
Sul libro di- Harukichi Shimoi
- “La guerra italiana vista da un giapponese”
- di
- Tommaso Dacomo
- “...Un giovane soldato cadde ferito […]
- M’avvicinai a lui e bendandogli la gamba, lo presi sulle spalle e,
- confortandolo e incoraggiandolo, lo portai al posto di medicazione.
- Egli, tutto sanguinoso, con un filo di voce, mi chiese il nome.
- Gli dissi semplicemente: “Un giapponese, amante dell’Italia”.
- Che c’importa del nome di Scimoi? (1)
- Sarei più contento di fargli sapere
- che le spalle di un giapponese
- gli hanno dato un appoggio!...” (2)
- Volendo riprendere il discorso dove si era lasciato con il precedente breve intervento introduttivo su Harukichi Shimoi, nel quale si alludeva alla necessità di uno studio più approfondito dell’opera di Shimoi per rendere onore a questa eminente figura che è stata ponte tra Italia e Giappone - ancor di più in un momento come quello che stiamo vivendo dove i due paesi hanno rinnovato una sorprendente unità d’intenti, sublimata nel recente incontro dei premier dei due paesi - si ritiene utile dedicare spazio all’opera pubblicata in italiano a testimonianza dello Shimoi soldato.
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- I temi e il tenore dell’opera anticipano il bisogno di animare un sentimento nazionale che sublimeranno nell’esperienza fiumana, a cui lo scrittore e poeta nipponico ha peraltro partecipato. Nessuno scritto può dirsi aver legato Shimoi all’Italia come il suo resoconto-diario di guerra intitolato La guerra italiana vista da un giapponese. Il libro si configura come una raccolta di lettere che lo Shimoi si è scambiato con l’allora senatore Giuseppe De Lorenzo (1871-1957), che come lui è stato docente universitario a Napoli, e che ha scritto l’Introduzione al libro stesso. Va ricordato infatti che Shimoi, arrivato in Italia e precisamente a Napoli nel 1915, si era pienamente integrato nell’ambiente culturale della città, frequentando artisti e intellettuali tra cui De Lorenzo, ma anche Gherardo Marone (1891-1962), fondatore della rivista letteraria La Diana e contestualmente la casa editrice Libreria della Diana, dove Shimoi pubblicò il volumetto.
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- L’opera si colloca tra il reportage, il memoriale e il saggio politico-culturale, assumendo una funzione che va oltre la mera testimonianza personale: Shimoi si propone come mediatore culturale tra Giappone e Italia, ma anche come osservatore “esterno” capace di cogliere elementi che possono facilmente sfuggire allo sguardo “dall’interno” di un italiano. La peculiarità del testo non deriva dalle informazioni che ci vengono date sul conflitto in sé - di cui senza dubbio non mancano le fonti italiane e non - bensì dal punto di vista con cui Shimoi ha inteso guardarlo: l’autore mette in secondo piano l’Italia come entità militare all’interno del conflitto, e la osserva come spazio culturale e umano. Anche nei passi nei quali parla delle sue esperienze al fronte, non manca mai di mettere in primo piano le persone, in una lettura profondamente umana del conflitto. La narrazione segue un ordine cronologico e alterna narrazioni episodiche a vere e proprie “poesie in prosa”, come nel passo in cui l’autore paragona il passaggio del Piave all’Inferno dantesco, che lui stesso definisce “la poesia di guerra”.
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- Il senatore De Lorenzo ci fornisce una chiave di lettura del volumetto nella sua Introduzione: “...Dell'ltalia viva e palpitante lo Scimoi ha vissuto in questi tre anni l’intima tragedia della guerra e ha voluto pigliar parte all’ultimo atto di essa, sul Piave, per vedere, studiare ed intendere da vicino l’anima del popolo italiano nei suoi umili rappresentanti, specialmente i contadini, sia che essi lavorassero ancora nei campi come vecchi, donne e bambini, o combattessero, da adulti, nella fangosa e polverosa divisa grigio-verde del fante infossato in trincea. Nei mesi di ottobre e novembre egli è stato sempre in prima linea, con gli arditi italiani. […] Io invito i giovani italiani a leggerle. Esse sono il più bello e commosso omaggio fatto all’Italia da un figlio di quella terra di artisti, guerrieri ed asceti che ha prodotto nel generale Nogi il più fulgido esempio di virtù militare”. (3)
