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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Silvano Panunzio COVER

  • Silvano Panunzio
  • e la
  • Conservazione Rivoluzionaria
  • Un’opera essenziale del pensatore cattolico
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Tra le opere, assai numerose, di Silvano Panunzio, un ruolo davvero dirimente, al fine della comprensione del suo iter intellettuale e spirituale, è rappresentato da, La Conservazione Rivoluzionaria, uscita in prima edizione nel 1996. Il libro è tornato da poco nelle librerie per i tipi di Iduna Edizioni con il titolo, Metapolitica 3. La Roma eterna e la nuova Gerusalemme. La Conservazione Rivoluzionaria (per ordini: associazione.iduna@gmail.com). L’ottima curatela la si deve ad Aldo La Fata, l’introduzione, organica e contestualizzante, porta la firma di Roberto Russano.  Panunzio, quando scrisse queste pagine, era quasi ottantenne e aveva ormai acquisito contezza di non poter portare a termine il grande progetto editoriale del, Corso sacro di Dottrina dello Spirito, annunciato nel 1975. Era, tra l’altro, impegnato nella direzione della rivista «Metapolitica», che gli sottraeva tempo ed energie.  A parere di chi scrive, La Conservazione Rivoluzionaria, è davvero testo di rilievo, una sintesi chiara e compiuta della visione del mondo del pensatore ferrarese.
  • ...
  • Il libro è strutturato in due grandi quadri tematici: il quadro anteriore: «È dedicato a un’analisi delle vicende politiche e ideologiche del […] secolo breve» (p. 13). In esso, l’autore fa sostanzialmente i conti con il fascismo e con il mondo culturale da cui sortì l’ideologia del regime; nel quadro ulteriore, al centro dell’analisi è posta quella che Panunzio considerava: «L’imminente svolta metapolitica del Duemila» (p. 13). L’esegesi svolta nella prima parte, lo ricorda Russano, è imperniata attorno alla critica del volume di Marcello Veneziani del 1987, La Rivoluzione Conservatrice in Italia. Nelle sue pagine, l’intellettuale pugliese ricostruiva gli assunti di fondo dell’ideologia italiana, inserendola di fatto nel contenitore, per molti tratti eterogeneo, della Konservative Revolutoin tedesca. Per il pensatore di Ferrara tale accostamento risulterebbe fuorviante, in quanto i due contesti storici, italiano e tedesco, mostrerebbero a ben vedere, tratti differenti. Richiama, così, esplicitamente il contributo fornito in tema dal padre, il filosofo del diritto e della politica Sergio Panunzio, che aveva definito il fascismo una Conservazione Rivoluzionaria. Questa, per dirla con Primo Siena, che fu vicino a Silvano: «costituiva la rettificazione sacrale e romana della “Rivoluzione Conservatrice” di matrice teutonica, dove il senso del sacro restava purtroppo oscurato o addirittura capovolto» (p. 19).
  • ...
  • La prospettiva panunziana, infatti, legge la tradizione cattolica come imprescindibile. Etimologicamente, “cattolico” significa “universale” e, come tale, comprende l’:«immenso patrimonio della Tradizione universale» (p. 22). Il quadro ulteriore chiarisce al meglio tale affermazione apodittica. Qui, Panunzio: «morfologo della storia si coniuga e si completa con quello profetico, apocalittico ed escatologico» (p. 19). Con la caduta del comunismo, prevista dal nostro autore con largo anticipo, nel mondo si affermava, agli esordi del secolo XXI, il capitalismo della dismisura globalizzante, il capitalismo cognitivo e computazionale etrodiretto dalle forze criptopolitiche. Si annunciava, pertanto, il falso mito della fine della storia suffragato dal domino del pensiero unico, dall’ideologia gender e dalla cultura woke. L’unica istituzione atta a svolgere un ruolo katechontico nel confronti del neo-liberismo dissolvente ogni identità è, per Panunzio, la Chiesa cattolica: «una realtà autenticamente rivoluzionaria-conservatrice […] in grado di dare linfa vitale al proprio patrimonio tradizionale, adattandolo al corso della storia senza intaccare la sostanza trascendente» (p. 20).
