
INTERVISTA- di
- Mario Bernardi Guardi
- a
- Sandro Giovannini
- M. B.G.:
- 1) Ci conosciamo da decenni, da decenni Sandro Giovannini è per me un amico e un sodale. Sullo sfondo, idee, passioni, belle bandiere. Ma immaginiamo che io voglia presentarti a un ragazzo d'oggi. Cosa gli dico? Chi è Sandro Giovannini? Cosa vuole? In cosa crede? Per che cosa si batte e dibatte? Quali sono i suoi obbiettivi?
- S.G.:
- 1) Risposta: negli ultimi anni mi è capitato d'incontrare - dopo appassionate stagioni, giovanili e non solo, con grandi progetti comunitaristi rinnovatisi più volte e naturalmente esauritisi con il passare degli anni, giovani per lo più svincolati da ogni apparente logica comunitaria ma capaci e promettenti, magari molto diversi da me, com'ero e come sono tuttora. Comunque dotati di una sicura passione interiore che è rassicurante vedere ancora in opera. Cerco di parlarne oggettivamente, perché credo nelle differenze se però possono essere apporti duraturi e rinnovino una presenza ed una causa, ancora legata ad ideali di perfezionamento spirituale e sociale. Ad una sensibilità nazionale e popolare nel senso migliore e che sappia riconoscersi, anche ora, nel rappresentarsi assieme, contenendo orgoglio e narcisismo fuori misura, cifre della comunicazione sempre difficilmente contendibili ma attualmente giunte ad un punto limite. Ad un punto, quasi, di non ritorno. Rispecchiarmi nei loro occhi giovani e sperare che il loro entusiasmo genetico non sia rapidamente reso impotente dalle delusioni e dal disincanto, rappresenta plasticamente ciò in cui credo ancora. Ovvero che ci si può battere per testimoniare che non tutto è nel mercato e quindi che tutto è in vendita. Il mio obiettivo quindi, nell'ultima fase della mia vita, è quello di ricercare, avendo ancora delle residue energie, il confronto con loro e con la loro vita di oggi. Quel confronto però, se voglio rimanere autentico, non piccolo o medio trombone di provincia, viene allo scoperto con i fatti che conosco, con le piccole arti che ho sempre frequentato, con la parola più vicina alla cosa, come dice Leopardi. Evitiamo quindi ogni illusione paidetica se non è la suprema finzione alla Stevens, alla Benn, alla Pessoa... Quella per cui ho dato un titolo al mio secondo libro di saggi letterari e metapolitici: "...come vacuità e destino". Il titolo apparentemente roboante ci richiama però ad una pagina filosofica somma, ma che ho riconvertito necessariamente a più miti consigli, nutriti dalla mia doppia anima di valutatore di filosofie perenni, in estrema ed azzardata sintesi lo stoicismo antico-occidentale e le infinite pratiche estremo-orientali. Non posso testimoniarmi contro e quindi, interrogato, rivelo la mia più profonda disposizione interiore.
- ...
- 2) Partiamo dal principio: cosa c'era in principio? Cosa c'erano nei tuoi primi assalti e nelle tue prime iniziative?
- 2) R.: In principio c'era un giovane post-neo-fascista, uscito da una famiglia sana e coraggiosa, dotata di sorprendente sobrietà, ma segnata dalla sconfitta della Patria in cui credeva. Quel giovane di allora, pur facendosi carico pesante e pericoloso di quel potenziale revanchista, però possedeva già il dubbio caratteriale, astrologico, operante ed infatti poi tradotto in comportamenti ben strutturati e consapevoli, della discussione interiore e della disponibilità comunitarista.
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- 3) Ripenso a Junger, ripenso a Borges... Numi tutelari: vuoi spiegarli a un ventenne?
- 3) R.: Il ventenne di oggi avrà dei nuovi punti di riferimento, oltre a quelli che non dovrebbero mai passare di moda. Io li confronterei comunque con i miei, quelli che Tu citi, ma anche tanti altri a me carissimi, come Drieu, Noica, Eliade, Cioran, Bardèche, Cau, Tucci, Zolla, Filippani Ronconi, alcuni conosciuti personalmente, anche se sembra operazione impossibile. Tramite il confronto si trae un flusso imprevedibilmente costante di azione/reazione, di buono/cattivo, di amico/nemico, di decoroso/indecoroso, di autentico/costruito, di operativo/impotente. Ovvero si salva l'eterno potenziale dentro il transeunte diffuso. Comprendendo soprattutto l'effetto decisivo (quello investigato da menti eccelse) della "moda", “fascinum/fascinus”, entro ogni ambito di pensiero/azione.
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- 4) E gli vuoi spiegare cosa hai fatto e perché con l'"architettura" dei tuoi oggetti?
- 4) R.: Ho rivisitato l'antico come un amante moderno. Non solo a livello proprio, quindi filologico e conservativo/dimostrativo, o peggio snobistico, ma con una gradibilità estetica comprensibile ed emozionante.
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- 5) Libri ma non solo. "Volumina", ma non solo.
