza sostanzialmente spirituale. Due uomini (e non solo due) che si ritrovano nel tempo, ma non ancora nella dimensione interna. Già l’inizio della lettera di Cioran ne è testimonianza : “...questo mondo ‘meraviglioso’ che, secondo voi, ho la fortuna di abitare e di esplorare. Potrei rispondervi... che questo mondo non è meraviglioso...” (2) Noica è in grado di percepire la bellezza sia del proprio che di “quel” mondo, perché ha radici ben salde, ha già il meraviglioso nella terra che non ha lasciato, nei luoghi e nella lingua che non ha abbandonato, lui già padrone, fin dalla giovinezza, del francese. Cioran come può, invece, pur nella consapevolezza della bellezza stravolta (ma catafratta nel ricordo) del suo vecchio mondo, e nell’appercezione complessa ed irriducibile del suo nuovo mondo (“...ho un debole per l’orribilità”) ormai, come persona, autoprivatasi delle radici in nome di una libertà parzializzata da ben conosciute esigenze di mercato, prendere possesso dell’eticità della bellezza? E questa eticità è persino - per lui - ipotizzabile? Ma questa tensione è tuttavia intensamente vissuta o subita anche da Cioran, come lui stesso spiega all’amico lontano, rimasto in Romania. E’ vissuta nello stesso uso linguistico... parole prime pensate in un idioma misterioso per poi venire espresse in una lingua mielosa, capziosa e prepotente al tempo stesso. Prepotente quanto il magiaro (“...del gendarme ungherese, terrore della mia infanzia...”) “possente e corrosivo, fatto per le preghiere, le urla e le lacrime...”, che ricorda a Cioran le paure infantili, e, in fondo, il suo essere estremista ed assolutista, in tutte le dimensioni, ben oltre quelle isteriche-giovanili (“...la mia isteria di allora”), persino, poi, quelle della fuga, della derisione, della sprezzatura. Una sorta di posatore mistico? Già... come potrebbero apparire alcune sbiadite copie del cioranismo, soprattutto senza quei drammi e quelle follie... dietro le spalle... Lo stesso problema di linguaggio lo possiamo ritrovare in quei musicisti russi che, per fuggire alla demagogia comunista ed alla sua imperiosa richiesta espressiva, si sono visti costretti ad ottundere la loro potenza di selvaggia comunicazione con l’inquieto, rassegnato e multiforme “borghesismo occidentale”. Prepotenza e potenza in Cioran quanto, secondo altra modalità, l’estremismo linguistico di Noica, legato alla sua tradizione fonetica, che traborda dal parlato, al pensato, allo scritto, al letto e vissuto. Vissuto da “scita” - ma potremmo sottolineare l’uso romano, addirittura giulianeo, di tale termine, cadendo tale utilizzo in una sorta d’autorappresentazione piena anche se orientale della cittadinanza tardoimperiale - non da “poeta celta di lingua romanza”, nella consapevolezza comune della mortalità protratta (ma forse irriducibile) dei popoli schiacciati dall’imperialismo. Oggi spesso si pensa che questi timori non esistano più, per un’assuefazione globalista, che mentre ci sbatacchia irosi sui superficiali gorghi nevrotici ci ottunde irresponsabilmente per le profonde correnti di tempesta... Così mentre l’antagonismo bipolare russo-americano permetteva, paradossalmente, un residuo di salvaguardia delle diversità, pur in una dolente e catafratta dialettica, il conflitto dei due assi è trabordato in quello social-spirituale tra l’omologazione liberal-capitalista nell’intolleranza omologata e più o meno plebea di ciò che si voleva - a ragione od a torto - proletario, ed il supponibile aristocraticismo residuale identitario (ma forse anch’esso irriducibile), non caricaturale o folkloristico, ma di matrice tradizionale. Tutto questo sotto lo sguardo sfrontato e rapace del principio consumista basato sull’indebitamento indotto e progressivo che crea dipendenze, di vario segno, moltiplicate ad arte. A ciò s’oppone la potenza linguistica nell’attaccamento alla propria tradizione, che non è evidentemente un atteggiamento letterario ed ha un portato amplissimo, in una condivisione d’immagini visionarie e posture di pensiero. E’la forza espressiva, distruttrice, salvifica e ricreatrice di Noica. Il suo essere “ahoretico” (3) ha nella lingua il suo punto critico. Si comprende benissimo quanta determinazione usi il filosofo nella difesa del suo idioma e quanto sia spinto il suo amore per la terra ed i frutti materiali e spirituali da questa prodotti e quanta persona si concentri nel coltivare la radice del proprio essere. Ed è la radice di tutti noi che siamo “immersi (volenti o nolenti) nell’Occidente”. Perché la terra di Noica è l’Europa, la culla della civiltà: “...in tutto questo c’è l’Europa, le cose ci appaiono semplicemente come le briciole di un banchetto... Gli ideali di liberazione dei popoli di colore sono semplici echi del pathos europeo della libertà; l’umanesimo orientale è una mera replica, il loro Materialismo è una tecnica presa in prestito: e questo stesso comunismo... che misero rimasuglio rispetto al festino di Hegel e della cultura occidentale”! E se tutti questi sono i resti, il cuore dov’è?...” (pag.54) Il cuore è l’Europa. La cultura europea “vaga un po’ dovunque su questa terra” e lo spirito dell’Europa è il suo restare attaccato alla lingua, il suo restare fedele alle origini. E’ la consapevolezza, mistica, che senza queste radici nessuno spirito potrà mai realizzarsi e “spiccare il salto nel nulla interplanetario del buon Dio”. (pag.54) Questo permette realmente il nuovo sulla base certa. Ma non è solo questo, cioè solo saldezza interiore... ma capacità di dare senza pontificare, ragionando, esprimendo partecipazione reale ed offerta sul solo piano di verità che conti: la qualità dell’offrire e del ricevere. Noica nella sua risposta a Cioran dà compiutezza al suo ruolo paidetico. Lo stesso ruolo che lo aveva aiutato a superare il periodo del carcere, quello dello sviluppo del “segretariato”, “...dove i suoi allievi sono un contadino, un atleta ed un ingegnere...” e che continua a Paltinis ove s’era ritirato dal 1975, divenuto poi il centro dell’insegnamento di Noica “l’ultimo grande metafisico del secolo”. Il segretariato prende spunto verbale dalla nomenclatura comunista prima, bolscevica poi, burocratica infine, nella progressione storicamente attuatasi dell’Urss e dei suoi satelliti. Ma in Noica vi è una daimonica capacità d’utilizzare molti termini della comunicazione obbligata dalla dittatura e dalla sua forma mentis, per svelarne le componenti più profonde, “aliene” e necessariamente deviate, rimettendole così in un proprio codice linguistico prima, paidetico poi, mediante l’inusuale carisma di magistero. Al di là della geniale operazione linguistica, ciò si determina in una compiuta soluzione filosofica. Due plessi storici del materialismo scientifico, come dialettica e segretariato, si rivelano quindi come nodi gordiani che il pensatore ardisce sciogliere e non tagliare, com’è invalso ormai per lo più dalla caduta del muro...   Nel segretariato ritroviamo un codice d’onore del servizio aconfessionale alla verità ed alla giustizia, compiuto nel crisma di una stoa, né misantropa né flagellante. In Noica, con uno stile di simpatia istintualmente aristocratica, si rompe ogni schema di “pietismo stoico”. Quel lato pur nobilmente autopunitivo e drammatico del moralismo filosofico tipico dello stoicismo, pur nelle sue notevoli varianti e prossimo nelle scelte sublimi ad un sprezzare di sé e dell’altro e nella vulgata ad una sclerosi piagnona ed ottusamente conservativa, si presenta nella sua risolta immagine di “idea” platonica, depurata da ogni cascame moralistico. E così, tale versione testimoniata da Noica, ci appare molto più tradizionalmente centrata che infinite diatribe pseudotecniche tra escatologici ed apocalittici, tra carismatici ed iniziandi vari... sul tema. La gioia vera di un’amicizia, di un servizio che abbia il suo solo ed ineliminabile fulcro nella ricerca della verità, comprese tutte le possibili poste giocate nel secolo dall’interno della personalità e dall’esterno del mondo così com’è... senza infingimenti... con ogni possibile estrema riserva, (perché sempre comunque operata anche nelle peggiori evenienze) dell’ironia e con la saldezza dettata dalla serietà disarmante di una lucidità giocosa e profetica.

