
Potere: senso e repressione in Marc Augé- di
- Sandro Giovannini
- “Tutti i gruppi umani hanno cosmologie, rappresentazioni dell’universo, del mondo e della società che propongono ai loro membri dei riferimenti per conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile, quello che è permesso e vietato. Questi punti di riferimento possono materialmente inscriversi nello spazio (per esempio sotto forma di statue, santuari o luoghi naturali caratteristici), imprimersi sugli utensili e gli strumenti della vita quotidiana, a volte sulla carne, per esempio sotto la forma di scarifìcazione. I miti sviluppano le cosmologie e i riti le mettono in opera: le vite individuali si ordinano essenzialmente sul modello così disegnato. Quanto più è forte l’adesione a questo modello, tanto meno libertà è presente, mentre è presente tanto più senso. Gli individui non hanno voglia di fare altro da quello che gli è imposto o consentito: sanno cosa devono fare ed anzi sanno meglio ancora cosa non devono fare. Il loro mondo è senza libertà ma impregnato di senso.” (l)
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- Raramente ho trovato una frase che meglio racchiudesse in sé la possibilità di comprendere storicamente l’esistente, fuori dalla categorie o dalla modellistica. Infatti se la riflessione giunge a tanta efficacia è perché è duttilmente aperta al presente ed al futuro, oltre che verificata sul passato. La cosmo-tecnologia, infatti, implicata da Augé per il presente e dalla quale si attende sviluppi ulteriori e conseguenti sui due piani per lui primari della scienza e della relazione antropologica (2), non è qualcosa di diverso dall’enunciazione di una cosmologia etnologica o di una antropologia di tipo eminentemente filosofico, sia pur lui superando la cosiddetta etnologia culturalista e rifiutando decisamente la meta-antropologia e l’etnologia-pretesto, ove, rovesciato, il vecchio mito del buon selvaggio ancora viaggia e si infrange sul “meno-aperto” (emergenza del Despota prima e dello Stato poi) e sul “più repressivo” (surdeterminazione dei rapporti materiali di produzione e della società di classe e/o dello psichismo moderno marxfreudianamente inteso). E’ che per Augé, probabilmente, l’induzione e la deduzione, in modo più o meno consapevolmente storico, hanno lavorato dialetticamente a produrre una rappresentazione complessiva che può essere validata, con le opportune disposizioni di genere, in ogni situazione di spazio e di tempo. In “Le forme dell’oblio”, (2000, Il Saggiatore), Augé ha poi ben ritmato le dimensioni che, attraverso la consapevolezza, la speranza o l’illusione, viviamo tutti nello spazio-tempo, al di là del trascorrere insignificante.
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- Il ritorno, la sospensione e l’inizio, sono misure che agiscono in noi sia come richiami mitici (mitico-collettivi o mitico-personali), sia come atemporalità del racconto o del letterario, sia come forme rituali che ripetono ed inaugurano contestualmente il tempo vecchio ed il tempo nuovo. In tutti questi tre elementi dello spazio-tempo, o meglio, della nostra percezione di esso, la dimensione lineare scolora e progressivamente si perde. Come a dire che potrebbe crollare, proprio in virtù di questo, la sottile ma certo non leggera mistificazione di una spazialità o temporalità unidirezionale, da noi imperante da circa due millenni, con la relativa illusione di un senso lineare, unico, comunque si strutturi (dal meglio al peggio o dal peggio al meglio): comunque da un prima ad un dopo univocamente causali, al posto di una trasposizione continua e sostanzialmente circolare di ritornanti elementi (sia pur intesi, nel senso nella rarefazione o della leggerezza dell’ultimo Heidegger, Licthung, radura dell’essere o, in Noica, della medietà, costitutiva ma non escludente, solo per fare due eminenti esempi). Questo tanto per citare e possibilmente tacitare la solita accusa di un fuoriuscire dal circolo ermeneutico crismato dallo storicismo filosofico, accusa che facilmente e velocemente viene puntata addosso a chi si azzardi ad inquietarsi, a dritto ed a rovescio, per tanta mistificazione divenuta storia e/o storiografia. Ed, in altre parole, per capacitarci a discutere d’una potenzialmente efficace atemporalità o supertemporalità (concetto