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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • laculturascorretta

  • "La cultura scorretta" 
  • Un saggio di
  • Italo Inglese
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Italo Inglese è giurista e saggista con alle spalle un numero considerevole di pubblicazioni. La sua ultima fatica, La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana (1946-2026), nelle librerie per Solfanelli editore, è volume interessante e di stringente attualità. Nelle sue pagine, l’autore intrattiene criticamente il lettore sulla vexata quaestio dell’egemonia culturale della sinistra in Italia, vigente almeno dagli anni successivi al termine del Secondo conflitto mondiale. Tale situazione si è perpetuata fino a giungere ai nostri giorni, in forza del lavoro di reciproca legittimazione che i “chierici” dell’establishment hanno messo in atto grazie al controllo dei mezzi di informazione e, per altro verso, attraverso la riduzione all’irrilevanza degli intellettuali che, dal 1946 al 2026, hanno teso ad abbattere i confini segnati dal “politicamente corretto”.
  • ...
  • Ebbene, Inglese ci dice che tali pensatori non furono affatto irrilevanti e si sofferma sul loro lascito ideale. Lo fa con persuasività di accenti e ampia documentazione in “medaglioni” che consentono, anche al lettore meno informato, di formarsi un’idea chiara dei sistemi di pensiero, a volte complessi, degli intellettuali controcorrente. Il libro è articolato in otto densi capitoli, godibilissimi sotto il profilo della prosa. Il saggista discute il portato ideale delle principali correnti che hanno animato la cultura del dissenso: dal tradizionalismo al pensiero rivoluzionario-conservatore, dal fascismo di sinistra alla Nuova Destra, dal pensiero conservatore a quello cattolico, intrattenendosi, inoltre, sull’“altra letteratura” e sull’arte non-conforme. Individua, nello specifico, ciò che rende identificabile tale cultura: «pur nella varietà delle sue sfaccetature» (p. 218), vale a dire l’opposizione al degrado della modernità e della post-modernità.
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  • In tale ambito, un ruolo di primo piano è stato svolto dal tradizionalismo di Julius Evola. Del pensatore romano, il saggista ricostruisce, con dovizia di particolari, l’iter speculativo, a suo dire connotato dalla difesa della civiltà dell’essere. Mette in luce la critica evoliana dello spiritualismo contemporaneo e della psicanalisi, latori di aperture katagogiche, verso il basso, rileva, inoltre, la profeticità delle posizioni del filosofo nei confronti della società dei consumi come del capitalismo e del marxismo, centrati sul riduttivismo utilitarista e materialista. Presenta gli aspetti più rilevanti del razzismo spiritualista evoliano, altro da quello meramente biologico, nonché la visione ciclica e regressiva della storia e l‘idea, politica e spirituale, dell’Impero, quale alternativa ai nazionalismi. Discute l’opposizione radicale del tradizionalista al Cristianesimo e la sua concezione metafisica della sessualità. Infine, analizza le posizioni dissidenti di Evola nei confronti del socialismo nazionale.  Il giudizio conclusivo su Evola è il seguente: «La sua evocazione […] di una Tradizione intesa come “trascendenza immanente” […] ha il carattere di una fantasiosa utopia o tutt’al più di una mitologia» (p. 33). Quella di Evola, prosegue Inglese, fu visione metapolitica, attenta a elevare spiritualmente, in un mondo di rovine, l’uomo differenziato, ma poco adatta: «a trasporre sul piano delle applicazioni concrete i principi normativi che enuncia» (p. 33). A nostro parere tale giudizio trascura il senso profondo della filosofia evoliana, l’idealismo magico, cui l’autore si limita a cennare. Nelle opere filosofiche, infatti, Evola è latore di una concezione aperta della storia, nient’affatto metafisica. In tale visione, l’origine è sempre possibile, perfino nell’Età Ultima. Ciò fa di Evola un filosofo che nulla ha a che fare con il mito incapacitante e lo rende, di contro, pensatore cui guardare per uscire dalla mestizia del tempo presente, al pari del rivoluzionario-conservatore Giorgio Locchi, cui Inglese dedica un significativo “medaglione”.
