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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • saggezza di Erso

  • La folle saggezza di Eros
  • Un saggio di
  • Luciano Arcella
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • L’ultima fatica di Luciano Arcella, La folle saggezza di Eros, pubblicata da Amazon, è testimonianza di come vita e pensiero debbano procedere all’unisono, oltre il dualismo escludente impostosi, in un lungo percorso storico, nella storia e nella filosofia d’Europa. Arcella mostra di avere contezza del tratto errabondo e aporetico del “vero”. La sua opera può essere ascritta al “canone minore” (Rocco Ronchi), carsico, che sta prepotentemente riemergendo nel dibattito teoretico contemporaneo. La stessa esistenza del nostro autore ha, del resto, tratto nomadico. Arcella è stato dapprima addetto culturale presso l’Ambasciata italiana di Mogadiscio, successivamente docente di Storia delle Religioni presso l’Ateneo dell’Aquila e di Filosofia in Università latino-americane, inoltre è autore teatrale di vaglia, cosa questa non secondaria visti i contenuti del volume che discutiamo.
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  • Nelle pagine di questo libro, infatti, viene presentata, non solo una ricostruzione genealogica della “saggezza di Eros”, ma una sua possibile attualizzazione nel mondo post-moderno.  La trattazione muove dalle antiche cosmogonie e teogonie elleniche, nelle quali la presenza di Eros, rileva l’autore: «potrebbe essere giustificata da una concezione comune o popolare alla quale Esiodo volle dare voce, che celebrava attraverso il dio il potere dell’erotismo e della fascinazione amorosa» (p. 9). Tesi, questa, fatta propria ne, Gli Uccelli, da Aristofane, che lesse Eros quale forza aggregante capace di generare la realtà fisica, in particolare gli uccelli: «i più antichi tra tutti i beati» (p. 10). Tale potestas divina venne celebrata anche dalla lirica greca. A Saffo: «Eros si presenta come lysimelés, scioglitore di membra, dal sapore “dolceamaro”» (p. 11). Alla trattazione di Eros, in sintonia con il mito, dette organica sistematizzazione Platone, dapprima nel Simposio, successivamente nel Fedro. Nel primo dialogo il susseguirsi degli interventi dei deuteragonisti hanno tratto teatrale, visivo e vivo, sintonico alle conclusioni cui perviene Socrate. Nel dialogo: «Le varie relazioni hanno carattere propedeutico […] preparano la conclusione socratica, che le corregge parzialmente e le completa» (pp. 13-14). Socrate, narrando un mito ascoltato dalla voce della sacerdotessa Diotima, svela la natura del dio e la sua essenziale funzione nella vita degli uomini. Eros, nel racconto socratico, è presentato quale figlio di Penia e Poros. Al pari di Penia che indugiò prima di entrare nel sala dove si teneva il banchetto in onore di Afrodite, anche il filosofo maieutico si intrattiene, immerso in se stesso, prima di accedere al banchetto di Agatone.
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  • Tale atteggiamento di momentaneo distacco dalla realtà, indica la necessità, provata dal filosofo, di conoscere delficamente se stesso e i propri “limiti”. Questa la condizione che gli consentirà di affrontare con efficacia il confronto dialogico con gli astanti. Eros non è né dio né uomo, vive, come l’autentico filo-sofo, nel metaxy, nell’“in-tra”, è daimon.  È povero ma ricco in capacità, induce nell’uomo una spinta anagogica che lo indirizza a perseguire la felicità permanente, riservata agli dèi. Essa: «si renderebbe possibile all’uomo attraverso la generazione» (p. 22) biologica. La fama, di contro, può concedere all’uomo una forma di immortalità superiore a quella genetica. Socrate è “iniziato” da Diotima alla conoscenza del Bello che sempre è: «Nel conoscerlo […] identificandosi con gli dèi, diventa immortale» (p. 23). L’irruzione di Eros nel processo di conoscenza tacita il lógos e apre alla “visione” (Colli la chiamerà “vissutezza”). Platone, nel Simposio e nel Fedro, supera la dimensione dialettica del conoscere, si lascia alle spalle il dominio della parola significante, per scoprire il suo tratto evocativo, atto a condurre alla “visione”. Il ragionare per antitesi proprio della dialettica, non permette di rapportarsi all’origine, solo Eros scardina a-dialetticamente tale argomentare dualistico, aprendosi all’estasi.