per certi versi assimilabile alla surmodernità di Augé, per certi suoi chiari tratti laico-stoico-gentili) non liquidabile subito come metafisica, in quanto innervata e sostenuta fenomenologicamente. Ed antropologicamente, infatti, tale surmodernità, presenta dei tratti deviati e quasi irriconoscibili rispetto a quelli consolidati e riconoscibili delle diverse scolastiche a cui siamo tutti adusi, ma basta confrontarci con alcuni passaggi logici di Augé in uno dei suoi libri più belli e difficili per rendersene conto. (3) Anche per questo Augé considera una forzatura o peggio una caricatura il concetto di repressione come legato all’emergenza improvvisa e sempre molto difficoltosamente investigabile, di ciò che non sarebbe più una “società primitiva”. Quindi oltre la cosiddetta “società primitiva”, pur considerando legittimi i quadri (peraltro sempre più allungati e sempre meno compulsivi) di rappresentazione storica quali le bande dei cacciatori-raccoglitori, le comunità di villaggio, le società lignatiche etc., derubricando lo stesso concetto generale di “società primitiva”, quale categoria capace di supportare ancora complessivamente similari stili di vita ma in un quadro ordinante molto meno restrittivo. (4)
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- Ma stando a più verificabili (e prossimi) processi storici (sia pur applicati in spazi e tempi diversi: dalle sopravvivenze etnologiche più o meno dipendenti dal contatto (con l’altro ma soprattutto con l’occidente), alle società storicamente investigate ed applicando quindi l’equazione senso/libertà, in una valorizzazione che presenti ormai la libertà nella sua più spinta versione individuale e quindi come dice Augé (riferendosi all’occidente): “...Abbiamo iniziato a sfuggire da questo mondo nel XVIII secolo...” (5), il vero problema, comunque, del presente (già per noi da tempo ed in crescendo vertiginoso per tutto un mondo vieppiù globalizzato), è che l'attuale cosmo-tecnologia è addizionatrice di libertà (non certo però nella risultante direzionale ultima del “capitalismo della sorveglianza”) e sottrattrice di senso nello stesso istante e nella stessa sua ragione efficace. Anche per questo Augé auspica un aumento della produzione individuale di senso. Ovvero se certifica nelle grandi narrazioni, nelle cosmologie, il produttore del senso collettivo, rinviene nel (nostro) tempo presente le tracce che sempre più marcano le nuove sensibilità dell’individualismo di massa. Questo individualismo di massa (e massa dell’individualismo... essendo difficile rappresentarseli altrimenti) è, a sua volta, estremamente contraddittorio, perché, nel mentre subisce inarrestabilmente il fascino dei “non-luoghi” come luoghi che non dipendono “...dalle loro intrinseche qualità estetiche, ma dal cambiamento di scala che vi si esprime. Gli spazi del codice rivelano l’assenza di ogni simbolismo. Al loro interno ci sentiamo soli, perduti, di volta in volta liberati o esaltati (libertà provvisoria, esaltazione passeggera). Oppure ne riconosciamo l’immagine e vi ritroviamo i segni del consumo quotidiano: sono troppo familiari, troppo pieni in un certo senso, e troppo vuoti in un altro senso. La coscienza della mancanza si è spostata: essa non riguarda tanto un senso perduto, quanto un senso da ritrovare”, (pag. 138) ... nello stesso tempo scopre in sé “...una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali” (meno essi devono all’intervento umano) più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali”. (pag. 37) Come a dire, secondo lui, che, il massimo dell’alienazione al proposito ...fuga dalla cosmopoli, etc., etc., in una ipotetica nuova arcadia se non (meglio) nel bosco jungeriano, potrebbe produrre persino il massimo della coscienza del “non sé” e quindi, paradossalmente, del Sé. Ma, per noi, se non ci fosse neanche questa paradossale ipotesi di fuoriuscita utile ed onorevole da tali rovine e macerie, da un bosco nuovo ad una nuova arcadia, peraltro tutte oneste utopie, qualsiasi presa d’atto della nostra condizione attuale - quindi senza alcuno sbocco finale - sarebbe solo errore ed orrore. Ma in più, per Augé, c’è anche la naturale e ben frequentata (e comprensibile) fuga dalla responsabilità di una posizione ideologica chiara, non necessariamente a monte, ma almeno a