"Scuola Romana di Filosofia politica"

è diretta da

Giovanni Sessa

La S.R.F.P. fondata, a suo tempo, da Gian Franco Lami ed Emiliano Di Terlizzi, docenti alla “Sapienza”, è oggi un forum critico di filosofia e metapolitica.

  • POLONIA   E   CAVILLI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il riaccendersi della vertenza tra Polonia ed UE, a mio avviso, sposta di poco la questione che indicavo ai lettori de “L’Opinione” negli articoli del 30 settembre e del 19 novembre dell’anno passato: che l’espressione “Stato di diritto”, di cui all’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea, è altamente polisemica, essendo considerati da un lato “Stati di diritto” ordinamenti assai differenti; dall’altro il concetto relativo allo stato elaborato da tanti pensatori in nodo non univoco. Ricordavo, per evitare al lettore il “catalogo di Laparello” delle concezioni e degli autori, quanto se ne può leggere nell’attenta voce “Stato di diritto” nel “Dizionario del liberalismo” scritto da Anna Pintore che, stante la non-univocità del termine e del concetto “nessuna trattazione del tema può essere neutrale”; con la conseguenza che, proprio perciò, la formula “ha goduto fin dalla sua nascita di apprezzamento pressoché universale, al punto da segnare oggi una strada senza alternative: uno Stato che non incarni questo modello deve essere considerato legittimo ed indegno di obbedienza”. Quindi indeterminato da un lato, e perciò utile per giustificare misure sanzionatorie (se non aggressive): la connotazione lasca è ideale per sfornare pretesti.
  • Quale esempio, scrivevo che “nella procedura Ue d’infrazione alla Polonia è stata contestata la limitazione all’indipendenza dei giudici polacchi dopo le innovazioni degli ultimi anni… Tuttavia negli USA tutti i giudici della Corte Suprema, e molti di quelle “inferiori” sono di nomina (o elezione) politica, ma pare assai difficile sostenere che gli USA non sono uno Stato di diritto, ma anche che quel modo di nominare comprometta gravemente lo Stato di diritto”. E così si potrebbe proseguire, non solo per la Polonia (v. sul punto le “infrazioni” sulla libertà e l’educazione sessuale) ma anche per la procedura d’infrazione all’Ungheria.  Ma non risulta che Montesquieu, Gneist, Orlando, Constant (ecc. ecc.) abbiano usato come criterio per discriminare gli Stati di diritto da quelli che non lo sono le preferenze sessuali, il contenuto dei sussidiari e così via. Il pericolo è che, a forza di calcare la mano su profili irrilevanti o poco rilevanti si perdano di vista quelli essenziali (allo Stato di diritto), come avviene da decenni soprattutto in Italia tra l’indifferenza dei mass-media di regime. Solo coll’emergenza pandemica è stato dibattuto pubblicamente che alcune delle misure non erano proprio in linea né col concetto del Rechtstaat ed ancor più con i principi e le disposizioni della nostra Costituzione. Due pensatori di valore come Agamben e Cacciari sono stati messi alla gogna per aver sostenuto che obbligo del green pass nei luoghi di lavoro fa a pugni (tra l’altro) con il principio costituzionale “lavorista” (v. art. 1 Costituzione).    Piuttosto che alla paglia nell’occhio degli altri, faremmo bene a pensare alle travi nel nostro.

 

  • Dizionario dei simboli

  • Il Dizionario dei simboli
  • di
  • Juan Eduardo Cirlot 
  • Summa del sapere tradizionale
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Di alcuni libri non ancora tradotti nella nostra lingua, si sente davvero la mancanza. Per quanto attiene al pensiero di Tradizione, grazie alla casa editrice Adelphi, è stato da poco colmato un vuoto editoriale che durava da troppo tempo. Ci riferiamo alla recente pubblicazione nella nostra lingua dell’opera capitale di Juan Eduardo Cirlot, Dizionario dei simboli, da poco nelle librerie per la traduzione di Maria Nicola (pp. 551, euro 34,00). L’autore (1916-1973), dopo l’iniziale partecipazione al dada e al surrealismo, si avvicinò all’etnomusicologo Marius Schneider, che lo introdusse allo studio dello spiritualismo e della simbologia. Fu poeta, compositore, critico d’arte ma, soprattutto, dette il meglio di sé come iconografo: le pagine del libro che presentiamo lo confermano senza tema di smentita. La prima edizione del testo fece gemere i torchi nel 1958, la seconda, rivista ed ampliata, nel 1969.
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  • Casalino 2

  • Sull’Invisibile
  • Casalino e il pensiero di Tradizione
  • di
  • Giacomo Rossi
  • La raccolta di saggi Sull’ Invisibile. Parlare all’animo, scrivere nell’animo di Giandomenico Casalino, da poco uscita per la casa editrice Arya Edizioni (p. 128, euro 19,00), getta luce e offre spunti di assoluto interesse sul pensiero tradizionale.  Lo studioso leccese, attraverso un dialogo costante con alcuni dei più importanti pensatori tradizionali, quali Platone, Plotino e Hegel su tutti, illumina quel sentiero che ognuno di noi è chiamato a percorrere per riscoprire le potenzialità sopite del nostro essere più-che-uomini.  Giandomenico Casalino compie quel cammino e quell’ascesa che è sempre un partire dalle profondità del proprio animo.
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  • Gnosi

  • Il serpente e la croce
  • Una storia della gnosi
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Di gnosi, antica e moderna, si è molto discusso. Di più, la categoria di “neo-gnosticismo” è diventata un riferimento imprescindibile, al fine di spiegare la drammatica storia del secolo XX. Nell’ultimo periodo, le cronache giornalistiche seguite al decesso di Roberto Calasso, direttore della Adelphi, hanno riaperto il dibattito in tema, tenuto conto del tratto “gnostico” che taluni hanno voluto attribuire alla casa editrice milanese. E’ora a disposizione del lettore un interessante volume di Paolo Riberi, Il serpente e la croce. Duemila anni di gnosi: dai vangeli apocrifi ai Catari, da Faust ai Supereroi, comparso nel catalogo Lindau (pp. 334, euro 24,00), che fa chiarezza in tema. Non si tratta, come sostiene opportunamente Domenico Devoti in prefazione, di una semplice ricostruzione filologica ed organica della storia della gnosi, in quanto: «non ultimo intendimento (dell’autore) è […] il cercare di cogliere il volto perennemente vivo […] di eventi, mentalità e realtà che si radicano nel lontano passato» dello gnosticismo (p. 5).
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  • Filosofia italiana

  • La tradizione filosofica italiana
  • di
  • Corrado Claverini
  • Caratteri e specificità del pensiero italiano
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Nel secondo dopoguerra, la storiografia filosofica italiana ha messo in atto un’azione denigrativa nei confronti del neoidealismo, che aveva celebrato la propria marcia trionfale assieme a quella del Fascismo. Tali giudizi negativi hanno, alla lunga, finito per pesare sulla reale valutazione del ruolo giocato dalla filosofia italiana a livello internazionale.  Da ciò è disceso che, per troppo tempo, il lettore di media cultura ha ritenuto la speculazione nazionale secondaria, provinciale e passiva di fronte alle filosofie d’oltralpe.  Fortunatamente le cose sono cambiate e, attualmente, il pensiero italiano gode di ampio credito.  A conferma, vi sono una serie di pubblicazioni, tra le quali segnaliamo, La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi, di Corrado Claverini, assegnista dell’Università di Salerno, da poco pubblicata per i tipi di Quodlibet (pp. 215, euro 20,00).
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  • Goebbels

  • Gianluca Magi
  • Goebbels
  • 11 tattiche di manipolazione oscura
  • (Piano B Edizioni, 2021, pp. 193, € 15,00)         
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • A considerare quanto affermato (da quasi tutti) i mass-media, il nazismo sarebbe morto e sepolto, come tutti i suoi capi – tra cui Goebbels – nel 1945. Probabilmente è vero (per lo più) per le idee, assai meno per i mezzi di cui si servì per conquistare e mantenere il potere. Soprattutto la propaganda di cui Goebbels fu un vero maestro, e le cui tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica sono tuttora praticate dalle élite dirigenti per esercitare e accrescere il proprio potere. E quindi d’attualità. Anche se si può affermare che, essendo la retorica – parente nobile della propaganda – già praticata e studiata dall’antichità, molte di quelle tecniche sono attualizzazioni/adattamenti ai mezzi moderni (stampa, radio, televisione ecc.) di modelli di persuasione già praticati da Demostene e Cicerone. L’autore lo afferma dall’introduzione “La volontà di dominio dell’uomo sull’uomo, le strategie di manipolazione , il controllo sociale e l’arte dell’inganno sono antiche quanto la storia dell’umanità”, oggi poi “se consideriamo che passiamo oltre un terzo della vita immersi nei media (tra TV, web, film, quotidiani e riviste), possiamo comprendere come la nostra capacità di parlare, pensare, costruire rapporti con gli altri, i nostri desideri i nostri sogni e il nostro stesso senso d’identità siano plasmati dai media”; dato ciò – e l’importanza decisiva che ha la persuasione nell’esercizio del dominio - scrive l’autore “Perché non usare le 11 tattiche di manipolazione oscura per illuminare chi, secondo le intenzioni, dovrebbe esserne il bersaglio?”. E per l’appunto dopo una breve biografia di Goebbels, Magi passa ad esporre le 11 tecniche (principi tattici) usate dal ministro nazista per garantirsi il controllo dell’opinione pubblica, soprattutto interna.

  • E così il potere sul “seguito”. Questi principi si fondano sul disprezzo per la capacità di giudizio – razionale o almeno ragionevole - delle masse e per lo sfruttamento dei pre-giudizi, luoghi comuni, idola più condivisi, basati su emozioni (e non su ragionamenti). Così la creazione del nemico, utilissimo per la polarizzazione e il consolidamento del seguito (lo aveva già compreso Eschilo), anche se poi il nemico non è tale; l’affermazione dell’unanimità anche se creata fittiziamente; la semplificazione del messaggio; l’orchestrazione (lo stesso messaggio è ripetuto all’infinito e da tutti (o quasi) i media; l’occultamento delle notizie in contrasto con la tesi che si sostiene; la disinformazione, con la creazione di falsi bersagli, o comunque che abbiano l’effetto di distrarre l’opinione pubblica. È impressionante come tali principi siano utilizzati dalle élite contemporanee allo stesso scopo della dirigenza nazista. Tattiche come il silenziamento, la disinformazione, lo sviamento ecc. ecc. sono identificabili facilmente in gran parte dalla comunicazione odierna. C’è tuttavia un carattere principale che rende differenti la propaganda della NSDAP e quelli delle élite, soprattutto italiane, contemporanee. Mentre quella era rivolta alla conquista del potere (prima nazionale, poi internazionale) cioè era accrescitiva e implementativa, quella delle élite della (seconda) Repubblica e molto più limitatamente, indirizzata a mantenere (parte del) potere gestito. Ha cioè un’ambizione enormemente ridotta. E dati i più che mediocri risultati dei governi della (seconda) Repubblica, sarebbe stato troppo difficile sostenere derivazioni (in senso paretiano) diverse.

                                         

  • Ionescu

  • Nae Ionescu
  • Il filosofo che sedusse una generazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Nella cultura del secolo XX, la Romania ha giocato un ruolo centrale. Studio e ricerca sono stati gli ambiti con i quali i giovani intellettuali di quel paese hanno tentato il superamento della marginalità esistenziale, che discendeva dall’essere nati in una provincia “orientale”. Si pensi, tra i tanti, a Cioran, Eliade, Noica, Vulcănescu, esempi eminenti della “giovane generazione” formatasi alla scuola di Nae Ionescu che, da quei precoci e vivaci studiosi, fu ritenuto Maestro indiscusso. E’ a disposizione dei lettori italiani una biografia che ricostruisce la vita intellettuale di Ionescu. La si deve a Tatiana Niculescu, Nae Ionescu. Il seduttore di una generazione da poco comparsa nel catalogo Castelvecchi per la cura di Horia C. Cicortaş e Igor Tavilla (per ordini:06/8412007; info@castelvecchieditore.com, pp. 240, euro 22,00).

  • Il volume muove dalla ricostruzione dell’ambiente familiare del filosofo. Questi nacque nel 1890 a Brăila, città portuale danubiana nella quale transitavano merci disparate e persone provenienti da ogni dove. Qui trascorse l’infanzia e parte dell’adolescenza. Il padre era un pubblico funzionario, pertanto, la famiglia aveva un discreto tenore di vita. L’uomo, purtroppo, morì anzitempo, lasciando agli eredi ingenti debiti. Anni dopo, Nae scriverà di aver sperimentato: «tutte le miserie della vita quando gli altri aprivano a malapena gli occhi sul mondo» (p. 13). Ebbe, così, un ruolo rilevante, nel suo mondo interiore, il nonno paterno, Stroe Ivaşcu, servo della gleba dal carattere forte. Questi, nel villaggio natale di Tătaru, era annoverato tra le personalità contadine più riguardevoli: si era emancipato e aveva ricoperto incarichi amministrativi, divenendo piccolo proprietario terriero. Nae onorerà per tutta la vita il ricordo del nonno, vedendo incarnate in lui le virtù del ceto rurale, che il filosofo contrapponeva alla degenerazione antropologica esemplificata dalla figura del cittadino moderno.
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  • lDENTITà

  • Henry Levavasseur,
  • L’identità come fondamento della città
  • Riconciliare ethnos e polis
  • (Passaggio al bosco edizioni, 2021, € 10,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Questo saggio, chiaro e sintetico, si pone il problema di come conciliare ethnos e polis, ovvero in altri termini, ma di senso vicino, comunità e istituzione (politica).    Nella decadenza della modernità, cioè l’epoca in cui viviamo, ethnos e polis sono stati progressivamente separati: nel senso che si pensa possa costituirsi un’istituzione senza una certa omogeneità tra i cittadini. E tale omogeneità non è necessario che si fondi su dati concreti e reali.    L’autore cita a tale proposito, tra le tante, le interpretazioni moderne della celebre conferenza di Renan Cos’è una nazione? Il passo in cui Renan definisce la nazione come sintesi tra passato (possesso in comune di una quantità di ricordi, cose, rapporti, usi) e il presente (la volontà di vivere insieme ed avere un destino comune) è intesa pretendendo di ridimensionare e svalutare il passato, e attribuire alla volontà arbitraria (Tönnies) dei partecipanti la capacità di costruire un futuro comune tra persone prive di ogni passato comune.    Un’esegesi che annichilisce totalmente ciò che nel pensiero di Renan era collegato necessariamente.
    Alla volontà (arbitraria) e al diritto, inteso anch’esso riduttivamente (come atto volontario) dei consociati è rimessa la costituzione dell’ordine sociale o almeno della magna pars di esso, cioè la costituzione dell’istituzione.  Così l’atto relativo è il risultato di una decisione comune degli associati, direttamente o per rappresentanza.
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  • Cover il conflitto costituenteEdoardo Dallari

  • EDOARDO  DALLARI
  • Il conflitto costituente.
  • Da Platone a Machiavelli
  • (Mimesis edizioni, Milano 2021, pp. 122, € 9,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Questo saggio prende le mosse dal carattere peculiare della filosofia italiana, d’essere “una filosofia della ragione impura rivolta... a un’esperienza della negazione, della fallibilità... dell’impotenza della ragione”, e così filosofia della prassi. Ma “Il timbro prassistico della filosofia italiana è già tutto latino, ed è esattamente questo carattere che Machiavelli farà suo e rielaborerà”.  In Machiavelli, scrive l’autore “convivono dunque tre prospettive che consentono, almeno è la credenza che regge questo saggio, di eleggere Machiavelli a figura del destino europeo e occidentale: anamnesi dell’antico, immanentizzazione del reale e possibilità astratta del nichilismo”.  Il confronto con Platone è indotto dal fatto che il pensiero del filosofo greco è volto alla ricerca e fondazione della città ideale, conforme agli ideali di giustizia e virtù; quello del segretario fiorentino all’esigenza di uno Stato solido perché indipendente e durevole.  In questo senso è chiaro che Machiavelli pensava a Roma: una città che ha creato un impero, e di durata pluricentenaria: cinque secoli in occidente e quasi quindici in oriente, a considerare la datazione “ufficiale”.  Che poi, la caratteristica realista dipendesse anche dal pensiero latino lo dimostra anche il Somnium scipionis nel De republica, di Cicerone dove il grande oratore scrive che la costituzione romana è frutto dell’esperienza e della pratica di governo di molte generazioni: non di un legislatore o un progetto (come Licurgo, Solone) ma di un lavoro corale di tanti, raffinato dall’insegnamento delle crisi e delle vicende storiche.   In questa visione una particolare attenzione è dedicata al rapporto conflitto/ordine. Mentre nelle concezioni “ideali” il conflitto è considerato ciò che deve evitarsi nella polis ordinata, in Machiavelli è il conflitto interno che ha costituito la ragione dello straordinario successo della civitas.  Perché, data l’ineliminabilità del conflitto, interno come esterno, l’ordine idoneo è quello che si serve del conflitto per garantire l’ordine e accrescere la potenza dell’insieme.  Anche perché le crisi – ineliminabili come il conflitto – pongono la necessità di novità e cambiamento. Scrive Dallari “La storia di Roma è archetipo simbolico proprio perché testimonia che il conflitto è costituente, funzionale alla strutturazione della forma, che la scissione, la contraddizione è costante “essenziale” dell’ordine, che i tumulti sono il limite trascendentale dell’atto ordinante, che la storia è ricerca di equilibrio tra le forze nel co-implicarsi di ordine e conflitto”.  Una considerazione in margine a questo interessante saggio. La teoria del segretario fiorentino è assai simile, tra le altre, a quelle realistiche dei giuristi (non positivisti) del XX secolo: dalla considerazione di Carnelutti che il diritto nasce dal conflitto per l’appropriazione (senza conflitto non c’è diritto); che l’ordine giuridico è sempre in movimento (Hauriou, Smend); che la crisi (l’eccezione) ne fa parte come la normalità (Schmitt); che è la vitalità a costituire un ordinamento legittimo (Santi Romano).  Tutte concezioni ben corroborate dall’esperienza storica: ma finché si ritiene che una buona costituzione sia quella conforme ai principi, e alle “tavole di valori”, a diritti umani presenti in dichiarazioni solenni (e non nel cuore dei cittadini), e non nella capacità di assicurare l’esistenza politica di una comunità, la pace tra i cittadini e l’indipendenza dallo straniero (“a ognuno puzza questo barbaro dominio”) il pensiero di Machiavelli sarà sempre attuale.


 

  • Ierogamia
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • Se, in nuce, l’uomo contiene tutto, allora può comunicare con tutto, in alto e in basso. Può spegnere le stelle e accenderle. Può scegliere o perfezionare involucri in cui manifestarsi. Può unire il fuoco all’acqua in una superiore sintesi. L’uomo attuale si è perfezionato nel potere meno intelligente di distruggere… e si pensa “evoluto”. Il giovane Pico sosteneva: «Magiam operari non est aliud quam maritari mundum».1     Maritare il mondo per analogia, per similitudine, per sympatheia o, in particolare, per contrasto. Due poli opposti hanno infatti in comune il prana, la forza-potenza primaria emanata dall’Essere. Per esempio, il veleno e il medicamento non sono, agli occhi del sapiente, inconciliabili, ma complementari, coincidenti; essi, se utilizzati con arte impeccabile, si capovolgono e fondono l’uno nell’altro, «onde effettuare i miracoli dell’Unico».2   Il dragone ermetico «… è velenosissimo, e tuttavia è perfetto. […] Il suo veleno diventa la gran medicina. […] Di questo tutti i saggi si rallegrano a gran voce».3     Maritare il limitato con l’illimitato, il finito con l’infinito, il tempo con l’eternità, il profano col sacro, lo scendere col salire, l’espirare con l’inspirare, Ida con Pingala, il passato con il futuro, la notte con il giorno, il no con il sì, il Kali-yuga con il Satya-yuga.   Realizza tali ierogamie il principio divino, sovra-cosciente, quando apre porte sottilissime ai solstizi, nei crepuscoli, nelle aurore, nel samadhi, al fine di svelare l’immortalità che l’esoterismo addita.   Ne ebbe intuizione Gustavo Adolfo Bécquer: «Quién reunió la tarde a la mañana? / Lo ignoro; solo sé / que en una breve noche de verano / se unieron los crepúscolos y… fué»
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  • Filosofia della caccia

  • Filosofia della caccia
  • Un cammeo teorico di
  • Ortega y Gasset
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La “religione” trionfante nella società post-moderna è quella dei “diritti dell’uomo”.  Le grandi narrazioni, si suol dire, hanno fatto il loro tempo e prodotto disastri inenarrabili.  L’uomo è invitato, dalla cultura dominante “politicamente corretta”, a crogiolarsi nel bagnasciuga del moralismo buonista imperante.  Tra i suoi comandamenti vigono la pratica vegana integrale, cui si danno, toto corde, i rampolli dei ceti dominanti.  Essi sono, inoltre, i tedofori dell’ecologismo addomesticato dagli interessi economici, nuovo vangelo “gretino” della post-modernità.  Inutile ricordare come, in conseguenza di ciò, sulla pratica della caccia gravi una scomunica assoluta.  Chi scrive ritiene che la caccia moderna sia un inutile massacro, ma crede altresì che, in altri tempi, la pratica venatoria abbia avuto carattere assai diverso.
  • A confortarci in tal senso è la recente pubblicazione di uno scritto del filosofo spagnolo Ortega y Gasset, Filosofia della caccia, nelle librerie per i tipi di Oaks, con prefazione di Marco Cimmino (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 100, euro 12,00).  Il pensatore realizzò questo testo come prefazione di un volume del conte Eduardo de Yebes dedicato alla caccia, che uscì a Madrid nel 1943. Tenuto conto che lo scritto aveva acquisito una certa ampiezza ed evidenziava, a tutto tondo, l’originalità della posizione di Ortega, venne editato come pubblicazione a sé, in forma di pamphlet.  Sappia il lettore che il filosofo, in queste pagine, mette in atto, da un lato, un esercizio di divertissment intellettuale, lo si evince dalla leggerezza e fluidità della prosa di alcuni passaggi, mentre dall’altro ha impegnato il proprio ingegno erudito, accademico, nella discussione di un tema che, poco alla volta, lo coinvolse.  La cosa è davvero paradossale, in quanto il pensatore non aveva mai partecipato ad una battuta di caccia.  Cimmino, opportunamente, ricorda che l’esegesi del fenomeno venatorio in Ortega si fonda su una distinzione essenziale: caccia moderna vs caccia tradizionale, praticata in altri secoli. Infatti, per l’autore: «i cacciatori di Altamira e di Lascaux (Paleolitico) sono meno primitivi dell’assassino moderno: anzi, spesso costui non è neppure un cacciatore, sibbene un persecutore» (p. II).
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • TALEBANI E RIVOLUZIONE PASSIVA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Mentre Kabul cadeva dinanzi all’offensiva dei talebani, molti ricordavano come la “dottrina” dell’espansione del modello democratico occidentale con la forza fosse stata condivisa - a quanto si leggeva - da almeno tre Presidenti U.S.A.: Clinton, Bush jr. e Obama e i loro consiglieri sia di destra che di sinistra.   Taluni ritenevano - non infondatamente, che fosse una derivazione degli interessi di potenza - politica ed economica - degli U.S.A. soprattutto, se non dell’intero mondo occidentale.   Nessuno – che mi risulti – ha ricordato, come da oltre due secoli, in varie formulazioni e declinazioni quella concezione è stata ripetuta.  Esportava gli immortali principi dell’89, facendo la guerra alle monarchie europee (ed alle classi dirigenti) già la Convenzione francese nel 1792, sintetizzandola in una frase efficace: “guerra ai castelli, pace alle capanne”, con il decreto del 15/12/1792.   Il che a prescindere dalle buone intenzioni (e dalla buona fede) era nient’altro che un programma di guerra civile europea. Che infatti infiammò il continente per quasi un quarto di secolo: le armate rivoluzionarie e poi napoleoniche trovavano molti alleati nei paesi conquistati, ma anche un “nuovo” nemico: i combattenti partigiani controrivoluzionari. I quali, ebbero un ruolo non secondario nella caduta di Napoleone. Fabrizio Ruffo, Empecinado, Andreas Hofer furono l’altro volto di una ostilità “irregolare” quanto profonda che, nel pensiero di Clausewitz, l’avvicinava alla guerra assoluta. Il richiamo agli immortali principi dell’89, servì a suscitare nemici almeno quanto a trovare alleati-seguaci, e fu comunque fertile nel provocare e aggravare l’ostilità. Non tanto perché presentarsi a casa d’altri con le baionette inastate e i cannoni rombanti non è propriamente il modo migliore e più rassicurante per farlo; ma soprattutto perché quegli immortali principi erano poco o punto condivisi dalle popolazioni invase.
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  • Alvi Apocalittici

  • La necessità degli apocalittici
  • L’ultimo saggio di
  • Geminello Alvi 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’ultima fatica letteraria di Geminello Alvi può essere definita il suo libro della vita.  Lo è, a parere di chi scrive, per due motivi.  Innanzitutto, perché è il risultato delle riflessioni condotte dallo studioso per decenni sul testo dell’Apocalisse. In secondo luogo, in quanto il volume, che ha la giustificata pretesa di essere un commento al testo sacro, presenta, a tutta prima, tratto labirintico, aporetico, in evidente sintonia con l’Apocalisse stessa. Ciò rende davvero “tradizionale” l’esegesi di Alvi: essa è fedele al non transeunte del testo, non ai suoi aspetti accessori. Il volume, per chi sia aduso alle semplicistiche classificazioni, è un esempio, sicuramente ben riuscito, di saggistica erudita, colta.  In esso, Alvi attraversa le vicissitudini ermeneutico-filologiche cui l’Apocalisse è andata incontro durante i millenni della sua storia ma, al medesimo tempo, è sostenuto da un incontenibile afflato “poetico”, nel senso etimologico greco del temine, che rende la sua lettura, qualora accompagnata dal testo dell’Apocalisse, lieve e liberante. Ci riferiamo a, La necessità degli apocalittici comparso nel catalogo Marsilio (pp. 460, euro 30,
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  • Dove e come difendere 
  • LA SOVRANITA’ ECONOMICA POSSIBILE
  • di
  • Vittorio de Pedys
  • Può apparire sorprendente ma chi scrive ritiene che la sovranità economica nazionale debba oggi essere articolata e difesa a due distinti livelli: quello nazionale e quello europeo. Non c’è bisogno di ricordarci che l’Europa in cui viviamo non è l’Europa che vogliamo, che sogniamo e per la quale ci battiamo. E’ a tutti noi chiaro che una mera unione economica, basata sulla moneta comune, sulla dominazione burocratica centralizzata a Bruxelles, penalizza quelle nazioni meno virtuose e più ignave, come il nostro Paese.  Noi che aspiriamo ad una Europa dei popoli, che difenda strenuamente le sue millenarie tradizioni, le sue differenze e le sue peculiarità, sogniamo un fascio di popoli avvinti da un principio federatore superiore, imperiale, di potenza e di pace.  Tutto questo oggi non c’è, ma ciò non ci esime dal lavorare e batterci nel reale, per la realizzazione di un’unione migliore e più audace dell’attuale. Senza rifugiarsi né in miti incapacitanti (“...non ci si arriverà mai”, perché agire sul reale quantunque non ottimale si può) né in astratti complottismi che a nulla servono (“...l’Europa vuole spartirsi e depredare le ricchezze italiane”, perchè le nostre ricchezze le depredano al 99% gli italiani), né a ridicole semplificazioni da bar (“...la Germania decide tutto per i suoi fini nazionali“, perché se lo fa , fa benissimo, ma noi qui auspichiamo maggiore, non minore leadership tedesca nell’Unione, visto che è, nei fatti, non solo l’unica esistente, ma anche la migliore possibile).
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  • conoscenza sacra provv

