
La folle saggezza di Eros- Un saggio di
- Luciano Arcella
- rec. di
- Giovanni Sessa
- L’ultima fatica di Luciano Arcella, La folle saggezza di Eros, pubblicata da Amazon, è testimonianza di come vita e pensiero debbano procedere all’unisono, oltre il dualismo escludente impostosi, in un lungo percorso storico, nella storia e nella filosofia d’Europa. Arcella mostra di avere contezza del tratto errabondo e aporetico del “vero”. La sua opera può essere ascritta al “canone minore” (Rocco Ronchi), carsico, che sta prepotentemente riemergendo nel dibattito teoretico contemporaneo. La stessa esistenza del nostro autore ha, del resto, tratto nomadico. Arcella è stato dapprima addetto culturale presso l’Ambasciata italiana di Mogadiscio, successivamente docente di Storia delle Religioni presso l’Ateneo dell’Aquila e di Filosofia in Università latino-americane, inoltre è autore teatrale di vaglia, cosa questa non secondaria visti i contenuti del volume che discutiamo.
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- Nelle pagine di questo libro, infatti, viene presentata, non solo una ricostruzione genealogica della “saggezza di Eros”, ma una sua possibile attualizzazione nel mondo post-moderno. La trattazione muove dalle antiche cosmogonie e teogonie elleniche, nelle quali la presenza di Eros, rileva l’autore: «potrebbe essere giustificata da una concezione comune o popolare alla quale Esiodo volle dare voce, che celebrava attraverso il dio il potere dell’erotismo e della fascinazione amorosa» (p. 9). Tesi, questa, fatta propria ne, Gli Uccelli, da Aristofane, che lesse Eros quale forza aggregante capace di generare la realtà fisica, in particolare gli uccelli: «i più antichi tra tutti i beati» (p. 10). Tale potestas divina venne celebrata anche dalla lirica greca. A Saffo: «Eros si presenta come lysimelés, scioglitore di membra, dal sapore “dolceamaro”» (p. 11). Alla trattazione di Eros, in sintonia con il mito, dette organica sistematizzazione Platone, dapprima nel Simposio, successivamente nel Fedro. Nel primo dialogo il susseguirsi degli interventi dei deuteragonisti hanno tratto teatrale, visivo e vivo, sintonico alle conclusioni cui perviene Socrate. Nel dialogo: «Le varie relazioni hanno carattere propedeutico […] preparano la conclusione socratica, che le corregge parzialmente e le completa» (pp. 13-14). Socrate, narrando un mito ascoltato dalla voce della sacerdotessa Diotima, svela la natura del dio e la sua essenziale funzione nella vita degli uomini. Eros, nel racconto socratico, è presentato quale figlio di Penia e Poros. Al pari di Penia che indugiò prima di entrare nel sala dove si teneva il banchetto in onore di Afrodite, anche il filosofo maieutico si intrattiene, immerso in se stesso, prima di accedere al banchetto di Agatone.
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- Tale atteggiamento di momentaneo distacco dalla realtà, indica la necessità, provata dal filosofo, di conoscere delficamente se stesso e i propri “limiti”. Questa la condizione che gli consentirà di affrontare con efficacia il confronto dialogico con gli astanti. Eros non è né dio né uomo, vive, come l’autentico filo-sofo, nel metaxy, nell’“in-tra”, è daimon. È povero ma ricco in capacità, induce nell’uomo una spinta anagogica che lo indirizza a perseguire la felicità permanente, riservata agli dèi. Essa: «si renderebbe possibile all’uomo attraverso la generazione» (p. 22) biologica. La fama, di contro, può concedere all’uomo una forma di immortalità superiore a quella genetica. Socrate è “iniziato” da Diotima alla conoscenza del Bello che sempre è: «Nel conoscerlo […] identificandosi con gli dèi, diventa immortale» (p. 23). L’irruzione di Eros nel processo di conoscenza tacita il lógos e apre alla “visione” (Colli la chiamerà “vissutezza”). Platone, nel Simposio e nel Fedro, supera la dimensione dialettica del conoscere, si lascia alle spalle il dominio della parola significante, per scoprire il suo tratto evocativo, atto a condurre alla “visione”. Il ragionare per antitesi proprio della dialettica, non permette di rapportarsi all’origine, solo Eros scardina a-dialetticamente tale argomentare dualistico, aprendosi all’estasi.
