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Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • PREFERENZE ED EQUILIBRI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.  E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.
  • ...
  • Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.   A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.
  • ...
  • Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.   Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:
  1.  che gli eletti abbiano un seguito;
  2.  che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.
  • Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è  utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.  Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.

  • Bussola di kant5

  • La bussola di Immanuel Kant
  • Atti della Decade Kantiana di Orvieto
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • A Berlino, nel 2014, in occasione dei trecento anni dalla nascita di Immanuel Kant (1724), presero avvio le manifestazioni della Kant Dekade: convegni, lezioni magistrali e pubblicazioni dedicate alla discussione critica della filosofia del padre del Criticismo. In Italia, ad Orvieto, il 3 dicembre di quell’anno, in sequela degli eventi berlinesi, prese avvio la Decade kantiana, evento culturale di grande spessore cui, nel corso di un decennio, hanno preso parte filosofi italiani assai noti, ricercatori, docenti e studenti delle scuole superiori del territorio. L’iniziativa, patrocinata dall’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha visto la partecipazione fattiva di Enti ed Associazioni ed è stata coordinata da Franco Raimondo Barbabella e Massimo Donà. Gli atti sono ora in libreria per i tipi di InSchibboleth con il titolo, La bussola di Immanuel Kant. Atti della Decade kantiana di Orvieto (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com). Il volume si segnala anche per l’ottima curatela dagli stessi Donà e Barbabella.
  • ...
  • Da un punto di vista generale, è possibile asserire che gli autori colgono l’attualità della filosofia di Kant. La grandezza del pensatore di Königsberg sta nell’aver rilevato, da un lato, i limiti del conoscere e, nello stesso tempo, la tensione umana a volerli superare, come testimonia, in particolare, la produzione artistica. L’esperienza estetica kantiana, messa a tema da Donà nel saggio, Kant e la “ relazione originaria”, mostra che: «nell’oggetto bello l’Io vedrebbe riflesso nient’altro che la propria incondizionatezza, ossia la propria originaria libertà» (p. 94). L’arte, insomma, dis-vela: «Quello che ogni Io empirico sempre e necessariamente presuppone» (p. 94), vale a dire il principio infondato che abita ogni determinato. Nell’esperienza poietica non si ha a che fare con le qualità determinate di un oggetto, con la mera determinatezza di quest’ultimo, ma con l’origine che solo nei molti si dice. L’arte tra-guarda e tra-scrive ciò che piace senza ragione, oltre i significati statuiti dal concetto e dagli universali. Questi finiscono per proiettare scopi, finalità, oltre le cose. In essa, l’oggetto è, in uno, assoluto e: «perfettamente inessenziale; la sua essenzialità consistendo appunto nel suo semplice riuscire a farci percepire l’assolutamente inoggettivabile» (p. 97). Siamo coinvolti, in tale esperire, in una determinazione relazionale, nella quale sempre siamo calati. Le forme artistiche dicono, a differenza di quelle cui pervengono le scienze, il tratto “ultimo” dell’oggetto: la sua unità e singolarità, animata da una negazione che mai può tradursi, dialetticamente, in un nuovo positivo. L’arte ci colloca nella relazione originaria, nella relazione pura che ogni ente, artificiale o naturale, mette in scena.
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  • Sempre Donà, nello scritto intitolato, Guerra e pace in Kant. Soluzioni per un irrisolvibile dissidio, compie un’esegesi critica del trattato kantiano, La pace perpetua. Nelle sue pagine, il filosofo si mise in cerca di un rimedio contro la guerra. Ma in questo tentativo, mostrò, in modalità evidente, il debito metafisico del Criticismo. La pace, a suo dire, non può che essere universale, eterna come le idee platoniche. Tale posizione, nota il filosofo veneziano, giunge finanche a postulare un ritorno alla teodicea: il “male” della guerra è letto da Kant, come preparatorio e in qualche modo necessario all’instaurarsi della pace. Soluzione questa, rivelatosi storicamente illusoria. Insomma, il federalismo repubblicano cui il filosofo tedesco mira, presenta residui di storicismo deterministico e universalistico, addirittura provvidenzialistico. L’uomo: «benché non sia moralmente buono, viene tuttavia costretto a essere un buon cittadino» (p. 288). È la natura a volere: «che il diritto alla fine divenga il potere supremo» (p. 288). Quella stessa natura, si badi, che Eraclito sostenne essere la custode di polemos. Il Sapiente greco, a parere di chi scrive, colse come, nella realtà, gli opposti assoluti vivono uno nell’altro, ambiguamente confusi.
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  • Tra i numerosi contributi della silloge segnaliamo quello firmato da Massimo Adinolfi. Lo studioso rileva come della filosofia kantiana risultino oggi imprescindibili due aspetti: la finitezza del mondo e i limiti del conoscere logo-centrico. Luciano Dottorelli sottolinea, invece, il tratto “cosmico” dell’Io kantiano (rivoluzione copernicana), mentre Gianluca Cuozzo si intrattiene sull’etica criticista, ritenendola applicabile a tutti gli enti di natura, da considerasi, in tale prospettiva, sempre come “fini” e mai come meri “mezzi”. Gaetano Rametta indaga le connessioni tra etica e filosofia politica in Kant. Di contro, Sergio Givone ritiene che l’uomo, “legno storto” per il pensatore tedesco, sia, comunque, aperto alla speranza. Può, infatti, fare affidamento nel suo agire sulla libertà, sull’immortalità e tendere a Dio. Francesco Valagussa, infine, si immette nel “giudizio” kantiano, esperito quale “senso comune”, che ci costringerebbe a tener conto del punto di vista dei nostri simili. Questi, brevemente, alcuni dei saggi contenuti nel densissimo volume.
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  • La bussola di Immanuel Kant è volume da leggere attentamente. Infatti, come ricorda Barbabella, tutte le lezioni magistrali in esso raccolte sono tenute insieme da una domanda: «perché Kant ci interessa così tanto, perché e in che senso ci parla ancora?» (p. 37). Il libro risponde pienamente, da punti di vista a volte divergenti, a tale quesito. Per chi scrive, l’aspetto più rilevante di Kant è da individuarsi nella filosofia dell’arte, come ha chiarito Donà nel saggio sulla relazione originaria soggetto-oggetto.
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  • AA.VV., La bussola di Immanuel Kant. Atti della Decade kantiana di Orvieto, a cura di F. R. Barbabella e M. Donà, InSchibboleth, pp. 423, euro 28,00.

 

 

  • LA SINISTRA ED IL REGNO DELLE FATE 

di 

Teodoro Klitsche de la Grange


  • Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.
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  • La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.
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  • L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).   Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si  domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni ed a favore di chi e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo[1].
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  • A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.
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  • Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.
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  • Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.
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  • In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).    In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.  Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente[2].    In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare[3]. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”[4].
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  • Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.  Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.
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  • Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia.
  • ...
  • Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.
    Note:
  • 1) "...E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo da tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?” Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

  • 2) Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento "in articulo mortis"  di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

    3) “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, "Leviathan",  parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

    4) “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”



     

 

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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