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  • Altro tradizionalista indagato in queste pagine è Scaligero, che fu amico e, per un certo tratto, sodale di Evola. Questi, con il romano, condivise il giudizio negativo sulla modernità, pur non aderendo alla critica evoliana del Cristianesimo: «Sia il pensiero di Evola che quello di Scaligero sono connotati da una dimensione utopistica che […] nel secondo si identifica nella possibilità spirituale esperibile da ciascun individuo» (p. 42). A nostro giudizio si tratta, come rilevò Del Noce in un polemica con Zolla, di utopia classica e non di utopismo moderno. L’utopia indica la tensione a superare il nosos, la malattia contemporanea, al fine di rendere nuovamente ordinato l’animo dei singoli, presupposto essenziale per ricostruire, stante la lezione di Voegelin, il tessuto comunitario. Zolla è letto da Inglese quale intellettuale estraneo al nostro tempo. Egli: «ricercava le verità risalendo agli archetipi che le generano» (p. 50). La numerologia, nel suo tentativo epistrofico, fu particolarmente importante. Nell’ultima fase, lo studioso sincretista ebbe un’infatuazione per le possibilità liberanti della realtà virtuale ed elaborò un’interessante esegesi del ruolo della moneta, al pari di Auriti.
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  • Di vivo interesse è la ricostruzione del percorso teorico transattualista di Ugo Sipirito. Questi, muovendo da Gentile, giunse al problematicismo. Ebbe intuizioni profetiche relative alla trasformazione del marxismo nella “religione dei diritti”, oggi dominante.
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  • Significative le analisi del “socialismo tricolore” di Accame e del contributo storiografico fornito da Marco Tarchi, “al di là della destra e della sinistra”, al pensiero dissidente. Particolarmente valorizzato, ci pare, l’“innovare conservando” di Prezzolini, Longanesi e Veneziani. Il lettore dovrebbe, inoltre, soffermarsi, sul pensiero di Andrea Emo, la cui trattazione è inserita nel capitolo dedicato all’“altra letteratura” (per noi Emo è, invece, eminentemente filosofo). L’autore si intrattiene, in particolare, sull’antimodernismo politico emiano, che non scade mai in mera reazione. Il nobile veneto considerava la democrazia liberale forma politica epidemica, in quanto i suoi apparati tendono a sovrapporsi al popolo. La cosa è divenuta evidente con il nuovo regime della governance. La filosofia di Emo, che muove da Gentile per assumere nel suo sviluppo valenza ultrattualistica, al pari di quella evoliana, ha spessore teoretico. Mette in discussione il principio d’identità sul quale è stato costruito, non solo il pensiero europeo, ma la stessa storia d’Europa e del mondo.
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  • Questi solo alcuni degli autori scorretti interrogati da Inglese. Il suo libro è lavoro importante. Consente di cogliere l’ubi consistam delle proposte ideali non-conformi italiane. Esse furono espressioni di grandi individualità intellettuali. Si tratterebbe di suscitare, attorno a loro, interesse crescente, perché il loro lascito possa divenire patrimonio condiviso. La cultura scorretta è un apprezzabile tentativo in tal senso.
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  • Italo Inglese, La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana (1946-2026), Solfanelli, pp. 235, euro 18,00.

  • IL CONTRAPPASSO DI GIORGIA 
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale” (e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione.  E ciò per tante ragioni, che elenco:
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  • Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici - diretti o indiretti - ai propri sostenitori.  In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.
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  • Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.   Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.   Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.
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  • Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale.