valle a fronte della trasformazione, compulsiva, in atto. Illuminante come Augé racconti come esemplare l’esperienza che fa Camus a Tipasa in Algeria (nel 1952 e quindi quando già molte situazioni stavano profondamente cambiando), “...il ritorno a Tipasa (possiamo immaginare che lo abbia rivisitato più volte nel pensiero) è dunque per lui una fuga al di fuori della storia verso la coscienza del tempo puro, verso la sola coscienza del tempo. Siamo posti oggi dinanzi alla necessità opposta: quella di reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia”. (Rovine e macerie pag. 43) Diciamo almeno, considerando la concezione che Augé ha della storia: ...per non farcela scorrere sopra come la pioggia... Quindi anche tutti i discorsi sul colonialismo ed il neo-colonialismo, ove la coscienza antropologica ha sofferto di contraddizioni micidiali. Comunque, se la comunicazione interpersonale ed intersociale aumenta a dismisura mimando la relazione (entro le tre figure dell’eccesso di cui parla Augé: “...la sovrabbondanza di avvenimenti, di spazio, di individualizzazione dei riferimenti) (6), spesso solo per darci indicazioni del tutto superflue ma reputate sempre più necessarie per il potere stesso, parafrasando nello stile del famoso aforisma wildiano, oltre ad esporci ben più pericolosamente a ben altre verificabilità, ecco che è dal cuore dello stesso processo di apertura che si determina la chiusura, e che il senso diviene insensato e la libertà una schiavitù.
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- Diciamo quindi che è questo l’orizzonte esistente ed è questo che ci fornisce il miraggio aggiornato ed usufruibile, oltreché la direzione ove il vento tira o la marea monta. Tutto rimescolandosi, nella modernità più attorta, non fa che riportarci ad una costante che, tutto modificando, tutto lascia sostanzialmente invariato (al proposito del potere, della repressione e dei relativi e costitutivi rapporti), anzi favorisce una messa in forma molto più invasiva. Il cangiante rapporto senso/libertà, ove, nell’occidente globale la libertà è soprattutto un racconto catturante nella performante forma autogenerativa (la colossale autodenuncia dei dati) e nel surplus comportamentale del target di Google e di Hollywood per la maggior gloria della fascinazione del mercato (oltre a noi, per troppi: vedi i sud e gli est). Ma profondamente spietata nell’effettiva forma/capitale. Il rapporto senso/libertà è circolarmente verificato nella sua invarianza, con buona pace d’ogni devota e/o prudente minimizzazione. Con facilità ideologica, tale rapporto circolare, ma anche estruso per la tangente impazzita, viene dato in una lettura solo meglio/peggio. Forse sarebbe più onesto dire: spaventosamente diverso nella sostanziale (feroce) identità di sempre. Del potere. Ma con mezzi, ormai, esplosi, (7)
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- Ma se possiamo applicare tutto ciò alla narrazione fondamentale, ovvero alla cosmologia che ci avvolge e ci fa esseri del tempo in cui siamo, più o meno consapevoli in termini di coscienza storica (questo - se ce lo meritiamo - ci può spettare ancora), il centro di tutto questo è il rapporto tra potere e repressione: “...Ora se è evidente che la definizione e la formazione dell’identità dipendono in larga misura dalle configurazioni politiche e sociali (la letteratura consacrata alla nozione di persona è a questo riguardo molto ricca), può sembrare al tempo stesso legittimo supporre che questa formazione dell’identità sia precisamente la peculiarità del potere (quale ne sia la forma) e il segreto della sua efficacia, in tutte le forme del potere, la figura individuale si inscrive nella configurazione complessiva che delimita la totalità del possibile e del pensabile; questo limite determina, propriamente, l’ideologia per effetto della quale ragione individuale e ragione sociale tendono ad identificarsi in tutte le società. (...) ...in ogni società, repressione psichica e repressione sociale si definiscono vicendevolmente. Ma questo non è il postulato dei meta-antropologi. Ciò che essi respingono, fra l’altro, nella nozione di natura umana è lo schema intellettuale universalistico che le corrisponde e secondo il quale forme omologhi possono e debbono trovarsi nelle diverse culture, l’evoluzionismo