  • La 
  • "Conoscenza sacra"
  • Il pensiero di Tradizione di S. H. Nasr
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Viviamo in un stato di crisi permanente, sostengono alcuni commentatori illuminati. Fin dai primi decenni del secolo XX, del resto, la critica della cultura, aveva indotto, almeno in una sparuta minoranza di intellettuali, la convinzione che il nostro non fosse affatto il migliore dei mondi possibili e che le “sorti progressive” dell’umanità stessero per incontrare un punto di arresto. Solo i pensatori afferenti al pensiero di Tradizione hanno sviluppato uno sguardo sul reale che ha reciso davvero i ponti con la cultura responsabile della decadenza, quella moderna, essenzialmente “orizzontalista”, catagogica, soggettivista e utilitarista. Con il tradizionalismo è necessario confrontarsi, nonostante il pregiudizio ideologico e la rimozione preconcetta, istinti riflessi cui ricorrono i paladini dell’intellettualmente corretto per sostenere le loro fragili certezze ideologiche, smentite dalla realtà.
    E’ da poco nelle librerie un volume di Seyyed Hossein Nasr, vero e proprio classico del pensiero di Tradizione, che consente di capire la crucialità del tradizionalismo per le sorti dell’uomo nel nostro tempo. Ci riferiamo a, Conoscenza sacra, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee. Il testo è accompagnato dalle prefazione organica e contestualizzante di Giovanni Monastra (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 381, euro 29,50). Lo studioso iraniano, nato nel 1933, è considerato, lo ricorda il prefatore, come il più importante dottrinario sciita contemporaneo. Dotato di una formazione rigorosa ed interdisciplinare, studiò dapprima al MIT matematica e fisica per passare, successivamente, all’università di Harvard dove si occupò di geologia e geofisica. In questo frangente, maturò interessi filosofico-religiosi e, seguendo un corso tenuto da de Santillana, l’autore de Il mulino di Amleto, entrò in contatto con le firme più insigni del “tradizionalismo integrale”, in particolare lo colpirono le posizioni di Guénon e Schuon. Sviluppò, pertanto, alla luce di tale eterodosso iter formativo, una posizione teorica equidistante dal relativismo moderno, quanto dall’esclusivismo integralista. Con l’ascesa di Khomeini al potere, infatti, si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, dove insegnò alla Washington University.
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  • COPERTINA ATOMI DI FUOCO 2 721x1024

  • Storia delle religioni e Tradizione
  • Una raccolta di saggi di Marco Toti
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il secolo XX è stato caratterizzato da un intenso dibattito culturale. Sono stati, peraltro, messi in discussione, a partire dalla “rivoluzione intellettuale” dei suoi primi due decenni, gli statuti interni e i metodi d’indagine di diverse discipline. La “storia delle religioni” non è stata risparmiata da tali cambiamenti. Anzi, nel suo ambito, si è assistito al confronto tra storicismo e fenomenologia che, solo in alcuni casi, ha prodotto una possibile sintesi conciliativa. Tracce di tale confronto emergono dall’ultima fatica di Marco Toti, “Un atomo di fuoco”. Forme e dinamiche culturali d’Occidente: storia delle religioni, ermeneutica, tradizione, nelle librerie per il Cerchio (per ordini: info@ilcerchio.it, pp. 297, euro 32,00). Le intenzioni dell’autore sono chiarite nella Premessa che apre il volume e contestualizzate nella Presentazione di Pietro 
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  • cover N SNOB OAKS

  • Un intellettuale allo specchio
  • “N-SNOB.
  • Altre evocazioni
  • di
  • Sandro Giovannini
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • L’area politica della “destra” italiana pare, per l’ennesima volta, essersi ri-costituita attorno al rassicurante paradigma moderato e liberal-conservatore, centrato su modelli ideali di riferimento che molti, sensibili alle idealità rivoluzionario-conservatrici o vicini al pensiero di Tradizione, speravano di aver relegato nel dimenticatoio. Come comportarsi di fronte ad una situazione siffatta che si manifesta nel pieno dispiegarsi della liquidità esistenziale e politica della post-modernità? Una risposta la fornisce Sandro Giovannini nella sua ultima fatica, N-SNOB.  Altre evocazioni, libro comparso nel catalogo OAKS (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 193, euro 20,00).
  • Si tratta di una memoria esistenziale nella quale l’autore si interroga criticamente sulle scelte compiute nel corso di un’intera vita, tracciando il bilancio di un percorso assai impegnativo, ricco di incontri rilevanti, così come di inevitabili delusioni. L’incipit del libro muove da una constatazione di fatto: «I tempi non sembrano favorire nuove sintesi, se non inquietanti e feroci…» (p. 7). Tale realistica affermazione rivela come lo stato attuale delle cose neghi ciò che Giovannini ha, da sempre, perseguito: l’abbattimento degli steccati ideologici e artistici (l’impulso impellente che lo ha guidato, daimonicamente, è quello poietico). Di fronte a ciò: «è meglio prendere ciò che viene con la certezza malinconica che comunque abbiamo cercato di muoverci personalmente ed in ristretti circoli per il meglio e con l’ironia tragica» (p. 7). L’autore non si piange addosso, come dovrebbe fare l’intera area di riferimento alla quale egli si è rivolto, adusa, al contrario, alle facili lamentazioni e al diniego delle responsabilità, in quanto, nonostante il progressivo disfarsi del vivere virtuoso, per chi mantenga lo spirito libero e sgombro dal senso comune è ancora possibile godere del bello e dell’eterno.

 

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  • la strada della seta

  • La strada della seta
  • Un classico della letteratura di viaggio e d’avventura
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La prima metà del secolo XX, oltre ad essere uno dei periodi più drammatici della storia, è stato anche un’epoca nella quale, per l’ultima volta, degli ardimentosi hanno dato luogo a mitici viaggi d’esplorazione nelle lande più desolate della terra. Nella maggior parte dei casi gli ultimi esploratori sfidarono pericoli di ogni tipo, confrontandosi con la morte. Tra essi, un posto di rilievo per le imprese compiute, spetta allo svedese Sven Hedin, che dei suoi viaggi ha lasciato testimonianza scritta in pagine di diari imperdibili per gli appassionati di tal genere letterario.   E’ da poco nelle librerie, per i tipi di Iduna editrice, una delle sue fatiche più significative, La strada della seta, accompagnata dall’introduzione di Paolo Mathlouthi (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 322, euro 24,00)
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  • Eresie dellOttocento

  • Eresie dell’Ottocento
  • La sinistra non marxista in Italia
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Noi italiani abbiamo un’urgenza non più rinviabile. Leggere criticamente la nostra storia per ritrovare un fil rouge comune, che ci consenta di riappropriarci della nostra identità culturale e spirituale. Momento dirimente per la costruzione dell’identità italiana moderna è rappresentato dal Risorgimento e da quanto accadde nei primi decenni unitari. La storia del Nuovo Inizio italiano è stata letta da diversi punti prospettici. La maggior parte degli esegeti concorda nel ritenere gli eventi che muovono dal 1820 alla presa di Roma del 1870, una “rivoluzione incompiuta” o, per dirla con Gentile, una “rivoluzione-restaurazione” da concludere. Delle idealità critiche, maturate nel nostro paese alla fine dell’Ottocento in relazione alla costruzione dello Stato centralista, si occupa la nuova edizione di un volume di Pier Carlo Masini, Eresie dell’Ottocento, comparso nel catalogo OAKS, con prefazione di Renato Besana (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 324, euro 24,00.
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  • Pienezza
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • La gloria fluisce dalla notte al mattino, mentre molti, troppi, si affaccendano intorno a cose da nulla. Se Andrea Emo, che era un uomo nobile, in senso eckhartiano, sosteneva di essere «un buono a nulla [...] capace di affrontare guardare sopportare il nulla», con tale espressione voleva significare la vacuità di tutte le proiezioni individuali, ma non poteva certo negare la Presenza del Senza Superiore (Anuttara) non inteso come ente, bensì come Ineffabile che egli identificava nel Cristo sorgente dal sepolcro.
  • Dopo aver detto, gridato, proclamato tutti i “no” possibili, balza fuori il “Sì” ultimo, stracolmo di Paramashiva: l’asseverazione che non appartiene a questo o quel nome, ma che splende per se stessa. E c’è libertà, gioia, amore senza oggetto. Noi, pulviscolo sterminato, siamo Lui, lo riconosciamo e godiamo sia il Tutto che il Nulla.   Siamo il Pieno, di là dal vuoto e dal pieno osservabili.   Con fiducia, con sconfinata capacità di accogliere la Realtà ammantata di qualsiasi forma.   C’è attestazione implicita del Bene includente il ragno in un angolo tra i muri in paziente attesa del nutrimento, che sarà angoscia per la vittima.   C’è musica, proporzione di accordi, armonia nella tensione continua all’equilibrio.   C’è il tessere di Kabir sul telaio della comprensione: «Un mare di azzurro ricopre il cielo. / La febbre di vivere è stata placata».*     C’è il sorriso di un uomo, di una donna, di un bambino, c’è l’albero diritto e rigoglioso, c’è il vallone dove si nascondono i cinghiali e in cui la bellezza lascia abbondanti impronte.

  • Si consacri a una simile meraviglia la propria meraviglia; questa, benché vuota, non sarà mai inadeguata.  Altrimenti perché Andrea Emo, buono più di molti al nulla, avrebbe scritto, riempiendo un armadio di quaderni?   Non ne pubblicò neppure uno, ubbidendo all’ispirazione della nobiltà che lo permeava, ma avrebbe anche potuto pubblicarli e il pieno al fondo del nulla avrebbe sorriso.   Un petalo rosso sfiora l’orecchio, cade leggero da alcune nubi e costringe il  “nulla” a cantare, entrando nelle bocche in disfacimento di qualsiasi cadavere.

  • Il shishya si sieda nella polvere in siddhasana.   Troppa gioia non può essere comunicata e si rivela come beatitudine.   Shri Adi Shankaracharya, shishya di Govinda Bhagavatpada, scrive ne L’onda di felicità del Liberato vivo: «Quando mantiene il silenzio o quando si mostra incline a parlare, quando la sua felicità interiore sospende la sua voce e lo fa ridere sino alle stelle, o quando egli esamina con interesse qualche questione del mondo, il saggio la cui ignoranza è stata abolita dall’iniziazione del suo Guru non è più il giocattolo dell’illusione. [...]   Egli gode senza sosta della Liberazione, tuffandosi e rituffandosi nel lago di innata beatitudine che è la suprema realtà di Shiva».**

  • Om Purnamadah Purnamidam / Purnat Purnamudachyate / Purnasya Purnamadaya / Purnamevavasishyate.***    Invisibile e visibile sono Pienezza; nessuna diminuzione la può alterare e non vi è alcunché di dicibile o indicibile che si sottragga alla Pienezza.

  • Note:
  • *I canti di Kabir, Co 1999, p. 82.
  • **Jean Klein, Essere, To 1983, pp. 5 e 6.
  • ***Traduzione: «Quello è Pienezza, questo è Pienezza, la Pienezza viene dalla Pienezza, se togli Pienezza dalla Pienezza, ciò che rimane è Pienezza».

                                      

  • Alain de Benoist Memoria viva

  • Memoria Viva 
  • Il cammino intellettuale di
  • Alain de Benoist
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Da studente, lessi con grande interesse i libri di Alain de Benoist. Eravamo negli anni Settanta: l’Italia viveva i drammatici “anni di piombo”, seconda fase della guerra civile. La parte politica nella quale militavo, la “destra”, sembrava attardarsi culturalmente sulle posizioni del nostalgismo neofascista, incapace di leggere il reale con strumenti esegetici innovativi. Subiva, quindi, l’egemonia culturale degli avversari. Anzi, non riusciva neppure, schmittianamente, a individuare il nemico cui contrapporsi. Dalla Francia giunse una ventata di novità, che produsse significativi fermenti intellettuali e il sorgere di nuove iniziative editoriali. Gli scritti di de Benoist, furono latori, in una prima fase, del tentativo, parafrasando il titolo di un noto volume collettaneo di quel periodo, di provare una destra nuova e, successivamente, di superare le stesse categorie di destra e di sinistra, e spingersi verso inusitate sintesi culturali e politiche.
  • Da allora, il pensatore si è posto di fronte all’opinione pubblica europea, come uno dei critici più radicali del mondo contemporaneo, latore di una vis polemica sempre in fieri. Lo si evince dalla lettura del suo ultimo volume, Memoria viva. Un cammino intellettuale, tradotto da Andrea Scarabelli per Bietti (per ordini: 02/29528929, pp. 450, euro 25,00). Il libro, uscito in prima edizione in Francia nel 2012, è impreziosito dalla prefazione di Stenio Solinas e dalla postfazione di Gennaro Malgieri. Nelle sue pagine, il filosofo risponde alle domande di François Bousquet e ricostruisce la sua vita, a muovere dall’infanzia.
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  • EVOLA Il mistero delloccidente

  • Evola e il mistero iperboreo
  • La raccolta di scritti del filosofo 1934-1970
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Julius Evola è stato scrittore prolifico. Ad un considerevole numero di volumi, dedicati ad ambiti assai diversi del sapere, dal dadaismo alla filosofia, dall’ermetismo alla critica della modernità, ha fatto seguire un inusitato numero di saggi e articoli, pubblicati su riviste e quotidiani. Da anni, la Fondazione Evola sta raccogliendo in volumi i diversi contributi del tradizionalista romano. E’ da poco nelle librerie il testo del pensatore, Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, curato da Alberto Lombardo, al quale si deve anche l’interessante introduzione, pubblicato da Fondazione Evola/Pagine, Quaderno n. 53 di testi evoliani (per ordini: 06/45468600, pp. 243, euro 18,00). Il libro è impreziosito dall’ampia postfazione di Giovanni Monastra, biologo con competenze di antropologia fisica, che offre, come ricorda Gianfranco de Turris nella Nota: «una panoramica sui più recenti studi di genetica […] che hanno in parte confermato, in parte modificato, il quadro della preistoria indoeuropea offerto da Evola» (p. 7).
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  • RIFORMA CARTABIA,
  • PER PICCINA CHE TU SIA…
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Scusate se insisto; ma la discussione sulla “riforma” Cartabia ha ridestato gran parte dei luoghi comuni sulla giustizia. Uno dei quali è che, sanzionando comportamenti di amministratori e funzionari si sarebbero indotti gli stessi a non decidere; col risultato di rendere (ancora) più inefficienti le P.P.A.A. italiane. Vero è che l’attenzione si è focalizzata su un reato specifico cioè l’abuso di potere (art. 323 c.p.) la cui formulazione è così vaga da prestarsi ad interpretazioni plurime (e contrastanti).   Se è certo che detto reato si presta a strumentalizzazioni (anche) politiche, lo è altrettanto che escludere, ridurre o rendere inefficaci le sanzioni non può che incentivare a commetterlo. Funzione della sanzione è, come scriveva Carnelutti “Sancire, significa fondamentalmente, in latino, rendere inviolabile e perciò avvalorare qualche cosa; ciò che viene avvalorato, in quanto si cerca di impedirne la violazione, è il precetto, in cui l’ordine etico si risolve… in quanto la sanzione garantisce l’osservanza dell’ordine etico, converte il mos in ius perché meglio congiunge, così tiene uniti, gli uomini nella società”; ma aggiunge “non v’è alcun motivo per riservare al castigo il carattere della sanzione: serve a garantire l’osservanza dell’ordine etico il premio al pari del castigo; praticamente e, per ciò, storicamente, il premio ha però una importanza assai minore”.
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  • Falk

  • I “Misteri” di
  • Novalis
  • Uno studio di
  • Maryla Falk
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’opera di Novalis, poeta e scrittore del Romanticismo tedesco, non ha, sic et simpliciter, valore letterario, ma è la testimonianza di un’esperienza spirituale intensamente vissuta.  Lo mostra con chiarezza uno studio dell’indologa Maryla Falk, da poco riproposto da Iduna editrice per la cura di Nuccio D’Anna. Ci riferiamo a, I “Misteri” di Novalis (per ordini: associazione.iduna@gmail.com,pp. 120, euro 15,00). A tutta prima, a qualche lettore superficiale, potrebbe apparire un’anomalia il fatto che una specialista del pensiero indiano, nota ai lettori per il volume, Il mito psicologico nell’India antica (Adelphi, 1986), che fu accolto nel 1939 fra le Memorie dell’Accademia dei Lincei, con il beneplacito di studiosi del valore di Carlo Formichi e Pier Gabriele Goidanich, abbia scritto un saggio di germanistica. Eppure, lo scritto su Novalis è correlato, per più di un aspetto, alle Vie realizzatrici, di cui la Sapienza indiana è stata espressione.
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  • Corrado Ocone Salute e libertà

  • Corrado Ocone
  • Salute  o  libertà
  • Un dilemma storico-filosofico
  • (Rubbettino Soveria Mannelli 2021, pp. 125, euro 14,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Il dilemma a cui si riferisce il titolo può lato sensu essere riportato al più generale potere e libertà, o anche paura e libertà e al ruolo della paura nella formazione-concezione dello Stato e nella modernità.  Ossia un’opposizione che ricorre nel pensiero politico, filosofico e giuridico moderno, riproposta da un anno a questa parte con riferimento alla pandemia, quindi attualizzazione di un dilemma costante. E in effetti, il rapporto paura/libertà è esaminato dall’autore riepilogando brevemente ciò che ne pensavano alcuni tra i maggiori filosofi: da Hobbes a Locke, da Machiavelli a Hegel (limitandoci ai più noti). Scrive Ocone sulla paura della modernità distinguendo i ruoli che aveva in Hobbes e Machiavelli: nel primo “È proprio sull’istinto di sopravvivenza dei singoli, sul loro conato ad autopreservarsi, che nasce lo Stato … E il suo compito è legato al raggiungimento di questo fine, cioè dare sicurezza /relativa) e allontanare (nella misura del possibile) la sempre incombente possibilità di morte … Il meccanismo securitario messo qui in campo assume su di sé il monopolio della forza legittima proprio per garantire la vita, l’esistenza dei contraenti”. Così la paura è resa “produttiva di politica” generando (e giustificando) l’ “istituzione di protezione”.
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  • Cop. THOMPSON def

  • All’orlo della storia
  • W.I. Thompson
  • e la critica della tecnocrazia
  •  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il dibattito teorico attorno alla storia, in questo inizio del XXI secolo, è ancora attuale. Ciò è spiegabile se si tiene conto del fatto che, noi tutti, siamo, in modalità differenti, figli delle filosofie della storia e dei drammi che esse hanno determinato nel secolo scorso. Certo, nella fase attuale, diversi studiosi, più che interrogarsi sul senso e il fine della storia, hanno cominciato a chiedersi se sia mai possibile andare oltre la storia. Tra questi va annoverato lo statunitense W. I. Thompson, di cui è comparsa da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice la nuova edizione di, All’orlo della storia. Per una critica della tecnocrazia, con prefazione di Luca Siniscalco (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 332, euro 24,00).
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  • Cop. GENTILE def

  • "Genesi  e  struttura  della  società"
  • La centralità della filosofia politica di
  • Gentile
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Giovanni Gentile ha fornito, sotto il profilo teoretico, un contributo imprescindibile alla filosofia italiana ed europea del Novecento. Nonostante i giudizi preconcetti, motivati da ragioni squisitamente politiche e dettati dalle linee guida dell’“intellettualmente corretto”, molti critici, liberi da tali condizionamenti, riconoscono oggi la grandezza del pensatore di Castelvetrano. Gentile fu, non solo insigne filosofo, ma uomo dotato di una non comune nobiltà di spirito e di coraggio intellettuale. E’ tornata da poco nelle librerie per i tipi di OAKS editrice, l’opera che può essere considerata il suo lascito spirituale, Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica, preceduta da un saggio introduttivo che contestualizza la figura e l’azione culturale messa in atto dal filosofo, a firma del curatore, Gennaro Sangiuliano (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 194, euro 20,00
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  • Romanticismo politico SCHMITT

  • Carl Schmitt
  • Romanticismo politico
  • a cura di Carlo Galli,
  • (il Mulino, Bologna 2021, pp. 248, 23 euro)
  • recensione di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La grande attenzione con cui il pensiero di Carl Schmitt è stato considerato in Italia a far tempo dalla pubblicazione delle “Categorie del politico” ha (indotto e) prodotto anche una serie di ri-edizioni delle opere del giurista. A partire proprio dalle “Categorie del politico” (ora riedite da Il Mulino), dalla “Dittatura” e (a parte altro), fino ad adesso con “Romanticismo politico”. Questo viene pubblicato dal Mulino, curato come la precedente edizione (Giuffré 1981) da Carlo Galli, che vi ha premesso una nuova presentazione.   Prima di considerare quest’ultima, è bene sintetizzare quanto scriveva Schmitt sul romanticismo. Sostiene che “Il romanticismo è occasionalismo soggettivizzato: gli è infatti essenziale il rapporto occasionale col mondo, ma, al posto di Dio, è il soggetto romantico a occupare la posizione centrale. Partendo da questa, poi, trasforma il mondo, con tutto ciò che vi accade, in mero pretesto. Proprio questo spostamento dell’istanza suprema da Dio al soggetto geniale muta l’intera prospettiva, e porta alla luce l’occasionalismo nella sua purezza. Nei vecchi filosofi dell’occasionalismo, come Malebranche, era sì presente il concetto dissolvitore di occasio, ma la legge e l’ordine venivano ritrovati in Dio, l’Assoluto oggettivo”. Diversamente che nei filosofi dell’occasionalismo. “Ben diversamente avviene quando a realizzare la sua attitudine occasionalistica è l’individuo isolato ed emancipato”.
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  • Dominique Venner

  • Europa e Tradizione 
  • Le tesi di
  • Dominique Venner   
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  

  • Testimoniare la Tradizione. Queste parole hanno valore esemplare, vengono considerate paradigmatiche per l’esplicito invito a pensare e a vivere con coerenza le proprie scelte ideali. La coerenza, lo si sa, è privilegio di pochi. Tra essi, nella realtà contemporanea, va certamente annoverato Dominique Venner, irriducibile pensatore francese della Tradizione. Egli, come è noto, è giunto, al fine di risvegliare la coscienza assopita dei compatrioti europei, a compiere il gesto estremo del suicidio nella cattedrale parigina di Notre Dame. Gesto eclatante, che ha reso lo scrittore transalpino, stando ai giudizi di molti osservatori, il “Mishima d’Occidente” o, quantomeno, uno stoico romano che ebbe in sorte di vivere nella società liquida. Per averne contezza è sufficiente leggere un suo volume di grande rilievo, per la prima volta tradotto nella nostra lingua da Gaetano Marabello, Storia e Tradizione degli Europei. Trentamila anni d’identità, pubblicato dall’editore L’Arco e la Corte. Il libro è arricchito dalla postfazione di Manlio Triggiani (pp. 337, euro 18,00).
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  • Montinaro Peste e Coronavirus

  • Peste e Coronavirus
  • Un saggio di
  • Gianluca Montinaro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La pandemia da Covid-19 ha cambiato profondamente, senza ombra di dubbio, le nostre vite. Da oltre un anno ci stiamo confrontando con il diffondersi del virus, che ha determinato mutazioni ad ogni livello: restrizioni delle libertà personali, dirigismo politico, crisi economico-sociale senza precedenti. Il distanziamento umano al quale siamo ancora costretti rappresenta un attacco alla nostra natura di “animali sociali”. Tutto ciò ha indotto un numero considerevole di intellettuali e studiosi ad interrogarsi su quanto sta accadendo. Un contributo assai rilevante crediamo lo abbia fornito Gianluca Montinaro nella sua ultima fatica letteraria, Peste e Coronavirus 1576-2020, nelle librerie per i tipi dell’editrice La Mandragora (per ordini: info@editricelamandragora.it, 0542/642747, pp. 199, euro 15,00). Il libro è arricchito dalla prefazione del virologo dell’Università di Genova, prof. Matteo Bassetti e dalla postfazione di Vittorio Sgarbi.
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  • Donà SullAssoluto

  • Sull’Assoluto
  • L’ Hegel “segreto” di
  • Massimo Donà
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La filosofia di Massimo Donà è pensiero sorto da un confronto serrato, critico, appassionato con i grandi snodi teorici della speculazione europea.  Momento dirimente delle sue riflessioni va individuato nel venire a ferri corti con Hegel, o meglio con la vulgata esegetica che fa del grande tedesco il capo-scuola dello storicismo, latore di un dialettismo positivo e conciliativo.  Lo dimostrano le pagine di, Sull’assoluto e altri saggi hegeliani, nelle librerie per i tipi di Mimesis (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesiseizioni.it, pp. 353, euro 24,00).
  • La prima parte del volume ripropone i contenuti di, Sull’assoluto, uscito in prima edizione ventotto anni fa; la seconda raccoglie i contributi esegetici prodotti dall’autore sull’hegelismo negli ultimi quindici anni. Il volume è impreziosito dalla prefazione, alla prima edizione, di Emanuele Severino. In essa, il pensatore neo-parmenideo sostiene che le pagine di Donà mirano a rintracciare nella filosofia moderna, soggettivista e nichilista, “tracce”, “risonanze” dell’eternità degli essenti.
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  • teofania

  • Teofania
  • di Walter F. Otto
  • Lo spirito della religione greca antica
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La cultura tedesca, dalla fine del Settecento fino alla prima metà del Novecento, ha dibattuto il tema del Nuovo Inizio. Molti dei suoi interpreti l’hanno letto quale possibile ritorno alla Grecia e ai suoi valori. In termini esplicativi, valgano questi versi di Stefan George, Meister dell’omonimo Kreis: «Un piccolo gruppo percorre taciti sentieri/ Fieramente discosto dal fermento operoso/ E come motto porta sulle sue bandiere:/Alla Grecia in eterno il nostro amore». In sequela di questa concezione, lo storico delle religioni Walter Friedrich Otto dette alle stampe, nel 1956, una delle sue opere più note e belle, Teofania. Lo spirito della religione greca antica. Il volume è ora riproposto dalla casa editrice Adelphi (pp. 184, euro 15,00), per la cura del germanista Giampiero Moretti, autore, inoltre, di una chiarificatrice postfazione, utile per contestualizzare le tesi di Otto.
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  • 001 2

  • Pubblichiamo un estratto della
  • prefazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • alla biografia intellettuale,
  • Richard Wagner,
  • di Éduard Schuré
  • Oaks editrice
  • (pp. 253, euro 20,00).
  • La letteratura critica dedicata a Richard Wagner […] è ormai sterminata e riempie intere biblioteche. Eppure, tra tante pubblicazioni, poche hanno davvero corrisposto al tratto maggiormente caratterizzante l’azione culturale di questo straordinario artista-filosofo, come è riuscito a fare il libro che il lettore ha ora tra le mani, Richard Wagner di Édouard Schuré. Lo studioso francese legge, infatti, la figura del grande musicista come quella di un titano in lotta contro il proprio tempo. Un titano antimoderno, dunque, al quale l’autore, per vocazione e per scelta, come si vedrà, si sentiva assai prossimo. Tale intenzione la si evince fin dall’incipit del volume: «Sono fiero di avere difeso quasi da solo, fra poco saranno venti anni, la causa dell’Arte pura e dell’Ideale, in un periodo in cui vivevamo schiacciati dal giogo di ferro della Scienza positiva, mentre la sua legittima figlia, la letteratura naturalistica, ci soffocava con le sue volgari epopee ed i suoi miasmi malsani».
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  • Roberto Esposito
  • Istituzione 
  •  recensione di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
    • (Il Mulino, Bologna 2021, pp. 163, € 12,00)

  • La concezione e l’uso corrente del termine “istituzione” non lo correla alla vita e al mutamento. L’autore ritiene invece che “Compito primario delle istituzioni non è solo quello di consentire a un insieme sociale la convivenza in un dato territorio, ma anche di assicurare la continuità nel mutamento, prolungando la vita dei padri in quella dei figli…le istituzioni rispondono al bisogno degli uomini di proiettare qualcosa di sé al di là della propria vita – della propria morte – prolungando, per così dire, la prima nascita nella seconda”; e continua sottolineando le antinomie del concetto. Ad esempio tra movimento (momento istituente) e stabilità dell’istituzione. La logica dell’istituzione “tiene insieme movimento e stabilità, mutamento e permanenza, innovazione e conservazione”. Ma così è anche per altre antitesi: libertà e necessità, soggetto ed oggetto, interno ed esterno. L’autore analizza le concezioni di filosofi, sociologi, pensatori politici e, ovviamente, giuristi, essendo il concetto (e il termine) familiare soprattutto a quest’ultimi. Esposito ritiene (a ragione) che “I primi, e più influenti, teorici dell’istituzionalismo giuridico sono il francese Maurice Hauriou e l’italiano Santi Romano” e brevemente riassume i tratti fondamentali del loro pensiero (come – anche – di quello di Cesarini Sforza).
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  • DAnna sabei

  • Neoplatonici e Sabei
  • Un saggio di
  • Nuccio D’Anna
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Uno dei periodi della storia dell’umanità più carichi di fascino è, senza dubbio, l’età del lento tramonto del mondo antico. In quel frangente, si scontrarono opposte visioni ma, al contempo, si assistette al formarsi di nuove compagini religiose, al definirsi di scuole filosofiche segnate da eclettismo e sincretismo. La resistenza della spiritualità pre-cristiana fu pervicace. Non si concretizzò soltanto nel tentativo di restaurazione imperiale messo in atto da Giuliano Flavio, ma dette luogo ad una rielaborazione originale dell’antica Sapienza. Per avere contezza di quanto accadde sotto il profilo spirituale, è dirimente l’ultima fatica di Nuccio D’Anna che, all’ambito degli studi storico-religiosi si dedica, con persuasività argomentativa, da decenni. Ci riferiamo al volume, I Sabei di Harrān e la Scuola di Atene, edito da Jouvence (per ordini: info@jouvence.it, 02/24411414, pp. 212, euro 20,00).