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  • La centralità ritmico-musicale dell’azione di Eros è stata più volte, nel corso della storia del pensiero, ribadita dagli autori che hanno guardato a un altro possibile Inizio della storia europea. Nella Rinascenza ne ebbero contezza, in una prospettiva che tendeva a conciliare tale visione estatica del vero con il cristianesimo, Pico e Marsilio Ficino. Quest’ultimo, nel dialogo, Sopra lo amore, espressione della rinascente sapienza ermetica, rileva che: «l’amore terreno […] finisce con l’essere riflesso di quell’amore che ha in Dio la sua origine e il suo fine, e pertanto si traduce nella volontà di perdersi nella persona amata» (p. 55).
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  • Medesimo atteggiamento teorico-pratico, Arcella rileva nella potente filosofia bruniana. Atteone negli Eroici Furori, si pone oltre la mera dimensione rappresentativa centrata sulla distinzione dialettica di soggetto-oggetto, vivendo nella “vicissitudine universale” il principio che si dà solo negli enti di natura. Ben lo seppe Paul Rée, amico di Nietzsche, che con Lou von Salomé strinse un legame d’amore non risoltosi dialetticamente. Questi, in forza di Eros, si aprì al Tu, all’Altro, a Lou, non ritornando in se stesso: «Definendosi un Tu, “il Tuo Tu”, Paul interrompeva questo percorso, e rimanendo nella condizione dell’altro rinunciava a riconoscere se stesso, a esistere in quanto individuo» (p. 47), chiudendo i suoi giorni lasciandosi scivolare nelle acque del fiume Inn.
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  • Non diversa visione dell’Amore ebbe il giovane Hegel panteista, prima di ricadere nelle maglie dialettiche del sistema panlogista. Fu Stirner, con il suo Unico, posto al di là dell’Io, a superare ogni prevaricazione eliminando: «la dialettica quale campo di contrapposizione e negazione» (p. 66). In forza del recupero di tale visione delle cose, Arcella si pone di là della scolastica contrapposizione di Tradizione e Modernità. Entrambe fondano il proprio ubi consistam sugli universali, la trascendenza per la prima, l’immanenza della Tecno-Scienza per la seconda. Il caos nel quale viviamo è dato dalla post-modernità, che non è espressione della Tradizione ma neppure, sic et simpliciter, della modernità solida, illuministica. È l’epoca, come rilevò Evola, dell’uomo dalla “razza sfuggente”. Essa è dominata dai “simulacri” moltiplicati dall’info-sfera. Tra essi è oniricamente riemerso anche il simulacro di Eros e, in particolare, della figura di Narciso. Per uscire dall’impasse nella quale si dibatte la contemporaneità, riferimenti essenziali risultano essere Frobenius e Levinas. Il primo ci induce eroticamente a pensare “nel Tu”. Sarebbe necessario, in tal senso, affidarsi ad Eros abdicando al dominio dell’Io ipertrofico, concettualmente inteso.
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  • Per Levinas bisognerebbe spingersi verso: «Una totalità inglobante il Medesimo e l’Altro» (p. 168). Arcella, facendo propria la lezione di Onfray, invita alla nietzschiana “fedeltà alla terra”. La potenza erotica passa dai corpi, perché solo in essi palpita l’origine, la dynamis, la possibilità-libertà. Si tratta forse di pensare un futuro-antico, una Tradizione post-moderna, centrata sull’idea, aggiungiamo noi, di un dio sensibile, messa recentemente a tema in un suo libro dal filosofo Emanuele Dattilo.
  • Luciano Arcella, La folle saggezza di Eros, Amazon, pp. 193, euro 20,80.