  • Note:
  • 1) Emil M. Cioran - Constantin Noica, L’amico lontano, Il Mulino, 1993. Cfr.: anche i miei “Eliade, Cioran, Noica - Un’approssimazione alla lettura socio-letteraria del fenomeno” in S. G., L’armonioso fine, SEB, 2005, pag.117; “Sottigliezza narrativa e spirito, alcune note su Noica”, ibidem, pag.259; ed ancora S. G., “Il Grande Gioco di Noica”, in questo stesso testo.
  • 2) L’amico... cit., pag. 27.
  • 3) C. Noica, Sei malattie dello spirito contemporaneo, Il Mulino, 1993, pag.111 “...L’ahoretia designa il rifiuto, oppure la rinuncia, più attenuata o più categorica, ad avere degli horoi, delle determinazioni.”  Noica stesso esegue - se pur in terza persona - la sua “cartella clinica”: “...Dopo aver presentato l’ahoretia tanto attraverso casi generali quanto, eccezionalmente, attraverso un caso individuale, la sua descrizione riassuntiva è semplice: è la malattia nata da un rapimento spirituale o intellettuale, che porta ad una brusca illuminazione o lucidità di coscienza, la quale fa sì che il soggetto si vieti la partecipazione, domini le sue determinazioni, veda il positivo del non-atto e del negativo, accettando la sconfitta, assimilandola ed imboccando la strada dell’indifferenza...” (ibid.: pag. 134) E’ questo l’atteggiamento ed il filo conduttore del libro, che tradisce lo spirito dell’autore o meglio svela la strada che Noica ha imboccato non solo per sopravvivere al regime comunista, ma avendo trovato quello che definisce sostanzialmente come uno stato di perfezione: “...Ora sei uscito da sotto la tutela della specie, della società, come pure dalle tue vane aspirazioni o ambizioni, e sei finalmente uomo, un uomo libero, soggetto umano, e non essere manovrato da tutti gli altri: Non vivi più neppure con vane speranze - che accada qualcosa, che il mondo ruoti di 180°, che scenda su di te chissà quale investitura o felicità - non vivi più con ‘ce sȃle espoir’, come diceva uno scrittore francese. Non puoi più aspettare, rinviare, sperare nulla. Ma essendo così, è la sola cosa in cui non vivi più in sospensione...” (ibid.: pag.132). Strada che Marco Cugno ci presenta, appunto, nell’Introduzione a “Sei malattie dello spirito contemporaneo” prendendo spunto dal testamento politico di Steinhardt e dalle tre soluzioni di costui “per uscire da un universo concentrazionario” e affermando: “...La ‘via’ scelta da Noica rientra tra le tre soluzioni indicate nel Testamento di Steinhardt come le sole mondanamente possibili oppure prefigura un’ulteriore possibilità? Sarei propenso a credere che ci troviamo di fronte ad una ‘quarta via’, non molto dissimile, per altro, da quella ‘mistica’ di Steinhardt, di cui potrebbe rappresentare il correlativo sul piano laico, ‘mondano’...”. Potremmo quindi chiamare la via di Noica una via stoica, vista l’affinità fra il misticismo cristiano e quello stoico. Dice Noica:“Gli stoici mantenevano ancora una forma di ritiro ‘nel’ mondo, sostenendo il ruolo che era stato loro affidato ‘da colui che allestisce il dramma’. Ora, con gli asceti, il rifiuto è anche esteriore, l’ahoretia diventa assoluta, e se all’interno persistono determinazioni coscienti, anzi vere e proprie lotte contro le inquietudini del proprio spirito o contro le tentazioni dell’Altro, tutto ciò che avviene nelle loro anime mira ad una forma di pienezza che porta, al limite, alla totale abolizione delle determinazioni, mediante la fusione della natura generale e mediante