
L’immaginazione creatrice nel sufismo- di Ibn ˊArabī
- Uno studio di
- Henry Corbin
- rec. di
- Giovanni Sessa
- Henry Corbin (1903-1978) è stato islamista di vaglia, storico delle religioni e, soprattutto, filosofo estraneo alle correnti speculative prevalse in Europa, in particolare, nell’età moderna. Il suo metodo ermeneutico, comunque, è aperto, in colloquio anche con pensatori di primo piano del Novecento, attento alla correttezza filologica-scientifica delle analisi ma consapevole, al medesimo tempo, dei problemi che ogni lavoro esegetico implica. Per i tipi di Mimesis è nelle librerie un suo saggio dirimente, L‘immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ˊArabī (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657).
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- Il testo, uscito nel 1958, ebbe una seconda edizione ampliata nel 1975, riproposta ora nell’edizione italiana della quale ci stiamo occupando. Il volume è arricchito da un saggio introduttivo di Roberto Revello, che consente al lettore di aver piena contezza dell’iter intellettuale, quanto della proposta esistenziale di Corbin.
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- Per il pensatore francese, precisa Revello: «Lo studio delle tradizioni filosofiche islamiche […] non può essere neutro né puramente descrittivo: è un incontro che coinvolge l’interprete» (p. 10). La “situazione spirituale” nella quale vive il lettore è sollecitata, attivata dall’islamista, in quanto: «Il compito dell’interprete non consiste nell’eliminare i propri presupposti ma […] nel metterli in gioco» (p. 11). In ciò, se abbiamo ben inteso, l’approccio di Corbin ricorda, per certi tratti, l’empatia suggerita da Bachofen agli studiosi del mondo antico.
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- La ricerca di Corbin è inquieta, muove verso insegnamenti atti a parlare all’uomo contemporaneo al fine di sottrarlo allo scacco nichilista. I suoi studi più rilevanti riguardano pensatori quali Avicenna e, appunto, Ibn ˊArabī: fonti alle quali si è abbeverata la tradizione shī’ita, non casualmente influenzata dal pensiero ismailita legato al Sufismo. Nella prima parte de, L’immaginazione creatrice, lo studioso si occupa della dottrina dei Nomi divini: «processo teopatico che coinvolge l’uomo stesso nella sua dimensione più profonda» (p. 13). Nella seconda, Corbin affronta, con ricchezza di dettagli, il tema dell’immaginazione creatrice, intesa quale preghiera teofanica. Infine, nel vasto apparato critico-erudito delle note, l’insigne islamista si sofferma sulla dottrina dell’unicità dell’essere e su altri aspetti, dottrinario/realizzativi, presenti in Ibn ˊArabī. La ricostruzione della biografia intellettuale del pensatore arabo è sviluppata in modalità esemplare e con acribia esegetica. Per Corbin, Dio è inconoscibile attraverso l’approccio logo-centrico, in quanto la natura divina non è entificabile. Tale asserzione non implica la necessità di rivolgersi, per approssimarsi al Principio, alla teologia negativa, apofatica. Tale approccio è centrato, infatti, sull’:«astrazione al più alto grado che vieta di fare immagini, vieta di dare un volto (a Dio) e impedisce ogni calore umano» (p. 15).
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- In questo libro la conoscenza del divino, di là da ogni astrattismo, laico o teologico, passa attraverso una figura amata, un’immagine: «ogni amore per Dio è popolato da manifestazioni che scorrono nel transito incerto che dà pur senso alla vita» (p. 16). La mistica di Ibn ˊArabī non è nullificazione dell’uomo in Dio, ma riscoperta del divino in noi, attraverso risonanze e corrispondenze. La creazione di Dio sorge dall’immaginazione e l’uomo immaginando (termine da non leggersi in termini meramente psicologici e moderni) si pone in sintonia con la manifestazione dell’Uno dai volti infiniti. L’immagine è legame, unisce, non ha tratto dia-bolico, divisivo, come il concetto. Immaginazione è gnosi legata a Sophia. A tali posizioni, lo studioso francese giunse riflettendo, tra le altre, lo ricorda Revello, su tematiche junghiane. Nella solitudine, in interiore homine, scopriamo la nostra costitutiva “dualitudine”(l’espressione è di Corbin), facendo esperienza che, oltre all’“umano troppo umano”, in noi alberga l’origine. Solo l’in-solitudine moderna è autistica, la solitudine autentica, memore della presenza dell’Angelo nel cosmo (figura di rilievo per l’iranista), ci consente di vivere, dopo la rivoluzione copernicana: «nell’universo delle sfere celesti e delle loro anime-intelligenze» (p. 19), di scoprire nella bellezza del mondo, il sigillo divino.
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- Corbin e Ibn ˊArabī sono convinti dell’eccezionalità dell’uomo, della straordinarietà della sua dimensione spirituale. Il nostro poterci rapportare all’immaginazione creatrice ci concede una possibilità escatologica, la salvezza dalla dispersione nel puramente mondano, una vera e propria resurrezione. Tesi non dissimile questa dalle posizioni di Böhme e della mistica tedesca a lui coeva: l’“illuminato” tedesco disse, nelle sue opere, del “corpo sottile”, materia immateriale affrancata dalla corruttibilità: «il corpo sottile è un veicolo dalla materia al puro spirito, e tutto quanto si trova in questo “tra” riguarda necessariamente il mondo e la scienza del’immaginazione» (p. 23). Idea guida dei libri di Corbin è, infatti, la daēnā mazdea, individualità associata all’immagine. Riflettendo sulla trattazione del tempo in Heidegger, da Essere e tempo a Kant e il problema della metafisica, suggerisce Revello, Corbin rileva che, per il tedesco, la funzione dell’immaginazione risulta inscindibile dalla temporalità, in quanto atta a unire sensibilità e intelletto. Per il francese è l’immaginazione trascendentale ad originare il tempo: «come successione di nunc; è essa il Tempo originario» (p. 28). Il mundus imaginalis nella tradizione islamica è rappresentato dalla Nube primordiale (della quale ha scritto magistalmente Alberto Ventura), simbolo di un universo teofanico.
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- L’intero volume qui rapsodicamente presentato, è centrato, conclusivamente, sull’ethos del trascendimento tematizzato in Italia da Ernesto De Martino nel secolo scorso, la cui lettura conduce, ci pare, a un’escatologia nell’immanenza. L’oltre al quale è necessario guardare è trascendentale, è un’energia, i Greci la definirono dynamis: «che non trascende questo suo stesso progettarsi storicamente, in una dimensione intersoggettiva, sociale e culturale» (p. 32). Così intesa l’immaginazione creatrice spinge nel «non dove» (p. 32) dell’iperbolico trascendersi a cui l’umano è chiamato.
- Henry Corbin, L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ˊArabī, Mimesis, pp. 410, euro 24.00.