 

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  • Leco della Germania segreta

  • A proposito di
  • “L’eco della Germania Segreta.
  • Si fa di nuovo primavera’”,
  • di
  • Giovanni Sessa
  • OAKS editrice.
  • Recensione di
  • Sandro Giovannini
  • (uscita su  EreticaMente  del 03.06.21)
  • C’è una strana intima coincidenza tra il lavoro, ormai di anni, di Giovanni Sessa sul mitologema della “Germania Segreta” ed il mio libro su “Borges et alii. Una diversa avventura dell’elitismo”, anche se i dati generativi, letterari e latamente contestuali dei due testi sembrano lontani anni luce. Qui non siamo, lo diciamo immediatamente, nella sequela del rinvenimento archeologico del topos letterario, anche se molte delle eventuali coincidenze interne dei prodotti di scavo potrebbero rivelarci insospettate analogie, quanto proprio nel lavoro di banco posteriore, fatto intrecciando ipotesi interpretative, datazioni discutibili, primazie logiche, in definitiva il lavoro di tesi antitesi e sintesi che presiede ad ogni ricerca onorevole. L’immagine che sopra abbiamo evocato potrebbe essere deviativa se però la intendessimo del tutto come cosa salda, ovvero come una chiave omnibus, capace di spalancarci la porta del senso completo, attuato, vitale, complessivo e contestuale al posto invece - forse - del farci intuire, ma in modo potente, che dietro quella porta si potrebbero nascondere delle domande ancor più segrete, in quanto del tutto inaudite... (=mai ben comprese), quindi sostanzialmente mai o mal poste, su quell’andito, su quel sito, su quelle rovine...
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  • Copertina BORGES ET ALII x e book

  • Borges et alii
  • Giovannini e l’irriverenza sacra degli elitismi
  • di
  • Giovanni Sessa
  • (Uscito su ERETICAMENTE il 30.04.2021
  • https://www.ereticamente.net/2021/04/borges-et-alii-giovannini-e-lirriverenza-sacra-degli-elitismi-giovanni-sessa.html)

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  • Sandro Giovannini è intellettuale raffinato. Le molteplici iniziative intellettuali che lo hanno visto protagonista hanno sempre mirato a stimolare il dibattito nella variegata ed eterogenea galassia della cultura non conforme. La sua ultima fatica letteraria conferma, ancora una volta, le sue intenzioni. Ci riferiamo a "Borges et alii. Una diversa avventura dell’elitismo", nelle librerie per Heliopolis Edizioni/Asino Rosso formato Kindle (il volume è acquistabile sulle piattaforme mondadoristore, amazon, la feltrinelli e kobo, pp. 259, euro 3,99). Opera lungamente meditata, pensata, la cui stesura è stata interrotta e ripresa più volte. Segno tangibile della rilevanza che essa riveste nell’iter dell’autore pesarese, già coordinatore di Letteratura e Tradizione e del Centro Studi Heliopolis. Tali riferimenti non sono casuali: il cuore vitale di questo volume è da individuarsi nell’esegesi della produzione di Borges. Lo scrittore argentino fu ospite, nel maggio 1977, del Centro Studi Heliopolis e vi tenne una indimenticata conferenza. Borges, chiosa Giovannini: «era perfettamente consapevole sia della nostra totale alterità al sistema dominante, sia del prezzo che ulteriormente avrebbe dovuto, per questo, sopportare». In quel frangente storico, connotato dal divampare della seconda fase della guerra civile in Italia e da irriducibili divisioni politiche, l’esegesi borgesiana viveva due derive, centrate, rispettivamente, sulla rimozione dei dati civili e caratteriali dell’autore e sul volerlo ridurre alla pratica dell’arte per l’arte.
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  • LA PARITÁ DELLE ARMI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Comincia male l’annunciata riforma della giustizia tributaria. C’informa il comunicato congiunto dei Ministeri interessati che, in Cassazione “...il contenzioso tributario rappresenta una delle componenti principali dell’arretrato accumulato (50.000 i ricorsi pendenti stimati a fine 2020, con una percentuale di riforma delle decisioni di appello del 45%)”, per concludere che la riforma della giustizia tributaria è “coerente con le indicazioni dell’Unione Europea”, la quale notoriamente non ha un’opinione lusinghiera della giustizia italiana in genere.   Ciò che preoccupa è che si sia iniziato col consueto richiamo alla pletora di ricorsi e all’arretrato, ossia guardando il problema non dall’angolo visuale dei contribuenti, ma da quello dell’amministrazione. Prendere le mosse dal quale, come scriveva Marx, è logico per una visuale burocratica, tendente naturalmente a confondere l’interesse dell’ufficio o dei burocrati allo stesso addetti con quello, generale, dello Stato. Il quale non è solo e tanto la deflazione del contenzioso, ma che il diritto sia applicato (con giustizia) e lo sia in tempi e modi appropriati.
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  • Cop. FROBENIUS def

  • I Miti di Atlantide
  • Frobenius, l’Africa e l’Atlantide
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Dalla notte dei tempi gli uomini si sono interrogati attorno alle proprie origini e a quelle della civiltà. A tale domanda hanno fornito risposte disparate. L’attenzione per l’origine, l’ineliminabilità di tale interrogativo, la si evince dal costante ripresentarsi nella storia dell’immaginario europeo del mito di Atlantide. La sua prima attestazione, è noto, la si ebbe in due dialoghi platonici, il Crizia e il Timeo. In essi, il filosofo ateniese sostenne che Poseidone ebbe in sorte un’isola, Atlantide appunto, nella quale insediò i propri figli. Qui si sviluppò un prospera civiltà che aveva nel divino il suo costante punto di riferimento. Presto le cose cambiarono e la legge della decadenza portò Atlantide a smarrire il rispetto del sacro. La collera di Zeus produsse un cataclisma, che determinò la perdita dell’isola felice e la fine dei suoi abitanti. A riaprire la discussione intorno al mito atlantideo è la pubblicazione in nuova edizione, di un libro dell’insigne etnologo tedesco Leo Frobenius, I miti di Atlantide, comparso nel catalogo di Iduna Editrice, con prefazione di Maurizio Pasquero (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 235, euro 20,00).
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  • Frau caravaggio

  • Caravaggio e l’alchimia
  • Un saggio di
  • Dalmazio Frau 
  • rec.   di
  • Giovanni Sessa

  • Su Caravaggio si è scritto molto. Non poteva, del resto, essere diversamente, in quanto Michelangelo Merisi da Caravaggio ebbe una vita avventurosa, vissuta, nei diversi contesti nei quali l’artista si calò, al di sopra delle righe, spinto dalla spasmodica volontà di conseguire, in ogni ambito, la libertà. Ma, soprattutto, egli fu animato da un’insaziabile ricerca di gloria. E’ da poco nelle librerie un interessante volume che ricostruisce le vicende biografiche del pittore e ne analizza le opere con sguardo nuovo e originale. Ci riferiamo al saggio di Dalmazio Frau, Caravaggio luci e ombre. Tra alchimia ed altri misteri, edito da Bastogi. Il libro è accompagnato dall’introduzione di Alessandro Sansoni (per ordini: 34076861911, bastogilibri@alice.it, pp. 107, euro12,00).
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  • copertina dimensione magica gruppo ur A

  • Il magico Gruppo di Ur
  • Il mattino dei maghi alla fine degli anni Venti
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Roma, negli anni Venti del secolo scorso, era animata da una vita intellettuale estremamente dinamica, impensabile ai giorni nostri. Dibattiti pubblici, conferenze su tematiche inusitate, polemiche tra artisti, filosofi, letterati e spiritualisti erano all’ordine del giorno. Antroposofi, teosofi, orientalisti e tradizionalisti romani si confrontavano dalle pagine di battagliere riviste, ampliando gli orizzonti esistenziali di una generazione. L’Urbe fu, in quel frangente storico, punto di riferimento e d’incontro dei principali esoteristi italiani. Tale tendenza di pensiero si manifestò, in modo particolare, in un gruppo di intellettuali che si trovarono attorno alla rivista Ur, il cui primo numero fu dato alle stampe nel gennaio del 1927. Il periodico aveva, al centro della copertina bianca, il monosillabo Ur e, per sottotitolo, «rivista di indirizzi per una scienza dell’Io». Deus ex machina della testata, il filosofo Julius Evola, il quale ricorda ne, Il cammino del cinabro, come la titolazione indicasse: «La radice arcaica del termine ‘fuoco’, ma vi era anche una sfumatura additiva, pel senso di ‘primordiale’, ‘originario’, che essa ha come prefisso in tedesco» (p.157). .  Una recente pubblicazione consente interessanti approfondimenti in merito al «Gruppo di Ur», che si costituì attorno alla rivista. Ci riferiamo agli Atti del Simposio Internazionale svoltosi a Napoli nel 2017, in occasione del novantesimo anniversario della costituzione di tale Gruppo, La dimensione magica del Gruppo di Ur, pubblicato dalle Edizioni Rebis (per ordini: 373/7436098, pp. 159). Il volume raccoglie le relazioni di molti studiosi ed esoteristi contemporanei. Luca Valentini nell’introduzione precisa che: «Ur nacque e si sviluppò proprio con l’intendimento di superare le particolarità di ogni singola scuola esoterica, di rendere ogni indirizzo atto al confronto ed alla sana ‘contaminazione’ con percorsi differenti» (pp. 9-10),
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  • SESSA 2

  • Nuovo Inizio   e   Natura
  • in,
  • L’Eco della Germania segreta
  • di   Giovanni Sessa
  • seconda   
  • recensione  di
  • Giacomo Rossi
  • Nella sua nuova fatica letteraria, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Giovanni Sessa si interroga intorno alla matrice comune che lega pensatori apparentemente molto distanti tra loro, quali Ludwig Klages, Stefan George, Karl Löwith, Ernst Jünger e Walter Benjamin. Si tratta di una raccolta organica di saggi, edita da Oaks editrice e impreziosita dall’introduzione di Marino Freschi, dalla prefazione di Romano Gasparotti e da un’appendice di Giovanni Damiano, (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 225, euro18,00).
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  • Eraclito Conflitto 2

  • GUERRA   SENZA   MILITARI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • In un’intervista a “La verità” il segretario del Partito comunista Marco Rizzo, tra molte cose condivisibili, ha introdotto un tema il quale, quasi totalmente dimenticato, è riproposto dalla crisi pandemica. Ha detto Rizzo che “...è evidente che oggi conta più un ospedale di un F-35 o di una corazzata. Una nazione che salvaguarda la sanità è strategicamente più avanzata”.  In effetti è nel pensiero costituzionale e filosofico che una costituzione – e più in generale l’organizzazione politica di uno Stato – è buona quando consente di affrontare e superare le emergenze (le guerre, in primo luogo) e che sono le crisi possibili a dover forgiare l’assetto dei poteri pubblici (v. Ludendorff).   Per fare un esempio, restando all’irenico (tardo) secolo XX, De Gaulle sosteneva la necessità dell’art. 16 della Costituzione della V Repubblica (i poteri eccezionali del Presidente) con i caratteri della guerra moderna (anche atomica).  Va da se che, come sostiene l’on.le Rizzo, in una crisi sanitaria, indipendentemente dalle cause (se naturali, o frutto di imperizia umana, o anche – ma è assai improbabile – per attacco batteriologico) carri armati e cannoni sono del tutto inutili a difendersi. Ma vaccini ed ospedali, di converso, sono le casematte della difesa sanitaria.
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  • Gianfranco de Turris Qualcosa daltro

  • Qualcosa d’altro 
  • I racconti 1986-2000
  • di
  • Gianfranco de Turris  
  • di
  • Giovanni Sessa


  •  
  • L’ultima fatica di Gianfranco de Turris, Qualcosa d’altro. Racconti 1986-2000, nelle librerie per Bietti, è opera davvero importante. Nelle sue pagine de Turris ha trasferito una messe enorme di letture, una sorta di borgesiana Biblioteca di Babele del fantastico, rielaborata in modo originale e trasferita al lettore in una prosa affabulatrice e coinvolgente. Il volume è preceduto da un saggio introduttivo di Giuseppe O. Longo, mirato a cogliere l’ubi consistam della produzione fantastica dell’autore, e da una postfazione dil Alessio de Gigio (per ordini: 02/29528929, pp. 260, euro 16,00). Si tratta della raccolta di racconti scritti e pubblicati da de Turris tra il 1986 ed il 2000.
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Cop. STEINER def


  • Steiner   e   Goethe
  • INTUIZIONE  ED  ESPERIENZA  NELLA  SCIENZA  OLISTICA
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Goethe è stato, per la cultura europea, un vero e proprio magnete. Con lui si sono confrontati intelletti di primo piano del XIX e del XX secolo. Solo per fare dei nomi: Hegel, Schelling, Nietzsche, George, Löwith. Anche il padre dell’antroposofia, Rudolf Steiner, come riconobbe James Webb, ha avuto nel «genio di Weimar» un punto di riferimento essenziale. Del resto, un poeta, letterato, filosofo della sua statura, non poteva essere trascurato dalla vivace curiositas che animò la ricerca di Steiner. Questi fu incaricato di curare gli scritti scientifici del pensatore romantico e, di questo particolare ma rilevantissimo ambito della ricerca goethiana, Steiner si è occupato in un volume che, di recente, è stato riproposto all’attenzione dei lettori, da Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 248, euro 20,00).
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • AIUTANTI, SOPPORTATI, NEMICI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Tra i (modesti) vantaggi che le emergenze politiche, economiche e sociali possono arrecare, c’è quella di chiarire e porre in evidenza caratteri (e funzionamento) di regolarità politiche già evidenziate dalla dottrina. Così è per il Covid 19.   I sostegni dispensati dal governo Conte-bis – e in parte anche dall’attuale – dividono il grosso della popolazione italiana in tre macro-gruppi: coloro che vivono di uno stipendio pubblico/pensione, garantiti al 100%. Anzi tenuto conto delle chiacchiere sullo smart working pubblico (così diverso da quello privato), anche caratterizzato da una sostanziale identità di retribuzione a fronte di una prestazione più comoda, spesso ridotta e talvolta inesistente. Poi i dipendenti privati, con garanzie inferiori ai pubblici (tuttavia estese – causa pandemia - a quelli che non l’avevano). Infine i lavoratori autonomi, rimasti , in gran parte o totalmente senza tutela o con ristori minimi (Conte) ovvero con modesti (ma più diffusi) sostegni (Draghi).  A giustificare trattamenti così radicalmente differenziati, la retorica mainstream si è servita di tutti gli espedienti. Il primo, l’oscuramento (non parlarne e gonfiare le altre notizie). Poi la mistificazione – come enfatizzare le regole e dimenticare le (vastissime) eccezioni. Così ad esempio, i ristori ai lavoratori autonomi che non si applicavano ai pensionati (o agli iscritti) degli enti di previdenza privati (cioè a quasi tutti). Anche le usuali litanie: ce lo chiede l’Europa… siamo i più bravi ad affrontare l’emergenza (se non fosse per…qualche migliaia di morti in più degli altri) hanno trovato la propria consueta collocazione nei discorsi di propaganda.
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  • SESSA 2

  • L’Eco della Germania segreta 
  • Per un lógos physikós
  • di
  • Giacomo Rossi

  •  
  • E’ da poco nelle librerie l’ultimo libro di Giovanni Sessa. Si tratta di un volume significativo per la densità di pensiero che emerge dalle sue pagine. Ci riferiamo a, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, comparso nel catalogo della OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 225, euro 18,00). Il testo di Sessa è impreziosito dall’introduzione del germanista Marino Freschi, dalla prefazione e dalla postfazione dei filosofi Romano Gasparotti e Giovanni Damiano. Freschi rileva che il mitologema della Germania segreta, riferentesi non solo ad una patria tedesca della Tradizione, ma come coglie Romano Gasparotti, ad un’Europa possibile: «sorse in un momento cruciale della storia della Germania, e si sviluppò sorprendentemente dopo la grave sconfitta del 1918» (p. 11). Circolò soprattutto nel Kreis di Stefan George, negli ambienti della Rivoluzione conservatrice, presente in Ernst Jünger, coinvolse, questa la novità interpretativa proposta da Sessa, autori impensati, quali Karl Löwith e Walter Benjamin. Il primo è noto ai più quale allievo “antinazista” di Heidegger, il secondo è stato relegato dal pensiero “intellettualmente corretto”, nel quadro del neomarxismo novecentesco.
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  •  I benandanti 2

  • I «benandanti»
  • di
  • Carlo Ginzburg
  • Torna un classico dell’etnologia
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Nel 1966, gli studi etnologico-antropologici subirono in Italia un’accelerazione stimolante, grazie alla pubblicazione di un volume di un giovane ricercatore torinese, Carlo Ginzburg, che fece subito discutere. Ci riferiamo ad un’opera diventata oramai un classico in argomento, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra ‘500 e ‘600, da poco nelle librerie in nuova edizione per i tipi dell’Adelphi (pp. 311, euro 24,00). Il volume è arricchito da una Appendice dell’autore, mirata a contestualizzare l’opera nella cultura del tempo in cui fu scritta e pensata. In quel frangente storico, lo studioso assunse la decisione di dedicarsi allo studio storico della stregoneria, apparentemente senza uno specifico significato. In realtà, alle spalle di tale scelta, vi era, innanzitutto, la cultura sulla quale il giovane Ginzburg si era formato: i gramsciani Quaderni del carcere lo avevano indotto ad interessarsi alle culture espresse dalle classi subalterne, le pagine di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, gli avevano esplicitato il retaggio atavico della cultura contadina del nostro Meridione, mentre Il mondo magico di Ernesto De Martino, gli aveva chiarito in qual modo la magia fosse stata, per millenni, l’espediente con il quale i ceti subalterni facevano fronte alla «perdita della presenza», all’entropia della vita.
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  • gentile

  • Ritrovare Dio
  • Gentile e la religione
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Giovanni Gentile, nonostante il pregiudizio esegetico di alcuni critici nei suoi confronti, indotto da ragioni eminentemente politiche, resta, a giudizio degli studiosi più seri e svincolati dall’intellettualmente corretto, uno dei punti più avanzati della filosofia del Novecento. Ad Hervé A. Cavallera, emerito dell’Università del Salento, che al pensatore di Castelvetrano ha dedicato un’intera ed intensa vita di studio, curatore delle «Opere Complete» di Gentile, va riconosciuto il merito di aver messo in chiaro la rilevanza storico-teoretica dell’attualismo. E’ in libreria, per i tipi delle Edizioni Mediterranee, la sua ultima fatica di curatore. Ci riferiamo al volume, di grande interesse, Giovanni Gentile, Ritrovare Dio. Scritti sulla religione (per ordini: ordinipv@edizionimediterranee.net, 06/3235433, pp. 220, euro 17,50).
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  • L’OCCASIONE  e  il   CONFLITTO
  • SECONDO MACHIAVELLI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • A seguito delle manifestazioni contro le chiusure del Covid, per la sopravvivenza delle imprese e dei lavoratori autonomi, siamo tornati a intervistare il nostro Machiavelli che ci ha ricevuto con la consueta gentilezza.
  • Caro Segretario, che ne pensa delle manifestazioni contro le restrizioni?
  • Che è poco crederle dovute (solo) alla pandemia e che nuocciano alla libertà: gli è che i tumulti fanno bene alle repubbliche, almeno a quelle ben ordinate, come era Roma, sicché ho scritto “coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a’ romori ed alle grida di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano”.
  • Ma i manifestanti hanno fatto dei danni, rimosso le transenne, resistito alla polizia.
  • E con ciò? A Roma facevano anche di peggio ed hanno comunque conquistato il mondo, mantenendo la loro libertà: “i desiderii de’ popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e’ nascono o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi”.
  • Ma li accusano di essere degli incompetenti e di far politica con la pancia e non con il cuore. Di essere fuorviati da demagoghi e da fake news.
  • E per tutelare la verità, vogliono impedirne la diffusione! Come dicono a Vinegia “pezo el tacon del buso” E quando queste opinioni fossero false e’ vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene che orando dimostri loro come ci s’ingannano. Gli è che non essendo i vostri vecchi governanti degni di fede, non potendo convincerle con le loro parole cercano d’impedire agli altri di parlare. Sanno bene che il popolo non chiede loro neppure l’ora, perché s’aspetta che cerchino anche in ciò di truffarlo.   E come biasimare il popolo: negli ultimi trent’anni è stato il più impoverito d’Europa e forse del pianeta. Dove stavano i vostri governanti? Su Marte o al potere?
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  • JPG AR I Cosmici

  • I   Cosmici monacensi    e la vita aperta   
  • “Appunti del signor Signora ossia cronache di uno strano rione”
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Tra fine Ottocento e primo Novecento, l’Europa ha avuto diverse capitali culturali: Parigi, Vienna, Berlino. Tra esse va annoverata, anche se meno nota delle altre in questa funzione, Monaco di Baviera. La Baviera, regione posta ai piedi delle Alpi, rappresenta il confine lungo il quale, anche in termini spirituali, il grande Nord abbraccia la vocazione panico-mediterranea dell’Europa. Sarà per questa ragione che, nel frangente storico ricordato, Schwabing, quartiere degli artisti monacensi, vide fiorire cenacoli disparati, animati da intelletti controcorrente, alla ricerca di ciò che Alfred Schuler, protagonista di quella stagione, chiamò la “vita aperta”. Il destino di Schwabing non è stato diverso da quello vissuto nel 1919 dalla Fiume di D’Annunzio, la “città di vita”, in cui si misero in atto sperimentazioni politiche, estetiche e spirituali. Fiume e Schwabing furono unite nel segno della primavera dionisiaca e del Nuovo Inizio. A narrarci, dall’interno, l’effervescenza vitale del rione monacense è comparso nella nostra lingua, per i tipi delle Edizioni di AR e per la cura di Umberto Colla, un romanzo a chiave di Franziska zu Reventlow, nota anche come Fanny, Appunti del signor Signora, ossia Cronache di uno strano rione (per ordini: info@libreriaar.it, pp. 156, euro 20,00).
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  • Barone immaginario

  • Il ritorno del Barone immaginario   
  • Evola tra realtà e fantasia
  • di
  • Giovanni Sessa


  • Julius Evola, nonostante i giudizi il più delle volte preconcetti che gravano sulla sua opera e le sue scelte politiche, comunque la si pensi, resta una presenza ingombrante nella cultura italiana, con la quale, in pochi, sono riusciti a fare veramente i conti. Presenza ingombrante la sua, in particolare per i paladini dell’intellettualmente corretto, le cui reprimende critiche non sono però riuscite a marginalizzare la forza speculativa di questo autentico filosofo. I suoi libri richiamano, a molti decenni dalla scomparsa, un numero considerevole di lettori. Animato da una forza vitale senza pari, non fu fermato neppure dalla bomba che, a Vienna, lo paralizzò per il resto della vita. Lo conferma un libro recente, scritto a più mani, che raccoglie racconti le cui trame sono in alcuni casi “fantastiche”, in altri “realistiche”, da cui si evince, come rileva il curatore Gianfranco de Turris: «la sua vita movimentata non certo “borghese” […] e […] la poliedricità delle sue idee ed attività» (p. 5). Ci riferiamo al volume di AA.VV, Il ritorno del Barone immaginario, nelle librerie per Idrovolante (per ordini: idrovolante.edizioni@gmail.com, pp. 287, euro 19,00).
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  • DISTRUZIONE  e  PROTEZIONE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Si sente sempre più spesso ripetere quanto sosteneva (tra gli altri) Schumpeter che il capitalismo induce un processo di distruzione creatrice selezionando gli imprenditori più efficienti ed espellendo gli altri. L’occasione per incentivare questa selezione – un aspetto di darwinismo sociale – sarebbe la pandemia: le imprese che riescono a superare la crisi sono le più efficienti, mentre quelle che non sopravvivono, meritano di essere chiuse.   Anche se il ragionamento ha una sua validità e in Italia spesso si è fatto il contrario – con risultati deludenti - invocarlo in relazione alla pandemia è errato per due motivi, che poco hanno a che fare con l’efficienza economica.

