• Los horrores de la guerra RUBENS

  • IL  COMPITO  CHE  CI  SPETTA
  • di
  • Andrea Zhok
  • (da FB di sabato 27 dicembre 2025)
  • In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi. Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale ed inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.
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  • Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.  L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva.
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  • Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite. Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una popolazione relativamente esigua, non certo sovra estendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo Stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo. Il modo di impostare la presunta strategia difensiva europea è inoltre palesemente insensata sul piano tecnico, giacché non parte da un’analisi degli scenari di guerra plausibili e dalle esigenze specifiche da soddisfare sul piano tecnologico e militare, ma parte da un budget. Ciò che preme ai governi europei è infatti stabilire quanti soldi potranno estrarre dalle tasche dei propri cittadini, non quali mirate esigenze difensive il proprio Paese richieda. Ma quando si parla di guerra oggi bisogna comprendere bene come si stratifichi la pulsione bellica.   Essa opera su tre livelli distinti, che possono presentarsi congiuntamente o separatamente.
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  • 1) Il primo livello è quello proposto   retoricamente  come primario.  Esso consiste nella rappresentazione del nemico come pericolo incombente e nel fomentare una disposizione bellicosa nella propria cittadinanza. Non passa giorno che i giornali di tutta Europa non diano il loro pio contributo all’isteria bellicista. Il meccanismo mentale è noto e perseguito senza remore; sanno che forza di ripetere le stesse narrazioni manipolative, queste gradatamente aumentano di plausibilità psicologica in fasce sempre più ampie della popolazione. Bisogna presentare a getto continuo eventi ordinari come minacce straordinarie, bisogna insinuare nella popolazione il dubbio di essere già subdolamente sotto attacco da parte del nemico, e bisogna avviare passi sempre più decisi in direzione di una preparazione materiale alla guerra. In epoca di guerra ibrida e tecnologica è facile sfruttare l’opacità dei sistemi che abitiamo per insinuare il sospetto che un black-out o un bug informatico siano opera del nemico, e che tutto ciò richiede “risposte” acconce (o attacchi preventivi). Non è detto che le classi dirigenti europee desiderino davvero la guerra, ma questo meccanismo di preparazione e provocazione combinate tende spontaneamente all’escalation e se non fermato in tempo è destinato senza scampo a sfociare in un conflitto armato diretto.
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  • 2)
  • Il secondo livello è dato dalla funzione di sorveglianza e controllo sulla popolazione che l’atmosfera bellica impone. Questo è uno degli aspetti più gradevoli e affascinanti per chi detiene il potere, in quanto cancella gli orpelli dello Stato di diritto senza sembrare che tale cancellazione avvenga.  L’esecutivo subordina legislativo e giudiziario nel nome della “ragion di Stato”, e nel nome del “bene supremo” della pubblica incolumità apre la strada ad ogni arbitrio. I recenti casi di Jacques Baud e Nathalie Yamb sono solo la punta dell’iceberg. Il sogno bagnato del potere di tutti i tempi, cioè un potere esercitato senza limiti e senza responsabilità, diviene finalmente plausibile.
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  • 3)
  • Il terzo livello è quello originario e che consente a tutti gli altri di istanziarsi. Quando si parla di “ragion di Stato”, ovviamente lo “Stato” in questione non è più “res publica”, ma “res privata”.  Ciò che muove l’apparato statale neoliberale a richiamare la “ragion di Stato” non sono motivazioni - discutibili, ma dignitose - come la gloria patria o il benessere collettivo, ma la rispondenza alle lobbies economiche del momento. Così come una pandemia è il momento giusto per consegnare l’agenda politica alle lobbies farmaceutiche, similmente una guerra ai confini d’Europa è un’occasione d’oro per consegnare l’agenda politica alle lobbies dell’industria bellica.
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  • Questi tre livelli con i loro rispettivi orizzonti minano alla radice ogni forma di vita per i cittadini europei.  Al minimo, si ottiene di riconvertire spesa pubblica in commesse private, di trasformare servizi ospedalieri, pensioni e pubblica istruzione in cespiti economici per gli oligarchi della finanza occidentale. In seconda istanza si stabilizza il potere entro una cerchia autoperpetuantesi, che sorveglia, censura e sanziona in forme arbitrarie, garantendosi così di non essere sfidabile da alcun contropotere.  In prospettiva predispone il terreno per un conflitto sul campo, conflitto che gli oligarchi della finanza desiderano in forma circoscritta e controllata, ma che - come già avvenuto in passato - una volta iniziato nessuno è davvero in grado di circoscrivere e controllare. 
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  • Oggi, per tutti i cittadini italiani ed europei, opporsi, in ogni forma legalmente percorribile, all'odierna spinta bellicistica è un obbligo morale, un'esigenza non sindacabile, un valore non negoziabile.

 