  • Voci Arcane

  • "Voci Arcane"
  • Il dizionario del fantastico di
  • de Turris e Fusco
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Nel 1969 e nel 1971 comparvero nel catalogo dell’editore Sugar, della quale allora era direttore Massimo Pini, due significativi volumi enciclopedici intitolati Arcana, dedicati a “il meraviglioso, l’erotico, il surreale, il nero, l’insolito”.  Il primo volume si occupava di tali contesti inusuali nell’ambito letterario, il secondo nell’ambito delle arti figurative. Si tratta di un vero e proprio dizionario dell’insolito e del fantastico le cui voci furono scritte da noti studiosi di tale generi letterari e pittorici. Non potevano mancare nel novero degli autori, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Entrambi giovanissimi, erano animati dall’intenzione di rinnovare nel profondo l’esegetica dominante nelle patrie lettere, che riduceva fantasy e fantascienza a espressioni creative d’evasione, a forme espressive “marginali”. Per i due volumi, de Turris e Fusco composero a quattro mani un’ottantina di voci, ma ne furono effettivamente pubblicate sessantacinque, alcune delle quali in modalità parziale. La società editrice La Torre ha da poco raccolto in volume questi scritti del “fantastico duo”. Ci riferiamo a, Voci Arcane. Un dizionario del fantastico, arricchito dalla contestualizzante postfazione di Pietro Guarriello (per ordini: info@editricelatorre.it). In esso, laddove possibile, sono state ripristinati nella loro integrità i contributi dei due autori.
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  • Il libro è di godibilissima lettura, impreziosito da un apparato iconografico composto da ritratti fotografici degli autori di cui, di volta in volta si tratta, e da eleganti illustrazioni. Un’opera preziosa anche sotto il profilo editoriale, quindi, della quale consigliamo vivamente la lettura, alla luce di questa constatazione di Guarriello: «Recuperare queste “voci” nella loro forma originaria, significa rendere omaggio a due pionieri che continuano a fare scuola, ma anche e soprattutto riscoprire le fondamenta su cui si è edificata gran parte della moderna esegesi del fantastico nel nostro paese» (p. 402). De Turris e Fusco scrivendo le “voci” si sono fatti latori di un’ermeneutica innovativa, “neo-simbolica”, centrata sul mito, aperta alla pluridisciplinarità, alla psicologia del profondo e ai contributi forniti in tema dalla storia delle religioni e dal pensiero di Tradizione. Di ogni autore, i due intellettuali ricostruiscono, con acribia investigativa inconsueta, tanto gli aspetti biografici più rilevanti e la bibliografia, senza trascurare il senso profondo, in alcuni casi riposto, della loro opera. Tale rigore critico è dedicato tanto agli autori più noti, tra essi Tolkien e Lovecraft, quanto ai meno noti al grande pubblico: «Ogni “voce” è un piccolo saggio compiuto» (p. 409), si sostiene nella postfazione.
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  • Il saggio più ampio è riservato a Lovecraft. Si tratta di un’analisi attenta del “materialismo cosmico” del solitario di Providence, espressione filosofica del tragismo che sta alla base della sua narrativa, produttore dell’“orrore cosmico” nel quale l’uomo vive, il più delle volte inconsapevolmente. Si badi, la “materia” della quale dice Lovecraft, nulla ha a che fare con la materia meramente quantitativa della modernità, in quanto essa è “animata”. L’orrore è il prodotto della: «sospensione […] di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos» (p. 411). Oltre il mondo staticizzato dai concetti e dalla scienza, vige la realtà dell’impossibile, che irrompe all’improvviso nelle nostre esistenze. De Turris e Fusco, a proposito di Tolkien, la cui opera principale nel 1969 non era stata ancora pubblicata in Italia, ricostruiscono la lunga gestazione de, Il Signore degli anelli. In essa, il docente di Oxford: «ha dato a ogni personaggio, a ogni luogo, una sua credibilità, creando dal nulla una “storia” per ognuno di essi, una vera “fanta-mitologia”» (p. 262). L’intera produzione narrativa tolkieniana è “fantasia eroica”, fantasia “mito-poietica”.
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  • Medesima visione del mondo è rilevabile nelle pagine di Bradbury. Questi era dotato di uno stile particolare che mirava, in modalità fiabesca, all’«umanizzazione del futuro dell’uomo» (p. 53). Gli occhi dello scrittore guardarono il mondo in modalità infantile, attraverso la meraviglia propria dell’infanzia, in un rapporto immediato, di vera e propria immedesimazione con la vita profonda delle cose. Fahrenheit 451: «dimostra come il suo pessimismo si risolva poi in una posizione fondamentalmente ottimistica nei confronti dell’uomo del futuro ma di decisa condanna verso tutto quanto ne comprometta l’individualità» (p. 57). Anche Borges, ricordano i due autori, colse nella lingua lo strumento atto a concedere momentanea forma al caos del mondo: «gran parte della narrativa di Borges sembra avere il fine unico di corrodere i fili maestri del tessuto connettivo del continuum spazio-temporale» (p. 46), al fine di mostrare la possibilità dell’impossibile. L’uomo, come la realtà, è doppio, ambiguo e, solo nella pluralità e nella dimensione temporale gli è dato di attingere la propria identità. Ma, si badi: «il sogno si stempera nel reale e non è distinguibile alcuna linea di divisione fra i due domini» (p. 48). Per questo, come seppe il nostro Leopardi, le cose non sono mai quello che dicono di essere, mera datità, positività, ma sono abitate da un non, da un principio negativo.
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  • Della Seconda parte del libro, dedicata alle arti figurative, ci limitiamo a segnalare, tra gli altri, i “medaglioni” riservati a Buzzati e Escher. Lo scrittore bellunese ebbe, da sempre, un’evidente propensione per la figuratività. Ciò è rilevabile dal suo, Poema a Fumetti del 1969. I suoi disegni testimoniano la ferma volontà di evadere dalla realtà sorda e grigia, messa in scena anche nelle opere letterarie. Il fumetto di Buzzati si pone oltre la pop art, in quanto ha valenza liberatoria, pur non avendo la pretesa di: «raggiungere […] l’elaborazione di un “messaggio” compiuto e articolato» (p. 274). Escher, in particolare nell’incisione in legno, Tre sfere, non avverte il bisogno di inventare altri mondi: «per suggerire il senso dell’illusorietà del reale» (p. 299).  Egli ha contezza che l’altrove è sempre qui, ci abita.
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  • Voci Arcane mostra che de Turris e Fusco sono intellettuali che: «hanno dedicato la loro vita a esplorare e a difendere un Immaginario che consideravano non una fuga dalla realtà, ma uno strumento per comprenderla più a fondo» (p. 415).