 

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  • Provare lio

  • Provare  l’Io
  • Evola e la filosofia 
  • di
  • Michele Ricciotti
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Gli studi più seri e significativi dedicati al pensiero di Evola prendono le mosse o, comunque, hanno quale tema centrale di discussione, le sue opere speculative. Si pensi al lavoro pionieristico di Roberto Melchionda, coraggioso esegeta evoliano da poco scomparso, che mise in luce la potenza teoretica dell’idealismo magico, o allo studio di Antimo Negri, critico rispetto agli esiti della filosofia del tradizionalista.  Da più di un decennio, nel lavoro di analisi di tale sistema di pensiero, si sono distinti Giovanni Damiano, Massimo Donà e Romano Gasparotti, i cui saggi sono motivati da autentica vocazione esegetica e lontani da conclusioni affrettate o motivate da giudizi politici, siano essi positivi o negativi.   Un allievo di Donà, il giovane Michele Ricciotti, ha da poco dato alle stampe una monografia dedicata al filosofo, che si segnala quale libro di rilievo nella letteratura critica in tema. Ci riferiamo a, Provare l’Io. Julius Evola e la filosofia, comparso nel catalogo dell’editore InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 217, euro 20,00). L’autore attraversa e discute, con evidente competenza teoretica e storico-filosofica, l’iter evoliano, servendosi della bibliografia più aggiornata, mosso dalla convinzione, ricordata da Donà in prefazione, che: «il vero filosofo, per Evola, non può limitarsi a “dimostrare”. Ma deve anzitutto sperimentare sulla propria pelle la veridicità di guadagni che, davvero, mai potranno essere semplicemente “teorici”» (pp. 11-12).
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  • WAGNER Religione e arte

  • Pubblichiamo di seguito un estratto dalla
  • prefazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • alla nuova edizione del volume di
  • Richard Wagner  "Religione e arte"
  • (Iduna editrice, pp. 161, euro 18,00)
  • Pochi uomini di cultura dell’epoca moderna hanno svolto un’azione così profonda, pervicace, al punto che la loro opera possa essere considerata uno spartiacque epocale, come quella messa in atto da Richard Wagner. Herbert von Karajan, uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento: «ha una volta dichiarato di considerare Wagner “più grande” di Omero e “più completo”». L’affermazione è forte, apodittica e, pertanto, può essere criticata. Ha, comunque, il merito di introdurci nel cuore pulsante della musica del compositore tedesco, ma anche all’interno del suo mondo valoriale, testimoniato dagli scritti teorici. Le composizioni wagneriane mettono in luce l’origine di un conflitto storico che concerne il destino stesso dell’umanità, quel conflitto esemplarmente testimoniato in filosofia dalla vita-pensiero di Friedrich Nietzsche, che vide, e vede tuttora contrapposte, la visione della vita sovrumanista e quella, attualmente trionfante, egualitaria che, nel corso del tempo, è stata declinata in termini esistenziali e storico-politici, secondo modalità disparate. Nelle note wagneriane si è manifestato: «il residuo di una tendenza pre-epocale, repressa dal cristianesimo egualitarista […] è un residuo pagano». In questo senso, la produzione musicale e teorica di Wagner, come testimonia il libro che ora il lettore ha tra le mani, è momento centrale della «rigenerazione» di un mito tacitato, ma mai silenziato del tutto, che torna a ripresentarsi nell’artista tedesco.
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  • copertina rosati300 600x825

  • Mishima, Bellezza e Morte 
  • Un libro di
  • Riccardo Rosati
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Sono trascorsi più di cinquant’anni dal 25 Novembre 1970. Quel giorno, lo scrittore Yukio Mishima, dopo ave occupato a Tōkyō l’ufficio di un alto ufficiale nel Quartier Generale delle «Forze di Autodifesa Giapponesi» (sic!), accompagnato da quattro giovani del Tetenokai, organizzazione militare non armata da lui stesso fondata, mise in atto il seppuku, il suicido rituale proprio degli antichi samurai. Il gesto, vera e propria messa in scena della morte, realizzato dopo aver arringato una folla di soldati increduli, che stettero ad ascoltarlo senza poterlo realmente capire, voleva essere un urlo di protesta contro il degrado morale e spirituale del paese del Sol Levante. Mishima inscenò, in tal modo, il più radicale rifiuto della modernità che la storia recente ricordi.  Riccardo Rosati orientalista, nel suo ultimo libro, Mishima. Acciaio, sole ed estetica pubblicato da Cinabro Edizioni (per ordini: info@cinabroedizioni.it, pp. 103, euro 10,00), sostiene che il seppuku fu lungamente meditato e preparato negli ultimi dieci anni di vita dello scrittore. Il volume è arricchito dalla prefazione di Mario Michele Merlino e da un interessante repertorio fotografico.
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  • Insegna Creonte

  • INSEGNA  CREONTE  ?
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • (Luciano ViolanteInsegna Creonte,
  • Il Mulino, Bologna 2021, pp. 158, € 12,00.) 

  • Nell’Antigone i due protagonisti Antigone e Creonte sono da millenni simboli di polarità contrapposte: tra diritto naturale e positivo; tra legge divina ed umana; tra principio femminile e maschile (Hegel); tra diritto tradizionale e diritto “moderno”, razionale-legale e statuito dall’autorità politica (Von Seydel). Nel secolo scorso era Antigone a suscitare più consenso ed interesse: Creonte era considerato l’archetipo del tiranno.  Nel XXI, almeno tra i giuristi italiani, è stato (in parte) rivalutato. Probabilmente ha contribuito a ciò quanto notato (nel XX) da Max von Seydel: che Creonte impersona il diritto (e lo Stato) moderno, weberianamente “razionale-legale”.  Violante che nel libro Giustizia e mito aveva notato la “modernità” di Creonte, in questo ne sottolinea gli errori (politici) che lo portano all’autodistruzione. In ogni capitolo il comportamento di Creonte è considerato esempio di quanto un leader non debba fare: essere arrogante, non saper gestire i conflitti, sopravvalutare se stessi. E porta esempi di errori (analoghi a quelli del Re di Tebe) fatti da uomini di Stato contemporanei: da De Gasperi a Renzi, da Craxi a Cossiga.  Ne consegue che già la tragedia greca indicava 25 secoli fa delle regolarità e delle regole della politica (e dell’esistenza umana) le quali anche a distanza di millenni sono confermate.

 

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  • Zaffino Bruno

  • Totum et Unum  
  • Giordano Bruno e la filosofia antica
  • di
  • Giovanni Sessa 

  •  
  • Da tempo andiamo sostenendo che la filosofia potrà tornare ad acquisire la centralità intellettuale che aveva un tempo, a condizione che torni a mostrare ciò che l’ha connotata ab initio, vale a dire il lógos physikós, un pensiero centrato sulla potenza originante della Natura.  Allo scopo ho dedicato un mio libro in uscita, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera” (OAKS, 2021), all’analisi di prospettive di pensiero, maturate nei primi decenni del secolo scorso in Germania, in linea con tale visione del mondo. Agli esordi dell’età moderna, essa tornò a riemergere con forza nella vita e nelle pagine, traboccanti di pathos esistenziale, di Giordano Bruno. Per tale ragione, siamo particolarmente attenti alle pubblicazioni dedicate al filosofo nolano. Tra quelle uscite nell’ultimo periodo va segnalata l’opera di Valentina Zaffino, Totum et Unum. Giordano Bruno e il pensiero antico, edita da Mimesis (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657, pp. 187, euro 18,00).
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  • linee brancaccio pranzo gala

  • Emiliano Brancaccio,
  • Non sarà un pranzo di gala.
  • Crisi, catastrofe, rivoluzione,
  • (Meltemi, Milano 2020,  pp. 224, € 18,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La globalizzazione dell’ultimo trentennio ha generato non soltanto la propria opposizione politica, ma anche, specie negli ultimi anni, una vasta letteratura critica, che insiste su uno o più caratteri negativi del processo (sociologici, religiosi, politici, economici); l’autore, economista e marxista, ne vede (prevalentemente ma non solo) la causa economica. E lo fa riandando alla legge di riproduzione e tendenza del capitale, la quale genera non sono un’ingiustizia crescente (il divario tra ricchi e poveri), ma una serie di contraddizioni che minano la sostenibilità del sistema.  La principale delle quali è “quella tra l’originaria struttura decentrata del mercato capitalistico e il progressivo accentramento dei poteri finanziari che operano in esso”; onde “la centralizzazione contribuisce ad accrescere le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, a restringere le condizioni di riproducibilità del capitale e a moltiplicare gli inneschi della crisi. Dove poi questa tendenza possa condurci, magari verso una moderna e civile logica di piano o piuttosto verso la barbarie, è una questione che resta drammaticamente aperta”.

 

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  • Pastermak

  • SERGIO  D'ANGELO
  • Vivere senza menzogna!
  • Boris Pasternak ed il dottor Živago
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’Occidente postmoderno vive nella dimensione dell’oblio e persegue la cancellazione della memoria storica dei popoli. Tutto ciò che è accaduto nel «secolo breve», il sogno di rivoluzioni palingenetiche, il desiderio neognostico di trasformazione dell’uomo e della vita, è solo lontano e sbiadito ricordo. Eppure, sui drammi e le tragedie che allora devastarono l’Europa, molto si è detto e scritto. Una testimonianza di grande rilevanza è stata fornita dalla letteratura del dissenso, che fiorì in Unione Sovietica fin dagli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre.  Essa sorse dalla volontà di uno sparuto gruppo di intellettuali, coscienza critica e vigile per milioni di russi. Questi vivevano nella paura e nel timore della «purghe» messe in atto, ab origine, dal regime. Le pagine di quella letteratura circolarono clandestinamente, dattiloscritte, passate segretamente di mano in mano. Custodivano la verità che Solženicyn seppe sintetizzare nell’espressione: «Vivere senza menzogna».    Il dottor Živago, capolavoro di Boris Pasternak, fu una delle più alte espressioni della letteratura del dissenso. E’ uscito da poco, per i tipi di Bietti, un volume che chiarisce quali traversie abbia patito l’autore per vedere pubblicato questo romanzo e la lunga storia che sta a monte dell’edizione italiana di Feltrinelli. Ci riferiamo al volume di Sergio d’Angelo, Pubblicate Živago! Storia della persecuzione di Boris Pasternak (per ordini: 02/29528929, pp. 241, euro 17,00).
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  • Cioran ULTIMATUM allESISTENZA

  • Cioran, ultimatum all’esistenza
  • Interviste, conversazioni e lettere dello scrittore romeno
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Di Cioran si è detto tutto: lo si è presentato quale insigne esponente della «giovane generazione» intellettuale che sprovincializzò la cultura romena nella prima metà del Novecento, quale «compagno di strada» dei Guardisti di Codreanu, quale incorreggibile pessimista, nichilista, e soprattutto, quale scrittore dalla prosa elegante, tanto nelle opere composte nella lingua nativa, quanto in quelle in cui utilizzò la lingua del paese d’esilio, il francese. La chiarezza stilistica, hanno sostenuto alcuni critici, sarebbe servita a celare la corrosività esistenziale dei suoi libri. Tali giudizi contraddittori fanno comprendere la complessità del personaggio Emil Cioran che, fin dalla giovinezza, ebbe un rapporto conflittuale con se stesso, con la vita ed il proprio tempo, connotato dal dogma del progresso. E’quanto emerge da una recente pubblicazione di scritti del pensatore, Ultimatum all’esistenza. Conversazioni ed interviste (1949-1994), pubblicato dalla casa editrice la Scuola di Pitagora a cura di Antonio Di Gennaro (per ordini: info@scuoladipitagora.it, pp. 475, euro 30,00).

 

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  • Cop. il denaro

  • Padre C. E. Coughlin: un economista eretico
  • Denaro  vs  lavoro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Dal 2008 l’economia mondiale vive una recessione dalla quale non è riuscita a risollevarsi. Anzi, nell’ultimo periodo, a causa della pandemia prodotta dal virus Covid-19, la crisi rischia di farsi letale e di creare diffuso pauperismo. Dopo il crollo di Wall Street del 1929, mai l’umanità aveva dovuto affrontare un periodo di simili ambasce ed effettive difficoltà. Negli anni Trenta, al contrario di quanto accade oggi, un gruppo sparuto di economisti elaborò proposte «eretiche», pensate al di là degli steccati segnati dal liberismo e dal marxismo che, messe in pratica, avrebbero indotto una ripresa dell’occupazione. Economisti anomali, la cui formazione non era «ortodossa»: alcuni di loro erano filosofi, tecnici, sociologi. Negli Stati Uniti, in un primo momento, furono vicini alla Presidenza Roosevelt ma, successivamente, si trasformarono in contestatori del New Deal. Tra essi, deve essere annoverato Padre C. E. Coughlin, sacerdote cattolico di formazione tomista.    Le sue idee sono di grande attualità.  Chi ne voglia aver contezza legga il suo libro, Il denaro! Domande e risposte, pubblicato da Mimesis nella collana «Oro e lavoro», diretta da Luca Gallesi e Gabriele Stocchi (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesisedizioni.it, pp. 200, euro 18,00). Giorgio Galli, nell’informata Prefazione, dice Coughlin essere uno degli esponenti maggiormente propositivi dell’anticapitalismo di destra.
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  • Del Ninno

  • Vita quotidiana e nostalgia al tempo del coronavirus
  • di
  • Giuseppe Del Ninno
  • recensione di
  • Giovanni Sessa
  • La pandemia da Covid-19 con la quale ci stiamo confrontando da circa un anno, oltre ad aver determinato la tragedia sanitario-economica che grava su di noi, ha dissolto molte illusioni scientemente costruite dai paladini dall’«intellettualmente corretto». Improvvisamente, al primo manifestarsi del virus, è risultato chiaro che la corsa sfrenata della globalizzazione avrebbe incontrato una significativa battuta d’arresto mentre la conseguente «dittatura sanitaria», imposta in Italia a colpi di DPCM e proclami televisivi, avrebbe rivelato di non essere affatto una risposta allo «stato d’eccezione» sanitario. Il virus ha rappresentato l’occasione, attesa lungamente dai padroni del vapore, per portare a termine l’espropriazione della sovranità popolare. Le democrazie liberali sono in cammino verso il nuovo regime della governance.   Ab origine, infatti, come ben comprese il filosofo Andrea Emo, il sistema parlamentare è stato connotato dal tratto epi-demico (mai espressione fu più appropriata), dal suo volersi sovrapporre al popolo, dal volerlo tacitare.
  • Con la quarantena, con la «reclusione forzata», per fortuna, c’è stato chi ha ritrovato il gusto per l’introspezione e per l’interrogazione critica. Tra questi va annoverato Giuseppe Del Ninno, che ha dato alle stampe, La vita quotidiana ai tempi del Coronavirus, uscito per i tipi di Solfanelli (per ordini: edizionisolfanelli@yahoo.it, 335/6499393, pp. 171, euro 12,00). Ha colto nel segno Gennaro Malgieri nel sostenere, nella Presentazione, che questo libro è: «probabilmente il più maturo e sentito tra i numerosi che (Del Ninno) ha scritto […] anche il più bello e il più riuscito stilisticamente» (p. 9). L’autore presenta questa sua fatica quale «diario minimo» dei giorni di quarantena, in realtà è qualcosa di più: un’autobiografia intellettuale e sentimentale, attraversata dalla evocazione del ricordo e della nostalgia. A parere di chi scrive, la nostalgia è sentimento nobile, è incontenibile anelito all’origine: in queste pagine essa assume il volto dei «passati», siano essi i genitori o gli avi dell’autore, oppure i grandi della storia e della cultura d’Italia e d’Europa, coloro che hanno concesso identità al nostro essere nel mondo.
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  • LE MANI SPORCHE... E LA LEGA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Le recenti vicende della crisi politica hanno provocato il solito rosario di spiegazioni basate su ideali, coerenza, ecc. ecc., aventi tutte in comune: a) la funzione propagandistica, di favorire gli amici (globalsinistri) e denigrare i nemici (sovrandestri) b) ciò che più interessa, usando argomenti di contorno, secondari, ed eliminando (perché scomodi e spesso estranei al loro modo di pensare) quelli principali.    Utilizzando la “cassetta degli attrezzi” del realismo politico l’interpretazione delle mosse degli attori in gioco è diversa.    Il primo caso è la “conversione” europeista di Salvini onde – secondo i media mainstream lo stesso sarebbe: un voltagabbana traditore e/o sconfitto da Draghi e dalle panzerdivisionen europee.   In realtà la prima regolarità della politica è la ricerca del potere (e del dominio), e la conversione della Lega deve valutarsi alla luce di quella regolarità assai più della quantità (e qualità) degli improperi anti-europei lanciati da Salvini e rilanciati dagli euroglobalisti (per lo più dai loro araldi); anche perché i nemici sono sì quelli con cui si conduce la guerra, ma anche coloro con cui si fa la pace.    All’uopo è bene ricordare il dramma di SartreLes Mains sales, in cui il protagonista, estremista dissidente uccide il segretario del partito comunista Hoederer perché ha realizzato un accordo con il regime collaborazionista filotedesco, contro il quale comunisti e i loro alleati conducevano una guerra civile. La scena del negoziato tra i leaders è un insieme di topos realistici a favore del capovolgimento di fronte, la spartizione del potere e i fattori di potenza.

 

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  • Kremmerz COPERTINA

  • La medicina epidaurica
  • Una silloge di scritti sulla guarigione spirituale
  • di
  •   Giovanni Sessa

     
  • L’idea della morte è stata allontanata dalle nostre vite. L’uomo contemporaneo, produttore-consumatore, ha ben altro a cui pensare e a cui dedicarsi, quello della morte è pensiero ozioso, improduttivo. Ad esso può dedicarsi, al massimo, qualche «residuale» filosofo, incapace di comprendere il clima spirituale del tempo presente. La morte è sempre, come mostrò nei suoi testi illuminanti, Elias Canetti, morte dell’altro, non ci appartiene, non ci riguarda. Tale atteggiamento superficiale, a causa della pandemia da Covid-19, si è trasformato in paura della fine, se non in vero e proprio terrore. Il virus, un merito lo ha avuto: ha ricordato, ad un’umanità distratta, il limite della vita. Da qui la sacralizzazione, cui stiamo assistendo, del medico e della medicina, che hanno surrogato funzioni un tempo attribuite al sacerdote e alla religione.   Per queste ragioni, tornare a riflettere sulle possibilità terapeutiche di un’«altra prassi medica», può risultare utile. Per questa riscoperta consigliamo la lettura di una recente pubblicazione, L’esperienza terapeutica secondo la Sapienza di Giuliano Kremmerz. Scritti di G. Kremmerz e S. Catalano, curata da Luca Valentini per l’editore Stamperia del Valentino (per ordini: 0815787569, pp. 141, euro 15,00). Si tratta di una raccolta di testi di Kremmerz e Catalano inerenti la guarigione spirituale. Il primo, all’anagrafe Ciro Formisano (1861-1930), napoletano, è considerato uno degli esoteristi italiani più rappresentativi del secolo XX. Nel libro è contenuta la sua opera, Medicina Dei, così come essa apparve nell’edizione del 1935. Kremmerz fu discepolo di Giustiniano Lebano e del misterioso Izar e fondò la Fratellanza Terapeutica di Myriam, applicazione, in ambito curativo, della realizzazione magica. Il secondo, medico di professione, operò a lungo in Uruguay, ed è autore dello scritto, Medicina Mistica, uscito a Napoli nel 1899, che apre la silloge. I due saggi sono proceduti dall’introduzione del curatore. Il volume è chiuso da una serie di lettere di Kremmerz e dallo scritto, Le guarigioni miracolose.
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  • Ionescu

  • Nae Ionescu   
  • un maestro
  • Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa
  • di
  • Giovanni Sessa


  •  
  • L’interesse del mondo culturale italiano nei confronti degli intellettuali della cosiddetta «giovane generazione» romena, tra le cui fila vanno annoverati pensatori di primo piano del panorama europeo, quali Eliade, Cioran e Noica, è fortunatamente in continua espansione. Il contributo di questi autori è stato davvero rilevante e non può essere trascurato, magari per pregiudizio politico, per il coinvolgimento di alcuni di loro nell’esperienza della Guardia di Ferro di Codreanu. Tale rinnovato interesse è testimoniato dalla pubblicazione di un volume del filosofo che, a ragione, è stato considerato maestro e guida spirituale di quei giovani, Nae Ionescu. Ci riferiamo all’opera, Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa, inedita nel nostro paese, da poco in libreria per i tipi delle edizioni Stamen. Il volume è curato ed introdotto da Igor Tavilla ed è arricchito dalla Premessa di Pierfrancesco Stagi e dalla Postfazione di Horia C. Cicortaş, che si intrattiene sui rapporti Ionescu-Eliade (pp. 482, euro 20,00).
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  • lostatointeriore

  • Pubblichiamo di seguito uno stralcio della prefazione di
  • Giovanni Sessa
  • al volume di
  • Alessio de Giglio,
  • Lo Stato Interiore,
  • il destino di Evola dopo Evola,
  • Solfanelli, Chieti 2021,
  • (pp. 304, euro 16,00)
  • L’aforisma nietzschiano che dà il titolo a questa nostre brevi note, Tutto ciò che è profondo ama la maschera, ci pare sintesi esemplare del percorso esistenziale-speculativo di Julius Evola, e allo stesso tempo dei contenuti di questa monografia di Alessio de Giglio, dedicata al filosofo romano. Libro intenso, lungamente pensato, partecipato e vissuto dall’autore, non solo in termini meramente intellettuali. Egli, infatti, nelle pagine seguenti, mette in scena un confronto serrato, critico e appassionato, con il filosofo che, più di ogni altro, ha rappresentato nel suo percorso di studi un punto fermo, e al quale si è rapportato in modalità dialogica oltre qualsiasi dogmatismo. Rapporto consolidato negli anni, quello di de Giglio con Evola: fin dai tempi della tesi di laurea, discussa presso l’Università “Sapienza” di Roma, sotto la guida sagace di Gian Franco Lami. E’ bene precisarlo subito, il volume che il lettore ha ora tra le mani, salda un debito che de Giglio allora contrasse nei confronti del filosofo politico della “Sapienza”, improvvisamente e prematuramente scomparso. Lo salda con un lavoro teorico che rifugge, come nelle corde della miglior produzione di quel maestro, dal letteralismo esegetico, mantenendo nella discussione dei plessi che costituiscono l’unicum del pensiero evoliano, il tratto “aperto” ed in fieri dell’autentica interrogazione filosofica.
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  • Buscaroli

  • Paesaggio con rovine 
  • L’Europa di Piero Buscaroli
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • «Formica solitaria da un formicaio distrutto/dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Questi versi di Pound (Canto LXXVI), posti in esergo al libro che stiamo per presentare, sono una sorta di condensato in vitro dei contenuti dell’intero testo. Ci riferiamo al volume di Piero Buscaroli, Paesaggio con rovine, recentemente pubblicato in nuova edizione da Bietti, con introduzione di Francesco Bergomi (per ordini: 02/29528929, pp. 376, euro 23,00). Il libro, uscito per la prima volta nell’anno mirabile 1989 ha, quale unica protagonista, l’Europa: patria amata, anelata con trasporto spirituale dall’autore, pur nell’assenza in cui si è celata a partire dai trattati di Versailles. Una civiltà, quella europea, devastata da tragici conflitti che la indussero al suicidio culturale e spirituale, alla rinuncia a se stessa, in nome del progresso e della società dei consumi.
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  • POPOLO VS. DEMOCRAZIA
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • L’“insorgenza” del 6 gennaio a Washington ripropone una questione sui poteri del popolo in una democrazia.    Problema antico. Già Tucidide nel riportare il celebre discorso di Pericle per i caduti della guerra del Peloponneso, narra che il demagogo fa un elenco di diritti, doveri, funzioni e sul modo in cui il “popolo” ateniese le esercita, per connotare il concetto di democrazia dell’Atene di (circa) duemilacinquecento anni fa: la democrazia ha tale nome – diceva Pericle “perché la città è affidata non a una oligarchia, ma a una più vasta cerchia di cittadini; le leggi sono uguali per tutti (isonomia); tutti hanno diritto di esercitare le cariche pubbliche (accesso); la povertà non è un limite a ciò”. La difesa di tutti (la guerra) è dovere di ogni cittadino; morire in guerra rivela il valore dell’uomo[1].   Così Polibio, evidenziando l’elemento democratico della Costituzione romana (repubblicana) ne elencava i poteri esercitati dal popolo[2].

 

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  • Chateaubriand

  • Napoleone
  • condottiero europeo
  • Tornano due classici della storiografia bonapartista
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • L’Europa quale unità politica, allo stato attuale delle cose, resta niente più che mero sogno o obiettivo storico da perseguire. Eppure, l’idea dell’unità europea è consustanziale alla cultura dei popoli del nostro continente. In una situazione siffatta risulta conveniente rivolgere attenzione a personaggi di grande rilievo o ad epoche storiche in cui l’ideale europeo sembrò risultare vincente. Non è casuale, pertanto, il recente ritorno in libreria di due classici della storiografia napoleonica. Ci riferiamo al volume di Hilaire Belloc, Napoleone condottiero e politico europeo, edito da OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 471, euro 24,00) e al libro di F. René de Chateaubriand, Storia di Napoleone, pubblicato da Iduna edizioni (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 469, euro 24,00).

 

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  • CENNI
  • su
  • CAPITALISMO  e  POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Paolo Becchi in un articolo su “Libero” rileva l’enorme aumento di ricchezza che la pandemia ha portato a qualche (gigantesca) azienda – e il sicuro impoverimento di tanti altri imprenditori e lavoratori autonomi – e ripropone la questione – talvolta e senza entusiasmo né enfasi particolare affrontata nei media mainstream – dell’aumento del divario tra ricchi e poveri nell’ultimo trentennio: i primi sempre più ricchi e i secondi in grande aumento. Marx sottolineava come questa fosse la logica del capitalismo. Scriveva che il tutto più che all’avidità del capitalista era dovuto alla logica del sistema. Nel capitolo (libro I, VII Sezione, cap. XXII) lo argomenta[1] e lo ribadisce altrove.
  • Per cui che la tendenza del capitale sia quella dell’“impulso assoluto verso l’arricchimento”, è stato affermato da (quasi) due secoli. Che comunque vi fossero altri riflessi e conseguenze (correttive) in questa logica, già lo aveva sostenuto Bernstein oltre un secolo orsono.  Ma non è questo l’argomento che intendo cennare; piuttosto come tale tendenza all’accumulazione incida sul rapporto tra politica ed economia; o meglio tra politico ed economico.   L’anno che nasceva Marx, de Bonald scriveva un saggio, in forma di lunga recensione all’opera allora appena uscita (postuma) di M.me de Stael Observations sul l’ouvrage de M.me la baronee de Stael ayant pour titre “Considerations sur les principauz evenementes de la révolution française”.  Il saggio è una delle prime valutazioni del liberalismo sotto l’aspetto del realismo politico, in particolare sotto il profilo costituzionale.    La polemica di De Bonald contro il liberalismo della de Stael si basava sulla incongruità di questo rispetto ai presupposti necessari dell’azione (e del pensiero) politico.  Particolarmente interessante ai fini della questione esaminata è che l’effetto del costituzionalismo liberale è, secondo de Bonald, la promozione di una classe essenzialmente dedita ad attività economiche, a patriziato politico.
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  • Molnar

  • Il futuro della scuola
  • In libreria un classico di
  • Thomas Molnar  
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Ogni attento osservatore del mondo contemporaneo, se libero da pregiudizio ideologico, non può che constatare con mestizia lo stato comatoso nel quale, nei paesi occidentali, a stento sopravvive un’istituzione fondamentale: la scuola. Al livello dell’attuale degrado degli istituti educativi, si è giunti per gradi. Tutto iniziò con l’Illuminismo. I philosophes scoprirono il valore rivoluzionario del sapere. Diderot, che di filosofia dell’educazione, più di altri sui colleghi, si interessò, fu il primo a sostenere che ruolo imprescindibile della scuola doveva consistere nel preparare la trasformazione politica della società. Anziché luogo di formazione delle nuove generazioni, atto alla celebrazione  del culto del passato, perché dalla sua conoscenza si potesse ancora trarre l’humus della civiltà, la scuola da allora ha assunto tratto ideologico.  A ricordarlo, con persuasività di accenti e con organiche argomentazioni, è un volume del filosofo conservatore di origini ungheresi, Thomas Molnar, che a lungo visse ed insegnò negli Stati Uniti.   Ci riferiamo al suo, Il futuro della scuola, da poco pubblicato da OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 171, euro 15,00). Il libro è aperto dall’interessante prefazione di Marco Cimmino, che si occupa di storicizzare le cause del degrado della scuola italiana, e ripropone la presentazione di Russell Kirk, pensatore conservatore americano vicino a Molnar, che accompagnava la prima edizione italiana del testo.
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  • Cop. Ragione liberale

  • Per una 
  • "Critica della ragione liberale"
  • Il nichilismo e il politicamente corretto
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il mondo in cui viviamo è egemonizzato dalla prospettiva liberale e dal capitalismo. Certo, rispetto agli anni Settanta, la contemporaneità è attraversata da un diffuso pessimismo, alimentato dalla crisi del 2008, ed ora amplificato dalla pandemia da Covid-19. Molti ritengono che il «sistema liberale» sia giunto al capolinea. Viviamo una fase di lento tramonto di tale ideologia, anche se gli oppositori del liberalismo incontrano difficoltà a progettare un futuro diverso dal presente utilitarista. Può essere d’aiuto, allo scopo, un approfondimento teorico della «ragione liberale». La fornisce un libro del ricercatore triestino Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, da poco edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 374, euro 22,00). Il volume ricostruisce in modo organico la genesi del liberalismo, giungendo all’esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità.
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  • MONACO TIGRE
  • Uccidere...
  • ...il meno possibile.
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • Un ragno dalle zampe sottili e lunghe, un opilionide, sta fermo da ore in un angolo del bagno, appeso alla propria ragnatela. A metà mattina cambia posizione di poco. Immobile, senza cibo: dev’essere un provetto meditante. Ha un corpo esile, perfetto, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo. Si nutre di mosche e altri piccoli insetti, suggendone la vita. Niente di mostruoso: è la legge.  La vita si nutre di vita e per far ciò uccide.   Mors tua vita mea.
  • Tra gli umani che hanno scelto, per varie ragioni, di non nutrirsi di animali né dei loro prodotti – latte, uova, miele, ecc – molti inorridiscono di fronte a una simile norma e si ritraggono dalla realtà, proclamando di non uccidere, mai. E invece lo fanno quotidianamente, ripetute volte, camminando, prendendo il treno o l’automobile, zappando nell’orto, pulendo la propria abitazione o in altro modo.