  • Nuvole di Pisa POUND


  • ¿Identità simbolica, suprema finzione, anima/bella?
    di 
  • Sandro Giovannini
  • «...A suo parere è ancora diffuso e capillare l’antisemitismo,
  • fenomeno che è stato sempre al centro dei suoi interessi? -
    - Continua a essere feroce e intenso come durante il nazismo.
  • Ovunque, anche qui in Inghilterra.
  • Per tutta la vita mi sono interrogato sulle cause
  • della deviazione che condusse all’Olocausto,
  • tragedia che sfugge al consueto inquadramento
  • razionale di storici ed economisti.
  • Il motore, secondo me, è radicato in ben altre profondità.
  • L’odio generalizzato e sempre riemergente per l’ebreo
  • deriva dalla sua invenzione del monoteismo,
  • portatore di un Dio irraggiungibile e innominabile,
  • che si adira per qualsiasi rappresentazione sensoriale o allegorica.
  • Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l’uomo
  • alla libertà creativa del politeismo.
  • Decidendo di annientare gli ebrei, la cultura occidentale
  • ha voluto sradicare gli inventori di quest’insostenibile assenza.
  • Secondo fattore scatenante è stato il messaggio di Cristo:
  • perdona il nemico, porgi l’altra guancia.
  • Una negazione dell’io non affrontabile,
  • un imperativo destabilizzante per la più autentica natura umana.
  • Terza causa catastrofica è la promessa messianica del marxismo
  • e del sogno socialista, che pretende d’imporre all’uomo
  • la rinuncia al profitto e all’egoismo: irrealizzabile.
  • In astratto possiamo essere d’accordo con Mosè, Cristo e Marx,
  • ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».
  • (Leonetta Bentivoglio, “Che idea abbiamo dell’Europa?”,
  • intervista con George Steiner,
  • “La Repubblica -Almanacco dei Libri”, 11.02.2006, p. 45)
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  • «Sincretismo è termine usato da Zolla, a mio avviso,
  • secondo una prospettiva propriamente teoretica.
  • Ed è in questa che egli incontra l’Umanesimo
  • e per questa che possiamo dire umanistica la sua lezione»
  • (Massimo Cacciari, da: “L’Umanesimo di Zolla”, in:
  • Grazia Marchianò - Tiziana Provvidera (a cura di),
  • Un convito filosofico
  • per Elémire Zolla nel ventennale della morte
  • (2002-2022), Frascati, Vivarium novum Edizioni, 2023, p. 9).
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  • «...Una differente visione dell’io, che non è più legato o meglio
  • dipendente dalle parvenze del mondo per diventare piuttosto
  • capace di ridefinirsi nel suo essere nel mondo.
  • Per farlo, Zolla attraversa le diverse tradizioni, in un sincretismo
  • che non è mera esibizione culturale,
  • bensì un voler evidenziare come, pur sotto forme e modi di dire
  • che sono differenti nella storia e nelle diverse parti del mondo,
  • si riesce a cogliere l’unicità del vero»
  • (Hervé A. Cavallera, da: “Trasfigurazione dell’io
  • nel pensiero di Elémire Zolla”,
  • in: Grazia Marchianò - Tiziana Provvidera, cit., p. 44).
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  • Se uno volesse far indispettire qualche amico prezioso e quindi raro e viceversa, magari rischierebbe di dire, ma, al contempo dire-non-dire, ovvero far intendere (o, più probabilmente, rischiare non far intendere per niente) qualcosa del genere:
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  • Pur proferendo parole precise si può pensare (e magari anche illudersi di credere) perfettamente il contrario (oltre ad ingenerare ovviamente in altri seri dubbi al proposito).
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  • Prendiamo l’epigramma brillante di Flaiano: “Elemire Zolla / preferisco la folla”. L’ipotetica antifrasi temo non sia giustificabile. Ovvero: lui sembrerebbe intendere proprio ciò che scrive. L’antipatia ben più che probabile di Flaiano per Zolla, essendo il periodo dell’Eclissi dell’intellettuale (1959 e seguenti, sino al decennio successivo, quindi nel massimo del montante ostile della sinistra), non credo sia tanto rivolta “alla cosa in sé” kantiana (Zolla), “terra”, ed il paradossale correlativo distanziarsene per Flaiano, non certo per l’intelligenza (di Flaiano e, ovviamente, di Zolla) indubitabili ambedue, quanto per il carattere polemico verso tutto ciò che è o forse potrebbe solo apparire (a Flaiano), a volta a volta, costruito, impostato, serio, magniloquente, apofatico, esoterico, paramistico, compreso di sé, etc., etc, mentre forse è solo alieno per imprinting genitoriale/genetico ed autoformazione volutamente lontana dagli idola tribus, a volta a volta imperanti.
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  • E qui si crea un problema, perché chi legge Flaiano si può ben illudere che questo atteggiamento critico non dovrebbe esistere nel suo stesso costrutto narrativo, perché in lui s’avverte sempre il porsi dalla parte della verità più realistica, ma nello stesso tempo meno accettata dalla maggioranza, dai bene o malpensanti di troppa medio-alta borghesia sedicente colta e dal volgo quasi sempre compiaciuto dalla volgarità cinica. Atteggiamento encomiabile, forse quello di Flaiano, ma se incistato in un’inarrestabile genialità corrosiva, può rivestire facilmente anche il tono raffinato delle ipotesi multiple ed ancor più la rincorsa ed il distacco dalle più intime sue stesse ragioni, rischiando di fuoriuscirne per la tangente. Quindi se proprio voleva dire che preferiva la folla a Zolla faceva una battaglia ideologica, in parte contro se stesso volendola fare contro tante od alcune specifiche “anime belle” (ovviamente a suo dire), mentre lui si reputava, di non stare tra quelle, ma tra le “anime sincere”. Senza minimamente poi accennare alla possibilità, ancor più difficilmente ipotizzabile in certi contesti acculturati, dell’ipotesi delle “grandi anime”. Nello stesso tempo però era troppo intelligente per non sapere che Zolla - qualsiasi giudizio assurdamente si rischi di dare negativamente di lui - è comunque sempre preferibile alla folla, detestando innegabilmente a suo modo Flaiano la stratificazione farisaicamente presuntuosa.
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  • Il problema quindi si gioca su quel “a suo modo”. “A suo modo” significa forse tante cose, ma credo in primis una rivendicazione di distanza critica, comunque, dai più. “Non flere, non indignari, sed intelligere” (Spinoza) dalla sceneggiatura di Age e Scarpelli messo in bocca al personaggio del commissario romano Santamaria interpretato da Mastroianni (nel film La donna della domenica, dal romanzo del duo Fruttero e Lucentini, anch’essi ben critici di Zolla e diretto da Comencini nel 1975), è un vero colpo di genio battutista e ci fa capire sino a che punto la compressione della parola (...e forse in questo caso ancor più del concetto) possa dare risultati esilaranti senza scadere nel vero ovvio, nella vera frase fatta, nel vero luogo comune. Anche se un concetto filosofico, immesso in una “commedia all’italiana”, può facilmente apparire una forzatura intellettualistica. Ma almeno non sarebbe del tipo di quella dentro la logica di servizio appunto delle professionali “anime belle”, come dire, non organicamente... exemplum fictum, all’interno di un film d’Antonioni.
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  • Paradossale ma non troppo al proposito di Zolla ciò che scrisse Ugo Leonzio nel coccodrillo dell’Unità di fine maggio 2002: “...Io non so se, una volta entrato nell'enig­ma della sua mente, Zolla abbia mai voluto uscirne.  Aveva capito che il viaggio non concedeva soste né riposo e soprattutto non c'erano fermate inter­medie.  Mi spiego meglio: Qualcuno che avesse seguito puntigliosamente la carriera di questo artista della mente quale era Zolla, e ne avesse letto puntigliosamente tutta l'opera si troverebbe a mal partito se volesse riassumerla, in qualche modo stringerla in una sintesi, indicare un punto stabile o più alto o acuto, come si sceglie una poesia o un romanzo dall'opera di un autore amato. La singolarità dell'opera di Elémire Zolla è che non si può scegliere perché si dovrebbe rinunciare a qualcosa di più decisivo che sta proprio lì accanto, nella pagina successiva o in quella prece­dente...”
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  • Il contrario esatto di chi invece scrive: “...Noi massoni possiamo solo abbassare i nostri labari abbrunati, con rispetto, riverenza e commozione, verso un testimone vigile ed un attore importante del tempo dell'attesa, fino a che la grande rivoluzione solare ritorni al suo punto d'inizio, al momento eterno dell'oro spirituale”. (rif.: "Erasmo Notizie" - n. 11 - 15 giugno 2002)
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  • E questo sopra esattamente il contrario ancora di ciò che dice Armando Torno, per l’ultimo libro di Zolla. “Discesa agli inferi e resurrezione”. “...È un viaggio nel regno dei morti, nelle varie concezioni che gli uomini hanno elaborato intorno ad esso. Strana coincidenza: il suo esordio fu il ricordato ‘Minuetto all'inferno’”. Che scatenò tanto favore e contrarietà assieme (molti collegati dell’Einaudi) come ci rammemora sapientemente Grazia Marchianò, ma che qualcuno poi promosse, in un tempo successivo meno impegnato da “incubo puramente libresco” (temo per degli incongrui baffi sul dittatore/dio/demiurgo della trama) a quasi pacificante “favola gnostica”, in una sorta di parallela dimostrazione gurdjieffiana del marionettismo (=inconsapevolezza/automatismo) sempre imperante nell’umano.
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  • Ora, prendiamo tutto ciò che sopra abbiamo detto (Flaiano/Zolla, terra/anima bella) e mettiamoci di fronte ad altra (di altro) ipotetica antifrasi.
  • ¿Quando un Marcello Marchesi dice “Dalla Santa Finestra, benedictio furbi ed torvi”, oppure “O Roma o Orte”, o “Fanfani, brevi nanu”, non era già un piccolo e rotondeggiante e per giunta parecchio parecchio conservatore se non proprio reazionario e tutto sommato, ormai, demo-pacioso?   “Vecchia bandiera porta in galera”, accertata da molti altri, è più che una constatazione. E' la sua anima che è antifrastica...
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  • Ma sappiamo bene che quando le “anime belle” si moltiplicano troppo, a destra della sinistra principalmente, ma anche a sinistra della destra seppur meno, scatta un interruttore nei tipi umani che, consci od inconsci, consapevoli o ipocriti, hanno una propensione elitista. Del cattivo elitismo, ad esempio, in indubbiamente geniali autori, me ne sono fatto una bella scorpacciata investigando per il mio libro su “Borges et Alii. Una diversa avventuta dell’elitismo”. Ma la disgrazia (tutta mia) è che quando ho finito di pubblicarlo avevo le idee ben più confuse di quando avevo iniziato. Il mare magnum, infido e spesso tempestoso, che governa la spinta alla differenziazione, se essa non è sostenuta da una scelta stoica e da un carattere magnanimo ed astrologicamente generoso, rischia sempre di tendere alla fuga per la tangente non per levare ma per disprezzare, perdendo il senso della misura e caricandosi penosamente di risibile. ¿Ma risibile verso cosa?   A fronte del fatto che quasi nulla ci appartiene veramente se non la miseria ontologica e, all’opposto, il sacrosanto conflitto con essa, che è poi la cosa più nobile che possiamo tentare. La posa tronfia, comunque la si giudichi funzionalmente (o disfunzionalmente e la storia ne è stracolma), è antiestetica.
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  • “Le gerarchie sono celesti, all’inferno sono tutti uguali” di Dávila metterebbe, etimologicamente, una pietra tombale su tutte le possibilità di disquisire ulteriormente al proposito, ed anche di condurre, senza inquietudine residua, un incipit tortuoso come credo sia stato, necessariamente, questo mio. Ma ho il sospetto che molti si fermerebbero al solo precetto escludente senza considerarne l’intimo processo d’interrogazione esperienziale. ¿Perché? Forse perché ”E’ importante che la morte ci trovi vivi”.

  • Harukichi Shimoi

  • Su
  • Harukichi Shimoi
  • poeta-samurai dal “cuore italiano”
  • di
  • Tommaso Dacomo
  • “...Fino a ieri, Shimoi portava (già) nel suo piccolo corpo
  • un grande cuore italiano, ma da oggi possiede un cuore fiumano
  • che arde intensamente sotto la stella di Fiume...” (1)
  • Nell’autunno del 1915, un giovane letterato giapponese approdò a Napoli portando con sé un italiano sorprendentemente cristallino e un sorriso intriso di quella fierezza tipica di un erede spirituale della classe samuraica.  Harukichi Shimoi s’era formato nell’ambiente colto dell’Università Imperiale di Tokyo (ancora oggi una delle tre università più prestigiose del paese), dove era divenuto fine conoscitore di Dante e della tradizione poetica italiana. La sua dedizione allo studio della Commedia è attestata dai primi saggi letterari da lui pubblicati in Giappone, la stessa che lo aveva portato in Italia per studiare il sommo poeta e per esercitare la professione di docente di lingua giapponese all’Orientale di Napoli.  Allo stesso modo, sulla rivista di traduzioni Sakura, da lui curata e pubblicata, tradusse e fece conoscere la letteratura giapponese contemporanea dell'epoca, esercitando un'influenza non indifferente sui giovani poeti italiani.  In particolare la poesia, nella forma dello haiku, avrebbe ispirato una generazione di poeti, primo fra tutti Ungaretti. Nel suo libro Versificazioni giapponesi, pubblicato nel 1920, Harukichi Shimoi tradusse in un italiano raffinato il famoso haiku - probabilmente il più famoso in assoluto - di Matsuo Bashō: “O, laghetto antico!… / Ecco! / Un tonfo di rana…” (2)  
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  • Questo è tutto per quanto concerne la sua anima di poeta letterato, che non verrà approfondita ulteriormente in questa sede. “Eroe multiforme” nel coniugare nella propria figura l’Italia e il Giappone, nonché l’anima poetica e quella di soldato, Harukichi Shimoi sarebbe divenuto uno dei più singolari protagonisti del dialogo tra Italia e Giappone nel cuore tumultuoso del Novecento. Certamente è d’uopo ricordare che era un periodo in cui l’Europa, abbagliata dal mito dell’Estremo Oriente, inseguiva stampe ukiyo-e, haiku, l’idea rarefatta di un Giappone disciplinato e guerriero. (3)  
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  • Parallelamente, la giovane Italia unita cercava simboli capaci di conferirle quell’aura di rigore e grandezza che sentiva di non possedere ancora del tutto. In questa gara di reciproche idealizzazioni, Shimoi poté certo muoversi come un interprete privilegiato. Il rapporto con Gabriele D’Annunzio fu per Shimoi una rivelazione. Lo riconobbe come un poeta capace di incarnare, in forma occidentale, quell’ideale eroico e ascetico che in Giappone apparteneva alla tradizione del bushidō, la “via del guerriero”. Nei numerosi scritti che Shimoi produsse su D’Annunzio, la sua critica letteraria, la teoria letteraria o la teoria artistica sono del tutto assenti. In essi, Shimoi trasmetteva solo la sua amicizia personale con D'Annunzio e gli aspetti letteralmente combattivi e le prodezze marziali di quest'ultimo, evitando costantemente qualsiasi descrizione del suo merito letterario.
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  • Dato che gli studi su D'Annunzio erano già fiorenti in Giappone all'epoca, o forse perché egli non era riconosciuto come figura letteraria nel proprio paese, potrebbe aver giudicato che non fosse suo compito parlare dell'argomento. (4)
  • ...
  • La presenza di Shimoi a Fiume, spesso ricordata come curiosità biografica, assume un rilievo più profondo se inserita nell’orizzonte simbolico dell’impresa: un esempio d’azione/estetica in cui l’etica samuraica trovò una sorprendente risonanza. Non è un caso se come lui anche Mishima, quasi 50 anni dopo, rivedrà se stesso e il suo credo estetico nel personaggio del Vate. (5)
  • ...
  • Un altro contributo significativo di Shimoi alla cultura italiana fu la diffusione del bushidō come via morale e disciplina dello spirito, allo stesso modo del karate che si racconta insegnasse ai suoi commilitoni al fronte. Sul bushidō scrisse su giornali e riviste, spiegandone i principi essenziali con un rigore che colpì molti intellettuali italiani, affascinati da un Oriente forte, ascetico e “virile”.
  • ...
  • Nel giro di pochi anni, il samurai divenne in Italia figura simbolica: compostezza, dominio di sé, eleganza austera. È difficile sottovalutare l’impatto che la voce autorevole di Shimoi ebbe su questa metamorfosi dell’immaginario comune. Gli episodi più celebri della sua vita - la partecipazione all’impresa di Fiume, il magnetismo con cui conquistò l’ambiente napoletano, la vicinanza ai circoli culturali del primo fascismo - non vanno relegati alla mera aneddotica, quanto elencati come esempi di come quella doppia-anima tra la penna e la spada trovi in lui pieno compimento.
  • ...
  • Con il presente articolo si è inteso fare un’introduzione della figura di Harukichi Shimoi e della particolarità delle vicende della sua vita. Per mantenere una certa coesione interna al discorso, si sono volutamente - sebbene non di minore importanza - tralasciati alcuni aspetti del pensiero, dell’opera e della vita vera e propria di Shimoi, ma che vale la pena approfondire in ulteriori ricerche, anche - e soprattutto - perché è stato dimenticato dai più e ne è stata ridimensionata l’importanza storico-letteraria come diretta conseguenza dell’esito della Seconda guerra mondiale. ...
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  • Uno studio più approfondito renderebbe invece onore alla sua figura e al legame tra le due nazioni, Italia e Giappone, che il poeta-soldato nipponico ha aiutato a creare e che ha lui stesso incarnato.