l’estasi.” (ibid.: pag. 115). Ovviamente questa affinità che Noica raffronta alla propria, trovando momenti di forte coincidenza ed anche elementi di differenziazione su cui non spinge a fondo l’acceleratore, come potrebbe, è qui, da noi, solo delineata, perché vi sarebbe molto da dire e soprattutto ancora da investigare, sul processo di cosciente interiore sdoppiamento che porta un atteggiamento stoico, storico o contemporaneo che fosse o che sia, alla doppia anima di tipo benniano, jüngeriano, borgesiano e di tanti altri grandi (cfr.: il mio “Ricercare le due anime, anima-spada ed anima-libro” in questo stesso testo) ed in sostanza a quella duplice disposizione di presenza/assenza, di weiwuwei che innerva tutta la misteriosofia operativa anticoccidentale ed estremorientale... Attorno a ciò vi è comunque una postura dello spirito in Noica, quella da lui - in qualità di buon sistematico - definita ahoretia, ma che noi - in ben più prosaiche temperie - possiamo appercepire in una dimensione onnicomprensiva od appunto adeterminata, ed è la medesima che su un orizzonte più ampio lo ha spinto a scolpire la mai abbastanza genialmente appresa e recepita formula dell’universale attraverso l’idiomatico. Per questo dopo aver pagato con la carcerazione le letture ed i dialoghi comunitari sugli scritti di Cioran e che gli fa - senza mai citare tali spiacevoli conseguenze - rispondere all’amico francesizzato, (determinazione paidetica del tutto consciamente assente in Cioran, che anzi si compiace di scioccare salottieramente il borghesismo, e non solo, con la sua meravigliosamente folle - da lui stesso dichiarata tale - tirata contro l’indebolimento e l’imbonimento) formula e squaderna organicamente e pianamente il concetto di segretariato, assimilandolo dal socialismo reale e praticandolo persino in carcere, con quelli che partecipavano (a perdere!?) con lui alla disavventura concentrazionaria, certo più legati alla presentità del tempo e certamente meno capaci di disindividualizzazione ed in ciò molto più (ma - a contrariis - è sommo artificio letterario e tradizionale dell’autore di Pregate per il fratello Alessandro) “simpatici, naturali, comprensibili, umani”...

  • “Senza perché”
  • di 
  • Giuseppe Gorlani

  • Sei, questo è certo. Ma sai della Presenza che palpita nel Cuore ubiquo dell’Infinito?  Hai compreso i simboli che guidano e proteggono?  Il Cammino è lungo, arduo, paradossale e periglioso. E soprattutto: ami abbastanza?  Ami i ghirigori della polvere, le sfumature  della voce che vaga di mondo in mondo, i grilli che cantano sulla soglia del sacello?  Ami gli accenti meravigliosi e terribili della lingua originaria cui appartieni? Sai dissolvere le torsioni della menzogna nell’atanor silvano? 
  • ...
  • Si principia dall’Essere per destarsi all’Essere. Panta rei, proclamava l’efesino Eraclito; tutto scorre immobile: l’acqua, il tempo, la vita stessa. «Mutando sta fermo».[1]  E pure il Cammino non è propriamente tale, bensì un risolversi nell’Ineffabile.  Le lune trascorrono di mese in mese, attraverso gli anni, penetrando sotto le radici del biancospino.  La regina e il re amoreggiano sdraiati sui raggi argentei di Chandra, preceduti da araldi spaventosi, circondati da cortei di lucertole, ramarri, orbettini, rane.   La luna, come il sole, nasce a Oriente e cala ad Occidente, tracciando nel cielo una scia di racconti, dei quali Le mille e una notte sono una nebula di scintille.