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  • In tale contesto, il Nostro pare apprezzare, a parere di chi scrive inopinatamente, la teologia della liberazione, giungendo ad anticipare alcune tematiche del pontificato di Papa Francesco, in linea con la tradizione gesuitica. La visione di Panunzio è sostanziata da riferimenti profetici afferenti alla tradizione mariana e micaelita, alla luce della quale lo scontro in atto tra sovversione e conservazione rivoluzionaria vedrebbe in campo, da una pare i sostenitori degli aspetti deteriori della tradizione vetero testamentaria e, dall’altro, gli autentici interpreti di quella neo testamentaria. Egli: «vede approssimarsi la fine del presente ciclo storico entro la prima metà del XXI secolo» (p. 21). È certo di vivere in un’età escatologica ed apocalittica che, a breve, avrebbe conosciuto la “fine di un mondo” e, profeticamente, allude al Nuovo Evo che, a essa, avrebbe fatto seguito. La sua descrizione della nuova età pare sintonica a quanto statuito, a proposito della “società della decrescita”, da Serge Latouche. Solo la sobrietà di vita e spirito può, a suo dire, consentire il ritorno alla: «ripartizione funzionale delle società tradizionali» (p. 24). Consiglia, a quanti vogliano “resistere” alla dissoluzione in atto, cinque disposizioni fondamentali: 1) pregare; 2) operare; 3) dedicarsi allo studio; 4) darsi una disciplina; 5) sacrificarsi. Tali disposizioni devono essere sostanziate da umiltà.
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  • Chi scrive è alieno da qualsivoglia storicismo, dalle escatologie progressive e regressive, solo apparentemente diverse tra loro, quindi si colloca in orizzonti culturali altri rispetto a quelli presentati da Panunzio in queste pagine. Nonostante ciò, per la sua complessità, originalità e organicità, l’opera di Panunzio merita considerazione.
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  • Oggi, compito essenziale della cultura non-conforme, è quello di ri-pensare la Conservazione Rivoluzionaria, alla luce della realtà dell’info-sfera nella quale viviamo. Allo scopo, ci pare necessario porsi oltre le visioni apocalittiche e salvifiche, ma anche oltre l’accettazione acritica del presente. Occorre tornare a guardare, con altri occhi, alla vita nuda, nella prospettiva che da tempo ci ostiniamo a definire lógos physikós.

  • Silvano Panunzio, Metapolitica 3. La Roma eterna e la nuova Gerusalemme, a cura di Aldo La Fata, introduzione di Roberto Russano, Iduna, pp. 227, euro 20,00.

  • Codreanu

  • "Codreanu. L’arcangelo trafitto"
  • L’appassionata biografia intellettuale di
  • Carlo Sburlati
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa

  • Carlo Sburlati è autore noto.  Medico per formazione, fin dalla giovinezza ha mostrato una spiccata vocazione scrittoria e di studio che lo ha reso, fin dagli anni Settanta, uno dei nomi di maggior rilievo dell’area intellettuale non-conforme del nostro paese. Chi scrive è da allora lettore delle sue opere. L’intensa attività di Sburalti ha, inoltre, mostrato il meglio di sé nella promozione e nell’organizzazione di eventi culturali che hanno avuto risonanza non semplicemente nazionale ma internazionale. Le benemerite edizioni Volpe, cinquant’anni fa, dettero alle stampe un suo volume monografico, Codreanu, il Capitano, una ricca biografia intellettuale dal tratto eminentemente storico, accolta da critici e lettori come libro dirimente intorno alla figura, carismatica e discussa, del fondatore della “Guardia di Ferro “ romena. Il volume è di nuovo in libreria in una nuova edizione con il titolo, Codreanu. L’arcangelo trafitto, per i tipi di Idrovolante (per ordini: idrovolante.edizioni@gmail.com). Il testo è concluso e arricchito dall’Appendice critica firmata da Mario Bernardi Guardi e aperto dalla lettera all’autore, che funge da introduzione, di Horia Sima, insigne accademico e uomo politico che aderì alla Legione.
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  • Sima, terminata la lettura della prima edizione, ebbe a scrivere: «mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un’opera davvero fondamentale e documentata sull’argomento» (p. 7). Si trattava di un libro che si poneva oltre le manipolazioni storiche con le quali veniva letta, in quel frangente, la figura del Capitano. Inoltre, lo stesso Sima rilevava con compiacimento nei confronti di Sburlati: «Lei è riuscito a scendere nelle profondità dell’anima legionaria» (p. 9). Questa era connotata da una critica radicale dell’atomismo borghese-liberale e dell’idea totalitaria che discendeva dal marxismo. Codreanu e la “Guardia di Ferro” guardavano, infatti, all’individuo quale cellula al servizio della Nazione e ponevano questa al servizio di Dio. Per tale ragione, le intenzioni esegetiche di Sburlati sono da leggersi in relazione a una storiografia libera e documentata che mira a cogliere, di là dall’esaltazione meramente agiografica e dalla denigrazione preconcetta, l’ubi consistam della vita e del pensiero di Codreanu e del fascismo romeno.