  • Note:
  • 1) Discorso di D’Annunzio pubblicato integralmente su “La vedetta d’Italia” il 4 febbraio 1920, estratto da Fujioka Hiromi, 下位 春 吉 とイタリア=ファシズム:ダンヌンツィオ、ムッソリーニ、日本   (“Harukichi Shimoi e il fascismo italiano: D'Annunzio, Benito Mussolini, il Giappone”), in   福 岡 国 際 大 学 紀 要     (“Editoriale dell’Università Internazionale di Fukuoka”), vol. 25,   福 岡 国 際 大 学   (Università Internazionale di Fukuoka), 2011, p. 56.
  • 2) Harukichi Shimoi, Versificazioni giapponesi, estratto da Terrano F., “The Eagle in the West, the Tiger in the East: Harukichi Shimoi, comrade samurai”, Higashi Shinbun (archivio online). Consultato il 18/11/2025.
  • 3) Si pensi che il Vittoriale degli Italiani è ancora colmo di “giapponeserie” tanto care a D’Annunzio.
  • 4) Fujioka Hiromi,   下 位 春 吉とイタリア=ファシズム:ダンヌンツィオ、ムッソリーニ、日本    (“Harukichi Shimoi e il fascismo italiano: D'Annunzio, Benito Mussolini, il Giappone”), p. 57.
  • 5) Amano Ikuho, “Infatuated with Il Vate: Mishima’s Transnational Mimesis of D’Annunzio as Decadent Poet”, Patriot and Celebrity, Edinburgh University Press, estratto da E. Petrucci, “Harukichi Shimoi tra mito, leggenda e la divisa d’Ardito”, storiainrete.com, 31/08/2025. Consultato il 18/11/2025.