  • ...
  • Un ragazzo si addormenta all’ombra di un laburno frondoso e sogna di intraprendere il viaggio dal Sé al Sé. I passeri che sfrecciano nell’ortaglia si fermano un istante per osservarlo incuriositi. Perché si agita nel sonno? Che cosa lo turba? Se il Secretum è già presente, in piena evidenza, potenzialmente decifrabile da una profusione di “stelle” (così Ailester Crowley definiva gli esseri umani), perché lo cerca indefessamente?  Se il Centro è dove egli È, perché non si acconcia su Ananta, intriso d’armonia, galleggiante sulle acque primordiali?
  • ...
  • Per gli shaiva il mondo è il lila-gioco di Shiva, l’incomprensibile, per i vedantin è maya, un serpente immaginario erroneamente sovrapposto ad una corda.  C’è giustappunto una corda calcinata dal sole e sfilacciata dalla pioggia a lato della stradetta poco frequentata tra le colline. Nessun serpente ne emerge all’immaginazione, nessuna creazione fittizia crepita tra le dita; la corda non ha occhi che gli si arroventino, né filamenti vibratili che la elevino tra gli astri, non ha alcuna particella indivisibile che la fondi.  Se la si guarda con attenzione, sparisce e resta il nulla, che pure è qualcosa, una sorta di astrazione osservabile.
  • ...
  • Per il giovane stretto nell’abbraccio dell’Incantatrice, il mondo è l’eco densa del suono incausato che in quattro parti si divide amalgamandosi con le opacità e le luci del crepuscolo. E dunque senza incertezze si rifiuti o beva il succo che per i ciechi, aggrappati a fardelli irriti, è fiele, ma elisir per le anime «senza perché».[2]    Sfere purpuree rimbalzano le une contro le altre nel sonno. Si alzano gli sguardi oltre le cime degli alberi, mondati dalla fatica di almanaccare su ipotesi bislacche. Che meraviglia non sapere nulla, salvo quel che si sa da sempre per anamnesi, a guisa di cirri vaganti nell’atmosfera rarefatta delle lettere, neumi impressi nella cera. E camminare il mattino per boschi rigogliosi, ai margini di pianure stese tra precipizi infinitesimi. E fermarsi accanto a un gruppo di salici ad ammirare un capriolo curioso tra le felci.  All’alba si medita ghermiti dalla medesima vita estatica che incalorisce ogni istante. Si osa iniziare mille libri e concluderli in un’unica sillaba, irrorare il mondo con lacrime cristalline, gettare alle proprie spalle le falde del mantello, signoreggiare magie infide, insegnare ai corpi sofferenti l’ars che svela la salute.  I bambini, persuasi a non spaventarsi, accartocciano i volti dei demoni a lato della via azzurrata da riflessi lacustri e ballettano verso gli stagni ove amano trascorrere i pomeriggi estivi.  È una cantilena traballante a lambire una simile vaghezza. Nel dedalo di viuzze e piazze antiche le parole, pur sapendo di sfiorare l’incommensurabile intensità del Mistero, non fuggono: impavide, affollano loggiate e veroni in attesa di potersi distendere nel buio notturno.
  • ...