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  • Codreanu. L’arcangelo trafitto è saggio ricco di informazioni, che si avvale, in modalità non strumentale, della bibliografia critica più accreditata in argomento. Ha contezza, il nostro studioso, del valore positivo, dis-velativo, stante la lezione di Bachofen in tema, della dimensione empatica per il chiarimento degli eventi storici.  In tal senso, il lavoro di scavo di Sburlati, è da porsi in sequela con lo studio di Maurice Bardèche, I fascismi sconosciuti, ne rappresenta, anzi, un approfondimento di valore rispetto al caso romeno
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  • Il volume è articolato in cinque capitoli connotati da prosa affabulatoria, sostenuta da passione non comune; il narrato attraversa e analizza vita, azione politica e pensiero del Capitano. Codreanu, ricorda Sburlati, nacque a Iaşi il 13 settembre del 1899. Il suo cognome che, in realtà, era un soprannome con cui la famiglia venne apostrofata a partire dal nonno, guardia forestale, sottolinea il radicamento identitario dei suoi membri nel paesaggio moldavo, nella cultura contadina: Codreanu significa infatti “uomo della foresta”. Non è casuale che nella città natale del fondatore della “Legione dell’Arcangelo” avevano risuonato i versi del poeta Mihai Eminescu, il Leopardi romeno, che sosteneva il tratto melanconico dei suoi canti con un acceso nazionalismo. Codreanu apprese, nel Liceo militare nel quale si formò, il senso della disciplina e del sacrificio. Partecipò, durante il primo conflitto mondiale, al servizio delle truppe comandate dal padre, all’avanzata dell’Ardeal e visse, dopo i primi successi, la delusione della successiva ritirata. Sburlati ripercorre la parabola politica del Capitano e della “Guardia di Ferro”, ricostruisce i rapporti con Mircea Eliade ed Emil Cioran, oltre che con altri intellettuali della “Giovane Generazione”. Giunge, infine, a discutere il martirio cui il leader e molti Legionari si votarono con determinata convinzione.
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  • Per comprendere il senso dell’azione di questi uomini è necessario far riferimento alle tesi di Eugen Weber, lo ricorda Bernardi Guardi: questo storico rivendicò alla loro impostazione tratto: «nazionale, popolare e rivoluzionario, oltre che una volontà religiosa – meglio ancora mistica» (pp. 226-227). La loro non fu azione controrivoluzionaria, ma proposta animata da istanze sociali, latrice di ciò che Brasillach definì “fedeltà alla giovinezza”. Quella della “Guardia di ferro” fu una risposta al moderno indotta dal conflitto generazionale, una sorta di “evocazione romantica”, lo colse lo storico Stuart J. Wolff, che guardava al Nuovo Inizio della storia romena ed europea. Codreanu fu portatore di un sentimento mistico-messianico che aspirava a determinare una svolta politica centrata sulla rinascenza dei valori cristiano-ortodossi, alla luce della quale ogni atto umano doveva tornare ad assumere valenza spirituale. Non è certo casuale che Evola fu affascinato dal Capitano. Nel suo volto intravide: «quella folgore dell’insolito che […] immediatamente comunica(va)» (p. 229), in lui incontrò, finalmente, un “Uomo” della Tradizione.  Eliade, nel pagine del Diario, ricorda lo straordinario incontro tra i due, alla presenza del tradizionalista Vasile Lovinescu. La “damnatio memoriae”, dopo la guerra, cadde sulla figura del Capitano, in particolare per il suo antisemitismo.