- 5) R.: Tantissime iniziative, in ogni campo: fac-simile di testi classici, il “tutto a mano” sia per testi che per la parte iconologica, miniaturistica, paleografia, "nuova-epigrafia", termine (che coniarono dei filologi professionisti) accanto al mio, più prosaico, di "scrittura-esterna", oggettistica libraria (o "para-editoriale" come l'abbiamo sempre chiamata), regalistica per i musei, gioiellistica per stilisti, magliette letterarie, primi in Italia, ELOGICON (tipologia d'invenzione telematica), nuove “Istallazioni creative Heliopolis” (sia reali che virtuali), ed altre iniziative di cui il 90% clamorosamente fallite, e qualcuna (ovviamente le più prevedibili, per non dire banali) clamorosamente riuscita...
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- 6) E la poesia? Quanto ha contato? Quanto ha mobilitato cuore e spirito?
- 6) R.: La poesia è con me, da sempre e per sempre. Ma devo necessariamente trovare dentro, delle vere pause esistenziali, per non fare peggio della serialità di tanti artisti ripetitivi. La poesia è costantemente, anche se sempre più raramente, una risorsa per un intuitivo come me, che ha l'ambizione di pensare senza confini, ma che non ha assoluta fiducia nei propri strumenti logici.
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- 7) E i risultati? Il bilancio del tuo infaticabile attivismo?
- 7) R.: Secondo la logica "americana" sarei un fallito, che educazione vorrebbe chiamare di successo od un “insuccessore” pervicace e “portatore sano” del fallimento, cosa che appare contraddittoria, ma che forse non lo è... La mia scultura “Don Chisciote doppia-vita”, portata in visione al Premio romano del 2025, ne è una dimostrazione ed un programma...
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- 8) Penso a “Letteratura –Tradizione”: vuoi " raccontarla"?
- 8) R.: Una bella avventura di 12 anni, ove un comunitarismo un minimo realizzato con l'escamotage della successione dei direttori letterari e quella delle sezioni completamente e liberamente appaltate a terzi faceva emergere a volte il minimo comune multiplo, a volte il massimo comun denominatore. Ero solo il maestro di cucina (ma anche il “lavapiatti”). Dico l'escamotage, perché il narcisismo dovrebbe sempre cavalcarsi e non subirsi, dato che è una tigre potentissima... Chi lo nega o lo sottovaluta non opera autenticamente.
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- 9) Dopodiché questo approdo da geniale architetto/scenografo/ ideatore di spazi/ arredatore di spazi... Cosa stai facendo?
- 9) R.: E', per me, un'immediata conseguenza di cause. Trovo la necessità di rendermi eclettico fuori possibilmente della valutazione peggiorativa. Ma non sempre ci riesco, perché come diceva il Tommaseo e Pound: "la bellezza è difficile". Diversissimamente, anche fra di loro due. Ma noi vorremmo credere che - comunque - non sia "il difficile", ma esattamente il contrario, anche se sembra impossibile. Perché il narcisista ha paura di mettersi in gioco, e se lo fa è spinto solo perché la pulsione è, per lui, irresistibile. Uno può arraffare, qualsiasi cosa gli capiti a tiro, come sferza Montherlant, dicendo che è il discrimine più sicuro per capire in realtà chi sia un uomo, ma se quest’uomo - almeno tra quelli dotati - sa anche lasciar andare, far scivolare anche l’oro fra le dita, spesso tacere, persino subire a volte, ma anche combattere, saper anche - se necessario - alzare alquanto la vibrazione della sua voce, sorridere di se stesso molto più che degli altri, allora - forse - tutto è ancora possibile.
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- 10) Cosa vuoi? Perché lo vuoi? E ci sono pentimenti e rimpianti?
- 10) R.: Non voglio più nulla, ma “...lieti ed onesti conversari”... possibilmente. Pentimenti e rimpianti sono una giuste dose di farmaco salvavita, se non divengono dipendenza inacidita. Ad esempio: la mia “tirata” contro il narcisismo, può sembrare furba e forse è solo più accorta, più avvertita, di quelle manifestazioni (“umane troppo umane”) che costantemente ci si squadernano sotto gli occhi e che sono patentemente prive della minima autoconsapevolezza, anche “estetica”. La prosopopea. Prive di forma creativa anche se ricche di forma ingessata. Quasi patetiche. Ma se uno segue la lezione (al proposito, almeno) di Jung ed ancor più di Hillman, quando dicono che illudersi di trovare solo “il mondo in sé” (...e lo dicono proprio loro, psicologi del profondo!) è correre il pericolo di trascurare colpevolmente (forse anche egoisticamente) l’Anima Mundi..., questo è porsi un problema secolare (filosofico, direi ontologico) ed implicante su piani elevatissimi, ma forse non insolubile. So che è un equilibrio ben difficile valutare efficacemente la polisemia della plutarchiana E di Delfi, ma, nella mia vita, ho almeno provato ad inverarlo. Vale.