  • Dal quotidiano all’apertura dell’essere:
  • sull’origine del mondo
  • di
  • Gabriele Sabetta
  • C’è un punto in cui il pensiero smette di inseguire le cose e comincia a interrogarsi su ciò che permette loro di apparire. Non interessa più soltanto che cosa incontriamo, ma come ciò che incontriamo diventa esperienza, presenza, significato. In questa torsione si apre un varco: dietro ogni fenomeno affiora qualcosa che non si offre mai del tutto, qualcosa che rimaneva nascosto pur consentendoci di vedere. Da questa soglia prende avvio una riflessione che non si limita a descrivere la percezione del mondo, ma tenta di raggiungere la struttura originaria in cui mondo ed esperienza si co-appartengono.
  • ...
  • L’apparire non è una superficie neutrale né il risultato di un confronto tra soggetto isolato e realtà già data. È piuttosto il manifestarsi di una relazione profonda, una trama che sostiene entrambi i poli. Ogni cosa porta con sé questa dimensione nascosta: non un oggetto tra gli altri, ma la condizione stessa di ogni incontro. Al centro di questa trama si trova l’uomo – non come semplice individuo o centro psicologico di percezioni, ma come luogo in cui il mondo prende forma. Non un punto fermo né qualcosa di separato, ma un movimento: l’aprirsi di una possibilità, la soglia attraverso cui ciò-che-è viene alla presenza.
  • ...
  • Ciò che siamo coincide con il nostro modo di stare-nel-mondo: un coinvolgimento, un’appartenenza originaria che precede ogni rappresentazione. Le cose non ci si offrono primariamente come materia inerte da contemplare: le incontriamo come possibilità d’uso, mezzi che abitano già il nostro gesto e orientamento pratico. Prima di essere “cose”, rispondono alle nostre attese tacite. È solo quando questa rete quotidiana si incrina – quando qualcosa si rompe o diventa inatteso – che le cose appaiono come “oggetti” davanti allo sguardo. Ma è proprio in questa incrinatura che si apre una possibilità decisiva: quando lo strumento non funziona, quando il gesto abituale si interrompe, diventa visibile non solo l’oggetto, ma anche la struttura che ne aveva reso possibile l’uso silenzioso.  
  • ...
  • L’attenzione, sottratta all’efficienza del fare, può allora rivolgersi a ciò che, da sempre, opera in filigrana: la dimensione che fa emergere le cose, che le lascia apparire, che custodisce la loro significatività. Là dove la mano non trova appoggio, il pensiero scorge il varco da cui il mondo stesso si dischiude. Il passaggio dalla quotidianità funzionante alla sua sospensione conduce a una profondità originaria. Ciò che si rivela non è un nuovo oggetto, ma il modo in cui ogni oggetto può mostrarsi. Dalla rottura del ritmo pratico emerge la domanda sul senso: ciò che rende possibile l’incontro, la comprensione, la presenza. Abitare il mondo non è un atto (solo) teoretico: è muoversi in una rete di significati in cui siamo già da sempre situati. Non aggiungiamo senso alle cose, lo condividiamo con esse. In questa condivisione il mondo si dischiude come mondo. La verità è dunque evento (come direbbe M. Heidegger, cui ci stiamo ispirando), accade nell’apertura in cui l’essere umano si espone al mondo e il mondo si lascia accogliere. Ma questa apertura non è garantita. Il rischio è che l’esperienza si perda nella frenesia quotidiana, riducendo il mondo a funzioni e strumenti. L’esistenza può trasformarsi in un anonimo “si vive così”, dove schemi, abitudini e convenzioni decidono al posto nostro. In questo punto critico emerge la possibilità della decisione: tornare a sé come possibilità, ascoltare ciò che l’essere chiama a comprendere. Non si tratta di possedere la verità, ma di lasciarla accadere, di aprirsi a ciò che eccede ogni controllo. È la svolta che distingue essere e enti: finché li confondiamo, riduciamo tutto a ciò che è presente e misurabile. L’essere non coincide con ciò che è visibile: è il gioco attraverso cui ciò-che-è viene alla presenza. La differenza tra essere e enti è la fenditura che permette alla verità di aprirsi. Nell’epoca moderna, segnata dalla tecnica, questa fenditura diventa fragile. La realtà si presenta come riserva da organizzare e calcolare; la tecnica non è solo strumento, ma concezione del mondo come materiale utilizzabile. Così si consuma l’oblio dell’essere: il mondo rischia di diventare un immenso dispositivo funzionale e l’uomo un ingranaggio.
  • ...
  • Eppure, proprio dentro questo rischio estremo, qualcosa può ancora aprirsi. La tecnica, mostrando la propria pretesa di totalità, lascia intravedere per contrasto un’altra possibilità: un modo di stare nel mondo che non riduca l’esistenza a operatività né l’essere umano a terminale del calcolo. In quella fenditura si avverte un richiamo discreto: rallentare lo sguardo, sospendere il gesto, percepire il silenzioso emergere di ciò-che-è.
  • ...
  • L’essere non si concede come dominio né garanzia; è un accadere che ci precede e ci supera, un soffio che attraversa le cose e in esse si ritrae. Non chiede possesso, ma ascolto. E l’ascolto non è passivo: è il movimento più delicato del pensare, aprirsi a ciò che non può essere previsto o controllato. È l’abbandono dell’urgenza di dominare e l’accoglienza di un senso che giunge senza rumore.
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  • In questa disposizione può fiorire un abitare più autentico, non nostalgico, ma capace di restituire profondità al presente. Tra gli strumenti e le parole quotidiane può riaffacciarsi la possibilità di un incontro non funzionale: il mondo smette di essere materiale da trattare e diventa presenza che ci riguarda.
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  • Allora, il pensiero ritrova la sua funzione originaria: custodire l’apertura in cui il senso accade. Custodirla non con teorie possenti, ma con la leggerezza di chi sa che ogni verità è un evento, mai garantito, sempre sorprendente. In questa cura silenziosa, il mondo cessa di essere macchina e torna a risuonare nel nostro esserci, come se l’essere trovasse voce attraverso di noi.
  • E il cerchio non si chiude mai del tutto. Ogni volta che ci fermiamo ad ascoltare, qualcosa ricomincia: un nuovo modo di guardare, percepire, essere nel mondo. È in quel piccolo varco che il pensiero ritrova la sua dimora – e noi con esso.
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  • (S. G. legge il testo di Gabriele Sabetta)
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  • “...Come ciò che incontriamo diventa esperienza?...”
  • Vittgenstein dice che il mistico è che il mondo sia e non come sia. Sciogliendo l’illusione linguistica del mondo, forse superata l’infatuazione “la parola contiene tutto ciò che possiamo sapere”, dal Tractatus in poi guarda ancor più al vero miracolo del mondo nella sua perfezione fragile e possente assieme. Ma forse il come, legato inscindibilmente al perché, nella complessità è sempre difficilmente risalibile ed è la supposizione filosofica di ogni vivente. Ponendoci di fronte all’inaspettato stupore, che crea sapienza, con cui il logos umano ha un rapporto raramente non conflittuale e quindi spesso profondamente creativo. “...e tutto ciò che si sa, che non sia solo udito ruggire e rombare, può essere detto in tre parole. Kürnberger...”, l'esergo, mi ricorda ciò che mi sussurrava - di fronte alla mia fervente pochezza - un finissimo teologo amico, con mio, solo iniziale, stupore: “...meno si parla di Dio e meglio è...”, forse per overdose da filologia patristica, forse per buona disposizione a tagliar corto, per la cena. Ovviamente lo diceva nel senso delle innumerevoli ricerche della mistica... per levare. Perché poi tutto il non dicibile è stato costantemente perseguito, ma non sempre con razionalità rigorosamente astratta, dalla scienza, che cerca il tutto creando poi, peraltro, altri infiniti misteri gloriosi. Di volta in volta facilmente transeunti. Sembra il rovesciamento del processo della meraviglia, la sua irrisione, ma in realtà ne è la conferma. E forse paradossalmente l’apoteosi.
  • ...
  • “...qualcosa che rimaneva nascosto pur consentendoci di vedere...”
  • Può venire in mente il frammento 54 DK, di Eraclito. Che mi è sempre apparso qualcosa di straordinariamente più riuscito d’infiniti trattati al proposito.
  • ...
  • “...raggiungere la struttura originaria in cui mondo ed esperienza si co-appartengono...”
  • Se le parole tengono all’interno di sé - consapevolmente - le cose, come direbbe il Leopardi, si fa buon pensiero, altrimenti si scivola, magari inavvertitamente, sulla parola che riferisce solo a sé stessa. Ma forse Sessa, aggiungerebbe che “...la struttura originaria...”, che possiamo solo intuire, ma potentemente, non è (solo) nel passato e non è (solo) nel futuro, ma nel riproporsi come proiettarsi, nel semprepossibile che non ha spazio/tempo ma solo presente eterno, con Emo. In questo siamo proprio eterni pur essendo mortali. Anche perché, per noi, un’eternità intesa in modo diretto, di durata infinita, è poco plausibile, applicata alla nostra inquietante puntualità ontologica. Ma il punto geometrico, necessariamente senza dimensione, è niente e tutto. Chissà, forse ciò vale anche per l’universo, che presumiamo conoscere...
  • ...
  • “...L’apparire non è una superficie neutrale né il risultato di un confronto tra soggetto isolato e realtà già data. È piuttosto il manifestarsi di una relazione profonda, una trama che sostiene entrambi i poli...”
  • Sempre da quel frammento dell’Oscuro, la trama e l’ordito sarebbero le due facce della nostra quotidianità stupita dall’emergere del sotteso. Per questo doppelleben, la multiforme “doppia-vita”, può essere una scissione al rialzo e non in perdita narcisistica, quindi una coscienza di conquista persino paidetica e non una patologia. Il 2 poi regge la necessità del 3 come nella progressione di Fibonacci 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13... e non potendo l’uno esser creato da nulla, per noi non esistendo lo 0 sino a prova contraria, è comprensibile che l’uno crei da se stesso. Dall’1 procede tutto il resto. Ma la scolastica (con, vulgo, il letteralismo) su tesi antitesi e sintesi, è sempre lì a tramare oltre ed oltre, come gli inglesi, ed a proliferare ipotesi difficilmente amabili. A volte solo ottuse, “efficienti”, spesso crudeli, comunque incidenti.
  • ...
  • “...Ma è proprio in questa incrinatura che si apre una possibilità decisiva: quando lo strumento non funziona, quando il gesto abituale si interrompe, diventa visibile non solo l’oggetto, ma anche la struttura che ne aveva reso possibile l’uso silenzioso..”
  • Se ricordiamo quanto siamo richiamati, da molte tecniche iniziatiche, all’attenzione profonda e continua, rompendo pericolosamente il meccanismo vitale del nostro automatismo (vitale perché è ad esso legato tutto il complesso dei nostri apparati primari: respirazione, flusso mentale, ritenzioni primarie e secondarie, etc.), comprendiamo “solo in tal modo / in che modo” si paghi il prezzo per una potenziale fuoriuscita dall’automatismo stesso. “...Il passaggio dalla quotidianità funzionante alla sua sospensione conduce a una profondità originaria...”  Infatti l’eccessivo funzionamento pavloviano di troppi nostri apparati, merita la considerazione di certe incrinature “infunzionali”, in qualità di controstimoli positivi per una vita più consapevole. I maestri ce lo ripetono spesso.
  • ...
  • “...L’attenzione, sottratta all’efficienza del fare, può allora rivolgersi a ciò che, da sempre, opera in filigrana: la dimensione che fa emergere le cose, che le lascia apparire, che custodisce la loro significatività. Là dove la mano non trova appoggio, il pensiero scorge il varco da cui il mondo stesso si dischiude...”
  • Nel mio caso, io manovale (e muratore senza patente) lo constato ogni giorno di lavoro alle sculture col cemento, la terra cruda, il legno, ora, alle paleoscritture un tempo, ai prodotti editoriali un altro, al pensiero astratto di quando in quando. All’attenzione, sempre. Ma l’attenzione è sottratta all’efficienza (alla cattiva efficienza), solo quando la nostra ipotetica efficienza è diversa essendo ontologica/inutile, “...che fa emergere le cose...”. Se posso avere il privilegio di sbagliare e quindi cadere nell’errore di gesto, valutazione, costruzione, da questo imparo. Così faccio e rifaccio all’infinito errori ma guidato da una mano che non conosco eppure sento che, pur non essendo mia (cosa ci appartiene veramente?), non mi è ostile. Mi arrendo allora a quell’imperfezione che è solo risalita dalla tensione di prima e liberazione da essa, perché “...il pensiero scorge il varco...”, direi all’improvviso, almeno per me. Acquisizione per sfinimento. Coraggio del resistere. Forse arte.
  • ...
  • “...Ciò che siamo coincide con il nostro modo di stare-nel-mondo: un coinvolgimento, un’appartenenza originaria che precede ogni rappresentazione. Le cose non ci si offrono primariamente come materia inerte da contemplare: le incontriamo come possibilità d’uso, mezzi che abitano già il nostro gesto e orientamento pratico. Prima di essere “cose”, rispondono alle nostre attese tacite...”
  • La volontà e la rappresentazione sono certamente “...possibilità d’uso, sono mezzi, che abitano già il nostro gesto...” e diventano nostre cose e quindi nostre parole. Volontà di non arrendersi mai. Rappresentazione anche come suprema finzione alla Stevens che può parlarci di questa emergenza dall’informe (che va verso la forma creatrice e non verso la formalità ingabbiante).   Certo, la forma la conosciamo abitualmente nella “...possibilità d’uso...” e nel nostro “...orientamento pratico...”, che però sono dei derivati, in noi stessi, non sappiamo bene da chi. Troppi padri, troppe madri, troppi maestri, troppi amici, troppi intelligenti, troppi sciocchi, troppi inutili, troppi malevoli. Non è facile scegliere.
  • ...
  • “...In quella fenditura si avverte un richiamo discreto: rallentare lo sguardo, sospendere il gesto, percepire il silenzioso emergere di ciò-che-è...”
  • La fenditura è una sorta di trasparenza che attraversa la trama e l’ordito dell’essere. Eraclito ed Heidegger, in questo, credo che dicano il medesimo. La scelta del privilegiare l’inapparente rispetto all’apparente, nel Fr. DK 54, denota proprio una buona disposizione per andare al cuore avventuroso e non farci però mancare nulla di ciò che minimamente ci serva per vivere serenamente - senza pianti e rimpianti - le nostre scelte. Percepire il “...silenzioso emergere di ciò-che-è...” è proprio il contrario del finto silenzio dei centri-benessere, costosi e se-dicenti (Comolli docet), ma non è neanche vietarsi - se credibile - lo scatenamento del canto della danza o della passione, del vero inaudito, sapendo che il baccano che fa male, perseguitandoci, è ben più diffusa e volgare cosa.
  • ...
  • “...L’essere non si concede come dominio né garanzia; è un accadere che ci precede e ci supera, un soffio che attraversa le cose e in esse si ritrae. Non chiede possesso, ma ascolto. E l’ascolto non è passivo: è il movimento più delicato del pensare, aprirsi a ciò che non può essere previsto o controllato. È l’abbandono dell’urgenza di dominare e l’accoglienza di un senso che giunge senza rumore...”
  • Infatti non possediamo proprio nessuna garanzia, ma questo “...accadere che ci precede e ci supera...” è proprio il varco e la fenditura dell’essere, e di tutto ciò che noi - male o bene - percepiamo che sia, e, si presenta, comunque, come sfacciato dominio, se non di noi, di altri.   ¿La nostra pace interiore, vale più di una sempre relativa ricognizione degli stati dell’essere? “...alcun dominio e garanzia...”.   ¿E potremmo avere una vera pace interiore nel dominio?  Potremmo volerlo il dominio ed anche non volerlo, ma mai pretenderlo senza vero merito nostro. Per la nostra stessa scelta stoica.