latente o esplicito che sottende i loro discorsi pretende che la storia dell’umanità vada dal più aperto (la società primitiva) al più repressivo (lo Stato); una lettura alla rovescia del senso della storia permette loro, un po’ contraddittoriamente, di fare del secondo l’ossessione della prima, negandogli al tempo stesso un carattere di necessità storica.” (8)… “Il potere si abbatte sempre su individui.” (9) e, se questo è un fatto antropologicamente verificato, il vero problema è la definizione di quale logica presieda, “nel” potere, per la determinazione dei ruoli, sia sociali che individuali. Ma gli individui ormai sono miliardi. Anche perché “…Dedurre il vissuto individuale concreto dai miti d’origine, dalle cosmogonie, dalle forme rituali o dalle teorie antropologiche locali è certamente sacrificare ad una concezione strettamente esegetica del simbolismo. Quest’ordine intellettuale non è espresso, o all’occorrenza imposto all’individuo, se non come richiamo all’ordine.” (10) Ove il richiamo all’ordine esplicitamente diviene elemento ben più complesso e problematico della semplice categoria repressione. Se è vero quindi che il richiamo all’ordine è ben più complessa dimensione della repressione pura e semplice ed implica un riferimento a fattori simbolici, palingenetici e alcune volte (molto efficacemente) persino messianici, in tal modo sollevando parte della responsabilità civile dell’individuo, è anche vero che, come Augé dice: “...Il totalitarismo logico-sociale non toglie nulla alle difficoltà della pratica e all’angoscia del vivere. La tendenziale identificazione dell’ordine sociale, dell’ordine individuale e dell’ordine intellettuale mette a confronto le pratiche con i temibili rischi della necessità retrospettiva e ineluttabile. Nessuno è al riparo dal rischio, ma gli individui sono diversamente armati per fronteggialo e questa disuguaglianza è, in ultima analisi, sociale.” (11)
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- In un tale contesto di atteggiamento viene da richiamare il pensiero stoico, sul versante più specificatamente laico che storico, e nel campo della teoria del religioso la riflessione del pensiero tradizionale secondo la linea UTR. (12) Indipendentemente dalle diatribe storico/filologiche sulla sua maggiore o minore aderenza al concetto/mondo, variabile, nell’interpretazione storico/critica, di Tradizione. Cioè a dire che la repressione come espressione del potere agisce non solo per vie esterne, ma principalmente ormai per vie interne, innerva ogni struttura umana, comunque essa si costituisca e qualsiasi sia il grado, possibile o praticabile, d’autocoscienza rispetto allo stesso problema del potere. Certamente alla base del problema della repressione come espressione del potere c’è il problema ineliminabile ed inaggirabile delle differenze (certamente non solo economiche), sia nelle società di classe sia nelle società senza classi, essendo il potere (anche per Augé: pag. 16 Poteri…) ben anteriore alla comparsa delle classi. Le differenze innervano ogni società, qualsiasi sia la sua ideologia, in quanto “...l’ideologia è sempre ideologia del potere in qualsiasi tipo di società... (...) ...tutte le società sono repressive ed impongono allo stesso tempo un ordine individuale e un ordine sociale.” (13)
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- In pagine memorabili Augé coglie tutte le contraddizioni del doppio orientamento che informa l’odierna letteratura in scienze sociali: il neoevoluzionismo e quello del rifiuto della dicotomia natura/cultura. E sostituisce, integrandole senza negarle totalmente, tutte le principali vie interpretative dell’antropologia in una nuova sintesi che è quella dell’ideo-logica, ovvero della logica delle rappresentazioni in una data società. Qui è molto importante anche che la simbolica, o come la definisce Augé, l’ordine della simbolizzazione (che, prima e dopo, costituisce intrinsecamente la rappresentazione), sia considerata fondamentalmente diacronica, un rapporto d’ordine sintattico (14), che struttura secondo un logos complessivo (ove simbolica e logica quindi sono correlate sempre ma non sempre in diretta corrispondenza) la rappresentazione (in sé e di sé) del potere. (15) Infatti le forme del potere sono limitate in qualità di vere e proprie forme