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- La centralità ritmico-musicale dell’azione di Eros è stata più volte, nel corso della storia del pensiero, ribadita dagli autori che hanno guardato a un altro possibile Inizio della storia europea. Nella Rinascenza ne ebbero contezza, in una prospettiva che tendeva a conciliare tale visione estatica del vero con il cristianesimo, Pico e Marsilio Ficino. Quest’ultimo, nel dialogo, Sopra lo amore, espressione della rinascente sapienza ermetica, rileva che: «l’amore terreno […] finisce con l’essere riflesso di quell’amore che ha in Dio la sua origine e il suo fine, e pertanto si traduce nella volontà di perdersi nella persona amata» (p. 55).
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- Medesimo atteggiamento teorico-pratico, Arcella rileva nella potente filosofia bruniana. Atteone negli Eroici Furori, si pone oltre la mera dimensione rappresentativa centrata sulla distinzione dialettica di soggetto-oggetto, vivendo nella “vicissitudine universale” il principio che si dà solo negli enti di natura. Ben lo seppe Paul Rée, amico di Nietzsche, che con Lou von Salomé strinse un legame d’amore non risoltosi dialetticamente. Questi, in forza di Eros, si aprì al Tu, all’Altro, a Lou, non ritornando in se stesso: «Definendosi un Tu, “il Tuo Tu”, Paul interrompeva questo percorso, e rimanendo nella condizione dell’altro rinunciava a riconoscere se stesso, a esistere in quanto individuo» (p. 47), chiudendo i suoi giorni lasciandosi scivolare nelle acque del fiume Inn.
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- Non diversa visione dell’Amore ebbe il giovane Hegel panteista, prima di ricadere nelle maglie dialettiche del sistema panlogista. Fu Stirner, con il suo Unico, posto al di là dell’Io, a superare ogni prevaricazione eliminando: «la dialettica quale campo di contrapposizione e negazione» (p. 66). In forza del recupero di tale visione delle cose, Arcella si pone di là della scolastica contrapposizione di Tradizione e Modernità. Entrambe fondano il proprio ubi consistam sugli universali, la trascendenza per la prima, l’immanenza della Tecno-Scienza per la seconda. Il caos nel quale viviamo è dato dalla post-modernità, che non è espressione della Tradizione ma neppure, sic et simpliciter, della modernità solida, illuministica. È l’epoca, come rilevò Evola, dell’uomo dalla “razza sfuggente”. Essa è dominata dai “simulacri” moltiplicati dall’info-sfera. Tra essi è oniricamente riemerso anche il simulacro di Eros e, in particolare, della figura di Narciso. Per uscire dall’impasse nella quale si dibatte la contemporaneità, riferimenti essenziali risultano essere Frobenius e Levinas. Il primo ci induce eroticamente a pensare “nel Tu”. Sarebbe necessario, in tal senso, affidarsi ad Eros abdicando al dominio dell’Io ipertrofico, concettualmente inteso.
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- Per Levinas bisognerebbe spingersi verso: «Una totalità inglobante il Medesimo e l’Altro» (p. 168). Arcella, facendo propria la lezione di Onfray, invita alla nietzschiana “fedeltà alla terra”. La potenza erotica passa dai corpi, perché solo in essi palpita l’origine, la dynamis, la possibilità-libertà. Si tratta forse di pensare un futuro-antico, una Tradizione post-moderna, centrata sull’idea, aggiungiamo noi, di un dio sensibile, messa recentemente a tema in un suo libro dal filosofo Emanuele Dattilo.
- Luciano Arcella, La folle saggezza di Eros, Amazon, pp. 193, euro 20,80.