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  • Un antisemitismo spirituale che vedeva nell’ebraismo la sovversione del primato dello spirito sulla materia. Lo spirito andava difeso, preservato, nella comunità dei CUIB, nei “nidi” legionari, nei quali, due volte a settimana, come negli Ordini monastici, si praticava un digiuno rituale purificatore. La “Casa Verde”, sede della Legione, testimonia come la “Guardia di Ferro” fosse movimento volto alla speranza politica. L’“uomo nuovo” era pensato alla luce dei precetti dell’ortodossia, vivi e palpitanti nella comunità contadine e nei villaggi rurali.  Per questo, lo riferisce Indro Montanelli, Codreanu sostenne: «Io edificherò una capitale […] di contadini, di poeti, di scienziati, di […] pura stirpe romena» (pp. 240-241). Nell’oblio caduto sulla Legione alligna il rimpianto, forse ambiguo, come la natura di tutto ciò che è umano. Sburalati, in queste pagine, attualizza, in modalità organica e con persuasività d’accenti, la memoria di questo lascito a beneficio di tutti noi, lettori postumi dell’età della post-verità.

  • Carlo Sburlati, Codreanu. L’arcangelo trafitto, Appendice critica di Mario Bernardi Guardi, Idrovolante, pp. 225, euro 17,00.

  • Paesaggi dellanima

  • Paesaggi dell’anima
  • Una nuova raccolta di inediti del filosofo
  • Andrea Emo
  • rec. di
  • Giacomo Rossi
  • Il filosofo veneto Andrea Emo (1901-1983) ha attraversato da solitario il Novecento, lasciandoci in dono un’eredità preziosa custodita nei 398 quaderni di computisteria sui quali, ogni giorno, a partire dal secondo decennio del “secolo breve”, trascrisse i suoi pensieri sulla vita, sull’arte e sulla contemporaneità.  Dopo la sua morte sono stati raccolti in volume molti degli aforismi di questo straordinario pensatore. È nelle librerie per i tipi di InSchibboleth, a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo, una significativa silloge di scritti tratta dai taccuini emiani, intitolata, Paesaggi dell’anima. Il volume è chiuso da un intervista di Giovanni Sessa a Massimo Donà, i cui contenuti consentono al lettore di avere proficuo accesso alla visione del nobile veneziano-patavino, la cui filosofia ebbe tratto spiraliforme, collocata com’è oltre i dualismi, oltre le filosofie dell’essere e del divenire (per ordini: info@inscibbolethedizioni.com). Il libro, impreziosito da una serie di immagini suggestive di Emo e delle sue dimore, è articolato in sei capitoli assai densi, mossi e animati, si badi, da una prosa, inusuale nei filosofi, dal tratto poetico-evocativo.
  • ...
  • Nella prefazione, Donà rileva che la filosofia di Emo è: «un pensiero abissale; che non voleva rendersi pubblico […] sarebbe diventato (Emo) un filosofo “postumo” […] in cui irradianti folgorazioni illuminano un pensiero che si sarebbe rivelato un vero e proprio diamante del Novecento» (p. 9). In sequela di Gentile, ma lasciandosi alle spalle l’eredità dell’attualismo, Emo ha consentito al pensiero italiano di toccare vertici speculativi inusitati. Lo ha fatto pensando in modalità “ossessiva” l’origine che, nella sua prospettiva, erede del lascito leopardiano, ha tratto negativo. Per gli uomini, l’unica possibilità di vita degna è data dall’«assecondare le onde dell’originaria potenza “negativa” da cui siamo in verità tutti mossi» (p. 10), nota il prefatore. Ciò ci consente di riconoscerci “grandi”, “divini”, nonostante il limite biologico che ci connota. Le pagine della silloge restituiscono la visione emiana con uno sguardo “introflesso”, rivolto dal pensatore alla sua “anima”, ai paesaggi che l‘hanno “abitata”. Perché muovere dai paesaggi dell’anima? Perché, di contro alla filosofia prevalsa in Europa, centrata sui concetti, gli universali, la concezione del mondo del nobile veneto, recupera il thauma, la meraviglia che muove l‘interrogazione filo-sofica, ponendosi “in faccia” alla singolarità delle nostre vite, ai loro bisogni e alle loro aspirazioni.