  • Gianfranco de Turris-Sebastiano Fusco, Voci Arcane. Un dizionario del fantastico, postfazione di Pietro Guarriello, pp. 416, euro 24,50.

 

Serenità1


  • Una passione che libera
  • Massimo Donà
  • e la 
  • serenità
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  

  • In queste brevi note ci occuperemo di un libro importante, uscito già da qualche anno, che abbiamo letto per la seconda volta. Ci riferiamo al volume del filosofo e musicista Massimo Donà, Serenità. Una passione che libera, comparso nel catalogo dell’editore Bompiani e ancora acquistabile nelle librerie on-line. La crucialità delle sue pagine è data, in prima istanza, dal mostrare come l’iter dell’autore non abbia tratto meramente teoretico, non si riduca a ennesima riproposizione sistematica del primato degli universali. Al contrario, la sua visione del mondo rinvia a un ethos, a una possibile modalità di ex-sistenza pensata in termini di singolarità. In questo senso, quella di Donà, è filosofia in grado di parlare agli uomini della post-modernità, agli “abitatori del tempo” e dell’età della Tecnica, in modalità rasserenante, ponendosi oltre le logiche dell’esclusione che distinguono radicalmente l’essere dal nulla, l’esistenza dall’essenza, l’uno dai molti.
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  • Come si evince dal titolo, Donà si interroga sull’aspirazione alla serenità che, da sempre, ha connotato la vita dei mortali e sulla quale si è interrogata, a più riprese, la tradizione filosofica. Ogni uomo, infatti, vorrebbe essere sereno, vorrebbe beneficiare di uno stato di appagata conciliazione con sé e con le cose del mondo. Il problema è che, a muovere almeno dalla filosofia classica platonico-aristotelica, la vita è stata pensata alla luce delle idee, degli universali: «Platone sapeva cosa poteva rendere buona ogni cosa» (p. 24), riteneva che il Bene fosse l’Uno, un’entità assolutamente astratta, in grado di unificare il molteplice. L’uomo è un animale che, oltre a possedere il lógos, è animato da passioni. Tra queste passioni va annoverata quella per la conoscenza, per l’astratto: «quella capacità di connettere, di legare insieme, senza la quale mai potremmo rinvenire fattori comuni […] tutti quelli che la filosofia chiama gli universali» (p. 26). Il grande Ateniese seppe anche (Settima lettera) che la passione conoscitiva dell’autentico filo-sofo tende a spingersi, attraverso un processo meta-intellettuale, oltre le barriere statuite dal logo-centrismo, al fine di cogliere, in una sorta di epopteia, l’effettivo darsi dell’origine solo nella cosa singolare. Platone sostenne, inoltre, che il nous avrebbe dovuto agire sulle passioni evitandone gli eccessi. Da allora, l’Occidente fece della ragione uno strumento etico, in forza della quale avrebbe tentato di: «costruire una vera e propria geometria delle passioni» (p. 28). Il filosofare è stato così inteso quale strumento terapeutico, otre che diagnostico, del “mal di vivere”.
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  • In realtà, siamo stimolati a patire tanto dall’esterno, dalle cose del mondo, quanto dall’interno: «Nella passione ognuno di noi fa […] esperienza di una “passività” che viene […] avvertita come negazione» (p. 29) della nostra autonomia. Nei desideri sperimentiamo di essere mancanti di qualcosa, a essa aneliamo in un movimento incessante. Il desiderio: «Ci fa prendere coscienza del fatto che siamo finiti, ma che potremmo non esserlo - per il fatto stesso che tentiamo continuamente di superare tale condizione» (p. 30). Ogni volta che, attraverso un oggetto finito, riusciamo a soddisfare un desiderio, torniamo tra le braccia del dolore o della noia. Ben lo seppero Schopenhauer, Leopardi e Michelstaedter. Per tale ragione, Donà, con acribia esegetica non comune, discute con persuasività di accenti le principali vie alla serenità proposte dai filosofi, dall’antichità alla modernità. Egli muove da una convinzione di fondo decisamente