 

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  • Williams Scimmia in calzoni

  • "La scimmia in calzoni"
  • Letteratura e società secondo
  • Duncan Williams  
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Hans Sedlmayr, intellettuale di formazione tradizionalista, è stato tra i primi a richiamare l’attenzione dei lettori sulla «perdita del Centro», quale fenomeno esistenziale e sociale testimoniato dalla cultura, in particolare dall’arte, sviluppatasi tra XIX e XX secolo. Il trionfo dell’idea di progresso, lo sviluppo del produttivismo e del conseguente consumismo, hanno costruito un’umanità che ha obliato il senso della propria dignità e della propria nobiltà. A confermare tale tesi è da poco nelle librerie un volume di Duncan Williams che, a suo tempo, riscosse grande successo, La scimmia in calzoni. Letteratura scadente per una società scadente, comparso nel catalogo della OAKS editrice, con prefazione di Christopher Booker (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 220, euro 18,00). L’autore, docente di letteratura inglese alla Marshall University in Virginia, è polemista di vaglia e critico del costume contemporaneo. L’idea del testo che presentiamo, nacque in lui durante una conferenza tenuta nel 1966, centrata sull’idea che la società occidentale e la sua cultura fossero dominate dall’interno da due tendenze che divenivano viepiù incontrollabili
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  • EUROPRONI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • L’accordo raggiunto tra l’UE e i cattivissimi Orban e Morawiecki ha scatenato i media mainstream (ossia la maggioranza), solidali nel criticarlo, ma differenti nelle ragioni addotte.  Quella più frequentemente allegata, anche se la meno probabile, è che la Merkel avrebbe piegato alla volontà europea i recalcitranti di Visegrad, concedendo poco o nulla.   Prima di spiegare i motivi di tale impostazione occorre citare che il Consiglio U.E., nell’esporre il testo dell’intesa ha sottolineato che si è cercata una “soluzione reciprocamente soddisfacente” per “rispondere alle preoccupazioni espresse in merito al progetto di regolamento relativo a un regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione” assicurando il rispetto dei trattati, delle peculiarità nazionali degli Stati; l’U.E. ha accettato che, in caso di ricorso alla Corte di giustizia non potranno essere prese misure a carico degli Stati disobbedienti prima della sentenza e che comunque (con espressione poco chiara) nel regolamento impugnato saranno incorporati “eventuali elementi pertinenti derivanti da detta sentenza”. Peraltro solo violazioni che hanno impatto sul bilancio U.E. possono essere sanzionate: “Le misure a norma del meccanismo dovranno essere proporzionate all’impatto delle violazioni dello Stato di diritto sulla sana gestione finanziaria del bilancio dell’Unione o sugli interessi finanziari dell’Unione”; inoltre “la semplice constatazione di una violazione dello stato di diritto non è sufficiente ad attivare il meccanismo” e “le misure si applicheranno solo in relazione agli impegni di bilancio previsti nell’ambito del nuovo quadro finanziario pluriennale, compreso Next Generation Eu”.
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  • 129 sintesi di storia ditalia politicamente scorretta

  • Marco Rossi
  • Sintesi di storia d’Italia politicamente scorretta
  • Un breve estratto dalla
  • prefazione
  • di 
  • Giovanni Sessa 

  •  
  • Il crollo del mondo comunista spinse gli USA a decidere di porre fine, in termini definitivi, all’autonomia italiana. Lo strumento privilegiato, scelto allo scopo, fu l’unificazione europea, atta, più di ogni altro espediente, ad indebolire gli Stati nazionali ed impedir loro di opporsi ai processi globalizzanti: «L’Europa unita […] è un raffinato modo di riunificare il continente sotto vassalli più affidabili (Germania e Francia)», che consentono agli USA di dominarla. Per tale ragione gli Stati Uniti hanno lavorato alacremente per l’euro che, entrato in vigore come divisa europea, è stato gestito da banche private e svincolato da qualsiasi controllo politico degli Stati sovrani. Passo finale in tale direzione fu la ratifica del Trattato di Maastricht, sottoscritto da Andreotti nel 1992. Dieci giorni dopo la sua ratifica, non casualmente, esplose Tangentopoli con l’arresto di Mario Chiesa: operazione internazionale, realizzata con la collaborazione di ampi settori della magistratura e mirata a spazzare vie la vecchia classe dirigente del pentapartito, esemplarmente incarnata da Craxi, e a sostituirla con il neonato PDS di Occhetto, orami pienamente normalizzato, immemore delle battaglie per i diritti sociali e del lavoro, e trasformatosi in tutore dei «diritti dell’uomo», delle libertà borghesi e dei processi di globalizzazione.
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  • mussolini scianca altaforte
  • Mussolini e la filosofia
  • L’ultimo volume di
  • Adriano Scianca  
  • di 
  •  Giovanni Sessa
  • Leo Longanesi, con il titolo di un suo libro, chiarì in modo inequivocabile la relazione che gli italiani intrattennero con il Duce, dopo il suo assassinio: «Un morto tra noi». Con Mussolini ed il fascismo avremmo dovuto, infatti, continuare a fare i conti. Per troppo tempo si è parlato del movimento dei fasci di combattimento, nonché del regime che, in sua sequela, si insediò al potere in Italia nel 1922, come di un «errore contro la cultura». Oggi la storiografia più accreditata tende a definirlo (se tale fu, e non ne siamo convinti) un «errore della cultura». Il fascismo, in questa prospettiva, fu esito degli sviluppi teorici che si imposero in Italia ed in Europa nel primo Novecento. Si inserisce in tale filone esegetico anche l’ultima fatica di Adriano Scianca, Mussolini e la filosofia, nelle librerie per i tipi di Altaforte Edizioni (per ordini: info@altafortedizioni.it, pp. 400, euro 25,00). Il volume è introdotto dalla prefazione di Marcello Veneziani e chiuso dalla postfazione di Caio Mussolini.
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  • I Caro amico ti scrivo

  • I Cavalieri
  • di
  • Aristofane 
  • di 
  • Giovanni Damiano

  • Questa non è una recensione alla commedia I Cavalieri di Aristofane, appena pubblicata dalle Edizioni di Ar, con traduzione, prefazione e annotazioni di Claudio Mutti, per l’ovvia ragione che si tratta di un classico con alle spalle già una bibliografia sterminata. Quindi non parlerò dell’opera ma del perché le Ar l’abbiano proposta adesso. Chiaramente la scelta ha a che fare con la polemica aristofanesca nei confronti dell’Atene democratica dominata da demagoghi alla Cleone. Da qui, chi fosse interessato alla cosa potrebbe leggere I Cavalieri come il completamento di un trittico di opere, tutte riferite alla turbolenta vita politica ateniese e aventi la loro ‘stella polare’ nella critica alla democrazia. Precisamente, non tanto alla democrazia “in sé”, bensì ad un particolare tipo di democrazia che oggi sarebbe, molto probabilmente, bollata come populista, ma che, a mio parere, è un’altra cosa, e non certo banalmente perché parlare di populismo in riferimento all’Atene del V secolo sarebbe esercizio del tutto anacronistico.

 

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  • Donà Lirripetibile
  • L’irripetibile
  • Il paradosso dadaista secondo
  • Donà 
  • di
  • Giovanni Sessa

  • La filosofia di Massimo Donà è pensiero che conduce oltre ogni forma di dualismo, oltre l’ossificazione della vita indotta dal trionfo del concetto, oltre le distinzioni escludenti sorte dalla logica identitaria. Per queste ragioni, la sua speculazione, fin dall’inizio, ha mostrato particolare attenzione e sensibilità per quelle pratiche atte a manifestare un’idea di mondo proteso al continuo rinnovamento di se stesso. Non è casuale che egli sia filosofo e musicista jazz, in quanto, almeno alle origini, il pensiero europeo è stato fortemente segnato in senso «museale». Tale sua propensione emerge anche nel suo recente volume, dedicato alla discussione del dadaismo, la più radicale tra le avanguardie primo novecentesche. Ci riferiamo a, L’irripetibile. Il paradosso di Dada, edito da Castelvecchi (per ordini: 06/8412007, info@castelvecchieditore.com, pp. 219, euro 22,00).
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  • 1 Nuova Cartolina SPIRITO E VITA

  • La Via della montagna
  • L’alpi-misticismo di
  • Francesco Tomatis  
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Nel mondo della mercificazione universale, ogni aspetto della realtà è ridotto alla pura dimensione cosale. Perfino la natura, ridotta a mera res extensa dalla ratio calcolante, è esperita all’interno della categoria dell’utilità e ridotta, stante la lezione di Rosario Assunto, alla dimensione inanimata del verde attrezzato. In tale riduzione dello spazio a quantità omogenea, ogni differenza ambientale sembra essere venuta meno. La stessa montagna, vissuta per millenni come sacra, è ridotta a luogo di consumo dall’industria turistica. A contrastare tale reductio, qualche isolato pensatore. Tra essi, in Italia si è distinto Francesco Tomatis, studioso di Schelling che con il monumentale volume, La via della montagna, nelle librerie per Bompiani editore, recupera al sapere una concezione mistica della pratica alpinistica (pp. 686, euro 20,00).

 

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  • TANTO TUONÓ… 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Si legge sulla stampa che il veto di Polonia ed Ungheria all’accordo sul bilancio UE 2021-2027 e l’aumento delle risorse proprie, è stato da queste posto “perché insoddisfatti della recente decisione del Parlamento e del Consiglio di condizionare con uno specifico testo legislativo l’esborso dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto” (Il Sole 24 ore – tra i tanti). Il che ha scatenato il solito coro anti-sovranisti, tendente a equipararne le azioni ad atti da delinquente: i due Stati avrebbero “preso in ostaggio” il bilancio U.E. e i fondi del Recovery Fund; avrebbero violato ripetutamente il principio dello Stato di diritto (art. 2 TUE); sarebbero “irresponsabili”. Dall’altra parte si risponde che subordinare l’esborso dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto è un “ricatto”.

 

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  • Apologia dellimmediato Massimo Donà cover

  • Massimo Donà ed Julius Evola
  • Apologia dell’immediato
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Julius Evola, considerato autore irredimibile e, per questo, relegato nel ghetto dei reprobi, da qualche tempo ha suscitato l’interesse di un drappello sparuto di coraggiosi accademici. Tra essi, si è distinto il filosofo Massimo Donà, che ha attraversato, sine ira et studio, l’esperienza speculativa del pensatore romano. Per avere contezza dei risultati cui è giunto in tema, il lettore dovrà confrontarsi con il volume, Apologia dell’immediato. Itinerari evoliani, nelle librerie per InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 187, euro 18,00). Fin dal titolo si evince come Evola vada letto in sequela agli assunti della sinistra hegeliana. Con una differenza, egli ha fatto: «della categoria dell’immediatezza […] un compito, più che un semplice e astratto punto di partenza» (p. 13).
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 Conte Dioniso Legami coperina


  • Arte e Dionisismo
  • Dioniso Legami.  Lussuria Futurista
  • un ebook di
  • Vitaldo Conte
  • recensione 
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Le definizioni delle correnti artistiche hanno poco senso. Chi, ancora oggi, ritenga possibile, dopo le avanguardie, dopo i dibattiti teorici del secondo Novecento, arrischiare definizioni e classificazioni, utilizzando suffissi e prefissi quali, post, trans o quant’altro, al fine di orizzontarsi nel panorama contemporaneo, incorrerebbe in un grave errore.  E’ l’impressione che si trae dal recentissimo ebook dello storico dell’arte e performer Vitaldo Conte, Dioniso Legami. Lussuria Futurista, comparso nel catalogo della Tiemme Edizioni Digitali (per ordini: ted.onweb.it, pp. 50, euro 3,00). Il volume è arricchito da una poesia di Carmelo Strano e da un contributo critico di Roberto Guerra, centrato sulla figura della nota porno star Moana Pozzi, letta in chiave Porno Futurista.

 

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  •  

  • Seconda intervista a Machiavelli
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La crisi pandemica ha prodotto un ampio dibattito sull’uso (e, secondo molti, l’abuso) dei DPCM da parte del governo Conte, che hanno limitato alcuni diritti garantiti dalla Costituzione, in particolare il diritto di locomozione di cui all’art. 16 della Carta. Virologi, maghi, giornalisti, soubrette, costituzionalisti, nani, politologi, ballerine, ecc. ecc. si sono accapigliati sull’emergenza, sullo stato d’eccezione, sulla compressione dei diritti, sfornando pareri ed opinioni contrastanti. Schmitt e Kelsen sono stati fatti uscire dall’armadio filosofico-giuridico-politico in cui riposavano da decenni, disturbati solo da qualche specialista, per corroborare le diverse tesi.  A me sembra utile, giacché lo avevo già fatto un paio di anni fa, andare nuovamente ad intervistare Machiavelli, che mi aveva cortesemente detto, al momento di concludere il precedente colloquio, di tornare a visitarlo.

 

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  • opus numinum

  • OPUS NUMINUM
  • Teurgia e magia nel mondo antico
  •  Un saggio di
  • Chiara Toniolo
  • di
  • Giovanni Sessa 
  • J. Bachofen, eminente antichista e giurista di Basilea, prossimo per idealità al Romanticismo di Heidelberg, fu tra i primi a mettere in discussione il metodo accumulativo, storico-critico moderno, ritenendolo incapace di cogliere l’effettivo ubi consistam del mondo antico. Tale metodo, esclusivamente basato sulla raccolta di fonti attendibili e del loro vaglio, non consente l’accesso alla spiritualità dei nostri antenati. Al contrario, come il pensatore svizzero mostrò nel Matriarcato e in altre opere, il ricercatore dovrebbe dismettere l’abito scettico della modernità, ed avvalersi di un rapporto empatico con quella civiltà e quegli uomini. Allo scopo, sarebbe risultato indispensabile liberarsi del pregiudizio «scientifico». Più recentemente, sullo stesso tema si è intrattenuto nella ricerca ed esegesi della Sapienza greca, Giorgio Colli.  E’ da poco nelle librerie un’opera che sembra aver fatto tesoro delle indicazioni dei due pensatori ricordati.
  • Ci riferiamo al volume di Chiara Toniolo, Opus Numinum. La Teurgia e la Magia nel mondo antico, edito da progetto Ouroboros (pp. 171, euro15,00), arricchito da un saggio introduttivo di Luca Valentini e dalla prefazione di Angelo Tonelli, allievo di Colli.
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  •                                     
  • Colloqui

  • I
  • Colloqui
  • di Gennaro Malgieri  
  • Una raccolta di interviste
  • di
  • Giovanni  Sessa

  • Gli anni nei quali viviamo sono, per usare l’espressione coniata da Spengler, anni decisivi. In questo frangente storico, l’uomo europeo è chiamato a giocare una partita importante in difesa della memoria storica. Ci stiamo incamminando celermente sulla strada della dimenticanza e dell’oblio, avendo sacrificato sull’altare dell’effimero e del momentaneo, ciò che siamo, il passato e le tradizioni. Tale processo è stato accelerato dalla mercurialità del web, dalla rete, che tende costitutivamente a cancellare, a rimuovere dati, fatti e quanto pare accumularsi nelle cartelle dei computer. Inoltre, come acutamente colto, un secolo fa da Ortega y Gasset, assistiamo ad un progressivo abbassamento della qualità della vita: «La caratteristica del momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha il coraggio di affermare il diritto alla volgarità» (pp. 141-142). Desumiamo questa asserzione del filosofo spagnolo, dall’ultima fatica letteraria di Gennaro Malgieri, Colloqui (1974-1991). Attraversando il bosco, nelle librerie per i tipi di Solfanelli (per ordini: edizionisolfanelli@yahoo.it, pp. 146, euro 12,00).

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  • MORALINA, LEGALINA
  • ed
  • ETICA POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • 1.0 È risaputo che politica e morale (spesso) non vanno d’accordo; lo è parimenti che accusare i propri nemici di essere immorali o amorali è tra i più impiegati topos della propaganda. Ed è altrettanto diffuso ritenere che tra politica ed etica possa esservi antitesi inconciliabile; di guisa che per mostrarsi di una qualità etica superiore, si auspica l’antipolitica[1].
  • A leggere, tra gli altri Croce, questi scrive delle varie forme dell’attività umana e di come l’una tenda a sottomettere l’altra. E ricorda[2] che la schietta politica non distrugge, ma anzi genera la morale[3]. Proprio perché (l’esistenza e) l’attività umana non è possibile se non nella sua interezza[4], sostiene “E l’uomo morale non attua la sua moralità se non operando politicamente, accettando la logica della politica”. Ciò significa accettarne i mezzi. Ed è proprio “L’amoralità della politica, l’anteriorità della politica alla morale fonda, dunque, la sua specificità e rende possibile che essa serva da strumento di vita morale”.

 

 

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  • StudiEvoliani2019 copertina fronte

  • STUDI  EVOLIANI  2019 
  • Recensione 
  • di
  • Giovanni Sessa 
  • E’ uscito da poco, con la consueta puntualità, l’annuario della Fondazione Evola, Studi Evoliani 2019, edito da Fondazione Evola-Ritter edizioni, distribuito, per la prima volta, nel circuito librario nazionale (p. 300, euro 25,00). Ciò attesta l’accresciuto interesse maturato attorno alle attività della Fondazione e alle sue numerose pubblicazioni. La preparazione del volume, come si evince dalla Nota editoriale, è stata realizzata in un periodo anomalo, segnato dall’emergenza sanitaria indotta dalla pandemia da Covid-19. Stiamo vivendo, ancora oggi, nonostante la quarantena imposta all’Italia sia terminata da qualche mese, in un «tempo sospeso», non avendo conseguito, finora, alcuna certezza medica in merito all’evolversi della situazione. Resta il fatto che, oltre alla drammaticità della situazione socio-economica italiana, europea e mondiale, il virus sembra avere intaccato alcuni dogmi attorno ai quali è stato costruito il senso comune contemporaneo. I profeti del progresso illimitato, della produzione senza limiti, del saccheggio devastante della natura, della globalizzazione, sono rimasti soli.  Questo virus «moderno» ha fatto comprendere anche ai riottosi, verità che ad Evola e al pensiero di Tradizione risultavano di evidenza lapalissiana molti decenni or sono.

 

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  • graal e alchimia 185884

  • Graal e Alchimia
  • Uno studio di
  • Paul Georges Sansonetti
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Nella società della comunicazione di massa in cui siamo calati, assistiamo da tempo al diffondersi di un profluvio di pubblicazioni sul Graal, così come ad un numero rilevante di opere cinematografiche dedicate alla Cerca. Molte di esse, in realtà, sono vere e proprie mistificazioni della storia e delle problematiche graaliche. In epoca di crisi, esistenziale, spirituale e politica, come quella che attraversiamo, il riduzionismo di matrice occultistica e New Age, può fornire apparenti soluzioni, vie di fuga a basso costo dalla realtà, capaci di soddisfare esclusivamente palati non adeguatamente educati. Il tema graalico attrae, è di grande attualità. Come potrebbe, del resto, non esserlo, in un mondo nel quale la ricerca del Centro è divenuta qualcosa di essenziale e di vitale?  Il senso e il significato del Graal e della sua Cerca sono esemplarmente presentati e discussi in una pubblicazione dello studioso francese Paul-Georges Sansonetti, Graal e alchimia. Una via di realizzazione spirituale, nelle librerie in una nuova edizione italiana per  Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 223, euro 18,00). Il libro è curato da Mario La Floresta, autore di una prefazione utile a contestualizzare il lavoro dell’autore.
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  • freschi Germania

  • Germania 1933-1945:
  • L'emigrazione interna
  • nel Terzo Reich
  • di
  • Marino Freschi 
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • A lungo, storici e studiosi si sono interrogati sui rapporti intercorsi tra il nazismo e gli esponenti della cultura tedesca nel dodicennio nero dell’hitlerismo. La maggior parte dei critici si è attardata su autori molto noti, il cui capofila può essere individuato in Thomas Mann che, in modo esplicito, presero posizione nei confronti del nuovo regime criticandolo. Ciò li costrinse all’esilio: si trattò, in massima parte, di esponenti della cultura ebraica o di intellettuali marxisti. In posizione marginale rispetto a quella degli esiliati, nel tragico dodicennio, prosperò in Germania un’altra letteratura, la cui ostilità al nazionalsocialismo si sostanziava di ragioni diverse e non comuni. Ci stiamo riferendo alla produzione libraria della cosiddetta «Emigrazione Interna». Per la prima volta essa è stata indagata analiticamente, con persuasività di accenti, da uno tra i più noti germanisti del nostro paese, Marino Freschi, nel volume, Germania 1933-1945: l’Emigrazione Interna nel Terzo Reich, nelle librerie per i tipi di Aragno (pp. 167, euro 18,00).

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  • L’autobiografia spirituale di Meyrink
  • La metamorfosi del sangue
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Gustav Meyrink è, da tempo, autore di culto per quanti si occupino di letteratura fantastica ed esoterica. Non è di certo casuale che, ad introdurre lo scrittore austriaco nelle patrie lettere, sia stato Julius Evola, che tradusse nella nostra lingua alcuni suoi significativi scritti. E’ ora disponibile, in prima edizione italiana, il volume di Meyrink, La metamorfosi del sangue, edito da Bietti (per ordini: 02/29528929, pp. 170, euro 17,00) per la cura di Andrea Scarabelli e con introduzione di Sebastiano Fusco. Il libro è arricchito da un interessante apparto iconografico e presenta l’introduzione redatta da Enrico Rocca, per la prima edizione italiana de Il Golem (1926). Il critico goriziano, imparentato con il filosofo Carlo Michelstaedter, come questi finito suicida nel 1944, in questo breve scritto colse il valore letterario-artistico del romanzo di Meyrink, ma tese a svalutarne i riferimenti esoterici e cabalistici, dei quali la trama del racconto era innervata.
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  • Buscaroli


    Piero Buscaroli e il Canone Europeo

    la nuova edizione di

    "LA VISTA  L'UDITO  LA MEMORIA"

    di

    Giovanni Sessa


    Piero Buscaroli è stato uno dei «fratelli maggiori» che ha accompagnato, con i suoi scritti, la mia generazione, quella dei nati negli anni Cinquanta, lungo la strada, spesso accidentata ed impervia, della formazione civile. Gli dobbiamo molto. A differenza dell’ambiente politico di provenienza e, più in generale, dell’Italia del dopoguerra, caratterizzati da una disattenzione, a dir poco disarmante, nei confronti del sapere, la 'paideia' di Buscaroli, riportava all’attenzione del più sprovveduto dei suoi lettori, la centralità della cultura intesa in senso latino, cultus reso alla vita, atto a manifestare uno stile. L’adesione a tale paradigma ideale ha connotato di sé la prosa di Buscaroli, rendendola immediatamente riconoscibile: complessa e lieve allo stesso tempo, vibrante di pathos, di slanci ironici ed autoironici, all’occorrenza forte e ridondante, sempre vivace, intellettualmente stimolante. Basta scorrere le pagine del suo memorabile, "La vista, l’udito, la memoria", nelle librerie per Bietti, in seconda edizione, per averne contezza (per ordini: 02/29528929, euro 27,00, pp. 598).