  • Democrito, di cui Borges scrisse che fu «inventore degli atomi indivisibili, avversario dello spirito, falsario di smeraldi»,[3] visse sino a cento e nove anni. Sul letto di morte udì la sorella rammaricarsi poiché il suo trapasso imminente le avrebbe impedito di partecipare alla festa delle Tesmoforie, dedicata a Demetra.  Il moribondo la rincuorò, dicendole che non si sarebbe incamminato verso l’Ade durante quei tre giorni. Lei però avrebbe dovuto fargli avere ogni mattina alcuni pani appena sfornati. Ricevutili li odorò a lungo e il prana aleggiante negli atomi, non certo indivisibili, gli permise di prolungare la propria esistenza per tutta la durata della festa.[4]   L’Abderita non “vide” che in ogni atomo vi sono mondi infiniti, particelle viepiù minuscole, universi? Non s’affacciò sull’Abisso? Blaise Pascal, pur negando la necessaria pluralità di prospettive sul risveglio all’intuizione assoluta, lo “vide”; egli comprese l’impossibilità di un termine ultimo: «Io voglio dipingergli non soltanto l’universo visibile, ma l’immensità di natura che si può concepire nell’àmbito di questo scorcio d’atomo. Ed eccogli un’infinità di universi di cui ognuno ha il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra […] e nella terra degli animali e infine degli acari».[5]   E tra triliardi d’acari, un acaro sulla spina di una rosa in un giardino. E nel giardino un uomo davanti all’acaro dell’“inizio”, per entro il quale la visione “precipita” nell’Infinito.
  • ...
  • Se si potessero riempire le polle più profonde con un semplice moto delle braccia, gli uccelli volerebbero in modo diverso, gli uomini invertirebbero la propria direzione dalla vecchiaia alla giovinezza, dall’oscurità allo splendore e i pellegrini si riparerebbero all’ombra delle farnie, frastornati dal frinire delle cicale. Ma così non è, l’acqua che scorre verso valle è a mala pena sufficiente per dissetare un fiore solitario, arancione, un giglio di San Giovanni immerso nel respiro rarefatto della foresta. Dall’orbita vuota di Kannappa Nayanar, pujari eterodosso dedito alla caccia, scendono lacrime e sangue; le prede ignorano l’intrico della macchia e s’avvicinano al lingam[6] torreggiante tra erbe e cespugli, ricordando con una vividezza superiore a quella della maggior parte degli uomini la propria quintessenza.  Il petalo che scende dalle nubi è oro zecchino; invano i moderni soloni a Bruxelles tentano di provare che l’oro serbato nei cuori è soltanto un moscerino nell’occhio. Easy Rider proiettato nella sala cinematografica d’un anonimo paese romagnolo è frammento d’epos sulle cui tracce si dipanano percorsi invisibili. «Guardate la polvere. Da essa ispirati risvegliate “il gioiello della discriminazione”»,[7] bisbigliano le gocce di pioggia nella chiesa abbandonata, ove le risonanze della campana che trapassa i mondi s’aggiungono ai pensieri di Pascal.
  • ...
  • I giovani intrepidi dove sono ora? Dov’è l’“Orda d’Oro”, Sira Ordu, guidata da Batu Khan, prefigurazione del Kalkin Avatar, dove sono gli Ettore, gli Arjuna, i Parsifal? Sembra che il coraggio senza macchia sia scomparso dalla scena del mondo. In realtà tutto è ancora vivo, sebbene in forma poco discernibile; ecco infatti gli eredi d’eroi offrire fiori di ginestra spruzzati di sangue e serti di sillabe irraggiungibili, là dove nessuno osa gettare lo sguardo ai piedi del Dharma.
  • I vanesi capi europei, satolli d’apparenza, autoconvintisi di trasformare in pietre preziose quel che toccano (pure loro, assai più di Democrito, “falsari di smeraldi”), celebrano trionfi fasulli sulle proprie tombe. Il loro agire ruota attorno alla superstizione per la quale il “progresso” è incessante e massima virtù è il perseguirlo.
  • ...
  • Adesso, qui, seduti nella penombra di boschi diradati, abitati da scarsi animali, mentre ci si prepara a varcare la soglia del sonno, a mala pena se ne odono le deprecabili assurdità, attutite dal frusciare di foglie secche sollevate da mulinelli di vento sui selciati di Valencia, da vortici di sabbia alle porte di Kandahar, da ghiaia rovesciata in androni di nebbia.
  • ...