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  • Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.  Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e avendo redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma i tanti paperini.  Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

 

  • elogio dellimperfezione

  • Elogio dell’imperfezione
  • Un saggio di
  • Aldo Meccariello
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  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
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  • Aldo Meccariello è presidente del “Centro per la filosofia italiana” e direttore della rivista «Il Contributo». Ha, all’attivo, un numero considerevole di pubblicazioni e di saggi di impianto filosofico. La sua ultima fatica, Elogio dell’imperfezione. Spero di essere imperfetto, nelle librerie per i tipi di Fefè Editore, è un volume davvero importante e stimolante. Il testo, articolato in tre Introduzioni, quattro capitoli e due Intermezzi, è impreziosito dalla postfazione di Giuseppe Anania oltre che da un suggestivo repertorio fotografico.
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  • Nelle sue pagine l’autore, di contro alla dismisura e alla ricerca del perfettismo, che connotano la storia e l’immaginario contemporaneo, tesse un accorato elogio dell’imperfezione e della misura. Meccariello è fermamente convinto, e noi con lui, della necessità di: «diradare le ombre che tendono a velare o ad occultare difetti ed errori che invece costituiscono la singolarità di ciascuno di noi» (p. 11). Con il Leopardi de, La scommessa di Prometeo, ha contezza che: «il Sapiens è, si, sommo ma “nell’imperfezione”» (p. 11). Accettare l’imperfezione, metterla a tema in termini teoretici, da un lato implica l’oltrepassamento del “canone maggiore” sul quale sono stati costruiti il pensiero e il mondo moderno, almeno a muovere da Cartesio, dall’altro richiede di: «guardare alla molteplicità di direzioni che la vita offre, permettendo di acquisire piena consapevolezza che non si possono eludere crepe, ferite, errori» (p. 23). 
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  • Le solide certezze pefettiste, retaggio degli utopismi, proprie del Ge-stell, l’Impianto della tecno-scienza, sono, del resto, state messe in discussioni dall’erompere dell’epidemia da Covid-19 e dall’esplodere dei conflitti bellici che stanno dilaniando l’Europa e il Medio Oriente.  Da qui la necessità di rintracciare nuovi paradigmi cultuali.  Meccariello sviluppa l’analisi de, L’uomo senza qualità di Musil. Nelle sue pagine, lo scrittore mitteleuropeo elevò: «l’imperfezione a forza motrice che spinge all’azione e alla comprensione della realtà» (p. 24). Il protagonista, Ulrich: «è un io in dissolvenza che sperimenta in un vertiginoso movimento la perdita del centro in asse con le “imperfezioni del mondo”» (p. 24). Egli è rappresentante tipico dell’uomo moderno, la cui imperfetta identità è “aperta”, mai terminata.  È connotato da perpetua auto-riflessività.  Avverte il “disagio della civiltà” e valuta le possibilità di fuoriuscita dalla crisi come infinite.  Siamo appesi a un principio-infondato, la libertà-potenza.  Sa, Ulrich, che la vita è abitata da una negazione, al pari del filosofo Andrea Emo. L’“onesta stupidità” alla quale Musil fa appello è atta a cogliere il limite nel quale l’esistenza si concede. L’uomo musiliano: «potrebbe essere considerato il perfetto prototipo dell’uomo “postumo”, che assume l’imperfezione come una sonda per muoversi in un altrove spaziale e temporale» (p. 28).
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  • L’insegnamento fondamentale della psicologia del profondo di Jung, sul quale l’autore si interroga, non era, del resto, mirato all’integrazione dell’ombra? Fu l’antropologia cristiana, centrata sull’idea dell’uomo quale imago Dei a porre a lato, a rimuovere imperfezione e ombra, anche sulla scorta dell’idea di perfezione elaborata dall’eleatismo e dall’aristotelismo. Il confronto con l’altro da sé riemerse nelle pagine dei Saggi di Montaigne, attente alla dimensione imperfetta della vita, esperita nella sua unicità e singolarità: «Il flusso del vivere dimora nella finitudine […], nelle cicatrici lasciate dalle assenze che rimodulano le nostre traiettorie […] esistenziali» (p. 21).