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  • Giuseppe Rensi 2
  • Giuseppe Rensi  
  • ed 
  • Andrea Emo
  • Protestantesimo e Modernità
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Andrea Emo
  •  
  • Da tempo andiamo affermando la centralità, nel dibattito teoretico europeo del Novecento, della filosofia italiana. E in essa, di alcuni autori che, per ragioni diverse, hanno finora avuto un’attenzione critica non adeguata alla loro rilevanza speculativa. Di tali intelligenze scomode e coraggiose, estranee alle appartenenze accademiche “forti”, fecero parte Giuseppe Rensi ed Andrea Emo. Uomini e pensatori diversi per indole ed atteggiamento nei confronti della vita, che condivisero un profondo interesse per il Protestantesimo, da entrambi letto quale essenziale matrice del Moderno.
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  • Un urlo sulle rovine
  •                          Tornano “Le scuderie dell’Occidente” di Jean Cau
  •                                                di Giacomo Rossi
  • Jean Cau è stato scrittore dal piglio deciso, uno dei più efficaci polemisti francesi della seconda
  • metà del XX secolo. Autore prolifico di romanzi e       pamphlet di successo, è stato considerato, nella
  • prima giovinezza, l’       enfant prodige  della gauche d’oltralpe. Fu collaboratore di   Les temps modernes
  • e di   France-Observateur        e ciò gli conferì notorietà tra l’            intelligentsia      progressista. Fu vicino al
  • guru Jean-Paul Sartre e con il romanzo,          La pietà di Dio , nel 1961 ottenne il Premio Goncourt. In
  • quel periodo, a ricordarlo è Alain de Benoist:   « Lo si incontrava [...] sulla terrazza del caffè de
  • Flore.   Aveva   i   capelli   lunghi   e   il   foulard   attorno   al   collo    » ,   ma   nonostante   l’atteggiamento
  • esistenzialista, cominciava ad avere in angustia il rivoluzionarismo salottiero e borghese di tanti
  • suoi « compagni » . Ben presto, da      enfant prodige  si trasformò in             enfant terrible   : mise in discussione i
  • sacri principi della rivoluzione e del progresso. Da quel momento, i suoi lavori furono puntualmente
  • silenziati dalla grande stampa, a cominciare da,           Les   temps   des   enclaves      , nelle cui pagine aveva
  • sottoposto a critica serrata l’idea di eguaglianza. Per rispondere al silenzio dei critici    à la vague         , nei
  • primi anni Settanta, mentre in Europa impazzava il vento della contestazione, decise di dare alle
  • stampe un volume ancora più provocatorio,     Le scuderie dell’Occidente. Trattato di morale , di cui è
  • nelle librerie la nuova edizione italiana per OAKS (per ordini: info@oakseditrice, pp. 188, euro
  • 20,00).
  •    Il volume è corredato da un’ampia   Introduzione     di Giovanni Sessa. Cau scrisse questo volume
  • che   sinteticamente,   ricorda   Sessa,   è   un   urlo   lanciato   sulle   rovine   del   nostro   tempo,   nella
  • convinzione che:           « non si possa urlare contro i lupi e far parte del branco. Io ho scelto, e accetto di
  • pagare il prezzo di silenzio e di ostilità che circonda alcuni dei miei scritti          » (p. X). Quest’opera,
  • sempre a dire di Sessa, può essere letta in parallelo a, Gli uomini e le rovine    di Evola, in quanto i
  • due autori in un mondo che si poneva quale obiettivo supremo la sopravvivenza, invitarono i loro
  • contemporanei a realizzare una            più   che   vita   . Del resto, Cau sapeva perfettamente che il senso
  • profondo della crisi che da decenni assediava (e assedia tuttora) l’Europa, era individuabile nel
  • pauroso rifiuto di ogni altezza, indotto da un odio pervicace nei confronti del sacro. Il libro, non
  • casualmente, è dedicato allo scrittore giapponese Yukio Mishima, che si suicidò in pubblico nel
  • novembre del 1970, mettendo in atto il rituale della tradizione samurai, l’         hara-kiri , quale estrema
  • protesta contro: «un modo di vivere, quello moderno, che nega valore all’idea di patria e sancisce la
  • fine dell’età degli Eroi» (p. XIII). Il senso della Tradizione, Cau lo aveva percepito durante
  • l’infanzia trascorsa nel Midì, nella regione dell’Aude: «I miei avi, non ne dubito, sono contadini fin
  • dalla notte dei tempi, e la nobiltà del mio ceppo e della mia razza sta in ciò, che non abbiamo mai
  • acquistato né venduto nulla» (p. V). Da tale affermazione si evince, con chiarezza, lo spirito anti-
  • borghese dello scrittore.
  •      Il   cavallo   fu   suo   prediletto   compagno   d’infanzia:   il   nobile   quadrupede   svolgerà,   nell’
  • immaginario di Cau, un ruolo rilevante, assumendo le fattezze del destriero del             Cavaliere         di Dürer,
  • icona dell’antimodernismo novecentesco. L’autore francese, cavaliere fuori tempo, lancia, dalle
  • pagine di questo libro, un’accusa durissima. In Occidente è venuta a dominare, incontrastata, la
  • morale   degli   schiavi:   «        Essa   è   stata   amplificata      ,   nel   secondo   dopoguerra,   dal      novum           per
  • eccellenza:   il   rischio   dell’autoestinzione   dell’umanità,   determinato   da   un   possibile   conflitto
  • nucleare » (p. XIII). La paura regna sovrana e ci condanna a vivere inabissati nell’anonimo     noi , nel
  • formicaio urbano della pura sopravvivenza, che tiene a debita distanza, con sdegno, le gesta
  • dell’Eroe, del Santo, dell’Artista. Questa pace dell’arrendevolezza, chiosa Cau, svuota la gioventù
  • di ideali, lasciandola preda delle nebbie psichedeliche e della presunta liberazione sessuale: «  Nel​
  • panico   della   pace   continua,   sento   magnificare   la   religione   del   piacere   [...]   Se   il   piacere   non è
  • anche avventura di tutto il mio essere, io lo rifiuto         » (p. XIV). La contestazione giovanile, rileva
  • Cau, ha
  • fornito alla religione del consumo spazi fisici e psichici inimmaginabili determinando, dopo la
  • «morte di Dio», quella dell’uomo.
  •    I nostri contemporanei, come l’ultimo uomo nietzschiano, vivono delle mezze passioni del giorno
  • e della notte, non amano davvero, né odiano: semplicemente co-esistono, sopravvivono nel mare
  • della quantità mercificata offerta loro dall’apparato della tecno-scienza. I giovani non hanno che da
  • scegliere: integrarsi nel sistema dei lavoratori-consumatori o darsi alla protesta sterile, in quegli
  • anni, dice Cau, incarnata dal movimento          hippie , ben custodito nella riserva ludico-psichedelica
  • predisposta     ad   hoc   dall’industria culturale. Peraltro, i grandi progetti utopistico-rivoluzionari, si
  • andavano dissolvendo nella melassa della         rivoluzione del costume            , mirata a scardinare le cellule
  • fondative della comunità: scuola, famiglia, perseguimento del bene comune: «   a esclusivo vantaggio
  • della divinizzazione del consumo           » (pp. XV-XVI). Nel Sessantotto fu ucciso il Padre, e con esso la
  • Tradizione. In tale contesto si affermò la società gaia: «            Una società senza speranza e senza fede che
  • diventa fatalmente una società di tolleranza       » (p. XVI). Tutto viene tollerato in questo mondo della
  • co-esistenza, tranne i reprobi che mettono in discussione i principi costitutivi della contemporaneità.
  • Un uomo come Cau, non poteva, pertanto, che essere in lotta con il proprio tempo.
  •    Per questo, lo scrittore ci esorta a: «  pensare l ’opposto dell’opinione prevalente     » (p. XVII), il che
  • implica la difesa dell’eccezione e della bellezza, di contro alla diffusa esaltazione dell’eguaglianza e
  • al perseguimento dell’orrido in ogni ambito della produzione umana. Cau invita i suoi lettori a
  • «coltivarsi», in quanto essere colti vuol dire amare e comprendere il passato, rapportarsi in modo
  • sintonico ai ritmi della vita e della natura. Del resto, la debolezza spirituale del tempo presente è
  • paradigmaticamente impressa sui volti degli attuali politici: «      C’è nel loro sguardo la repellente,
  • floscia amabilità del venditore che si augura di rifilarvi un paio di scarpe           » (p. XVIII). Al contrario,
  • l’autore francese è convinto, con Carlyle, che la storia sia la creazione di grandi uomini, capaci di
  • evocare valori spirituali e di farsi interpreti dell’ ethos di una stirpe. E’, quindi, uno stile areteico,
  • virtuoso, quello cui Cau chiama i pochi dalla «schiena dritta» di questo tempo ultimo. Essi devono
  • vivere, proprio come l’autore del libro che abbiamo presentato,«senza ritegno». La mancanza di
  • ritegno dell’Eroe, di colui che si spende per l’ideale, coincide con la qualità propria dell’uomo che
  • non si arrende al           regno della quantità      , nel quale da troppo tempo siamo immersi.

Luciano Barra Caracciolo,

  • Lo strano caso Italia,
  • (Eclettica Edizioni, pp. 233, € 18,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Escono da qualche anno sempre più libri che non “cantano in coro” e sottolineano, anzi, come la globalizzazione e l’euro siano stati, per l’Italia (soprattutto) un cattivo affare.
  • Questo saggio si distingue già dal titolo e dal sottotitolo. Quanto al primo l’aggettivo strano avrebbe dovuto essere scritto tra virgolette: perché – tanto strano il caso Italia non è (e il libro lo conferma), ma anzi era voluto e prevedibile.
  • Per il sottotitolo questo è “Breviario di politiche economiche nella crisi del globalismo istituzionale aggiornato all’emergenza coronavirus”; e il libro è – in gran parte – la dimostrazione che le politiche di austerità hanno provocato – o almeno aggravato decisamente – la crisi in atto (almeno) dal 2008, precipitata ulteriormente con la pandemia. E così il breviario serve a riportare sulla “retta via”, ben nota agli economisti (non di regime), e a ritrovare le condizioni di compatibilità tra il modello economico-sociale delineato dalla Costituzione e quello emergente dai trattati europei.
  • L’autore rileva che a seguito dell’adesione all’euro “derivante da trattati e fonti di diritto internazionale (privatizzato) -, e avendo subito la conseguente ristrutturazione del proprio modello industriale e sociale derivante dalla correzione Monti (in poi), l’Italia registra una crescita zero”; questo perché “Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambio, cioè di affermazione del dominio del mercati sulle società umane, i cui bisogni, - l’occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell’istruzione, della previdenza e della sanità – divengono recessivi e subordinati alla scarsità di risorse… La globalizzazione è quindi un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare i mercati esteri”. E questo già lo scriveva Friedrich List quasi due secoli fa. E proprio per questo l’economista tedesco, che aveva assai presente funzione, carattere (e primato) del politico, sosteneva che la differenza essenziale tra quanto da lui sostenuto e il pensiero di Adam Smith era che la sua economia era politica cioè in vista dell’interesse, volontà e potenza delle comunità (organizzata – per lo più – in Stati), mentre quella dello scozzese era cosmopolitica (avendo come criterio-base l’interesse individuale).
  • Una delle conseguenze dell’economia cosmopolitica – nella versione contemporanea di Eurolandia - è di essere, per l’appunto, come sostiene l’autore in contrasto col modello delineato dalla Costituzione “più bella del mondo”.
  • Scrive Barra Caracciolo “a voler essere benevoli, a partire dal trattato di Maastricht, il modello costituzionale non sia stato rispettato; per espressa previsione delle norme inviolabili, e non soggette a revisione, della nostra Costituzione (artt, 1, 4, 36, 38, 32, 33… quantomeno), l’economia italiana segue il modello keynesiano… sicché esso non tollererebbe (cioè, non contemplerebbe come costituzionalmente legittime) politiche che, sempre per attenersi alle classificazioni e schematizzazioni di questi ultimi, implichino apertamente”, il di esso costante sacrificio. Accompagnato da salmi di giubilo alle regole europee degli eurodipendenti.
  • La venticinquennale stagnazione italiana è, in senso economico, determinata dalla crisi strutturale della globalizzazione da un lato, e dall’altro dall’impedimento di quelle politiche di sviluppo, dettate dalla nostra Costituzione, ma rifiutate dall’U.E.. Anche se, a quanto pare, dalle trattative sul recovery fund correzioni delle politiche d’austerità (sostanzialmente dannose per l’Italia), è in corso. Ma non si sa quanto efficaci, almeno nel medio periodo, per il nostro paese.
  • In questo saggio c’è molto, onde non è facile sintetizzarlo. I profili più evidenti ne sono: a) il contrasto tra quanto si sostiene – dagli euro dipendenti – che da un lato si atteggiano a numi tutelari della Costituzione “più bella del mondo”, dall’altra nelle politiche euroasservite ne tradiscono il modello economico sociale, nei suoi caratteri fondamentali, a cominciare dalla tutela del lavoro, che è, secondo l’art. 1 il fondamento (reale prima che normativo) della Repubblica.
  • Ma questo si comprende bene: élite in decadenza si affidano all’astuzia più che alla forza (Pareto). Come scriveva il segretario fiorentino, il principe deve badare a parere più che ad essere. E il metodo più seguito per farlo è predicare in modo opposto al praticare. La sconnessione tra detto e fatto, tra intenzioni esternate e risultati conseguiti è voluta e tutt’altro che casuale.
  • La seconda – connessa alla precedente – è la sostanziale assenza (od oscuramento) del dibattito su crisi, cause e responsabilità della stessa. Silenzio assordante fino a qualche anno orsono, un po’ meno dopo che i successi elettorali dei partiti sovranpopulidentitari hanno certificato che la consapevolezza popolare di cause e responsabilità della crisi, malgrado tutto, determina crisi politiche di livello globale, con sempre più Stati retti e condizionati da maggioranze (o quasi-maggioranze) elettorali sovran-populiste. Economisti di regime, giuristi di palazzo, mass media asserviti l’hanno solo ritardata. Come scrive Barra Caracciolo “tutta la problematica (della crisi)… è completamente assente dalle dichiarazioni programmatiche e dal dibattito politico attuale… Si ha come l’impressione di essere in una realtà parallela, fatta di miopi polemiche di parte e di slogan ripetuti senza comprenderne appieno il significato… E l’Italia non può permettersi di essere raccontata e guidata ignorando la sua natura, la sua vocazione, ben collocata in questa terra, interconnessa con i problemi di una globalizzazione che è stata concepita dai progettisti di Elysium, da spietati Malthusiani, e che ora, nella sua fase discendente, rischia di trascinarsi nel suo “cupio dissolvi”… Parliamone: non lasciamo che discorsi “lunari”, ipostatizzati su un pensiero unico e irresponsabile verso il popolo sovrano, ci facciano suonare, come comprimari, nell’orchestra del Titanic…”. E questo libro è un’ottima occasione per cambiare musica (e orchestra).
  • Francesco Borgonovo, La malattia del mondo, Milano 2020, pp. 207, € 15,00
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Questo libro è una riflessione sulla pandemia da coronavirus, che dall’evento risale alle condizioni ideali e materiali da cui è stato incentivato, in un’epoca in cui eventi del genere, che hanno funestato l’umanità per millenni, sembravano chiusi nell’archivio della storia. Archivio che a dispetto dei progressisti – e purtroppo non solo loro – si è riaperto.
  • La pandemia è stata frutto di due fattori fondamentali, ambo ideali: il primo è la ybris, il secondo è (la pretesa/aspirata) assenza di limiti (non solo fisici) che caratterizzano il pensiero della globalizzazione (e dei globalizzatori). Quanto alla prima scrive l’autore, la ybris è “prima di tutto superamento del limite, del confine. E se ci pensate, l’intera storia dell’epidemia di Covid-19 (esattamente come la storia della globalizzazione) è una faccenda di confini varcati e limiti infranti”. Il limite infranto è quello della natura “Della natura noi uomini siamo, al massimo, i custodi, come rivela il libro della Genesi. Quando veniamo meno al nostro ruolo, o quando tentiamo di farci creatori sostituendoci al Creatore, allora scateniamo l’epidemia, la pestilenza biblica”. Secondo gli scienziati il Coronavirus è nato – come altri agenti patogeni – da uno spillover da un “salto” tra specie (da animali selvatici all’uomo). Varcato il limite della specie è stato assai più agevole, dato il progresso tecnico e la permeabilità delle frontiere, diffondersi nel pianeta a velocità impressionante “Prigionieri come siamo dell’ideologia della dismisura, non abbiamo saputo chiudere tempestivamente i confini, non abbiamo voluto fermare il vortice della circolazione globale: la malattia, dalla Cina, è approdata in Germania, e da lì è giunta in Italia. Poi, il disastro. Quando il Covid-19 è calato nella nostra nazione, tutti i nostri limiti sono tornati prepotentemente a galla: quelli delle nostre strutture sanitarie, della nostra potenza industriale, della nostra indipendenza economica… Il confine, il limite, le barriere salvifiche che avrebbero potuto arginare l’avanzata del nemico occulto sono stati sbriciolati dal capitalismo selvaggio e dall’ideologia che impone: nessuna frontiera”.
  • Ricordando quanto scriveva Schmitt della contrapposizione tra terra e mare e le conseguenze che comporta sull’ordine, sul diritto e sull’economia, Borgonovo sostiene che non erra Zigmunt Bauman quando definisce la società post-moderna “società liquida” contrapposta alla solida terra che fonda società basate sul limite (confine delle proprietà, dei territori delle sintesi politiche, almeno di quelle stanziali, ossia, nella modernità, tutte). Per espandersi la “società liquida” necessita di superare se non di abolire i limiti.
  • Hegel lo aveva notato per l’industria nel paragrafo 247 dei Lineamenti di filosofia del diritto: “come per il principio della vita familiare è condizione la terra, cioè il fondo e il terreno stabile, così per l’industria l’elemento naturale che la anima verso l’esterno è il mare.
  • Nella brama di guadagno, esponendo al pericolo il guadagno stesso, l’industria si eleva a un tempo al di sopra di esso, e soppianta il radicarsi nella zolla e nella cerchia limitata della vita civile, i suoi godimenti e desideri, con l’elemento della fluidità, del pericolo e del naufragio…”; il mare pertanto era l’ “ambiente” più favorevole al commercio e all’industria. Ancor più quando, venuta meno la scoperta di nuove terre (e mercati) l’espansione deve basarsi sull’abolizione dei residui confini.
  • Il libro è colmo di idee. Per restare nei limiti di una recensione, la sintesi – purtroppo limitata come tutte le sintesi – è che la post-modernità si fonda sulla ybris, ossia la superbia di superare i limiti della natura. Borgonovo ricorda come i greci notassero ciò: Erodoto ed Omero, cui occorre aggiungere Sofocle, in particolare nell’Antigone e nell’Edipo re. Come condanna della ybris come distruttrice dell’ordine terreno e divino è particolarmente significativo il canto del coro nell’Edipo rePossa io avere destino di serbare santa purezza di parole e di azioni, a cui sono preposte leggi sublimi, procreate nell’etere celeste, e l’Olimpo solo è loro padre; non natura mortale di uomini le generò, né mai l’oblio le sopirà: un dio potente è in esse, e non invecchia. La dismisura genera tiranni”. O nella profezia di Tiresia a Creonte nell’Antigone, nella quale l’indovino prevede la rovina del re per aver violato le leggi di natura “questo non è un potere tuo, né degli dei supremi, anzi essi soffrono questa violenza da te”. Indubbiamente una civiltà come quella greco-romana che Spengler riteneva basarsi sul senso del finito, cioè del limite è particolarmente utile per capire la degenerazione faustiana della post-modernità.
  • La quale trova la propria caratteristica fondamentale nel ritenere superabili realtà e leggi naturali. Lo stesso comunismo reale, rapidamente espanso e conclusosi, si fondava sull’illusione del giovane Marx di cambiare la natura umana, mutando i rapporti di produzione; alla fine della dittatura si sarebbe costruita la società comunista, senza comando né obbedienza, pubblico e privato, amico e nemico. Cioè senza i presupposti del politico – le costanti che connotano ogni comunità politica umana. Risultato smentito dalla breve storia del comunismo. Il quale si è retto solo perché ha mantenuto anzi potenziato le costanti del politico nella dittatura sovrana del partito. Cessata la fede nella quale è imploso. Nella post-modernità questa ybris ha preso altre forme, immaginato altri idola: tutti accomunati dalla credenza di poter oltrepassare leggi e limiti naturali. Illusione sempre smentita e fondante, come cantava Sofocle, nuove tirannie.

 