simboliche (=per questo sono stato sempre interessato alla “identità simbolica”, che altri, ben migliori di me potrebbero aver definito, anche, “finzione suprema”), indipendentemente dall’immensa varietà delle scelte paradigmatiche e dal carattere non meccanicistico delle combinazioni sintagmatiche. Perché alla storia si chiede sempre un senso, dice Augé, ma questa richiesta di senso è ben prima e ben di più del senso stesso che si vuol dare alla storia (= si potrebbe dire banalmente: è una scelta obbligata di senso - indipendentemente da che senso sia) ed è il potere che controlla l’accesso al senso e questo accesso al senso si muove tra cooptazione ed esclusione in una dialettica di apparati simbolici ove comunque viene privilegiata la narrazione di un passato eminente. Ma il “passato eminente” diviene però la controprova di un “futuro necessario”, proprio ora, quando il futuro si dilegua in un pessimo eterno presente di “non tempo”ovvero quello della globalizzazione uniformante, nemico intrinseco dell’“eterno presente”, che in tutt’altra epoca - ha avuto, ha nella nostra visione e forse avrà per molti più di noi, ancora, vero senso compiuto. (16)
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- In tale direzione anche la “storia” diviene centrale per la narrazione del potere, in quanto senza un senso della storia non si potrebbe attribuire un senso complessivo all’esistente stesso oltre che al potere. Sarà ancora un altro potere (un contropotere, un controsenso) semmai, a determinarne una restaurazione od una possibile fuoriuscita, tramite rivolte e rivoluzioni. Questo potere è connaturato alla cooptazione ed all’esclusione e quindi alla repressione proprio perché struttura il senso e la storia. E la “storia” “...forse non è se non la storia della creazione del senso e delle sue costrizioni...” (...) “Non si può riscrivere la storia ma la si può reinterpretare...” (…) “L’attitudine politica o filosofica che consiste nel riprendere in considerazione, facendosene carico, gli elementi passati, nel ripensare la storia, non è dunque totalmente arbitraria, anche quando mitizza od inventa questa storia, perché con la sua sola esistenza essa le attribuisce una possibilità supplementare... (...) ...va da sé, tuttavia, che la storia non potrebbe interamente dipendere dall’attualità e che esiste un confine tra le metamorfosi storiche di un’istituzione, le quali rivelano progressivamente la sua complessità e le sue potenzialità, e le ricostruzioni arbitrarie che modellano il passato sulle esigenze del presente. In ogni caso, l’esigenza del senso passa attraverso un pensiero del passato”. (17) Capacità sottile d’immettere nel dibattito storiografico questa potenzialità, che non deve divenire deviazione o falsificazione proprio nel momento in cui diviene convintamene revisione. Ovviamente, come s’intende subito, bisogna ben stabilire il confine fra “riscrittura del passato” che è condizionata dai miti transeunti, dalle mode ideologiche o dalle compressioni geostrategiche e le vere e proprie falsificazioni alla Zdanov o alla Orwell, che storicamente sono esistite e continuano ferocemente ad esistere, che esisteranno ancora e che tutti possiamo agevolmente constatare. Ove per di più la validazione delle mitizzazioni o delle rappresentazioni è scelta in base a fattori del tutto opportunistici. La “riscrittura del passato” risulta quindi, oggettivamente, di ardua definizione ed una sua chiara delimitazione comporterebbe comunque qualità quasi sovrumane di onestà intellettuale, capacità documentativa e discernimento spirituale.
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- Anche perché per sostenere nobilmente ma assieme efficacemente la sublime inutilità della paidetica, si può accettabilmente credere come Augé che “La follia della storia è una follia ripetitiva. Gli orrori si ripetono. I progressi della tecnologia non fanno che amplificarne gli effetti.” (18) La “postura” stoica, nella relazionalità civile e quella UTR nella sfera del sacro, sopra ricordata, ci sembrano, diversamente dal cangiante atteggiamento che si accalca forsennatamente tra impegno e riflusso, le migliori linee anche per sopportare e supportare tale “inutilità” (19), fornendone una versione efficacemente produttiva oltreché, appunto, nobilmente testimoniale.