anti dualista. Tutti noi, per il fatto di aver contezza della finitudine che ci abita, a ben vedere nella soddisfazione del desiderio: «non possiamo fare a meno di esperire la nostra insuperabile e originaria infinitudine» (p. 31). In che senso siamo infiniti? Di certo, non in termini meramente quantitativi: tale idea dell’infinito è stata inaugurata in Grecia nel V secolo a. C. ed è stata ereditata dal Ge-stell tecnico-scientifico. Essa è centrata sulla distinzione di essenza ed esistenza, di soggetto ed oggetto. Per uscire da tale gabbia concettuale è, come comprese Colli, necessario abbandonare la struttura meramente rappresentativa del conoscere, oltre la quale si scopre che l’origine si dice solo nei molti, nella vissutezza. Tale principio, stante la lezione di Emo, è un non, una negazione che si positivizza e vive nelle perpetue metamorfosi della physis: «Se questa è la cornice ontologica e strutturale dell’umana esistenza, allora il non-essere costituisce per ognuno di noi quanto può essere sempre guadagnato» (p. 33) nel presente.
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  • Il filosofo veneziano inizia la propria disamina a muovere dalla esegesi dello stoicismo greco e romano e dell’epicureismo: «Mentre per gli Epicurei è solo il vizio a condurre alla non-verità e al dolore» (p. 48), a non farci essere sereni, gli stoici si fecero latori di un intellettualismo etico di matrice socratica, che, con Seneca, pervenne alla consapevolezza che la tranquillità d’animo la si impara e sperimenta solo di fronte alla morte. L’inquietudo nella quale viviamo è data dalla conoscenza. Questo ci dicono le Sacre Scritture, le quali posero in termini teleologici, in termini di scopo, il conseguimento della serenità. Solo la staticità della morte, placherà il “movimento” insoddisfatto della vita, il suo mai “stare”. La Redenzione concederà all’uomo la pace serena dell’inizio edenico, mai sperimentabile nella concretezza dell’esistere. La fede è risoluzione: credo quia ad absurdum.  Gli utopismi politici, immanentizzazione del fine della storia cristiano, non faranno che rinviare a un futuro incerto tale compimento, da perseguirsi anche attraverso l’uso della violenza. Donà lo mostra, in tutta evidenza, nella seconda parte del volume, articolata in sette densi capitoli. L’autore si interroga, inoltre, sul contributo fornito dall’umanesimo tragico italiano, intrattenendosi su Petrarca e Leon Battista Alberti. Discute, in sequela di tale prospettiva, le posizioni espresse da Cartesio, Spinoza e Leibniz, ma anche le significative intuizioni di Nietzsche, Proust e Kafka, San Francesco e Balzac, e sull’impossibile divenire ciò che si è tematizzato da Fichte.
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  • La serenità per Donà ha a che fare con un’impossibile. Essa in realtà altro non è che tensione esistenziale atta a concedere “spazio” alle nostre vite: «spazio, sì, questo vorremmo tutti. Spazio per poter respirare sereni. Spazio che ci liberi dagli affanni che offuscano la vista […] che rendono troppo “oggettuale” il chaos originario» (p. 230). Donà ci dice che l’aporia vive nella vita, non è data dall’inciampo della morte. Per questo la “verità” ha tratto “errante”, nomadico. Tale visione è aliena dal contemptus mundi delle escatologie religiose e politiche. È visione euforizzante, rasserenante. È propria di quanti abbiano contezza di essere appesi a un principio infondato e, per questo, capaci di sintonia con il perpetuo incipit vita nova. Una serena inquietudo, un’indeterminatezza che: «non dice nulla di misterioso, di là dall’esistere delle quotidiane fatiche cui tutti ci sottoponiamo per raggiungerla» (p. 231).

  • Massimo Donà, Serenità. Una passione che libera, Bompiani, pp. 236, euro 8,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
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  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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