  • (Le citazioni del testo di Gabriele Sabetta, sono riprodotte in grassetto corsivo nel mio testo di lettura... S.G.)
  • Wittgenstein citaz 1

 

  • Doppia-vita  e  Karl Evver  (2)
  • di
  • Sandro Giovannini
  • “ Se il mondo è divenuto merce standardizzata,
  • la letteratura sembra divenuta la confezione di plastica che l’avvolge”
  • (Claudio Magris, Introduzione a: “Lo Sguardo del Flaneur
  • di Ulf Peter Hallberg, Iperborea, 2002, pag. 11)
  • Volevo riprendere alcuni punti del mio discorso ultimo sulla scrittura di Karl. Dico di Karl (che è il suo nome di pittore) e non quello di Jakob (che vale per la scrittura), non perché non voglia dare importanza al suo “rendersi multiplo”, con pur immensi antecedenti a me molto cari (e tra i tanti i Benn, i Pessoa, gli Stevens), ma proprio perché, sin dall’inizio della nostra amicizia, il suo doppio o triplo mascherarsi, nel senso di usare saggiamente la persona in qualità di maschera e la maschera in qualità di persona onde, possibilmente, dire di più e meglio, non ha rappresentato per me che una ulteriore dimensione di approfondimento nel piacere, collocandosi in una lunga sequela di situazioni assimilabili, ma forse non sempre ben comprese.  La ragione del prevedibile rifiuto inconscio o silente del concetto di doppelleben è certamente incistata nella logica di non contraddizione, che assunta in modo scarsamente critico ed autocritico, non permette un minimamente efficace superamento nell’arduo gioco dialettico. Potremmo recitarlo così in termini filosofici - ovviamente e molto - semplificati. Ma anche in termini psicologici potremmo solo affacciare che una cosiddetta “scissione verticale”, alla Kohut, caratterizzata principalmente da proiezione narcisistica, s’orienta in termini totalmente oppositivi ai tentativi coscienti di pluralità partendo sempre, nell’analisi, proprio dal pre-giudizio dell’integrità immaginaria del sé.
  • ...
  • Ora, come moltissimi veri maestri della ricerca interiore ci hanno indicato, il superamento dell’identità immaginaria per la conquista di una identità originario/terminale passa proprio dal superamento del concetto di non-contraddizione, quando la logica stessa, applicata al regime sociale, politico, ideale, che è e non può che essere esclusivista ed autoritario nell’essenza (... in qualsiasi sistema umano, e non solo, Augé docet) diviene una gabbia incapacitante. In tal senso, anche se dovremmo riempire quaderni interi di riflessioni al proposito e quindi in estrema sintesi, non si può liquidare, dentro di noi, il concetto di doppia-vita come un riflesso di anti integrità, ma come una potenziale (ed in alcuni casi necessaria) integrazione a livelli più alti e comprensivi.
  • ...
  • Un esempio del fallimento dell’integrazione al ribasso (rimozione verso assolutizzazione=scissione), avviene nella poesia tedesca post-nazionalsocialista in Germania Occidentale che si dibatte tra l’irredimibile ed infatti insuperata opposizione  della “poesia assoluta” benniana e quella  della annichilita Kalschlag (Disboscamento, Inventario, Selva dei morti, Heich, Wiechert, Nossack, etc.) dei post ed anti-nazionalsocialisti, mentre in Germania Orientale, proprio per l’avvicendarsi di un totalitarismo solo cambiato di direzione vi è a fronte di una negazione assoluta sulle macerie persistenti e non rimosse (ingabbiata nel realismo socialista) anche il ben comprensibile tentativo frustrato del rifugio in un’estetica novellamente materialistica/naturalistica, pacificatrice, e quasi arcadica.  A dimostrazione che, azzerate le illusioni umanistiche di superamento basate sulle tesi coinvolte/sconvolte del nulla poiesis dopo Auschwitz, da una parte e dall'altra, con dinamiche invertite, per la storia che nulla insegna ma tutto ripropone rielaborato se trova e prova ancora ad illudersi, si è schiantati dalla contraddizione.  Altro che tesi antitesi e sintesi. 
  • ...
  • Certamente abbiamo anche bisogno di ripeterci a iosa che nell’accumulo di troppi sedicenti superatori di ogni qualsivoglia logica, come dice un fine aforista, nel mondo dove il divino appare morto c’è un “brulicare di padreterni”, che in genere si riconoscono, poi, in ben poche spirituali figliolanze. E quindi qualsiasi nostro giusto moto contro la moltiplicazione inutile degli enti non verificabili (dall’empirismo, sia pur concettualizzato) - come potrebbero facilmente declinarsi le personalità multiple anche se creative, nella più nobile e migliore delle ipotesi - disegna una frattura con la scolastica di ogni ordine e grado. La scolastica oggi sarebbe il letteralismo, alla Jung alla Hillman, tanto per intenderci bene. Che è in fondo semplificando al massimo: prendersi troppo sul serio proprio perché non si riesce a divenire seri.
  • ...
  • Qui per collegarmi al passo di Karl Evver che citavo nel precedente mio intervento sulla sua scrittura è proprio un’integrazione al rialzo (e non patologica) che fa dirgli: (cito nuovamente estrapolando i passaggi al fine del logos in corso): «...non si crea con la certezza che ciò che si fa abbia un valore eterno, ma si costruisce faticosamente ciò che si sa che sarà distrutto. Non simulare forza, ma non negare la forza implicita dell’individualità biologica. Non supporre di avere un contenuto importante, ma non abortire meschinamente il perpetuo uscire di forme dall’informe...» (fine citaz., dal “LIBER M” di Karl Evver). Nel momento di massima comprensione della nostra miseria escatologica, senza però pregiudicare alcuna persistenza oltre-fisica, ben possiamo concepire la nostra indistruttibile eticità - qui ed ora - in termini stoici.
  • ...
  • Ancora citazione: «... L’insopportabile selva di maiuscole che mi si aprì davanti passando dal tedesco vissuto oralmente a quello tracciato su carta fu tra le cause dell’averlo poi con così tanta gioia tranciato via da me, o è questo un addendo causale che presto adesso al me bambino man mano capace di scrittura, e di un proprio stile entro questa scrittura? Adesso, ad esempio, ho voglia di un brano dove salgano nel bianco tante maiuscole, ma chiederò ai popoli di svolgere questa funzione, non a un qualche lungo excerptum di Heidegger». (fine citaz., dal “LIBER M” di Karl Evver). Anche qui la faccia del tedesco dopo  Auschwitz è contrata e contrariata (se non disgustata... ma il tempo birbone sta preparando una nuova nemesi) dalle maiuscole in uniforme ma, come nella Germania Orientale, dopo la doppia totalitarietà, il pallino torna alla casella iniziale (come avviene sempre - prima o molto poi - nella storia) e si ridetermina l’interesse per una forma un minimo cosciente di sé e della propria ipotizzabile grandezza, ovvero la MAIUSCOLA, ma - colpo di genio - tale ritorno eventuale e mai scontato, per tempi e luoghi, sarebbe l’affidarsi ad una riemergenza concreta positiva popolare partecipata identitaria e non all’isolamento del solo genio (l’Heidegger di turno... pur indiscusso) od... all’armiamoci e partite.
  • ...
  • Altra citaz., con mio commento: «...I giudici che si rifiutano di analizzare le prove sono quelli con maggiore coerenza allo scopo della giustizia. Che non è quello di frenare l’anomia della realtà né quello di distinguere, in un evento, il violento dal violentato, ma quello di ferrare ancóra più strettamente il racconto breve e ripetutissimo che della realtà il potere vigente vuole sia dato (a sostituirla, non a renderla visibile)...». (fine citaz., dal “LIBER M” di Karl Evver). Sembra la versione distopico-catastrofista di tanti film americani sulle storture avvocatizie, oppure l’estremizzazione complottista su troppa malagiustizia italica, ma la penetrazione logica di Augé quando ci parla del potere sempre sostanzialmente uguale a se stesso, come i “cadaveri coll’armatura” di Toymbee, ci rende più accettabile il paradosso apparente.
  • ...
  • Il fascino esogeno delle maschere quindi agisce certamente negli animi sensibili alla verità, che passa come il vento tra le foglie, e stacca e copre e vivifica tutto, ma è da giustificarsi in primis come dimensione estetico/personale della conoscenza, se tutti gli altri mondi di riferimento, quelli prescrittivi, giuridici, etnici, umanitari, fideistici, tecnico-amministrativi, astrologici, esoterici, iniziatici e via dicendo a volontà ed a piacere (a maggior ragione quelli letterari, come da esergo), ci sembrano sfrangiarsi, mutare, prendere diversi connotati e muoversi di segno referenziale... se poi parliamo di onesti, in era di profonda crisi come l’attuale.
  • ...
  • Ma, dietro quella maschera, è solo il volto che proferisce parola e dice il vero/ovvero proprio il contrario di quello che troppi pensano.
  • Rif.:  per Jakob Shalmaneser (Karl Evver),  Associazione Amici di Karl Evver    @associazione.amici.di.karl.evver.2023    FB

  • Karl Evver

  • Sandro Giovannini legge
  • Jakob Shalmaneser
  • (Karl Evver)
  • “LIBER M.”
  • Messaggero giunto alla terra
  • alla quale fu inviato
  •  quarantasei anni dopo
  • essere partito.