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  • L’esito tragico del Novecento, in termini storico-politici, che si riverbera sul nostro presente, è il risultato cui ci hanno condotto gli storicismi universalistici. Gli utopismi moderni, regressivi o progressivi, hanno mirato, almeno in teoria, al bene comune, alla libertà per tutti ma, per eterogenesi dei fini, si sono trasformati in intollerabili statolatrie, che hanno tacitato gli individui e il loro anelito alla libertà. Gli universali hanno silenziato la vita che, al contrario, ha sempre volto individuale: «Quel che ci riguarda davvero […] ci distingue e ci individua» (p. 13). Medesima incomprensione è messa in campo dalla scienza. Lo scienziato si occupa, certo, dei fenomeni, ma: «solamente in relazione a ciò che non li chiama in casa singolarmente» (p. 14). L’idea scientifica è neutrale rispetto alla vita e alla sua unicità. La verità epistemico-eleatica è dicotomica, necessita dell’errore; al termine del suo percorso di affermazione rimane senza “nemico”, pone fuori scena l’errore, non può più distinguersi da esso. Per questo Emo, in queste pagine, si fa testimone dell’erranza della verità, della sua natura nomadica. I paesaggi dell’anima dicono la dimensione ambigua del “vero”, nella consapevolezza che nei molti si dà, e solo in essi, il medesimo, il non,  originario.
  • ...
  • Scrive Emo: «Nel mondo dell’assoluto, l’affermazione, il “si”, ha spesso la forma del “no”» (p. 25). Per questo, l’unico commento ai silenzi dell’anima è rappresentato dall’arte, in particolare dalla musica. Il secondo capitolo della raccolta è, in tal senso, dirimente. In esso, il pensatore si occupa del ruolo conoscitivo della Fantasia, interpretata quale terminus ad quem del lógos: «Forse la segreta anima della fantasia è la nostalgia dell’identico. Un pallido riposo. Quanta fantasia per arrivare all’Uno!» (p. 41), di là dai concetti. Essa: «è la sola possibile risposta alla logica, ai quesiti della logica […] la fantasia è la risposta […] la soluzione dei problemi della logica» (p. 43), in quanto sospende, essendo coscienza dell’attualità, i rapporti pratici ed obiettivi delle cose, facendole congiungere simpateticamente, per affinità. Essa alberga nei deserti, nei quali la vita è appesa alla libertà, nella rinuncia a qualsivoglia conforto, finanche alla stessa idea di salvezza: «Nella nostra epoca storica, non vi è altro che la fantasia che possa sorriderci» (p. 50).
  • ...
  • Il terzo capitolo è incentrato sull’anima di Venezia, amatissima città, trascritta da Emo in modalità “fotografica”, in “scrittura di luce”. Città di sogno, costruita da mercanti, sospesa tra Occidente ed Oriente: «Il sogno come Venezia, è la metamorfosi di una realtà» (p. 54). Spazio di Melancolia rinascimentale, spazio magico, limitato e sovrumano in uno: «uno spazio che non è esteriorità, ma difesa dall’esteriorità, illuminato dalle lampade oscure di un tempo defunto ed eterno» (p. 57). Venezia quale trasfigurazione, metamorfosi della potenza del denaro: «una consacrazione della dissacrazione» (p. 57). Parole dirimenti, infine, sono quelle che Emo dedica alla physis, all’incanto lunare, alla chiarità argentea dei notturni che hanno ricordato, a chi scrive, memorabili pagine di Bachofen: «Io sono nato in ottobre e amo tutti gli autunni. Sono affine alle epoche in cui nelle porpore, negli ori, nei diademi, nelle filosofie, riluce il mistico dissolvimento e il crepuscolo magico e purpureo delle forze millenarie» (p. 68).
  • ...
  • Emo riscopre la vita nuda, singolare, tesse l’elogio, nel suo pensare poetante, del canto innocente degli uccelli e della vita arborea. L’albero è: «Sacra immobilità di una vita fremente; vitale passaggio dalle profondità della terra alle profondità della luce […] l’albero è una individualità che sa vivere una vita grande, antica e solenne […] senza la coscienza di alcuna immoralità […] l’antica sapienza della vita e della natura. Intima giustizia dell’albero» (pp. 80-81). Il filosofo si sofferma sul senso del Solstizio d’inverno: «è momento magico; quando tacciono le passioni, gli impulsi trionfali della luce e del calore e la mente si rivela con il suo occulto potere di un mondo senza vita apparente e pieno di vita occulta» (p. 81).
  • ...
  • Paesaggi dell’anima è libro nel quale il “nichilismo” di Emo mostra tratto lenitore di qualsivoglia “mal di vivere”, è “scroscio di pioggia” capace di rianimare la “terra desolata” del presente e rinnova, in tal modo, come l’arte autentica, il nostro consenso alla vita.
  • Andrea Emo, Paesaggi dell’anima, a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo, InSchibboleth, pp. 157, euro 18,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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