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  • Dirimente, nell’ermeneutica dell’imperfezione di Meccariello, risulta il capitolo dedicato a Prometeo, paradigma mitico del moderno rapporto nei confronto della physis. Lo studioso si sofferma, in particolare, sul Prometeo di Kafka. Lo scrittore praghese dette quattro versioni del mito greco: la terza e la quarta risultano essenziali per l’esegesi dell’autore. Esse sono: «centrate sul momento della dimenticanza: gli dèi, le aquile si dimenticano dell’eroe e lo abbandono […] al suo destino» (p. 39). La quarta versione guarda alla stanchezza di tutti i soggetti coinvolti nel racconto mitico. Emerge, in tale contesto esegetico, il tema dell’inesplicabile, sostanziato sull’abdicazione nei confronti della potenza apprensiva.
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  • Tale tema è stato discusso da Anders, che ha rilevato l’esistenza di un dislivello prometeico, atto a chiarire la discrepanza tra uomo e apparato tecnologico. A dire del filosofo, la tecnica ha espropriato l’uomo del ruolo di soggetto della storia e, tale situazione, ha indotto in noi la vergogna prometeica. Con l’erompere sulla scena mondiale della bomba atomica di Hiroshima, l’umanità si è trovata di fronte alla possibilità della propria auto-distruzione. L’uomo, in tal modo, si è reso simile a Dio, ma in modalità negativa, ha sperimentato il possibile annichilimento, si è trasformato in Signore dell’Apocalisse. Di contro, il titano stanco desidera recuperare le sue qualità propriamente umane, il limite e l’imperfezione quali alternative alla dismisura contemporanea. In tal senso, va letta la “rivolta” di Camus. Lo scrittore francese, nel suo ritornare a Prometeo, si fece latore della necessità di abbandonare la hybris, l’onnipotenza della tecnica, per restituire gli uomini alla loro natura imperfetta. Il suo Prometeo: «è impegnato a fare i conti con la propria coscienza e a contenere […] l’inadeguatezza dell’umano» (pp. 50-51).
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  • L’Antropocene è l’età ultima dell’onnipotenza tecnica. La figura del Prometeo “stanco” è affiancata dallo scrittore a una significativa valorizzazione di Elena, quale emblema della bellezza armonica. In tal modo, viene recuperato al presente il senso mediterraneo-pitagorico del péras.   Si tratta, in fondo, di posizione propria anche all’antropologia kantiana, nella quale compare l’idea dell’umanità quale “legno storto”. Nell’uomo vivono, in uno, la tensione al bene e l’imperfezione costitutiva. Non dissimile la tesi di Leopardi mirata a cogliere, di là di qualsivoglia antropocentrismo, la physis, quale luogo dell’origine e del dissolvimento di tutte le cose. Una filosofia “dolorosa, ma vera”.   Meccariello discute, inoltre, il romanzo Oblomov di Ivan A. Gončarov. Il suo protagonista è simbolo di una modalità esistenziale che guarda positivamente a imperfezione, orizzontalità e lentezza, quali alternative all’agonismo sociale oggi vigente. Bellissime le pagine dedicate all’estasi dell’imperfezione di Bousquet che, a causa di una grave ferita, si sottrasse: «all’impeto dell’azione, con fatica e dedizione assunse su di sé l’elemento sacrificale della sua stessa imperfezione» (p. 96).  Della cosa ebbe contezza Chiaromonte che, nel suo platonismo rovesciato, comprese che, la vera realtà della vita, si cela nell’ombra. La vita è sempre imperfetta, erratica ricerca senza fine, in quanto, come notò Pievani: «La realtà in termini di progetti, finalità, teleologie […] non ha più ragioni di sussistere. Sono illusioni consolatorie» (p. 117).
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  • Elogio dell’imperfezione è volume che mette in atto un esercizio di parresia: invita a lasciarci alle spalle la dimensione illusoria nella quale viviamo, al fine di abbracciare la realtà che, forse, proprio nella sua tragica imperfezione, è bastevole a se stessa, paradossalmente perfetta.
  • Aldo Meccariello, Elogio dell’imperfezione. Spero di essere imperfetto, postfazione di Giuseppe Anania, Fefè Editore, pp. 131, euro 15,00.

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ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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