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- Quindi anche dall’intelligente ed apregiudiziale controllo dei dati etnologici si può inferire un senso organico alla teoria sul potere, confrontandosi produttivamente con ogni visione diversamente orientata, da quelle ontologiche a quelle fenomenologiche, da quelle psicologiche a quelle sociologiche, da quelle storiche a quelle ideologiche. Il merito di Augé è di far interagire, nella sua visione, i dati disponibili della ricerca sul campo e le ipotesi interpretative con grande equilibrio.
Note: - 1) M. Augé, Perché viviamo, 2004, Biblioteca Meltemi, pag.11.
- 2) Idem, cit. : “L’utopia planetaria che ho evocato è un’utopia dell’educazione, della piena occupazione e della sicurezza per tutti; è un’utopia necessaria e la sola che valga, con quella della scienza, se si ammette che la vita individuale degli uomini non ha altra finalità che l’affermazione di sé attraverso la relazione con gli altri.”, pag. 129. D’altra parte, un’utopia di tale sconfinata grandezza, del tutto, ovviamente irrealizzabile, se non accettando sacrifici pesantissimi alla dimensione dell’amata “libertà”, è simpatico che si giustifichi (“...non ha altra finalità...”) con un minimalismo simile di supporto. La pars destruens di Augé risulterebbe così altamente istruttiva e la pars construens del tutto “contratta”, oltre che poco convincente.
- 3) M. Augé, Genio del paganesimo, Universale Bollati Boringhieri, 2008, pag. 98: "...Cristianesimo e paganesimo costituiscono due antropologie distinte e inconciliabili. Le modalità dell'uno e dell'altro possono essere innumerevoli (diverse quanto le ipotesi individuali recensite da Montaigne nell'Apologie de Raimond Sebonde e concernenti per esempio la definizione e la localizzazione dell'anima), ma esse si lasciano ordinare secondo due linee radicalmente divergenti: per il pagano il Dio unico non esiste, e in termini più astratti, è egualmente vero il contrario. Questa divergenza impedisce qualunque lettura involuzionista o evoluzionista del fatto religioso, anche quando questa lettura distingua tra magia e religione. Questa distinzione, lo si è visto, è in primo luogo carattreristica di coloro per i quali la magia è essenzialmente la religione degli altri..." Anche se, per quanto mi riguarda personalmente, parlerei, comunque, di "impedimento" parziale, più che assoluto.
- 4) M. Augé, Poteri di vita poteri di morte, 2003, Raffello Cortina edit., pag. 9-11. Interessante al proposito che, già dagli anni ’60 le risultanze archeologiche in Göbekli Tepe e di seguito nel sito gemello di Karahan Tepe (e di un’altra decina di siti più o meno provvisoriamente individuati, sia cultuali che abitativi, forse ancora più antichi) riferite a migliaia di anni antecedenti alle più antiche risultanze precedenti, hanno comportato notevoli crisi di protocolli interpretativi.
- 5) Perché..., cit., pag. 1l.
- 6) M. Augé, Non luoghi, 2002, Elèuthera, pag, 41.
- 7) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 180: “Che siano diverse è evidente. Che siano altre, è una menzogna.”
- 8) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 7.