  • Michea lupo ovile def
  • Jean-Claude Michéa
  • Il lupo nell’ovile 
  • recensione di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • (Meltemi, Milano 2020, pp. 142, € 14,00).
  • Scrive l’autore che nel “Capitale” Marx riteneva il mercato liberista (meglio, concepito dai liberisti) “l’Eden dei diritti innati dell’uomo”. Oggetto del saggio (rielaborazione di una conferenza, integrata da 35 scolii) è, sviluppando l’affermazione di Marx, da un lato il rapporto tra mercato e diritto; dall’altro quello tra socialismo e progressismo, che ha, secondo Michéa, snaturato la sinistra, subordinandola al capitalismo, quello post-moderno soprattutto.   
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  • TEMI E DIKE
  • NEL TRAMONTO DELLA REPUBBLICA
  • SOMMARIO
    Temi e Dike nel pensiero di Hauriou; 2. Privilegi e disparità a favore dei pubblici poteri; 3. Miglio, l’obbligazione politica e l’obbligazione-contratto; 4. Freund e i presupposti del politico; 5. Pubblico, privato e giustizia amministrativa; 6. Le privatizzazioni di fine secolo (XX) e loro ininfluenza su Temi; 7. Temi e Dike sono costanti dell’ordinamento; 8. Tocqueville e la giustizia amministrativa; 9. Meno Dike negli anni ’90; 10. Conclusioni
  •  
  • Scriveva Maurice Hauriou nella seconda edizione del Précis de droit constitutionnel che nello Stato diritto e giustizia erano duplici: c’erano un diritto disciplinare e un diritto comune, cui corrispondevano una giustizia disciplinare e una giustizia comune[1].
  • Anni prima nei Principes de droit public (del 1910) sosteneva che “Ogni istituzione sociale incorporata non (è) sussistente che per un equilibrio di forze di cui una domina le altre, comporta… una coazione (contrainte) metà imposta, metà accettata…”. La disciplina sociale che ne deriva può essere considerata dalla visuale del gruppo o da quella degli individui. Dal punto di vista dell’insieme è un potere necessario per la coesione e la salvaguardia del tutto, da quello degli individui è un potere contro il quale occorrono garanzie e che ha bisogno di una certa definizione. Ne derivava una partizione del diritto (dell’istituzione) in disciplinare e statutario[2]. Il diritto disciplinare è non solo repressivo, ma anche organico[3]. L’istituzione genera naturalmente il diritto statutario come quello disciplinare. Il diritto statutario comporta delle regole giuridiche e delle procedure “Ces procédures sont liées à la vie de l’institution, elles sont les voies que suit celle-ci dans son mouvement uniforme”[4]. Queste sono in larga misura necessarie “Par la force des choses, tous les membres de l’institution sont appelés à un moment ou à un autre à partecipe à ces procédures, par cela même qu’ils dèploient leur activité au sein de l’institution”[5], e danno luogo a un diritto assai differente da quello disciplinare “en ce qu’il admet le point de vue individualiste des membres de groupe, combiné avec les nécessités sociales”[6]. Tuttavia accanto al diritto dell’istituzione (disciplinare e statutario) c’è quello prodotto dal commerce juridique, un insieme di forme giuridiche generate dall’attività economica, legate a una “forma di società assai diverse dalla forma politica costituzionale[7].
  • Ambedue le specie di diritto, istituzionale e comune, sono necessarie, perché la società politica e quella economica non sono “praticamente separabili l’una dall’altra”[8].
  • Lo scambio, scrive Hauriou, è irriducibile all’istituzione politica “le phénomèn de échange et des relations d’affaires n’est pas dans la donnée logique de l’institution politique. Celle-ci repose sur le pouvoir, l’échange repose sur la valeur”[9]. Il potere politico s’esercita principalmente sugli uomini e occasionalmente sulle cose, il valore economico è sempre una qualità delle cose. Scambio e commercio tendono a passare le frontiere, sono essenzialmente internazionali.
  • È da notare che, nella concezione di Hauriou, ai due diritti sostanziali corrispondono analoghi diritti processuali, caratterizzati dall’eguaglianza/e non eguaglianza delle parti e dal connotato di un rapporto (tra le stesse) gerarchico o meno.
  • La posizione d’ineguaglianza deriva da una serie di “privilegi” e “disparità” del potere pubblico (rispetto al soggetto privato), in parte riflettentisi nelle procedure giudiziarie amministrative quali:
  • 1) in primo luogo il potere di coazione generale, inerente alle funzioni amministrative[10].
  • In Italia, si direbbe, per il carattere intrinsecamente esecutorio del provvedimento (anche eseguibile ed esecutivo) cui, ovviamente, non corrisponde analoga situazione del privato.
  • 2) Di conseguenza il potere pubblico non deve (sempre) adire il Giudice per realizzare una pretesa, almeno negli ordinamenti “continentali”. Il privato si,
  • 3) Anche se il giudice emette una sentenza o comunque un provvedimento a favore del privato e a carico della pubblica amministrazione, la pronuncia del Giudice non corrisponde alla pienezza dello jussum tra privati.
  • Alcune statuizioni, invero, sono del tutto vietate, come la revoca o modifica degli atti amministrativi[11].
  • Consegue da ciò che, anche in presenza di atti amministrativi illegittimi ed annullati certi comandi nei confronti delle PP.AA. non possono essere pronunciati dal Giudice (condanne a facere specifico, e così via) mentre altre si (sentenze dichiarative, di condanna pecuniaria).
  • Tuttavia anche in presenza di statuizioni “ammesse” (nei confronti della P.A.) e di rapporti non di carattere “pubblico” (jure privatorum), specie a partire dagli anni ’90, si sono ulteriormente ridotte le possibilità di esecuzione coattiva nei confronti delle pubbliche amministrazioni (anche – anzi soprattutto – per i crediti pecuniari).         
  • 4) Determinate azioni non possono essere proposte (o proposte solo in casi determinati) nei confronti delle PP.AA. (possessorie e non solo).
  • 5) Quello che è peggio è che lo stesso decisum ed anche se giudicato, non è trattato, ove ad esser debitore è la P.A., allo stesso modo che se ad esserlo è un privato.
  • Esiste una folta (ed apparentemente) disordinata legislazione[12] volta ad impedire – o almeno a ritardare – la soddisfazione delle pretese nei confronti della P.A., particolarmente diffusa negli ultimi venticinque anni[13]. La legislazione suddetta vieta determinate azioni esecutive verso pubbliche amministrazioni (spesso di settore); istituisce termini dilatori a loro favore; talvolta impone ai Giudici la nomina di Commissari ad acta dipendenti delle stesse PP.AA. debitrici e così via. Tutte norme derogative di quanto prescritto per i privati[14].
  • E si potrebbe proseguire a lungo. È chiaro comunque che esistono differenze sostanziali, ripetute e crescenti tra il diritto applicato ai rapporti privati e quello tra P.A. e privati. Temi e Dike non sono mai state così distanti. Anche perché all’invadenza dello Stato sociale corrisponde una pressione fiscale assai superiore a quella degli Stati c.d. “monoclasse” o comunque del periodo anteriore al primo dopoguerra (e al c.d. “compromesso fordista”), la quale oggigiorno normalmente va da circa un terzo a circa la metà dei PIL nazionali. A conferma dell’aumento delle funzioni pubbliche, e quindi della loro accresciuta invadenza.
  1. I due diritti (sostanziali) e i corrispondenti processuali, derivano l’uno dalla necessità, per l’esistenza della sintesi politica, del rapporto di comando/obbedienza. Come l’altro – il diritto comune e la giustizia Dike - derivano dallo scambio e dall’universalità del medesimo.
  • Ambedue, scrive Hauriou, conseguono a caratteri dell’essere umano: d’essere necessariamente zoon politikon come dalla naturale socievolezza (sociabilité) umana[15]. Le due dimensioni (politico-istituzionale e non) sono irriducibili l’una all’altro, ma sempre co-presenti.
  • Sostiene Gianfranco Miglio che “I rapporti politici sono relazioni particolari, che si specificano rispetto ai rapporti interumani in genere … Al di fuori delle relazioni politiche esistono relazioni più specificamente interindividuali e già nelle aggregazioni politiche più elementari e primitive si pongono come qualcosa di prioritario sul piano temporale, ma che sopravvive all’interno dell’aggregazione politica”[16]. Perché “politica e vocazione dell’animale uomo presentano un nesso molto stretto. Ecco perché un filosofo come Aristotele scrisse che l’uomo è uno zoon politikon. È qui il nesso fra politica e uomo: non si tratta affatto del nesso della «socialità», che è qualcosa di completamente diverso e proprio la differenza fra queste due dimensioni potrà essere messa in luce dallo studio dell’oggetto dell’obbligazione «contratto-scambio», in quanto distinto da quello dell’obbligazione politica”.
  • Le due obbligazioni hanno differenti oggetti struttura, tempo e responsabilità. S’incrociano, scrive Miglio, nella funzione che ha il capo politico di garantire l’osservanza dei rapporti di contratto-scambio “Precisamente questa è la funzione che ha verso l’interno l’obbligazione politica: la primaria funzione che il capo politico deve ai propri seguaci consiste nel garantire fra loro l’esecutività dei rapporti di ‘contratto-scambio’ ed è qui che il ‘contratto-scambio’ non si confonde, ma si incrocia con il rapporto di obbligazione politica”[17].
  1. Julien Freund sostiene che la politica, come ogni attività umana, tende a razionalizzare il proprio dominio, di guisa da conseguire un (determinato) ordine. La natura specifica del proprio principio organizzativo è d’essere gerarchico. “È vano sperare che il politico possa diventare assolutamente egualitario… può imporre la più grande uguaglianza tra i membri della collettività… ma il fatto che la imponga, è indice che non è egualitario in sè. La sua natura gerarchica consegue insieme sia dal presupposto del comando/obbedienza sia dalla sua funzione che consiste nel salvaguardare l’ordine generale”[18] e prosegue “la prima ragione è chiara, perché là dove c’è comando ed obbedienza, c’è anche relazione da superiore ed inferiore (il corsivo è mio). La seconda significa che mantenimento e sviluppo dell’ordine non sono possibili se non comprimendo o sopprimendo bisogni e aspettative, cioè selezionandoli.
  • L’ordine è sempre imposto, perché non c’è coordinazione senza subordinazione; nessun ordine s’impone da se, non ce n’è senza coazione[19]. Ma non bisogna concludere che l’ordine pubblico si fondi unicamente sulla coazione né che sia esclusivamente gerarchico; non esiste, scrive Freund alcuna società nella storia a struttura puramente egualitaria o a struttura puramente gerarchica a meno di ammettere l’esistenza di comunità umane fondate su una sola essenza (morale, economico, politico), perché “ogni ordine è un compromesso più o meno stabile tra tendenze egualitarie e tendenze gerarchiche[20].
  • Perché comunque, anche se in forma attenuata e regolata, i conflitti (sia d’interessi che d’idee) continuano ad esistere[21] e così la necessità di un potere che li decida.
  • Freund fa dell’ordine gerarchico conseguenza del rapporto di comando/obbedienza, considerato dallo studioso alsaziano come un “presupposto” del politico. Presupposto che definisce come “la condizione propria, costitutiva ed essenziale di una essenza”, ovvero (nel caso) del politico[22]; nel definire cosa siano i presupposti, scrive “ci sono dei concetti che determinano necessariamente, costantemente ed universalmente una essenza nel senso che la loro dissoluzione comporterebbe l’abolizione dell’essenza stessa…. Se sopprimiamo, per esempio, il rapporto di comando/obbedienza, sopprimiamo il politico… i presupposti sono concetti che ci permettono di capire ciò che fa che la politica è politico, che esso è sempre e necessariamente ciò che è e non altro”[23].
  • Pur nelle sostanziali differenze tra “presupposti del politico” (Freund) e “regolarità della politica” (Miglio)[24], è certo, per quanto qui interessa, che i due studiosi ritenevano alla politica ed al politico connaturale il comando, e quindi la relazione superiore/inferiore; e, l’insieme, che una comunità basata (esclusivamente) sul rapporto gerarchico non era concretamente esistita (né poteva esistere). Per cui ambedue riconoscevano l’esistenza concreta di un’altra sfera – accanto a quella pubblico-politica - dell’esistenza e dell’attività degli uomini e delle comunità umane: quella “privata” fondantesi per l’appunto sull’eguaglianza delle parti[25]. Così Miglio descrive la struttura del rapporto delle due obbligazioni politica e obbligazione contratto-scambio[26]. La rappresentazione grafica (in nota) da il senso della verticalità, del rapporto capo-seguito, dell’ineguaglianza per l’obbligazione politica; dell’orizzontalità, della parità e della reciprocità per l’obbligazione-scambio.
  1. Ne consegue che la connaturalità al rapporto politico del presupposto comando/obbedienza si riflette anche sul diritto e sulla giustizia (Temi). A salvaguardare tuttavia l’ambito dell’altro diritto e dell’altra giustizia (Dike) c’è un altro presupposto del politico: pubblico/privato.
  • Come sopra cennato non c’è comunità politica senza la distinzione di pubblico e privato[27]. Non è vero né che siano esistite comunità senza “pubblico”; né che possano esistere (quando? dove?) senza “privato”.
  • La prima tesi è stata sostenuta per la feudalità medievale; nel Medioevo molto spesso rapporti politici erano trattati e regolati come privatistici, e ancor più, senza distinguerli chiaramente. Una descrizione di ciò ce ne da Hegel (ordinamenti perpetuatasi nel Sacro Romano Impero fino ai tempi del filosofo) nella Verfassung Deutschlands “Secondo il suo originario fondamento di diritto il diritto statale tedesco è quindi propriamente un diritto privato e i diritti politici sono un possesso legale, una proprietà… Poteri esecutivi, legislativi, giudiziari, spirituali, amministrativi sono mescolati, separati e congiunti nel modo più disordinato, confusi e distinti nelle parti più ineguali, proprio così molteplici come la proprietà dei cittadini in quanto privati; e il fondamento giuridico di entrambi è lo stesso”[28]. Tuttavia che determinati rapporti fossero pubblici (ed altri privati) è provato dal permanere della classica distinzione ulpianea tra diritto pubblico e privato nella dottrina medievale, come da alcuni caratteri del rapporto tra signore e vassallo.
  • Quello che appare prevalente nel Medioevo è il trattamento giuridico “privatistico” dei rapporti pubblici. Persino i regni romano-barbarici erano considerati divisibili come proprietà privata, mentre l’indivisibilità degli stessi costituiva una delle prime caratteristiche del (nascente) Stato moderno.
  • Quanto all’inverso, nessuno l’ha mai visto. Anche nei totalitarismi del XX secolo sono state riservate aree ad attività sociale di carattere privato. L’annullamento della distinzione – e del politico (si badi bene) – è un obiettivo dell’utopismo, e più specificamente connotato della “società senza classi” immaginata da Marx e dai marxisti e che nessuno ha mai realizzato (perché irrealizzabile), quindi rimasta nell’immaginario.
  • Né è da credere che altre utopie “deboli”, possano concretizzarsi. Quanto a quelle a carattere giudiziario, ossia con la sostituzione/implementazione del carattere e della funzione regolatrice dei Tribunali – cioè del potere giudiziario - rispetto a quelli politici (legislativo, esecutivo e pouvoir neutre), possono comunque più appropriatamente essere ricondotte alla distinzione di Hauriou tra Temi e Dike (diritto disciplinare e diritto comune): così la proliferazione di Corti e Tribunali internazionali su rapporti privatistici, che di tale giuridiarizzazione è la spia quantitativamente prevalente.
  • L’epoca rivoluzionaria iniziò (anche) con il ripudio sia dell’invadenza dei poteri pubblici nella società civile sia più specificamente della burocrazia. Ad esempio di ciò si possono citare (tra i tanti) i discorsi di Robespierre[29] e Saint-Just alla convenzione[30]. Tuttavia la necessità sia del funzionamento dello Stato moderno che della soddisfazione delle pretese dei cittadini lavoravano per l’estensione dei poteri pubblici, onde era necessario realizzare mezzi per equilibrarli. Per l’Italia unita fu di affidare il compito di garantire i diritti e quindi limitare il potere pubblico (soprattutto) con il controllo giudiziario, prima dei Tribunali ordinari (v. all. E L. 22/06/1865, n. 2248) per la tutela dei diritti soggettivi poi istituendo la giurisdizione amministrativa per la protezione degli interessi legittimi. L’opera di Silvio Spaventa, com’è noto, fu di particolare importanza per l’istituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato[31].
  • All’uopo, sulla scorta di quanto già fatto in Francia, Germania ed Austria-Ungheria Spaventa proponeva l’istituzione del giudice amministrativo. Nel celebrarne l’avvio con il discorso per l’inaugurazione della IV Sezione del Consiglio di Stato sottolineava la difficoltà di concepire una giurisdizione tra due parti in cui la volontà di uno era in “relazione di superiorità costante nell’altra”[32]; e riconduceva la nuova istituzione ad una nuova forma dello jus ispectionis “È questo il supremo diritto d’ispezione, di cui nessun governo poté fare mai a meno nell’esercizio delle funzioni degli organi suoi” il quale “in tale sfera dell’organismo amministrativo (ossia nel Consiglio di Stato e) meno accessibile agli influssi di parte e degli interessi particolari”[33]. D’altra parte era luogo comune rilevare, già nei primi decenni dopo l’unificazione, l’enorme aumento di funzioni, personale, spese pubbliche[34].
  • Quindi la soluzione, data la crescente amministrativizzazione della società, era di estendere il controllo giudiziario sulle P.P.A.A. sia in relazione ai diritti soggettivi che agli interessi legittimi.
  • Tuttavia tale controllo giudiziario mutuava dalle situazioni di inuguaglianza sostanziale anche altre di disparità processuale (v. sopra ai punti 3-4-5 del § 2, nonché per la legislazione discriminatoria degli ultimi trent’anni la nota 13)[35]. Ma quanto sopra ricordato non è esauriente: basti ricordare che né illo tempore né oggi sono ammesse nei giudizi davanti al Giudice amministrativo e tributario tutte le prove previste dal c.p.c.: anche se, spesso, tali eccezioni non privilegiano esplicitamente le PP.AA., realizzano di fatto disparità, perché quasi sempre la parte su cui grava l’onere di provare i fatti è quella privata[36], che si trova così a doversi difendere con un braccio legato dietro la schiena.
  1. Negli anni ’70 e soprattutto’80, si è diffusa in Europa l’inversa tendenza a de-pubblicizzare o a privatizzare imprese, servizi, beni d’appartenenza pubblica. Il tutto però in Italia non limitava o limitava solo marginalmente l’incidenza del “pubblico”. All’uopo basti notare che se il prelievo fiscale sul PNL – cioè il principale indice dell’invadenza pubblica – nel 1980 era di poco più del 30%, nel 2016 era oltre il 40%.
  • Il termine “privatizzazione” ha denotato peraltro diversi modelli di (pretesa) riduzione dell’intervento pubblico, che di seguito ricordiamo.
  • 1) Privatizzazione formale; ossia cambiamento dello status giuridico da amministrazioni ed enti pubblici a società di diritto privato.
  • 2) Privatizzazione sostanziale, con la vendita a privati delle imprese.
  • 3) Quanto al “tipo”, la privatizzazione è intesa:
  1. a) Privatizzazione come restituzione al mercato di categorie di attività e di rapporti prima considerati ‘pubblici’ per l’assunzione diretta da parte dello Stato; in particolare i servizi pubblici.
  2. b) Privatizzazione come ‘depubblicizzazione’ di apparati che erano stati considerati pubblici per una valutazione anche etico-politica, come IPAB e alcune aziende di credito.
  3. c) Privatizzazione come ‘aziendalizzazione’: il processo di privatizzazione si realizza con la trasformazione dei criteri organizzativi e gestionali “privatistici”, nonché con l’introduzione di criteri di responsabilizzazione per la gestione di strutture che continuano a restare pubbliche. Cambia cioè la regolamentazione ma non l’appartenenza.
  4. d) Privatizzazione come adozione (parziale) di modelli privatistici, in particolare per l’impiego pubblico e per l’organizzazione degli uffici[37].
  • Tali modelli – che spesso si fondono o si mischiano in concreto – possono dividersi in privatizzazioni quanto all’appartenenza e privatizzazione quanto alla regolazione, con forme “miste”.
  • Tuttavia almeno in Italia le privatizzazioni, tanto esternate e discusse, hanno influito poco o punto sul “tasso d’invadenza” del pubblico: oltre ai dati del prelievo fiscale, anche quelli relativi alla spesa per i dipendenti pubblici lo confermano: nel 1980 il costo complessivo del lavoro dipendente pubblico era di € 21.822,00 (valore 2005); nel 2005 di € 155.533,00 (fonte Eurispes)[38]. Per quanto qui interessa, occorre vedere se la “privatizzazione” abbia modificato la disparità tra Temi e Dike.
  • In effetti principalmente (ma non esclusivamente) con il dlgs 80/1998 e il dlg 165/2001 è avvenuto un “rimaneggiamento” delle giurisdizioni amministrativa e ordinaria che in un (non indifferente) clima di incertezza ha fatto sì che alcune materie (ad esempio quasi tutto il pubblico impiego) prima appartenenti all’una sono         passate all’altra e viceversa. Ma a parte il fatto che per il giudizio dinanzi il Giudice ordinario il regime probatorio è più esteso ( e quindi più favorevole alla parte privata), nessuna disparità è stata eliminata sul piano sostanziale. L’atto amministrativo continua ad essere esecutivo, onde il privato che prima avrebbe dovuto chiedere, per bloccare l’attività di coazione da parte della P.A., la sospensiva al TAR, ora ha la soddisfazione di chiedere l’inibitoria al G.O.
  • L’esecutorietà dell’atto (è iscrivibile nell’autotutela della P.A.) è un convincimento plurisecolare (in effetti un residuo dell’assolutismo), argomentato (un tempo) non tanto dalle fonti di diritto positivo, bensì da premesse generiche come dalla presunzione di legittimità dell’atto amministrativo, e soprattutto da esigenze pratiche.
  • Hauriou per il diritto francese considerava intrinseco all’istituzione il potere di dominio (pouvoir de domination) che comportava la coercitio[39], ossia l’esecuzione con la forza di cui l’apparato dell’istituzione dispone. Così alle amministrazioni competeva un potere coercitivo generale[40].
  • Neanche ha avuto soluzione favorevole alle parti private l’altra questione, se l’impugnazione dell’atto davanti al Giudice ne sospenda l’eseguibilità. Almeno davanti al Giudice amministrativo l’esecutività (tanto che occorre chiederne e ottenerne dal Giudice la sospensione) è legislativamente prescritta, diversamente che in altri Stati dell’Europa Continentale[41]. Essa è parimenti prevista dal vigente art. 47 del Dlgs 546/92 per il Giudice Tributario.
  • In sostanza la situazione è invertita rispetto a quanto disposto per le liti tra privati, in particolare per i provvedimenti monitori e di sfratto. Lì il decreto del Giudice di accoglimento è di regola non esecutivo (in via d’eccezione e su richiesta di parte può essere esecutivo); acquista esecutività se l’intimato non fa opposizione davanti al Giudice (così anche per lo sfratto); provvedimenti sull’esecuzione, pendente il giudizio, posso essere emessi solo dal Giudice (su istanza di parte). La disparità con le liti contro la P.A. è evidente.
  • Altro punto dolente è la presunzione di legittimità dell’atto amministrativo per definire la quale ci serviamo di una recente massima del Consiglio di Stato “Gli atti amministrativi se presumono legittimi fino a quando non intervenga provvedimento di annullamento giurisdizionale o di autotutela amministrativa” (C. Stato, sez. VI, 30/12/2014, n. 6422); e della Corte di Cassazione “Gli atti ed i certificati della P.A., essendo assistiti da una presunzione di legittimità, in difetto di prova contraria, possono essere posti a base della decisione anche quando la P.A. che li ha emessi sia parte in causa” (Cass. civ., sez. III, 02/03/2012, n. 3253) ambedue ripetitivi di una giurisprudenza più che centenaria.
  1. Da quanto scritto risulta che, ancorché gli ambiti siano largamente coincidenti, quello di Temi non può essere coestensivo a diritto pubblico, né quello di Dike a diritto privato. Non solo perché detti ambiti sono determinati da decisioni politiche, e quindi variano secondo gli ordinamenti.
  • Se partiamo della nota affermazione di Ulpiano publicum just est quod ad statum rei romanae spectat, privatum quod ad singularum utilitatem, e la combiniamo con quella Temi/Dike (basata non sulla distinzione pubblico/privato ma su quella comando/obbedienza) si possono avere quattro combinazioni: Temi/pubblico; ma anche Temi/privato, Dike/privato, Dike/pubblico. A parte la prima e la terza, (che sono “naturali”) esistono nella storia anche la seconda e la quarta, ossia il trattamento di rapporti privati in modo non egualitario o viceversa di materie o rapporti pubblici con regole paritarie. Di quest’ultime l’esempio più frequentato è il diritto medievale; della seconda il diritto attualmente vigente.
  • Basti dire che nell’ordinamento feudale era normale muovere guerra, attività sicuramente pubblica, assumendo con strumenti negoziali truppe mercenarie volontarie, pagandole con gli affitti, i canoni e vendite dei beni patrimoniali del capo politico (il signore feudale) o anche ottenendo crediti garantiti con i beni del medesimo. In uno Stato patrimoniale questo è la regola. Anche nello Stato moderno l’attività di diritto privato della P.A. è attribuita a Dike.
  • Quanto all’altro tipo, ossia Temi/privato, che è quello più frequente nello Stato moderno, dipende sia dalle concezioni eudemonistiche del potere e più ancora dalla (spesso illusoria) convinzione che i governanti sappiano (e agiscano) meglio dei governati perché conoscono meglio di questi quali siano le scelte più opportune per tutti. Ne consegue che, per tanto bene e cotanta scienza (del bene e del male), è opportuno sacrificare diritti e pretese dei sudditi. Un eudemonismo politico alla Federico II, paternalistico (e, a differenza del re prussiano, interessato). Di guisa che a questi appariva naturale mandare i granatieri per costringere i contadini della Pomerania a seminare patate (mezzi pubblici per scelte private) e ancor di più limitare i diritti dei sudditi per la necessità dello Stato (ma la storia del mugnaio di Sans-Souci prova che, a differenza di tanti maldestri eredi, aveva il senso del limite).
  • Comunque accadde con sempre maggiore frequenza, come scrive (per l’Ancien régime) Tocqueville, che il monarca, nel regolare materie, disponesse che tutte le controversie, anche tra privati, fossero decise dal funzionario (o da un collegio) amministrativo. Così Temi cresceva, anche al di fuori del proprio orto.
  • Sempre fuori da quell’orto erano le liti tra privato e privato, se concessionario della P.A., spesso improponibili per secolare giurisprudenza arrivata ai tempi nostri (v. tra i tanti, da ultimi Cass. SS. UU. 07/12/1974, n. 4087); così le azioni possessorie, ove le attività contestate al concessionario formino oggetto del provvedimento concessorio. Con ciò si costituivano processi privilegiati anche per soggetti non pubblici, comunque esercenti attività (ritenute) di pubblico interesse. Il che avviene in molti altri casi come, ad es., le espropriazioni-occupazioni per pubblica utilità[42] (con cui si protegge anche l’espropriante/occupante)[43]. In buona sostanza alcune situazioni di favore si estendono anche ai soggetti privati favoriti dal potere amministrativo con propri atti. Peraltro vi sono atti e provvedimenti che, per loro natura (Barile) non sono impugnabili davanti al giudice (amministrativo ed ordinario) come gli “atti politici”, denominati in Francia actes des gouverment, pertanto non justiciables.
  • D’altra parte è evidente che né è possibile l’esistenza di uno Stato senza Temi, né senza Dike. La prima può non avere neppure forma giurisdizionale (come negli stati borghesi di diritto), ma essere esercitata attraverso provvedimenti amministrativi di riesame, revisione (autodichia) come, prevalentemente, negli Stati “assoluti” ma è sempre insostituibile, come l’altra. Hauriou sostiene perché ambedue hanno la loro radice in caratteristiche dell’uomo, come essere sociale (v. nota 1).
  • E dato che queste sono costanti, non è possibile eliminarle. Il rapporto comando/obbedienza, ragione della disparità, è presupposto del politico, quindi non eliminabile. Anche se temperato dai principi dello Stato borghese (distinzione dei poteri, separazione di Stato e società civile, nazionalizzazione e funzionalizzazione delle potestà pubbliche) non è azzerabile, perché l’istituzione perderebbe carattere, organizzazione e capacità d’azione politica. Lo stesso per Dike: a tacer d’altro, almeno il commercio con chi non è suddito può svolgersi solo su base paritaria, anche se estremamente limitato.
  1. Scriveva Tocqueville, riferendosi all’ancien régime ed alle giustizia amministrativa che “In Europa non v’era paese in cui i tribunali ordinari dipendessero meno dal Governo che in Francia; ma non ve ne era neanche in cui fossero più in uso i tribunali straordinari”[44].
  • La finalità della costituzione di tali uffici straordinari era disporre, per gli affari d’interesse del sovrano di “una specie di tribunale più dipendente, che presentasse ai suoi sudditi qualche apparenza di giustizia, senza farne temere a lui la realtà”[45].
  • Quanto a una delle ragioni di ciò, Tocqueville la esternava citando il giudizio, a tale proposito, di un intendente dei Borboni “Il giudice ordinario è sottoposto a regole fisse, che lo obbligano a reprimere ogni fatto contrario alla legge; ma il consiglio può sempre, per uno scopo utile, allontanarsi dalle regole”[46]. Quindi in termini weberiani meno regolazione, più azione. La conseguenza era, malgrado la buona intenzione, l’abuso: “In base a questo principio, si vedono spesso l’intendente o il consiglio avocare a sé processi che solo per un legame invisibile si riallacciano all’amministrazione pubblica o che anche palesemente non vi si riallacciano affatto”[47].
  • Né è da credere, scriveva il pensatore francese, che con la fine della monarchia la situazione fosse granché migliorata, come pensavano i giuristi a lui coevi[48], infatti se, nel regime monarchico gli sconfinamenti tra potere esecutivo e giudiziario erano reciproci “A volte si permetteva ai tribunali di emanare regolamenti di amministrazione pubblica, cosa palesemente fuori della loro giurisdizione; qualche volta si interdiceva loro di giudicare autentici processi, escludendoli così dal dominio loro proprio”[49], dopo la rivoluzione “abbiamo scacciato la giustizia dalla sfera amministrativa nella quale l’antico regime l’aveva lasciata molto indebitamente introdursi, ma, nello stesso tempo, come si vede, il governo si introduceva di continuo nella sfera propria della giustizia e noi ve lo abbiamo lasciato; come se la confusione di poteri non fosse altrettanto pericolosa in questo campo quanto nell’altro e anche peggio; perché l’intervento dell’amministrazione pubblica nella giustizia corrompe gli uomini, tende a renderli servili e rivoluzionari a un tempo”.[50]
  • 9 La situazione di ineguaglianza, di deroga al diritto comune è stata ulteriormente accresciuta in Italia con le “riforme” dagli anni ’90 in poi, volte soprattutto a ridurre il debito pubblico. Obiettivo clamorosamente mancato, a dispetto (anche) della giustizia. E’ da chiedersi se ne valga la pena, dato il deludente risultato per finanze pubbliche e giustizia, conservarlo. Il tutto peraltro si è aggiunto a limitazioni di prestazioni del settore pubblico (dal blocco della perequazione delle pensioni all’incremento dei ticket sanitari e così via) spesso non ingiustificate, ma il cui effetto è stato moltiplicato dal rallentamento (fino, talvolta all’eliminazione processuale) della realizzazione delle pretese (e dei relativi mezzi di tutela).
  • Data la garanzia costituzionale di certi diritti (v. art. 24, 97 e 11 Cost.), in particolare di quello d’azione in giudizio, il tutto non si è potuto realizzare con mezzi espliciti e diretti come l’“avocazione” e la “riserva” di contenzioso a uffici amministrativi, ma in modi indiretti con la prescrizione di adempimenti e termini sconosciuti ai processi tra privati, e la sottrazione di mezzi istruttori apparentemente incidente su ambo le parti del giudizio, ma di fatto gravante quasi esclusivamente su quella privata, anche per i persistenti privilegi di quella pubblica, come la “presunzione di legittimità”[51].