  • La verità è nuda... (¿quid est...? poi),  ¿ma la verità della scrittura è proprio nuda?, anche se Lui lo diceva, lo propugnava e continuamente lo negava per la sua ineliminabile lucida commistione sensistico-intellettuale. Personalmente temo d’essere del tutto inadeguato a parlare di questo libro. Lo dico in sincerità e non per vezzo. Perché quasi ad ogni passo mi viene da stupirmi e da incorrere in baratri di senso, che hanno il potere di avvicinarmi ed allontanarmi assieme... non da Lui, non da Lui, ma da me stesso.  E mi viene sconcerto al solo pensare a quali infiniti tesi dialoghi - non onesti e lieti conversari decameroniani, ma felici confrontazioni di passione conoscitiva - avremmo potuto esperire assieme e magari non con libidine esclusiva ma quasi inclusiva, più come utopia, ovviamente de-illusi, che come potenzialità reale.
  • ...
  • C’è quindi una sola soluzione, sottoporsi alla sua lettura dura e prodigiosa di scoperte, di provocazioni vere, sempre al limite di una metafisica immanente che entra da ogni lato del nostro corpo, vile e splendente, esultante nello scatenamento della continua ricerca interiore ed assieme rattenuto dalla discrezione stoico-stilistica, per vie e passaggi indiscutibili che però spesso non riusciamo neanche a prevedere. Ora... come direbbe qualche amico che in proposito ne sa più di me, questa non è l’originalità intellettualoide che fa la felicità del supposto salotto buono, nichilista in visita all’ikea, ma la scansione originaria di tutte le informazioni penetranti ma molto concrete  e di tutte le ancor più decisive riflessioni che possiamo farne di seguito, per riscoprirci totalmente aperti all’immensa e pervadente physis che irrompe in tutti coloro che - oltre ogni prosopopea - abbiano il coraggio d’aprirsi ad essa e ne traggano molta convinzione. Nel suo caso più che molta, pervasiva gioia, allargata all’ascolto per statuto interiore, pur nella sferzante capacità di rielaborazione. Questa sferza non rinuncia a colpire attorno a sé - Lui non è mai vigliacco o reticente - ma è utilizzata perlopiù come una sorta di cilicio di rammemorazione, di scavo nell’infanzia di ogni ordine e grado ed in quella maturità della comune convivenza degli assetti del vivere assieme che dovrebbe essere di tutti i migliori e che invece è così estremamente rara.
  • ...
  • Citazione:
  • «(...) Giungere, hegelianamente, dove le determinazioni dell’intelletto non hanno più valore, e, senza hegeliana ansia sintattica, restarvi.  A chi mi rimproverasse l’assenza di forma accattivante e di direzione chiara di questo libro, risponderei con le parole di Giulio Preti: non si crea con la certezza che ciò che si fa abbia un valore eterno, ma si costruisce faticosamente ciò che si sa che sarà distrutto.  Non simulare forza, ma non negare la forza implicita dell’individualità biologica. Non supporre di avere un contenuto importante, ma non abortire meschinamente il perpetuo uscire di forme dall’informe. Ciò che non ha forma produce incessantemente la forma e, una volta creata, la distrugge, diceva Chang-Tse con bel piglio, ed è una polemologia che non intendo disconoscere e che spero cauterizzi sempre più il mio dolore per talune distruzioni. (...)» (...fine citaz.)
  • ...
  • Più o meno, l’incipit logico, il preambolo della accettabilità - in gloria tutta onirica - della sua scrittura. Infatti tale accettabilità, al di là della doverosa ammissione dei pochi, è una strada in ripidissima salita che si potrebbe (forse) solo addolcire tramite il concorso della fama e del successo mondani, giusti o sbagliati, ma facilitatori sempre di tutto e di tutti. Proprio quel discrimine, non non-tentato, ma non autoimpostosi ad ogni costo, rende impossibile per Lui la facile intrapresa della salita assieme ad altri. Infatti sono proprio ben pochi, oltre alle grandi anime che ho riconosciuto, dopo anni e anni, su quella strada. Tra i più sedicenti mi è capitato di scoprirne qualcuno più o meno felicemente isolato, pur essendo, io, ideologicamente contro i paletti nominalistici o falsamente sostanzialistici delle tante e meritorie bravure parziali, utili, necessarie, persino sacrosante. Oggettivate realmente in tante, tante persone. Ma Lui no, disprezzava il porsi in vendita mettendosi in mostra, come facciamo quasi tutti, e ne ha pagato il prezzo senza sconti. E qualcuno potrebbe dire, non a torto, che tutto sommato e detratto ha avuto qualche rara intelligenza che lo ha stimato di molto da sempre e che questa è già una remunerazione grandiosa per la “verità”. Ma non per la “vita”... quando si ha una exuperantia come la sua.
  • ...
  • Citazione:
  • «(...) Mie, alcune spinte centripete implicate nella Raumform di questo libro, ma larghe le tante anomie per le quali respira.  Concordando con Bataille quando constata che un non-senso, come tale, sfocia in un senso qualsiasi, non do a queste anomie chissà quale valore di libertà del testo. Nessun brano di questo testo presuppone quello successivo o rinvia ad esso dal proprio interno significato: tutti assieme, vanno dove non vorrei che andassero.  Decido io di chi è il messaggio che il messaggero, una volta asciugati avambracci e mani nello strofinaccio di olona rigata che gli ho porto, certamente mi consegnerà. L’insopportabile selva di maiuscole che mi si aprì davanti passando dal tedesco vissuto oralmente a quello tracciato su carta fu tra le cause dell’averlo poi con così tanta gioia tranciato via da me, o è questo un addendo causale che presto adesso al me bambino man mano capace di scrittura, e di un proprio stile entro questa scrittura?  Adesso, ad esempio, ho voglia di un brano dove salgano nel bianco tante maiuscole, ma chiederò ai popoli di svolgere questa funzione, non a un qualche lungo excerptum di Heidegger.  Il messaggero, infilato nell’anello al muro lo stofinaccio umido, non guarda nella sua borsa, non vi cerca dentro quanto dovrebbe consegnarmi.  Du grand, grand art. Non dare ciò che è atteso. Non fare ciò che si vorrebbe fare. Non riprodurre fotograficamente quanto fatto. Non pubblicare quanto scritto. Non rileggere quanto scritto. Non imporre allo scritto un senso più alto della morte in cui termina qualunque possibilità di lèggere scritti. (...)».  (...fine citaz.)
  • ...
  • Il “messaggero” a cavallo, che è il mitico alter ego del tempo suo dell’infanzia, quindi il testimone atono, ma in presenza finalmente giunta del suo prima e del suo ora, colui che lo costringe proprio a tirare le somme in questo suo libro terminale, gli lascia totale capacità di dire quello che si sente di dire, nel modo che affacciavo prima, ovvero con sovrano disprezzo della leggibilità. Ma a differenza della lamentela prevedibilissima dei non letterati, tale non-leggibilità non fa il paio con la prosopopea dei colti  di mestiere, che anzi odierebbero subito questo testo che distrugge alla radice ogni loro velleità di consistenza materiale. Perché quel semidecalogo di cui sopra è - anche per loro - indigeribile.  Ma osserviamone un altro:
  • ...
  • Citazione:
  • «...(...) Non taccio, eppure sono sconosciuto. Non grido per essere conosciuto, perché non sono infante, e anzi le parole che conosco sono tante. Il ridicolo della mia vicenda non è per nulla incongruo al ridicolo consustanziale alla Storia.  Un conto è una sedia, un conto è la sedia su cui poggia il mio culo e sale inclinata la mia spina.  I giudici che si rifiutano di analizzare le prove sono quelli con maggiore coerenza allo scopo della giustizia. Che non è quello di frenare l’anomia della realtà né quello di distinguere, in un evento, il violento dal violentato, ma quello di ferrare ancóra più strettamente il racconto breve e ripetutissimo che della realtà il potere vigente vuole sia dato (a sostituirla, non a renderla visibile).  Il diritto al tetto e al pane non mi è garantito da alcuna istituzione pubblica ed è promesso da quelle forze contestatarie infinitesimali nessun aderente delle quali ricopre mai incarichi pubblici o determina concretamente la politica nazionale. Non me lo garantisce l’attività letteraria. Che mi consente però di capire come tetto e pane siano sostantivi utilizzati dalla retorica della povertà per la loro arcaica risonanza di necessità anteriori a qualunque lusso terminologico e tecnologico dei nostri tempi. Quasi a interrompere chi spiegasse complicatissime ragioni sociologiche ed economiche della mia miseria e a fingermi primitivo e scortese, alzando prima un braccio e a muoverlo, a significare un tetto sopra la mia testa, e poi portando le dita della mano alla bocca aperta, a significare il mangiare.   Il naso dell’estraneo avverte con migliore scienza i limiti dell’aerazione dell’alloggio, rispetto a chi vi risiede.  Della propria verità, è facile non avvertire quanto vi va marcendo per mancato spostamento degli elementi.
  • Le interrogazioni successive con le quali è costruita la maieutica socratica sono contraddistinte da diverse brutture.
  • I - Non vi è, quando l’altro risponde, nessuna modifica muscolare nella faccia del maieuta nell’attesa di un concetto migliore del proprio, ma il persistere fastidioso dello stesso sorriso per l’imminente trionfo della propria tesi;
  • II -   vi è come obliata l’importantissima seconda metà del noto detto: rispondere è cortesia;
  • III - vi si avverte l’alito acido del voler convincere, che è il vincere rachitico di chi non guida eserciti;
  • IV - non sta parlando a bambini, eppure sembra chieda loro la manina per portarli dove da soli non si dirigerebbero;
  • V - intendi chiaramente che non vuole concludere, ma chiudere agli altri la strada del proprio pensiero;
  • VI - abituando l’orecchio e la mente dopo di esso a una semplice successione di domande, va a perdersi quella sincronicità inespressa, inesprimibile, alogica ed esistenziale di cui è fatto l’uomo e sono fatti tutti gli uomini della società in cui vive. Eminentemente diacronico, a un dialogo non può che sfuggire la struggente, sporca, cronachistica provvisorietà di tutti i viventi: paradossalmente li rappresenterebbe meglio un dialogo in cui tutti parlassero contemporaneamente e nessuno dunque capisse cosa viene detto.
  • Senza contare che nessun concetto anche egregiamente coordinato vale un uomo nascente di tre chilogrammi, e dunque la metafora maieutica pare sostanzialmente una soddisfazione di poveracci, un sonaglino filosofico col quale distrarre dal perpetuo giungere per via uterina di nuove persone, nuovi cittadini, nuovi imperscrutabili destini. (...)»   (...fine citaz.)
  • ...
  • Così si legge la progressione apparentemente scomposta del flusso di coscienza integrata perfettamente ad una tensione logica del tutto alchemica a sottolineare, nell’incoercibile insuperabilità del vivente, un uomo che si tende come un arco per abbracciare la più lunga distanza.
  • ...
  • Il manifesto della Sua scrittura ultima, per chi ha letto non tutte ma molte pagine brilla della contraddizione intima, profonda, vitale (...la puttana di Hegel non fa figli ma solo figli adottivi) che però si supera nel tendere l’arco e nel mollare la presa.    ¿Avremo ben mirato?
  • Rif.:   Associazione Amici di Karl Evver      @associazione.amici.di.karl.evver.2023      FB