- 9) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 10... Ancora: “...dall’altra parte rivela il carattere esplicitamente differenziale, implicitamente non egualitario e manifestamente costrittivo della configurazione complessiva in cui queste rappresentazioni si articolano, si coniugano, si precisano e si ordinano una rispetto all’altra...” (...) “...Ma questa bella logica, di cui il discorso culturalista rende parzialmente conto, non ha nulla d’armonioso se non l’ideologia che esprime o piuttosto che costituisce. Si tratta dell’armonia stessa dell’ordine - ordine indifferentemente, intellettuale, morale e sociale. Essa individua componenti biologiche e psichiche, definisce linee di ereditarietà e regole di eredità, riti e diagnosi, prescrive e proscrive: in breve stabilisce l’insieme del possibile e del pensabile. E tuttavia, ciò che è possibile non lo è per tutti allo stesso titolo, ciò che è pensabile non lo è per tutti allo stesso modo, la somma del possibile e del pensabile costituisce una sistematica delle differenze sia in modo esplicito, designando posti e ruoli (il lignaggio, la stirpe, il villaggio, il quartiere, il padre, il figlio, lo zio, il nipote), sia in modo implicito, in quanto, designando questi luoghi rappresentativi, esso ne situa al tempo stesso l’altrove e stabilisce con ciò stesso lo statuto di coloro che devono tenerne conto senza potersene far carico, tutti coloro che non possono riferirsi ad essa se non per misurare la propria debolezza e la propria insignificanza rispetto alle linee di forza e di senso, tutti coloro che la suddivisione temporale delle genealogie e la casualità delle nascite successive hanno allontanato dalla stirpi maggiori e dai fratelli primogeniti, tutti coloro che hanno solo un accesso effimero e passivo - per testimoniare o per subire - allo spazio del potere.”
- 10) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 1l.
- 11) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 74.
- 12) Unità Trascendente delle Religioni... U.T.R. Almeno per quanto riguarda il piano universalistico, tradotto da un livello metafisico ad uno ontologico ad uno socio-civile, più che nella linea del cosiddetto senso della storia. La lettura utr (e - come sopra accennato - non ne diamo una versione rigida, per intenderci, dogmatica, ma fluida, secondo un orizzonte comparativo di taglio esoterico, esperienziale...) interpreta infatti in una logica ondulatoria il processo storico accanto alla dottrina tradizionale dei cicli, che sulla lunga espressione spazio/tempo (dipendendo comunque i tempi dai ritmi, i quali ritmi quindi portano in sé una loro cogenza causale, che, nel breve medio-periodo, può essere legittimamente persino letta come necessitata ed inequivoca) inverte i processi finalisticamente intesi, rinnovando il respiro cosmico e quindi rendendo quantomeno limitata, se non del tutto incorretta, l’interpretazione esclusivamente unidirezionale. In modo antidicotomico, questo, in una sostanziale insondabilità dei processi macrocosmici…
- 13) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 18.
- 14) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 70.
- 15) M. Augé, Rovine e macerie, 2004, Bollati Boringhieri, pag. 137: “Gli uomini hanno bisogno di poter pensare i loro rapporti reciproci. Ognuno ha bisogno di poter pensare il suo rapporto con gli altri, o per lo meno con alcuni altri, e, per far ciò, di inscrivere questo rapporto in una prospettiva temporale. Il senso sociale (il rapporto) ha bisogno, per svilupparsi, del senso politico (di un pensiero dell’avvenire). In altri termini, il simbolico (il pensiero del rapporto) ha bisogno della finalità.” La finalità è legata inscindibilmente alla sensazione (individuale, collettiva) del tempo “che deve venire” e quindi al “futuro”... ogni ipotesi sulla “fine della storia” è quindi del tutto inattuabile.
- 16) “...Il movimento di ritorno acquista un senso soltanto nell’atto che lo proietta verso il domani. Scrivere significa strappare il passato al passato, proiettando nel futuro, ossia davanti a noi, la fonte del senso che tutti ci dicono essere dietro di noi. Come detto, abbiamo creduto a lungo che il passato dominasse sul presente e che la storia singolare o collettiva non fosse altro, con alcune eccezioni e contraddizioni, che lo sviluppo del passato. Per quanto riguarda la scrittura, questa visione, marxista o psicoanalitica, è riduttiva, perché difetta della scommessa sul futuro. Dovremmo optare invece per l’intuizione libera che sopravanza le decisioni prese e costituisce ciò che chiamiamo creazione o, se si preferisce, poesia...”, Marc Augé, in un’intervista di Marco Dotti, del 2015.
- 17) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 127-129.
- 18) M. Augé, Rovine..., cit., pag. 135.
- 19) M. Augé, Sulla gratuità. Per il gusto di farlo!, Mimesis, 2018.