  • La bellezza non sta nei palazzi di vetro e cemento o nelle sculture ad essi associate, né la giustizia benevolente nei sorrisi di cerone e plastica mascheranti la più desolante pochezza. Nelle foglie, nella sabbia, nei viottoli di ghiaia, nei manufatti antichi, nello sguardo vigile e assorto ad un tempo del Viandante palpita l’incanto umile e glorioso che favorisce l’autoconoscenza.
  • [1] Eraclito, I frammenti, 84°, a c. di Franco Trabattoni, Marcos Y Marcos ediz., Mi 1991.
  • [2] «La rosa fiorisce senza perché: fiorisce / perché fiorisce, / a se stessa non bada, non chiede d’esser / veduta». Angelus Silesius, Il Pellegrino Cherubico, 289, a c. di Giuseppe Faggin, Editrice La Locusta, Vi 1990.
  • [3] Jorge Luis Borges, La mappa segreta, p. 35, Adelphi Ediz., Mi 2025.
  • [4] L’episodio è narrato da Diogene Laerzio in Presocratici, a c. di Laura Gemelli Marciano, vol. III, p. 273, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Mi 2025.
  • [5] B. Pascal, Pensieri, a c. di Ugo Bernasconi, p. 128, Rusconi, TN 2023.
  • [6] Linga letteralmente significa “segno” ed è simbolo aniconico di Paramasiva, l’assoluto.
  • [7] In sanscrito Vivekacudamani; è il titolo di una fondamentale opera di Sri Shankara, codificatore della dottrina advaitavedanta.

  • Cromwell

  • Hilaire Belloc,
  • Oliver Cromwell. Il dittatore puritano,
  • (prefazione di M. Pasquero, Iduna 2026, pp. 120, € 12,00)
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Chi si aspetta da questo saggio dello storico cattolico, francese di nascita ma inglese di adozione, una “classica” biografia, ha sbagliato.   L’autore non ci parla di eserciti, partiti, istituzioni, guerre, battaglie, ma s’incentra sul carattere, le convinzioni e le capacità di Cromwell. Tale impostazione lo rende di notevole interesse per chi voglia passare al vaglio del realismo politico e del di esso strumenti concettuali l’operato del dittatore.  Belloc riconosce a Cromwell due capacità: quella di sapersi muovere politicamente (con furbizia ed ipocrisia) nella tormentata epoca della guerra civile e quella di aver modellato e comandato l’esercito parlamentare, il New Model Army. A seguire Machiavelli gli ascrive le qualità della volpe e quelle del leone; non meraviglia quindi che sia diventato Lord Protettore.
  • ...
  • Quanto a modellare (e comandare) l’esercito, il New Model Army aveva la caratteristica di essere reclutato prevalentemente tra devoti protestanti. Il che non significa che fossero dei santi, ma che erano persuasi di combattere per il regno di Dio sulla terra. Era così impregnato di una determinazione – della quale, spesso, facevano le spese i nemici civili. In primo luogo la popolazione cattolica irlandese.   Ma anche qua è evidente che lo strumentario del realismo politico è confermato: un esercito impregnato di fanatismo religioso è non solo più determinato ma anche galvanizzato dall’odio per il nemico, che è anche nemico di Dio, di cui l’esercito è lo strumento.
  • ...
  • Quanto l’odio verso il nemico contribuisca alla volontà di combattere, è cosa nota già prima che lo scrivesse Clausewitz, così come essere investiti di una missione.  Onde si capisce come Voegelin avesse pensato che proprio la rivoluzione inglese e in particolare i presbiteriani fossero all’origine del neo-gnosticismo moderno. Un saggio originale e interessante.

 

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
Centro Studi Heliopolis - Associazione No Profit © 2026 Privacy policy

Login form

Login with Facebook
Login with Google
  • Dimenticato il nome utente?
  • Dimenticato la password?
  NOTA! Continuando la navigazione si accetta che possano essere usati cookie per migliorare la navigazione e a scopo statistico. Se non si modificano le impostazioni del browser, l’utente accetta
OK