  • cupola del Pantheon

  • Se l’azzurro splende
  • di
  • Giuseppe Gorlani

  • Se l’azzurro splende sopra il capo alla soglia dell’adito eccelso non c’è nulla di ulteriore che si possa desiderare. L’azzurro lo si vuole, lo si chiede perentoriamente e solo per amore. Nel Sancta Sanctorum dell’Atman non vale il do ut des, né alcun’altra giustificazione conscia o inconscia, soltanto in apparenza fondata ma in realtà da considerare come il gioco degli astragali gettati dal Nume tra le stelle. Non si conoscono parole migliori di “ineffabile” per indicare l’inattingibile alla speculazione discorsiva: È, di là da ogni polarità, ad un tempo immanente e trascendente, e non lo si può determinare in alcun modo: «Senza unità, senza diversità, senza annientamento, senza eternità: tale l’ambrosia della dottrina degli Svegliati, protettori del mondo».[1]
  • ...
  • L’ismailita ‘Abdallah proclamava un Dio irraggiungibile dal pensiero umano, privo di qualificazioni, manifesto sotto forma di Ragione Universale: l’unico Dio al quale agli esseri umani sarebbe dato rendere culto e dal quale discenderebbero l’anima mundi, la vita, lo spazio e il tempo. E aggiungeva: quando l’anima si reintegrerà nella Ragione-Conoscenza divina, il male scomparirà, tutto rientrerà nell’Assoluto e ogni moto cesserà. Ma intanto, mentre il sapiente, animato dalle migliori intenzioni, diffondeva le sue pregevoli riflessioni teologico-metafisiche, all’interno dell’Islam proliferavano numerose sette in contrasto le une con le altre e gli uomini non cessavano un solo istante di assassinarsi a vicenda per affermare la supremazia di questa o quella veduta.[2]
  • ...
  • Nell’avverbio “quando” sta la chiave per comprendere i limiti della dottrina sovra riassunta. In omaggio al “quando” l’uomo accetta schiavitù ed ignoranza, muove cose o idee qua e là nella convinzione di migliorare la condizione terrena e rifiuta la divina evidenza del Qui ed Ora eterni. Occorre però considerare come non vi siano dottrine ineccepibili: persino le considerazioni metafisiche più raffinate sono per loro natura duali e contradditorie: «Anche dunque se dell’ineffabile ci fosse discorso non cesserebbe di gettarsi contro se stesso e si combatterebbe da sé».[3] È pertanto assurdo pretendere che una dottrina si sorregga su un’impossibile logica perfetta. Piuttosto è importante assicurarsi che essa sia efficace ai fini del Risveglio. In fin dei conti soltanto il muni, il silenzioso, può trasmettere agli altri, purché dotati di determinate qualità, un barlume d’Ineffabile con la sua sola presenza.
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  • Ogni istante contiene l’azzurrità adamantina e nel continuo infinito presente ci si desta identici a Paramashiva. Credere altrimenti equivale a stendere veli oscuranti o, come toccò all’inutilmente astuto Sisifo, a spingere verso l’alto un macigno che precipita sempre indietro.  Sembra terrificante per l’uomo rinunciare alla separatezza in cui erroneamente identifica la propria libertà, eppure la fatica, la sofferenza e soprattutto la Verità innata, alla quale non ci si può sottrarre, insegnano che tale “rinuncia” è necessaria. Tutto sommato si rinuncia alle proprie catene, svelando in Sé la suprema ricchezza. Nella indefinita moltitudine di trimundi non vi sono gioia e gloria maggiori.  Rifiutare il desiderio della fama, gettare in un vortice di lava bollente l’anello che promette potere su nomi e forme, dissolvere l’ansia di partecipare ad altri l’inesprimibile, stracciare la maschera della debolezza dietro la quale l’ego-fantasma si nasconde pone il cuore nella condizione di aprirsi vertiginosamente e, pur circondati da una folla rumorosa, o rannicchiati, tremanti nella più recondita e gelida grotta himalayana, o seduti immobili sul pavimento di una confortevole dimora, si “saprà”, senza sapere, l’Inconoscibile. Benedetto mille volte chi torna agli occhi d’un neonato, alle gelide, abbaglianti spade trafiggenti l’ignoranza.
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  • Non equivale a dar prova di lungimiranza e intelligenza fingere di ignorare che, sebbene la permanenza nella sfera divina (loka) cui si aspira copra l’intera durata del kalpa, essa si esaurirà e di nuovo si verrà rigettati nel cieco divenire.  Il frate Girolamo Savonarola scriveva: «Dio che abitate una luce inaccessibile, Dio nascosto che non si può vedere con occhi umani né comprendere con una intelligenza creata, né si esprime con il linguaggio degli uomini o degli angeli; siete Voi, o Dio incomprensibile, che io cerco, siete Voi, o Dio ineffabile, che io invoco chiunque Voi siate, Voi che siete ovunque».[4] Anch’egli usava l’epiteto “ineffabile”, avvicinandosi all’intuizione assoluta, inscritta indelebilmente in ogni atomo di vita; ciononostante la sua forma mentis, assorbita dalla scorza dell’essoterismo cui apparteneva, lo indussero ad insistere nel promuovere iniziative moralizzatrici volte all’esterno, in conseguenza delle quali molte sublimi opere d’arte vennero distrutte e il suo corpo, insieme a quello di altri frati, venne torturato all’Alberghetto, indi strangolato e bruciato in Piazza della Signoria a Firenze.
  • ...
  • Non c’è proprio nulla che si possa desiderare. Il pieno s’aggiunge al pieno nell’Invisibile. Sveglio è colui che realizza «la totale inutilità delle ricchezze».[5] Nell’ambito della quotidianità, le piccole cose necessarie si porgono da sé. È superfluo desiderare l’aria che si respira; semplicemente la si inala ed esala senza sforzo.  Se si hanno dubbi circa l’assolutezza dell’Essere in Sé (non certo di “un” essere e nemmeno dell’Essere posteriore all’Uno di cui diceva Proclo)[6] e la folgorante ecceità assoluta rimane non attinta, si abbia l’onestà di riconoscere come il nostro vivere stia all’interno del sogno; converrà allora abbandonare il mondo nell’uttarayana, la via più alta, tracciata dal sole in cammino verso il nord, affinché all’ente smarrito nel samsara il nostro triplice karma possa consentire un’ulteriore opportunità di Liberazione.  
  • [1] Nagarjiuna, Le stanze del cammino di mezzo (Madhyamaka karika), XVIII, 13, a c. di R. Gnoli, Boringhieri, To 1968.
  • [2] Si veda Betty Bouthoul, Il Vecchio della Montagna, Adelphi Ediz., Mi 2022, Appendice A, L’Ismailismo, p. 197.
  • [3] Proclo, Theologia Platonica, cit. da R. Gnoli nell’Introduzione a Madhyamaka karika, op. cit., p. 17.
  • [4] Cit. in François Ribadeau Dumas, Storia dell’occultismo magico, Ediz. Mediterranee, Roma 2023, p. 47.
  • [5] Guru-gita, in Guru di A. Rigopoulos, Carocci ed., Roma 2009, p. 265.
  • [6] «Così si afferma che l’Essere solo è reale, uno, senza un secondo, anche nel momento in cui si ha la percezione di “questo” (idam, il mondo)», Chandogya Upanishad Shankara Bhashya VI, 2, 2, cit. in Enzo M. Cosma, Requiem Babylon – Vedanta, Maya e Guénon, Ekatos Ediz. 2023, p. 273.

