
Pubblichiamo un estratto dell’Introduzione di- Giovanni Sessa, Vita nuda e fantasia,
- al libro di Jean Cau, "La pietà di Dio"
- Oaks editrice, pp. 250, euro 24,00.
- Il libro di Jean Cau, La pietà di Dio, ottenne in Francia il Premio Goncourt nel 1961. Nelle sue pagine, al centro della narrazione sta la vita nuda, la vita nella sua dimensione singolare. La vita nuda, Jean la conobbe fin dall’infanzia, nella famiglia di origini contadine. L’ambiente familiare, in particolare il nonno paterno, gli trasmise il fascino, meravigliante e atterrente in uno, della natura.
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- Cau fa rivivere questa fascinazione antica […], in modalità sinestetica, pluri-sensoriale, attraverso la memoria olfattiva, le minuziose descrizioni della cella nella quale i protagonisti del libro sono reclusi, le visioni del cielo notturno, baluginante di stelle, che i quattro uomini intravedono oltre le sbarre dell’unica finestra. I protagonisti, Alex, Eugène, Match e il Dottore, vero e proprio deus ex machina del racconto, scontano una lunga pena detentiva per aver commesso il delitto per antonomasia, l’omicidio. La cella nella quale sono reclusi è, per loro, il mondo, l’unico riferimento concreto, reale. L’ambientazione de La pietà di Dio, rinvia, in modalità implicita, al Viaggio intorno alla mia camera di Xavier De Maistre, fratello del più noto Joseph, teorico della reazione pura, dell’alleanza primo ottocentesca di trono e altare. Il Viaggio dello scrittore savoiardo fu scritto nel 1794, durante un periodo trascorso agli arresti domiciliari e protrattosi per quarantadue giorni. […] Accompagnano il protagonista, in questo originale (in quanto segnato da tensione conoscitiva verso l’ “origine”) viaggio stanziale, la cagnetta “Rosina” e il servitore Joanetti. Ruolo centrale riveste lo specchio della stanza. Nel suo riflettere le immagini, consente all’io narrante di comprendere il volto cangiante del reale: Xavier rileva che le “cose” del mondo, a ben vedere, non sono mai quel che dicono di essere, la loro è positività apparente, fugace. Si tratta del travestimento di un principio che “non è”, un principio negativo che ci abita. Solo Dio, ritiene Xavier De Maistre, può essere il punto fermo che consente di vivere in un mondo in perpetua metamorfosi, in costante cambiamento.
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- Diversa la soluzione che, nel loro interrogarsi sul senso della vita, sul principio, intravedono e, soprattutto vivono, i quattro personaggi in cerca d’autore de, La pietà di Dio. […] La narrazione di Cau si porta oltre la distinzione delle tre estasi temporali: presente, passato e futuro. Incombe perpetuamente, nel presente carcerario dei quattro uomini privo di futuro, di avvenire, la sola dimensione temporale del passato, preservata da una memoria incerta, labile, vaga. Il loro è passato drammatico, cruento, segnato dal dolore e dal delitto. Un “allora”, quello di Alex, Eugène, Match e del Dottore che si evince dalla narrazione fluente dei ricordi, consci e inconsci, che lo scrittore francese trascrive in una prosa incalzante, potente, cruda e coinvolgente. Il tutto si svolge in un’atmosfera di “realismo magico”, testimonianza evidente che, nonostante la condizione di estrema fragilità esistenziale nella quale i quattro vivono, privati come sono della libertà personale, la vita mostra sempre di essere dominata dalla possibilità, da ciò che i filosofi della Grecia aurorale chiamarono dynamis. Il possibile, l’ubi consistam dell’esistenza, non può essere inteso dalla ratio, dagli universali, dai concetti. Solo la fantasia può rilevarne l’inestinguibile azione, sempre all’opera in ogni essente.
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- […] La civiltà occidentale è stata costruita sul dialogo, espressione comunicativa della logica binaria e identitaria. Il dire dei protagonisti de La pietà di Dio si sottrae a tale logica diairetica, escludente. Alex, Eugène, Match e il Dottore mettono in scena, di contro, una con-versazione improvvisante. Il filosofo Romano Gasparotti ha scritto in tema: «È solo nel conversare […] che il cogitare può svilupparsi in una condizione, nella quale viene meno la necessità, cerebralizzata […] da parte del lottatore duellante di sopraffare l’avversario […] di misurarsi con l’interlocutore in quanto irriducibile altro-da (se)». La conversazione, in quanto depone l’opposizione di Io e Tu: «Senza […] porsi alla terza persona, dà corso agli ondivaghi flussi e controflussi di una prassi corale dal carattere estemporaneo […] mai finalistico».
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- I quattro personaggi in cerca d’autore realizzano una conversazione che non appartiene a nessuno, ma coinvolge tutti. È un comunicare che gioca: «con l’inevitabile degli avvenimenti, per renderli “abitabili”». I protagonisti de La pietà di Dio, lasciano decantare nel silenzio il loro dirsi, il “detto” si esaurisce e riparte, proprio come avviene nella vita degli essenti, la cui consistenza ha il sapore fugace dei sogni, in quanto tutto è all’opera nella physis-mixis. La conversazione, precisa Gasparotti, procede rizomaticamente, è mostrarsi di un’intelligenza collettiva. L’accento, per questo, non è posto sulla dimensione eminentemente locutoria e significante del detto, ma poggia sulle: «potenze illocutorie e prelocutorie». Il conversare dei quattro ergastolani è ritmico, sincopato, musicale in senso jazzistico. Essi improvvisano in sintonia con l’improvvisare discorsivo nel quale sono coinvolti.
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- Le pagine de La pietà di Dio di Cau, per essere ben intese, dato il tratto eminentemente filosofico che le connota, devono essere raffrontate con la potenza rivelativa dell’Encomio di Elena di Gorgia da Lentinie con le antilogie di Zenone di Elea. Lo scrittore transalpino mette in scena il naufragio della verità epistemica in quanto verità ed errore, colpevolezza e innocenza dei protagonisti, sono inestricabilmente legati l’una all’altra, sono, in qualche modo, indistinguibili. […] Tale ambiguità, tale essere esposto, da parte del lógos, al doppio è sempre in relazione con la verità e con l’errore in quanto, come seppe Julius Evola nei Saggi sull’idealismo magico: «L’errore è una verità debole, la verità un errore intenso e potente». […] Solo la phantasia asseconda l’immediatezza. Lo ha rilevato Massimo Donà: «Riuscendo a restituirci la vera complicazione che caratterizza l’umana esistenza, le mille sfumature di cui la medesima è fatta […] e non solo quelle riconducibili alla “regolarità” reclamata […] dalla legge universale». La phantasia, antecedente la ratio, si mostrò nelle antiche narrazioni mitiche e torna ugualmente a dirsi, tra le altre, nelle pagine de, La pietà di Dio. Alex, Eugène, Match e il Dottore hanno contezza che l’origine può essere colta solo nel particolare: in esso si dà, nell’hic et nunc, ciò che è ubisque et semper.
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- Insomma, nell’esistenza singolare dimora l’abisso al quale il reale è tragicamente esposto. Il ricorso alla dimensione immaginale-fantastica di Cau, si traduce, nel volume che stiamo introducendo: «in emozione condivisa, dunque in vita. Nello slittamento dal possibile al reale, risiede […] l’intelligenza di emozioni che si nutrano del dialogo fecondo tra visibile e invisibile» (Roberta Ioli), misterium vitae che si mostra in ogni corpo “animato” (hyle).