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- Il paragone con il generale Nogi intende senza dubbio esaltare il valore morale e militare di Shimoi, dal momento che Nogi rappresenta il simbolo di lealtà e coraggio e la sua figura è sin da subito divenuta leggendaria. Generale dell’esercito imperiale giapponese, nel 1912 alla morte dell’imperatore Meiji – restauratore del potere imperiale tramite sconfitta definitiva dello shogunato, decise di onorarne la morte praticando, il junshi, letteralmente “seguire il padrone nella morte”, pratica tradizionale dei samurai giapponesi che compievano seppuku, il suicidio rituale, alla scomparsa del signore feudale a cui avevano prestato fedeltà. Il gesto ebbe una eco immensa in Giappone e successivamente in tutto il mondo e mentre da alcuni fu definito anacronistico, altri, tra i quali poi Mishima, lo videro come un forte gesto rivoluzionario di difesa delle tradizioni in opposizione all’occidentalizzazione forzata del paese. Shimoi osserva l’Italia con panni da “straniero”, e proprio per questo può permettersi una maggiore libertà interpretativa. La guerra è presentata sì come prova eroica collettiva, ma anche come esperienza che mette a nudo fragilità e contraddizioni. Questo sguardo “altro” si traduce in una particolare attenzione al quotidiano. L’autore si sofferma sui comportamenti, sugli stati d’animo, sulle reazioni della popolazione civile, offrendo un ritratto dell’Italia in guerra che si discosta dalle immagini ufficiali. In tal senso, il testo di Shimoi anticipa sensibilità che diventeranno centrali solo più tardi nella storiografia e nella letteratura sulla Grande Guerra: l’interesse per la vita ordinaria, per la dimensione psicologica, per le zone d’ombra del conflitto. Di interesse anche il luogo da cui Shimoi guarda alla guerra: le lettere ripercorrono gli episodi che il soldato nipponico ha vissuto al fronte, nel suo peregrinare per l’Italia con i commilitoni, e soprattutto sul Piave - alla quale campagna lo Shimoi si mostra particolarmente fiero di aver preso parte: “...Son orgoglioso di poter dire che io sono il primo borghese che ha passato dalla parte del Montello al di là del Piave, a improntare la prima orma sulla terra riconquistata”. (4)
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- Per quanto riguarda la sua idea della Grande guerra che traspare dal testo, Shimoi aderisce ad una visione del conflitto bellico come rigenerazione morale e pacificazione sociale sotto la bandiera nazionale. Soltanto l’esperienza di guerra aveva la capacità di consolidare il sentimento di patria nella, ancora fragile, coscienza nazionale italiana. La guerra italiana replica, secondo molti aspetti, gli stilemi essenziali della letteratura nazionalista del periodo bellico, con l’esaltazione del coraggio virile, dell’azione ardita (parola scelta non a caso, poiché Shimoi fece parte degli Arditi fin dalla loro formazione).
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- Uno sguardo più attento, che tiene conto anche delle vicende successive a Shimoi soldato, può intravedere anche quel sentimento di insoddisfazione verso la Grande Guerra, che tutto ha portato tranne i risultati che tanti speravano, quella “vittoria mutilata”, che lo guiderà, come si è detto, a partecipare all’impresa fiumana a fianco di D’Annunzio. La guerra italiana vista da un giapponese è un’opera che merita di essere riletta e valorizzata non solo come curiosità letteraria, ma come documento significativo del primo Novecento. Attraverso lo sguardo di Harukichi Shimoi, la guerra si rivela nella sua dimensione più umana e problematica, sottratta al semplice esotismo/futurismo/guerrismo, sebbene rimanga la componente celebrativa.
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- Il fatto che l’opera sia stata scritta e pubblicata a Napoli contribuisce ancor più ed in modo decisivo alla sua originalità: la città diventa filtro interpretativo, spazio di osservazione e luogo di mediazione culturale. In questo senso, il testo di Shimoi può essere considerato un esempio precoce di letteratura transnazionale sulla Grande Guerra, capace di mettere in dialogo culture diverse e di offrire una riflessione ancora oggi attuale sulla guerra come esperienza storica e morale
- Note:
- 1) Si rende necessaria una piccola digressione sui sistemi di trascrizione dei suoni della lingua giapponese in caratteri latini. Il sistema di trascrizione Hepburn (di solito chiamato semplicemente sistema Hepburn) è oggi il metodo di traslitterazione più comune dei suoni del giapponese. Questo sistema è stato creato dal medico e missionario americano James C. Hepburn (1815-1911) nella terza edizione del suo dizionario giapponese-inglese del 1886. In questo sistema, il suono “sci” viene traslitterato come “shi”, adottando l’ortografia più naturale per un lettore anglofono, mentre in altri sistemi lo stesso suono si trova trascritto con “si”. Shimoi, che con tutta probabilità conosceva il sistema Hepburn, opta invece per l’ortografia italiana “sci”, caduta oggi in disuso e soppiantata completamente dal sistema Hepburn che è ormai lo standard internazionalmente riconosciuto.
- 2) Shimoi Harukichi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, Libreria della Diana, Napoli, 1919, pp. 29-30.
- 3) Giuseppe De Lorenzo, Introduzione, in Harukichi Shimoi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, cit.
- 4) Shimoi Harukichi, “La guerra italiana vista da un giapponese”, cit., p. 30.









