
Scritti per Ugo Spirito- Una silloge di saggi di
- Vincenzo Pirro
- rec. di
- Giovanni Sessa
- È nelle librerie una raccolta di saggi che consente di fare chiarezza suo degli itinerari speculativi maggiormente significativi del Novecento filosofico italiano. Ci riferiamo a, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, pubblicato da Amazon sotto l’egida degli “Amici della Fondazione Spirito-De Felice” sede di Terni. Ne è autore Vincenzo Pirro, allievo di Spirito. La prefazione è di Danilo Sergio Pirro, cui va riconosciuto il merito di aver raccolto questi scritti del padre al fine di onorarne la memoria di valente studioso. Il volume di cui parliamo è libro appassionato e, al medesimo tempo, sostenuto da un’esegesi puntuale e critica. L’autore riconosce la centralità della filosofia spiritiana nella propria formazione e mostra evidente riconoscenza nei confronti del maestro, rievocando, con toni commossi, il loro primo incontro: «Ascoltai per la prima volta una sua lezione all’Università di Roma nell’autunno del 1959 […] Fui subito conquistato dalla sua parola chiara e appassionata» (p. 21). Spirito, da autentico filosofo, si rivelava ai propri allievi quale suscitatore di dubbi e di questioni irrisolte; laddove altri miravano a fornire al proprio discepolato certezze apodittiche, egli presentava “problemi”. La sua esperienza teoretica sorse in colloquio dialogico con le trame della sua esistenza e in un serrato confronto con la realtà storico-politica nella quale gli fu dato in sorte di vivere. Per dirla con Prezzolini, il nome di Spirito va annoverato tra “i figli del secolo” XX. In quanto tale, egli attraversò, con viva partecipazione, la rivoluzione intellettuale che caratterizzò quella congerie storica, così come le sue tragedie politiche: fu vicino, in tempi diversi, al fascismo e al comunismo.
- ...
- I quattro densi saggi che compongono il testo, ricchi di riferimenti teorici e, in alcuni passaggi critici rispetto alle tesi di Spirito, consentano al lettore di ricostruire in modalità organica l’intero iter spiritiano. Il pensatore ebbe una formazione positivista prima di venire ammaliato dalla potenza speculativa dell’attualismo di Gentile, divenendo il rappresentate più significativo della “sinistra” di quella scuola di pensiero. In tale contesto, teorizzò la “corporazione proprietaria” quale strumento etico-politico atto a superare l’impasse “borghese” in cui il fascismo, in forza delle proprie scelte, si stava impantanando. Lungo questo percorso, negli anni Trenta, si fece sostenitore del “problematicismo”: «espressione di una crisi tutt’insieme filosofica e politica» (p. 31). Tale posizione teorica non va interpretata quale: «semplice rottura con l’attualismo o come reazione al fascismo, bensì come esito di un processo di radicalizzazione interna all’idealismo» (p. 30), come tentativo di indurre a estrema coerenza le posizioni gentiliane, di là dell’intellettualismo, nel quale il pensatore di Castelvetrano pareva indugiare. In tale fase, la filosofia di Spirito è venata dalla tematizzazione dell’angoscia, da un confronto serrato con la fatticità dell’esistenza umana, dal senso di solitudine e smarrimento cui era costretto l’intellettuale che vedeva deluse le proprie aspettative e le proprie speranze.
- ...
- Il suo dire presenta, quindi, in questa fase, atmosfere “esistenzialiste”, che all’esistenzialismo non possono, si badi, essere ridotte. Spirito, infatti, fu sempre e prima di tutto filosofo “religioso”, il cui pensare guardava all’assoluto, all’approdo a Dio. Il problematicismo spiega, inoltre, l’interesse spiritiano per la scienza del diritto, dell’economia e della politica, in quanto il filosofo: «tenta di realizzare l’unità di teoria e pratica inserendo la scienza nella politica» (p. 33). La vita si fa “ricerca”, “arte”: «come parte che aspira al tutto» (p. 36). Allo scopo, Spirito fu costretto a discriminare tra “falso attualismo”e “attualismo costruttivo”: «fautore di una radicale immanenza» (p. 37), oltre il momento meramente contemplativo dell’atto. Il Dio cui guarda Spirito: «vive nelle cose e coincide con la realtà nel suo infinito svolgimento» (p. 38), è terminus ad quem che muove dall’esperienza del finito.
- ...
- A tutta prima, la valutazione positiva del molteplice pare fare di Spirito, paradossalmente, una sorta di “liberale” sui generis. Non è così, il “liberalismo problematicista” è negazione che va inverata in un’effettiva sintesi di individuo e Stato: «Una mentalità assolutistica e totalitaria lo porta a scoprire nel riformismo gradualistico la tomba della rivoluzione» (p. 47). Per questo, la filosofia spiritiana, rileva Pirro, può esser letta quale itinerarium mentis in Deum, nient’affatto verticale, contemplativa, ma orizzontale, debitrice della docta religio del Quattrocento neo-platonico e del naturalismo di Bruno e Spinoza. Si tratta di una filosofia esposta al futuro, al possibile realizzarsi del superamento dei dualismi ancora vigenti nel sistema attualista e nella storia. Nel volume, Vita come arte, si attribuisce: «al senso, alla “finezza”, all’intuizione […] il potere di evocare gli aspetti reconditi e sorgivi della realtà, che sfuggono al dominio della logica» (p. 58). L’arte è da considerarsi punto di partenza della ricerca, non d’arrivo, in quanto questo è rappresentato dalla: «conquista di quell’unità e di quell’assoluto che l’attualismo ha considerato una meta raggiunta» (p. 59).
- ...
- L’umanesimo spiritiano: «culmina di fatto in un naturalismo panteistico. Per il quale l’estetica si trasforma in etica della necessità, alla maniera spinoziana» (p. 62). Dall’arte, quindi, di nuovo alla filosofia. La valorizzazione del momento filosofico induce Spirito a cogliere il tratto tanspolitico della storia contemporanea, a rivelare come il comunismo, cui guardò nel dopoguerra con interesse, stava trasformandosi in URSS in dispotismo e in Occidente nella “religione dei diritti” borghese, imperante nell’età della globalizzazione tecnologica. Egli rimase fedele, se si vuole, al primato del sapere e delle competenze, a un “comunismo” non ideologico-marxista, ma “platonico”, a un comunitarismo spiritualista. Spirito era fermamente convinto del ruolo unificante di scienza e tecnica, fedele, in qualche modo, come nota Pirro nell’ultimo scritto del volume nel quale ricorda l’ultimo incontro con il maestro, al progresso. Ci pare, per questo, di poter definire l’esperienza di Spirito transattualista. Dopo di lui, solo Emo e l’Evola filosofo si lasciarono alle spalle qualsivoglia lascito idealista e storicista. Le loro posizioni ultrattualiste rappresentano, per chi scrive, un passo ulteriore cui guardare dopo la significativa esperienza di Spirito.
Vincenzo Pirro, Scritti per Ugo Spirito. Il maestro, l’allievo, la crisi come metodo, prefazione di Danilo Sergio Pirro, Amazon, pp. 109, euro 9,05.