  • Per esempio che senso ha scrivere come negli atti 1-2 del C.p.a. (D.Lgs. 267/2010 n. 104) che “La giurisdizione amministrativa assicura una tutela piena ed effettiva secondo i principi della Costituzione e del diritto europeo… Il processo amministrativo attua i principi della parità delle parti, del contraddittorio e del giusto processo previsto dall’art. 111, primo comma, della Costituzione”, quando qualche articolo più in la, si prosegue a sottrarre alle parti (di fatto, quasi sempre a quelle private) dei mezzi di prova? (v. per il processo tributario la nota 36).
  • Ovvero emanare una legge (L. 27/07/2012 n. 212 c.d. “Statuto dei diritti del contribuente”) piena di buoni propositi, peraltro in parte attuati. Tra gli altri (art. 8) la previsione della estinzione per compensazione delle pretese tributarie (parzialmente concretizzata). Qualche anno dopo un Presidente del Consiglio si proclamava “sdegnato” a chi gli faceva notare che detta previsione normativa era rimasta, dopo 10 anni, realizzata in piccola parte. Nessuno rilevava che un Presidente del Consiglio avrebbe dovuto far applicare la legge e non “sdegnarsi”.
  • Dato che le terapie su ricordate non guariscono, ma anzi peggiorano la malattia c’è da chiedersi pertanto se la cura non debba essere l’inverso: dimagrire Temi a vantaggio di Dike, riducendo decisamente la disparità (sostanziale e processuale) tra parte pubblica e privata.
  • Si potrebbe obiettare che, da un lato, una certa evoluzione legislativa (v. per la portata generale l’art. 11 della L. 241/90 e successive modifiche) ha reso più agevole l’uso da parte della P.A. di strumenti negoziali (e quindi privatistici). Ma si può replicare che l’uso rientra sempre nella discrezionalità della pubblica amministrazione alla quale spetta di scegliere l’uno o l’altro.
  • Dall’altro che la P.A. ha in ogni caso capacità di diritto privato, in genere, attribuito alla cognizione di Dike. Il fatto è che proprio lo strumentario derogatorio costruito dagli anni ’90 in poi (aggiuntosi a quello esistente) non discrimina tra obbligazioni derivanti dall’esercizio di potestà pubbliche (quindi autoritative) come un indennizzo per espropriazione, una sanzione e così via a quelle conseguenti a rapporti (e/o atti) c.d. paritetici (come il pagamento di locazioni, forniture di beni e servizi, stipendi al personale e altro) ma tra creditore (per lo più privato) e debitore (pubblico). Ad esempio (tra i tanti) l’art. 482 c.p.c. come integrato dalla L. 28/02/1997 n. 30 la quale dispone che quando debitore è lo Stato od enti pubblici non economici, il creditore non ha diritto di procedere esecutivamente prima di 120 giorni dalla notificazione del titolo esecutivo (invece, se è privato, non si deve attendere neppure un giorno).
  • Un tempo la giurisprudenza interpretava la legislazione (allora) vigente escludendo la giurisdizione dell’A.G.O. sulle liti derivanti da atti d’impero e l’ammetteva soltanto su quelle che traevano origine da atti di gestione. Circa gli atti di gestione o, secondo la terminologia meno risalente, circa l’attività di diritto privato della p.a., la giurisprudenza ha dubitato a lungo se dovessero valere le stesse limitazioni; ma da oltre cinquant’anni ha condiviso l’opinione che, per le attività di diritto privato delle P.P.A.A. (e salvo norme contrarie esplicite) valgono le regole di diritto comune. Ma tale interpretazione, pur favorevole alle prerogative della P.A., non parve sufficiente negli anni ’90 del secolo scorso. Occorreva accrescere le disparità tra diritto (e processo) vigenti tra privati e quello tra privati e poteri pubblici, e fu fatto.
  • Mentre quindi un tempo, Temi era la strada con cui si privilegiava l’esercizio di potestà pubbliche, oggigiorno la Temi bulimica è dovuta alla volontà di (sottrarsi o) differire l’adempimento d’obbligazioni, per lo più paritetiche. Basti all’uopo rilevare che della spesa pubblica, circa il 30% va in pensioni, e circa il 12% in prestazioni sanitarie: quasi tutti gli atti e le obbligazioni relative che ne conseguono sono paritetici. Com’è logico, data l’espansione dello Stato sociale.
  1. Verso la fine degli anni ’90, il Parlamento decise una modifica dell’art. 111 della Costituzione, volta, evidentemente, data la lettera della norma che ne risultava, a garantire più diritti all’imputato nel processo penale. Tuttavia tra la diffusa e particolare attenzione a tale tipo di processo il II comma del testo così novellato dispone (per ogni processo) che: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo ed imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.
  • Malgrado questa buona intenzione le situazioni di disparità tra le parti, sia quelle espressamente enunciate (quali deroghe o privilegi a favore della P.A.), sia quelle “occultate” o “mascherate” (come ad es., le limitazioni alle prove, che di fatto colpiscono, tenuto conto dei privilegi a favore della P.A., la parte privata) non erano rimosse, ma anzi irrobustite[52]. Anche se, almeno negli anni ’90, l’irrobustimento delle disuguaglianze era rivolto specialmente alla fase d’esecuzione dei provvedimenti giudiziari a carico della P.A.[53]. La regolamentazione dei giudizi di cognizione tra privati e PP.AA. rimaneva più o meno inalterata, senza adeguamenti al nuovo testo dell’art. 111 della Costituzione, ma senza significativi peggioramenti[54].
  • Il tutto si coniugava, in peggio, con i tempi biblici della giustizia italiana.
  • Onde per realizzare pretese verso la P.A., nel senso più volte chiarito dalla giurisprudenza nazionale e internazionale di ottenere il “bene della vita” oggetto della domanda giudiziaria, occorrono decenni perché altro è ottenere una sentenza se questa sia destinata ad essere eseguita a distanza di anni per cui sommando i tempi del processo di cognizione con quelli opportunamente dilatati dall’esecuzione, occorrono decenni dalla scadenza dell’adempimento.
  • Di quanto una normativa del genere possa giovare, non solo – che è quello che più conta – ai diritti dei privati, ma anche all’interesse pubblico e alla “lotta alla corruzione” è agevole dubitare.
  • Sta di fatto che, proprio quando si moltiplicavano le norme derogatorie, il debito pubblico non scendeva, malgrado l’aumento considerevole del prelievo fiscale, ma anzi, dopo qualche modesta riduzione, riprendeva ad aumentare. Segno che tutti quei sacrifici imposti ai privati non sono serviti a niente.
  • Oltretutto rendono appetibile il ricorso a pratiche dilatorie anche norme e fatti, apparentemente non dettati per la P.A.: così il bassissimo livello del saggio d’interesse legale il quale (non casualmente il più grande debitore italiano è lo Stato) consente alle P.P.A.A. di finanziarsi a carico dei creditori a un costo molto più basso di quello di mercato[55]. O il continuo aumento (ed estensione) del “contributo unificato”: il quale non casualmente è più alto per le liti davanti al G.A.; mentre per quelle tributarie, un tempo esenti, è stato istituito solo nel 2011. Ovvero la prassi sempre più diffusa di condannare alla rifusione delle spese di giudizio se a soccombere è la parte privata; a compensarle se è quella pubblica[56].
  • Quando l’attuale governo italiano si propone (tra le tante nella legislazione vigente) di abrogare la norma che inverte l’onere della prova per determinate liti tributarie fa quindi opera meritoria, ma piccola e parziale. C’è molto da fare per ricondurre Temi ad una dimensione meno ridondante e meno incivile.
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • [1] V. “Le droit national est un composé de ce quel les Grecs appelaient la Thémis, c’est-à-dire la vieille discipline juridique des familles, et de ce qu’ils appelaient la Dikè, c’est-à-dire la nouvelle justice interfamiliale, née des réparations motivées par les crimes et les torts causés de groupe à groupe”, op. cit., p. 88 e prosegue “Il faut cependant distinguer le droit disciplinaire et le droit commun. Toutes les institutions enfantent un droit disciplinaire que et en ce que, devant les tribunaux qui l’appliquent, il n’y a pas de parties égales l’une à l’autre. Il existait un droit de ce genre à l’intérieur des familles patriarcales et des clans primitifs : les Grecs appelaient Thémis cette sorte de justice organique, faisant corps avec l’institution elle-même… Mais, à côte de cette justice disciplinaire intérieure aux groupes primitifs, s’était constituée une autre justice que les Grecs appelaient Diké ; celle-là était extérieure aux groupes, intergroupale, interfamiliale, et nous dirions aujourd’hui internationale ; elle avait pour organes des tribunaux d’arbitres, devant lesquels les parties étaient égales l’une à l’autre… Alors que la Thémis prenait sa source dans l’organisation sociale, la Diké prenait la sienne dans la sociabilité humaine, qui ne perd pas ses droits même vis-à-vis des étrangers, même vis-à-vis des ennemis… On peut dire de ce droit commun qu’il était né avant la cité, c’est-à-dire avant l’Etat. Sans doute, ensuite, il fut intégré progressivement dans l’Etat, à mesure que celui-ci assuma le service de la justice et celui de la législation. Mais il ne fut jamais inhérent à l’institution de l’Etat comme l’avait été, par exemple, le droit pénal public primitif, qui était disciplinaire”.
  • [2] “Cette discipline peut être envisagée, soit du point de vue du groupe, soit de celui des individus” op. cit., da ciò “Le droit disciplinaire, qui représente l’intérêt du groupe exprimé par la coercition du pouvoir de domination, et le droit statutaire qui représente l’intérêt du groupe exprimé par l’adhésion individuelle des membres aux procédures collectives de la vie corporative, se font contrepoids l’un à l’autre”.
  • [3] “Quand une organisation a été créée à l’intérieur d’une institution et s’est implantéè d’une certaine façon, elle est liée à l’existence même de celle-ci, on sent qu’on ne pourrait pas arracher l’une sans détruire l’autre” op. cit., p. 137 e poco dopo “Le pouvoir disciplinaire s’appuie sur la force propre que l’institution a conscience d’avoir pour se faire justice elle-même” op. cit., p. 139.
  • [4] Op. cit. p. 144
  • [5] Op. cit. p. 144
  • [6] Op. cit. p. 144
  • [7] E prosegue “Tandis que, dans la société politique, les hommes sont tenus en groupe par leur soumission à la discipline d’une même institution, dans la société économique, ils sont tenus en relation les uns avec les autres par leur collaboration à l’œuvre commune de la satisfaction des besoins humains… On doit donc opposer les «situations de dépendance» aux «rapports de collaboration»… tendent à engendrer deux formes de société et deux formes de droit qui se déterminent, l’une en institutions politiques, l’autre en rapports ou relations du commerce juridique” , op. ult. cit., p. 177.
  • [8] Op. ult. cit. p. 180 e prosegue “ L’institution politique n’est pas une forme sociale qui se suffise, pas plus quel les rapports du commerce juridique n’en sont une. La véritable position de la question est de considérer la société complète comme composée des deux éléments de l’institution politique et du commerce juridique, et, quant à la combinaison des deux forces avec actions et réactions réciproque, mais avec légère suprématie de l’institution politique affirmée par le seul fait de l’existence des États”.
  • [9] Op. cit. p. 181.
  • [10] V. Hauriou op. ult. cit. 134, 139
  • [11] V. in Italia la prevalente giurisprudenza sull’art. 4, II comma, dell’all. E L. 2248/1865 i. v. sul diritto francese M. Hauriou Précis de droit administratif et de droit public, 12ª ed., Paris 1932 p. 455.
  • [12] Il disordine è apparente, perché lo scopo di tutte le norme è lo stesso: impedire o ritardare i pagamenti dei creditori della P.A..
  • [13] Si rammentano alcuni degli interventi legislativi e delle prassi benevole verso gli apparati pubblici e proprio per questo lesive della parità tra cittadini e poteri pubblici, ricordando che sono solo una parte di quanto disposto nello stesso senso. Con l’art. 11 della legge 19 marzo 1993, n. 68 concernente “disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica”, si integrava l’art. 24 della L. 720/84 del comma 4 bis. In particolare si precisava che non sono ammessi atti di sequestro o di pignoramento presso soggetti diversi dal Tesoriere dell’Ente. Con una norma siffatta il sistema per non pagare il creditore è semplice: basta far andare in “rosso” il conto presso il Tesoriere e dirottare su altre disponibilità le liquidità dell’Ente. La limitazione del soggetto “terzo pignorato”, ha, di fatto, come conseguenza di rendere impignorabili le somme liquide e disponibili. Ma i trucchi non finiscono qui. L’art. 1 del D.L. 8/1/93 n. 9, convertito con L. 18/3/93 n. 67, dispone: “le somme dovute a qualsiasi titolo dalle unità sanitarie locali e dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico non sono sottoposte ad esecuzione forzata nei limiti degli importi corrispondenti agli stipendi e alle competenze comunque spettanti al personale dipendente o convenzionato, nonché nella misura dei fondi a destinazione vincolata essenziali ai fini dell’irrogazione dei servizi sanitari”; ma anche tale norma pareva non bastare. Con l’art. 113 del D.L. 25/2/95 n. 77, si disponeva nuovamente: “1) Non sono ammesse procedure di esecuzione e di espropriazione forzata nei confronti degli enti locali di cui all’art. 1, comma 2, presso soggetti diversi dai rispettivi tesorieri. Gli atti esecutivi eventualmente intrapresi non determinano vincoli sui beni oggetto della procedura espropriativa …” Ciò che accomuna tutti questi espedienti, che hanno contribuito ad “abbattere i flussi di cassa”, è di aver agito sui diritti (processuali) dei creditori e sui poteri (processuali) del Giudice vanificando con limitazioni varie i diritti (sostanziali) delle parti. La Corte costituzionale con sprazzi di tutela ha annullato ogni tanto norme come quelle citate (v. sent. 29/6/95 n. 285; Corte Cost., 26-03-2010 n. 123); ma altri precetti simili alle disposizioni annullate sono state emanate prontamente. Il tutto era (ed è) aggravato da atti amministrativi (anche a contenuto normativo) quindi emanati dal complesso governo/amministrazione (come il D.M. 1/9/98 n. 352, annullato dal Consiglio di Stato), che limitano ulteriormente i diritti di categorie di creditori. Oltretutto negli ultimi dieci anni è invalsa la prassi che, nelle liti tra Pubbliche amministrazioni e parti private, se soccombono le prime, molto raramente si vedono accollate le spese di giudizio, dovute per legge (possono essere motivatamente ed eccezionalmente compensate, ma nei fatti, lo sono quasi sempre, sicchè l’eccezione è divenuta regola); mentre se a soccombere sono i cittadini quasi sempre sono condannati al pagamento delle stesse. Inoltre in una situazione in cui il principale debitore è lo Stato italiano (il debito pubblico è pari ad oltre il 130% del prodotto interno lordo) non solo s’intralcia con leggi ad hoc il pagamento dei debiti ma si agevola lo Stato debitore fissando (con decreto ministeriale) tassi d’interesse praticamente inesistenti (attualmente è lo 0,10%), incentivando così il mantenimento dell’ (abnorme) debito pubblico a costo (praticamente) zero relativamente a certe classi di creditori (cui è imposto il tasso), ma praticando tassi più vantaggiosi per altre classi che prestano a condizioni di mercato (soprattutto banche, fondi d’investimento, assicurazioni). Combinando saggi d’interesse inesistenti con la moltiplicazione d’intralci alla realizzazione dei crediti (e con l’abituale lentezza della giustizia italiana) si ha una moratoria (a tempo indeterminato) dei debiti pubblici verso alcune classi di creditori (quasi tutte). Il tutto presuppone l’esercizio del potere coercitivo: al creditore sgradito che non si vuole soddisfare si applicano disposizioni di legge, regolamentari, atti amministrativi, circolari. A quello favorito si paga subito e con interessi di mercato.
  • È ricorrente poi il divieto di compensazione tra crediti e debiti delle P.P.A.A. verso i privati. Qualche anno orsono un Presidente del consiglio si proclamava sdegnato verso le proposte di estendere la compensazione tra debiti e crediti verso lo Stato.
  • Tanto sdegno, invece che verso qualche uomo o partito politico, avrebbe dovuto essere indirizzato verso Giustiniano, il quale con una propria costituzione del 531 d.C., l’aveva resa di portata generale “compensatio ex omnibus actionibus ipso jure fieri sancimus …” (C, IIII,31,14) per cui (al più tardi) da quasi quindici secoli è diritto comune.
  • Un principio elementare, ispirato a razionalità e giustizia, fondato sulla parità delle parti ed assai ostico a sopportare da un apparato pubblico che si mantiene grazie ai denari dei governati.
  • [14] Tale legislazione è spesso giustificata con la situazione di emergenza della finanza pubblica. Ma è chiaro che, come sa qualsiasi bonuspaterfamilias, il modo migliore per ridurre il disavanzo pubblico è pagare i debiti e non procrastinarli (quindi perpetuarli) nel tempo.
  • [15] V. Précis des droits constitutionnel cit. p. 97-98.
  • [16] V. Lezioni di politica vol. 2, Bologna 2011 p. 153 e prosegue “dentro l’aggregazione politica che vediamo moltiplicarsi singoli individui, fra gruppi familiari che sussistono all’interno dell’aggregazione politica e per fini distinti da quella generale dell’obbligazione politica”. In relazione a ciò sorge il problema se “le relazioni politiche si distinguano in maniera integrale e stabile, sotto tutti i profili, dalle relazioni che politiche non sono?” la cui conseguenza è “come e fino a che punto si differenziano, sempre che si differenzino, l’obbligazione politica e l’obbligazione «contratto-scambio»?
  • [17] Op. cit., p. 180
  • [18] V. L’essence du politique, Paris 1965, p. 270.
  • [19] Op. cit., p. 271.
  • [20] Op. cit., p. 271 (il corsivo è mio).
  • [21] Op. cit., p. 272.
  • [22] Op. cit., p, 84
  • [23] Op. loc. cit..
  • [24] V. sulle regolarità Miglio op. cit., p. 83 ss.
  • [25] V. sempre Miglio op. cit., p. 184
  • [26] Struttura del rapporto:
  •    Capo politico                                  Interindividualità, reversibilità
  •          A-B-C                                                          A«-----»B
  • [27] In effetti i presupposti del politico sono tre: comando/obbedienza, pubblico/privato, amico/nemico. V. J. Freund op. cit.
  • [28] V. op. cit., trad. it. a cura di A. Plebe, Bari 1961, pp. 26-27.
  • [29] Ad esempio nel progetto di dichiarazione dei diritti proposto da Robespierre alla Convenzione è interessante, ai nostri fini, soprattutto l’art. 25 in cui si proclama “In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà pubblica ed individuale contro l’abuso dell’autorità di coloro che governano. Ogni istituzione che non consideri il popolo come buono e il magistrato come corruttibile è difettosa” (com’è noto, tale espressione non fu inserita nella dichiarazione del 1793). E nel discorso pronunziato alla Convenzione il 10 maggio 1793, Robespierre disse “Mai i mali della società provengono dal popolo, bensì dal governo. E non può essere che così. L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse di un uomo che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha bisogno d’altro che di anteporre se stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo
  • [30] Nel rapporto presentato alla Convenzione a nome del Comitato di salute pubblica il 19 vendemmiaio dell’anno II (10 ottobre 1973) scrive: “Tutti coloro che il governo impiega sono parassiti; e nel successivo rapporto del 23 ventoso dell’anno II (13 marzo 1794) rincara “C’è un’altra classe corruttrice, è la categoria dei funzionari... Tutti vogliono governare, nessuno vuole essere cittadino. Dov’è dunque la comunità politica? Essa è quasi usurpata dai funzionari
  • [31] Nei saggi (e discorsi) raccolti nel volume La Giustizia nell’amministrazione (Torino 1999) scrive “È evidente che, quanto il potere dello Stato è più grande, altrettanto, se non è più facile che esso ne abusi, maggiore però, per l’estensione sola del suo potere, può essere il numero dei suoi abusi. Il rimedio quindi, che si affaccia in prima alla mente di ognuno e contro gli abusi delle autorità pubbliche, è di restringere al possibile il loro potere. Ma è possibile oggi far questo?” e prosegue “Tutti i tentativi quindi, che faremo per diminuire le ingerenze dello Stato, a me sembrano pressoché vani: non è per questa via che si troverà il rimedio che cerchiamo”; è noto che, in materia di diritto pubblico, vigeva un diritto d’eccezione (rispetto a quello “comune”) diffuso “Nel tempo stesso che questa legge dell’abolizione del contenzioso amministrativo venne pubblicata, furono promulgate parecchie altre nostre leggi organiche di diritto pubblico; nelle quali, alle eccezioni già avvertite alla giurisdizione giudiziaria, ne furono aggiunte di ben più gravi… Ma tutte queste restrizioni colpiscono in generale le questioni di diritto pubblico, chiunque vi sia interessato, o individuo o persona collettiva”. Sosteneva poi che “la libertà oggi deve cercarsi non tanto nella costituzione e nelle leggi politiche, quanto nell’amministrazione e nelle leggi amministrative”.
  • [32] Op. cit., p. 223; poco dopo chiarisce “nei rapporti da una volontà superiore ad una inferiore (ed è questa la posizione dell’amministrazione pubblica verso il privato) l’interesse dell’una può essere, anzi è spesso, lasciato dalla legge senza limite, in contatto con l’interesse dell’altra. Ed è questo appunto il carattere di superiorità o d’autorità dell’una sull’altra” op. cit., p. 226.
  • [33] E prosegue “Di qui la necessità di un istituto nuovo, come di una nuova forma di organizzazione, di questo antico diritto d’ispezione dell’amministrazione pubblica su di se stessa, più consona alla coscienza progredita del diritto dei tempi nostri, ed al maggior bisogno di giustizia nelle pubbliche amministrazioni in proporzione della maggiore estensione degli interessi, a cui queste oggi hanno a provvedere”
  • [34] Tra gli altri ricordiamo Antonio Salandra il quale scriveva che i dati quantitativi dell’aumento ““dànno un’adeguata misura del bisogno sempre crescente di mezzi materiali e personali, che l’amministrazione risente per conseguimento dei suoi fini. La continua progressione dei bilanci e l’estensione di quello che fu detto funzionarismo non possono in alcun modo essere disconosciute” (il corsivo è mio); Vilfredo Pareto scriveva di “socialismo borghese” per denotare il sistema italiano. Giustino Fortunato in modo non lontano sosteneva che il socialismo attecchisce con facilità tra i funzionari pubblici “smarrito assai presto il contenuto etico, non indugiò a coltivare l’egoismo di categoria e a favorire i particolari sfruttamenti della piccola borghesia dominante, sempre più desiderosa di accrescere i pubblici uffici. sostituendo vaste imprese pubbliche, autoritarie e gerarchiche, alla libera concorrenza dei cittadini”.
  • [35] Dato che la legislazione derogatoria recente è prevalentemente rivolta a differire l’esecuzione dei crediti, tra cui quelli statuiti in sentenza, è peggiorativa dell’art. 4 della L.A.C. che obbliga le PP.AA. a “conformarsi alle sentenze”. E conformarsi significa eseguirli nell’oggetto, modi e nei tempi decisi.
  • [36] V. per il processo tributario (D.lgs. 546/92), non sono ammessi né il giuramento né la prova testimoniale, ed è dubbio che possa ammettersi anche l’interrogatorio formale; quello giurisdizionale amministrativo (v. art. 63 D.lgs. 2/7/2010 n. 104) la prova per testi è ammissibile, il giuramento e l’interrogatorio formale no. Va da se che la legislazione di settore prevede anche inversioni dell’onere della prova, esplicitamente a carico della parte privata.
  • [37] V. art. 5 c. 2 del d.lgs. n. 165 del 2001 dove è stabilito che «Nell'ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all'articolo 2, comma 1, le determinazioni per l'organizzazione degli uffici e le misure inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte dagli organi preposti alla gestione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro». Analoghe considerazioni possono essere svolte sull’aziendalizzazione dell’organizzazione dell’assistenza, almeno per quanto attiene alla riorganizzazione in Aziende pubbliche di servizi alla persona ai sensi del D. lgs. 207 del 2001.
  • [38] Anche se, a considerare la svalutazione della moneta, il divario è molto meno drammatico.
  • [39] V. Principes de droit public, Paris 1910, pp. 136 ss., in particolare p. 139.
  • [40] Ma non tutta la dottrina francese era d’accordo v. Duez e Deffere Tratté de droit amministrative, Paris 1952, p. 231.
  • [41] V. ad es. in Germania la legislazione istitutiva delle giurisdizioni amministrative disponeva che l’esecuzione degli atti amministrativi impugnabili fosse differita fino allo scadere del termine per proporre reclamo giudiziario, e che, proposto questo, rimanesse sospesa fino all’esito del giudizio, v. O. von Sarwey La giustizia nell’amministrazione in Trattato, Brunialtivol. VIII, p. 1047 ss., dove scrive “Dal concetto del potere pubblico (Staatsgewalt) consegue, ed è generalmente ammesso, che le autorità amministrative abbiano facoltà di condurre ad esecuzione le disposizioni, gli ordini, i provvedimenti emanati per fini od interessi pubblici… senza intervento dei tribunali, con azione coercitiva mediante minaccia od applicazione di multe… Questa facoltà è una derivazione del potere amministrativo ed è così indispensabile agli organi del pubblico potere, che senza di essa, i medesimi cesserebbero d’essere organi del pubblico potere”, poi cita le varie eccezioni, successivamente disciplinate dal § 80 della Vwgo del 21/01/1960. In Austria il § 64 della legge 21 luglio 1925 n. 274 sul procedimento amministrativo, dispose che i ricorsi presentati in termine utile contro gli atti dell’amministrazione ne sospendessero l’esecutorietà, salvo che fosse necessaria a causa di un periculum in mora per una parte o per la collettività.
  • [42] L’art. 52 della L. 25 giugno n. 2359, modif. con L. 18 dicembre 1879 n. 5188, sull’espropriazione per pubblica utilità dispone che “le azioni di rivendicazione, di usufrutto, di ipoteca, di diretto dominio, e tutte le altre azioni esperibili sui fondi soggetti ad espropriazione, non possono interrompere il corso di essa, né impedire gli effetti”
  • [43] Peraltro l’art. 7 del c.p.c. (D.Lg.s 02/07/2010 n. 104) ha disposto che il Giudice amministrativo conosce delle controversie “concernenti l’esercizio o mancato esercizio del potere amministrativo, riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti riconducibili anche mediatamente all’esercizio di tale potere, posti in essere da pubbliche amministrazioni…Per pubbliche amministrazioni, ai fini del presente codice, si intendono anche i soggetti ad esse equiparati o comunque tenuti al rispetto del principi del procedimento amministrativo”, mentre in linea generale ad essere oggetto della giurisdizione amministrativa erano i ricorsi contro gli atti e provvedimenti degli enti pubblici (v. art. 2 L. 06/12/1971 n. 1034). Ne deriva che ai soggetti equiparati, sono estese le disparità processuali. Questo malgrado le buone intenzioni del c.p.a.
  • [44] e proseguiva “Queste due cose avevano tra loro un rapporto più stretto di quanto non si immagini. Poiché il re non poteva quasi niente sulla sorte dei giudici; non poteva né revocarli, né trasferirli e, molto spesso, nemmeno elevarli di grado; poiché in una parola non li dominava né con l’ambizione né con la paura si era ben presto urtato di questa indipendenza”
  • [45] v. L’ancien régime et la revolution, trad. it. di G. Candeloro, Milano 1981, p. 91
  • [46] op. cit., p. 92.
  • [47] Op. cit., p. 93.
  • [48] “I giuristi moderni ci assicurano che per quanto riguarda il diritto amministrativo sono stati fatti grandi progressi dopo la rivoluzione. «Prima il potere giudiziario e quello amministrativo erano confusi», dicono, «soltanto dopo sono stati distinti e ciascuno è stato rimesso al suo posto»”, op. cit., p. 93
  • [49] Op. loc. cit., p. 93.
  • [50] Op. citata, p. 94.
  • [51] Un caso a se è l’art. 5 sexies della L. 85/2001 (legge-Pinto) come novellata nel 2015. Questa impose una dichiarazione al creditore (in forza di decreto o sentenza esecutiva del G.O.) che attesti “la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere, la modalità di riscossione prescelta ai sensi del comma 9 del presente articolo, nonché a trasmettere la documentazione necessaria a norma dei decreti di cui al comma 3” (comma I°). Postilla: la P.A., in tempi d’informatica sbandierata, è incapace di controllare se un proprio debito è stato pagato? O se è stato oggetto di giudizi? O di leggerne l’importo nel titolo esecutivo? Al comma 2° si dispone che “la dichiarazione di cui al comma 1 ha validità semestrale e deve essere rinnovata a richiesta della pubblica amministrazione”. Postilla: evidentemente si presume che la P.A. non sia in grado né di pagare ne di sapere nel frattempo se ha pagato! Al comma 3° si prescrive che i Ministeri competenti individuano la documentazione da trasmettere per il pagamento. Al comma 4° e 5° è prescritto che “nel caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione o della documentazione di cui ai commi precedenti, l’ordine di pagamento non può essere emesso…L’amministrazione effettua il pagamento entro sei mesi dalla data in cui sono integralmente assolti gli obblighi previsti ai commi precedenti. Il termine di cui al periodo precedente non inizia a decorrere in caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione ovvero della documentazione di cui ai commi precedenti. Postilla: la si deve leggere in connessione teleologica con il comma 7° che prescrive “Prima che sia decorso il termine di cui al comma 5, i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento”. Ma anche con il comma 11° che dispone “Nel processo di esecuzione forzata, anche in corso, non può essere disposto il pagamento di somme o l’assegnazione di crediti in favore dei creditori di somme liquidate a norma della presente legge in caso di mancato, incompleto o irregolare adempimento degli obblighi di comunicazione” (il corsivo è mio). Quindi per omettere di pagare, basta rilevare “irregolarità”.
  • Ove non bastasse e per garantire un’esecuzione rispettosa, il comma 8° dispone che nel caso di nomina del Commissario ad acta da parte del Giudice amministrativo questo sia “un dirigente dell’amministrazione soccombente, con esclusione dei titolari di incarichi di Governo, dei capi dipartimento e di coloro che ricoprono incarichi dirigenziali generali”. Postilla: il che significa mettere… il cane a guardia delle salsicce. Ve l’immaginate un funzionario che contraddice, col proprio operato, quello del dirigente o del collega? Se tutto tale armamentario di adempimenti derogatori (del diritto comune) non basta a scoraggiare il creditore è disposto, a chiusura del tutto che la P.A. paga soltanto nei limiti degli stanziamenti di bilancio.
  • Ma soprattutto una simile normativa renderebbe di lentissima (sempre) e di estremamente difficoltosa (spesso) realizzazione il credito tra privati: onde manca (per fortuna dei creditori).
  • [52] v. sopra le note 13, 35, 49.
  • [53] Basti all’uopo notare come, se un tempo la finalità di limitare o evitare l’esecuzione di pronunce nei confronti della P.A. era volto ad impedire le decisioni statuenti un facere, ora è volto ad impedire (o ritardare) l’esecuzione di condanna di pagamento, per le quali la giurisprudenza o la dottrina Ð’Antan non erano benevole verso la P.A.
  • [54] In realtà questa evidente incompatibilità tra il testo novellato dell’art. 111, deciso mentre negli stessi anni si promulgavano leggi in evidente contrasto con quello, è riconducibile alla prassi normale in Italia, di affidare ad una norma il carattere di manifesto pubblico e a quelle contrarie l’effettiva applicazione di guisa da far contento il popolo in astratto, e prendersene gioco in concreto.
  • [55] E, ça va sans dire, l’ “interesse di mora” cioè quello che lo Stato pretende dai contribuenti ove non paghino le imposte alla scadenza è del 3,50% (2017), quando quello legale è dello 0,10%. Lo stesso inadempimento costa al contribuente 35 volte di più di quanto costi allo Stato (a parte penalità, sovrattasse e così via). La disparità è enorme e l’incentivo del debitore a non pagare altrettanto.
  • [56] D’altra parte la timidezza (o il timore reverenziale?) verso la P.A. è vecchio difetto della giurisdizione, se già V.E. Orlando scriveva: “il sentimento autoritario era ed è ancora troppo radicato in noi, popolo nato ora alla libertà. Sicché, tutte le volte che essa ha potuto, la giurisprudenza ha allontanato da sé il calice amaro di agire come freno e limite del potere esecutivo” (v. Digesto italiano, voce Contenzioso amministrativo, vol. VIII, p. 591.