  • X ELOGICON

  • Lealtà / verità ?
  • di
  • Sandro Giovannini

  • Parto dal riferimento a: “Marco Vannini, un punto di svolta", un testo all’interno del mio secondo libro di saggi. (1) La lettura quasi integrale del pensiero di Vannini mi mise da quel tempo in una attenzione decisiva, anche se contraria, rispetto alla complessiva disposizione al “rivelazionismo”. Direi che dal “caso” di Vannini, e confrontando tale dimensione, sostanzialmente paradossale per chi si professa ancora unilateralmente "credente" (e questo potrebbe essere sempre anche autocritico, pur se si usa spesso l’ammortizzatore rispetto al concetto di “fede”), dalle mie letture comparativiste di una vita sulla dimensione sacrale ad ampio spettro e con le risultanze di tutt'altra provenienza e sostanza, che vengono ormai da certo pensiero scientifico, ben potremmo valutare meglio una possibile resistenza atavica, precategoriale e prefilosofica, del tutto svincolata dalle mode transeunti, come dal new age e del “fai da te spirituale”. Tali mode, comunque sempre emergenti, potenti ed influenzanti anche le più serie e durature organicità religiose (2) durano mediamente qualche decennio e poi si afflosciano in una minorità d’incidenza entro il proprio alveo residuale e blindato d’appartenenza formale. Credo che avvenga con ancor maggiore peso di sempre da quando tutte le dimensioni religioso/sacrali sono state affrontate dalla globalizzazione delle conoscenze, dei comparativismi, dai più o meno tendenziosi recuperi “filologici” e sovente persino dalle stesse ufficiali interoperabilità “ecumeniche”, il tutto accelerando vorticosamente, nel contesto del mondo progressivamente decrasalizzato della nostra età terminale.   Per “noi”, in sostanza si tratterebbe, pur avendo pieno rispetto e convinta considerazione delle varie dimensioni religiose - altrimenti sarebbe quasi impossibile anche solo ipotizzare una seria riflessione che partendo da un autentico e non solo strumentale interesse per l’interiorità più sostanziale e meno formale delle specifiche confessioni fosse in grado di cercare di capire davvero come si stia sviluppando nell’oggi e per il futuro il complesso apparire e svilupparsi dell’universo religioso/sacrale - non di compiere un mero recupero intellettualistico, volontaristico o peggio “ideologico” (3), quanto confrontare tale dinamica attuale con il senso intatto che ci penetra dal mondo ancestrale dell’originario, che, in termini sicuramente insufficienti, potremmo definire “cosmico”.
  • ...
  • Accenno quindi ad una “ur-religione siderale”, indicativamente e sinteticamente. (4) Tale dimensione, ancora non impegnata in una sorta di Bhakti almeno per quante prove ci si offrano da qualche millennio nei diffusi ma sottili frammenti trasmessici entro infinite tradizioni glocali, si rivelerebbe pur in una pietas efficiente e pienamente partecipata. Dicevamo senza Bhakti, o forse ancora meglio senza quella decisiva e diffusa disposizione che pur nel diverso e moltiplicato metodo “per via di levare”, nella considerazione del tutto/nulla, non necessariamente s’identifica in ciò che, per i più, si possa riferire e demandare ad un Divino diversamente personalizzato e direttamente interagente. Quanto più ancora a connettersi - se pur sempre necessariamente individuati (5) - al più gerarchizzato e sempre matematico universo, solo per vie mediate legato all’io, verso il sé, che comunque comporta, come direbbe Schopenhauer nella parte finale del suo grande libro, un abbandono più che decisivo (=estremo) dell’egoismo primario a favore di una “ascesi partecipativa”, sentita come fondo/senza fondo immenso ed irriducibile dell’esistenza. Da vita purificata nella e contro la disgrazia antispirituale (oggi divulgatasi in forza del clinamen) a vita diversa o non più vita. Il processo si rivela - al di là delle dottrine - nelle pratiche, sempre nell’inevitabile crescente fastidio/indifferenza alle resistenze ed agli inciampi crescenti delle ragioni solo materiali, predominanti e devianti, quando esse non sono (in quanto rivelatorie) al servizio del progetto liberativo. (6) Tale “via per levare”, è un togliersi dall’egoismo dell’io e di ogni verità legata al solo io, sempre squallido regime forse maggiormente antiestetico che antietico, ma non per questo ottunde nell’agente la propria disposizione a comprendere che nella nostra visione ciclica tutto questo ha un senso, un procedimento, una giustificazione ed un sostegno.
  • ...
  • E tutto questo senso complesso che è intuizione, precisa osservazione, epochè, sospensione produttiva quindi degli elementi più intorbidenti del giudizio esteriore (solo mondano) ma non di quello interno a pena assolutamente incapacitante, è esattamente luogo alto di osservazione, non per dubbio elitismo ma per guadagnarsi orizzonti più ampi, e può ancora produrre sorriso e gioia autentica.
  • ...
  • Tali riconsiderazioni non hanno un valore solo di riferimento esistenziale, logico, filologico, archeologico, metapolitico, potenzialmente comunitario, comunque ancora valido, ma un senso potente per rafforzare ulteriormente la nostra scelta scettico/stoica. (7) Priva totalmente di illusioni sulla “progressione lineare ed a costo zero”, la nostra vocata e votata ad un vivere di contro, in “lealtà all’originario” (8), in quanto quest'ultima sempre incoercibile e forse ancora attuabile quanto difficilmente - in genere - ancora compresa e difesa. L’originario stesso è mitico, indubbiamente, proprio per la sua forza trainante che carsicamente riaffiora al passaggio delle cose epocali, ma essendo la dimensione ciclica sostanzialmente ciò che viene verso il futuro e ritorna dal passato - al di là di tutte le parafrasi grafiche che deliziano solo i molto sottili (niccianamente) - oltre a comprendere anche troppe avvenute e sempre evenienti trazioni storiche di tipo lineare, comunque non giustifica nessuna inattività spirituale, che sarebbe una via di fuga dalla responsabilità.
  • ...
  • Ancora, a tutto questo, troppo spesso si preferisce il riferimento alla ricercata, supposta od imposta, verità... la verità possiede sensibilmente una caratura più pesante e preziosa per tutti coloro, in buona e cattiva fede, che debbono necessariamente pensare in modo apparentemente logico/astratto e/o in modo alto/aereo e forse ancor più per coloro che privilegiano l’affidamento totale e così innescano una tensione spirituale, che comunque non può essere né svalutata né sopravvalutata sempre in dipendenza da più o meno stringenti riferimenti alla concretezza esperienziale del vivere, consapevolmente e profondamente raffrontata. C’è solo di positivo, ovviamente, nella ricerca della verità, e, da tempo immemorabile, le migliori menti si sono applicate alla ricerca di una propria, per lo più e per i più, ritenuta assoluta, verità. Le menti meno elevate, non si sa poi mai con quanta capacità critica ed autocritica. Comunque il relativismo delle produzioni e delle esperienzialità esistenziali, quello che cammina consapevolmente nel mondo affrontato delle verità in sospensione, in concorrenza od addirittura in conflitto, e che - al tempo stesso - è molto sensibile al depotenziamento interpretativo della “consistenza grossolana del reale”, al “teatro del mondo apparecchiato”, alla Māyā, al Velo di Iside, etc., non può far riferimento alle verità se non parlando di verità-per-sé (altrimenti definite darsana, cioè punti di vista, orizzonti di riferimento, espletabili nella Māyā in divinis, dentro le forme illusoriamente ma necessariamente differenziate della pervadente creatività universale). E senza alcuna illusione che tale supervalutazione della verità valga erga omnes, lasciando il delirio di onnipotenza della comprensione, della riassicurazione profonda e della prassi di fede ad una coscienza che rischia sempre, assieme alla salvezza ricercata o impetrata, l’inautenticità. Una coscienza che si voglia autentica può conoscere a malapena l’originario e tendenziale per-sé (contrariamente al solo affidamento deresponsabilizzante) e quindi può diffidare con molta causa di ogni assolutizzazione che comporti il perdere contatto con la nostra potenzialità reale, indossando una delle tante possibili (e tutto sommato intercambiabili) maschere autoreggenti. Personalmente tutto ciò lo vivo pur avendo fatto da tempo decisa autocritica rispetto ad una facile liquidazione intellettualistica della Bhakti, ferma però restando tale primaria evidenza.
  • ...
  • La lealtà invece, a troppi, sembra essere solo una dimensione etico/caratteriale, priva di possibili riferimenti assolutizzanti, diversa anche dalla dimensione della fedeltà, perché più legata a riconoscimenti sostanziali e non solo formali. Tutto e tutti ci spiegano dettagliatamente che si possa essere leali senza essere fedeli e fedeli senza essere leali.
  • ...
  • Mi consta però che sia possibile ipotizzare una diversa lealtà, molto meno umana troppo umana, ed invece legata ad una vocazione ancestrale e cosmica, quasi sconosciuta a noi stessi, all’interno di una logica esistenziale scettico-stoica, consapevole della dimensione ciclica e vocata alla valorizzazione del sé.
  • ...
  • Esempio illuminante:
  • è grandioso, decisivo nei due sensi e paradossale assieme che nel “Nuovo Annuncio” a chiedere sia un gentile (Pilato), nel contesto di Giovanni, premendo prima dalla regalità (implicante giuridicamente e politicamente) finendo subito alla (quasi colloquiale) domanda filosofica rimasta senza risposta e terminando, senza attendere, nella dichiarazione finale di non riconosciuta colpevolezza. E credo sia fuori stile (stile come stile di vita) un’eccessiva speculazione ironizzante sia in Nietszche che in Bulgakov e di molto ancor meno valida nella “lotta contro la menzogna” di cui parla Ricœur in Vérité: Jesus et Ponce Pilate. IIA7, in Le Semeur, XXVIIIe Congrès National, 1945-46 février-mars, pp. 381-394), data l’evidente progressione hegeliana del testo che non lascia alcun margine di approssimazione dialettica (anche per la cosiddetta, possibile od impossibile che sia, “Trinità nella storia”):
  • ...
  • «37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo; per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la Verità?» (Gv. 18, 37-38).
  •  ...
  • Τί ἐστιν ἀλήθεια;    Dal “...quid est veritas?...” Agostino, sottilmente, anagramma: est vir qui adest, determinando fin da subito, la cesura ontologica, tra una visione gentile ed una cristiana, tra una ciclica ed una lineare. Anche se possiamo sempre riflettere che credere di possedere la verità e credere contemporaneamente di non essere posseduti da essa può essere un gioco di specchi.   L’esito di dipendenza - oltre le molte e spesso capziose giustificazioni nominalistiche - è pericolosamente prossimo, quanto a volte desiderato, anche se questo pensiero incide sicuramente ben poco a livello storico, ma decisivo almeno a livello individuale.
  • ...
  • Ciò nonostante, se la relazione tra i due rischi interni (possedere, essere posseduti) differisse già come “buona/equilibrata disposizione” nella dimensione primaria (=lo spirito di una possibile ascesi “a favore e contro” il principium individuationis e quindi dentro di esso, =per la ragione della nota 4 ed oltre), si potrebbe sperare in una propria determinazione progrediente assieme ad una speranza di comunità possibile - e quindi non necessariamente assente od oppositiva - all’altro(i)... abbraccio che ci possa realmente corrispondere.    (9)
  • Note:
  • 1) Sandro Giovannini, "...come vacuità e destino", saggio: ‘Vannini, un punto di svolta...’, NovAntico, 2013.
  • 2) Qui devo fare una digressione strettamente personale. Dall’inizio degli anni ‘70 ho una baita costruita al 95% con le mie mani, nel parco Nazionale dei Mandrioli, Camaldoli, Poppi, Arezzo. 1150 mt.s.l.m. A circa 5 km. dal convento in basso e dall’eremo, in alto, dei Camaldolesi, Ordine monacale fondato all’inizio del 1 millennio. Frequentando, pur per più del tempo da isolato nel profondo del bosco, spesso la biblioteca e la libreria dei monaci, mi sono sempre stupito, nel passare dei decenni, della pubblicistica, (rispecchiante numerosissimi incontri e convegni), altra e loro, che seguiva con molta attenzione “lo sviluppo del secolo”, come avrebbero detto una volta... Son riuscito ad osservare un deciso interessamento all’induismo negli anni ’70, con vari monaci in stretta corrispondenza d’amorosi sensi, e poi negli anni ‘80 con il buddhismo e poi qualche minore interessamento all’Islam e poi ultimamente e fortemente alla tradizione dei “fratelli maggiori”. Ognuna di queste “mode”, ben comprensibili in termini intellettuali e son so dire quanto in termini più propriamente religiosi (ma ben traducibili sovente in termini di metapolitica religiosa ed anche strettamente di politica) ho scoperto poi che era sempre stata preceduta, cosa che ovviamente non potevo verificare personalmente se non sulle cronache ed i registri storici, praticamente dalla fondazione, lungo secoli e secoli (es.: Camaldulenses disputationes), da cangianti interessamenti, potenti in termini spirituali e/o mondani. Ultimamente da un monaco molto colto di origine non italiana a cui riferivo ciò che di breve periodo (qualche decennio) avevo più o meno intuito e constatato poi personalmente e su cui concordava convintamente probabilmente almeno in via di pura ricognizione esterna o “sociologica”, se non di solo imbarazzata cortesia, mi fu risposto: “...ma ciò che conta, però, è la persona...”, con un certa mia anodina sorpresa a cui è seguito un maggiormente riflettuto sconcerto. (...vedi anche nota 4)
  • 3) Il flusso ininterrotto di notizie sia di scavo che di relazioni di contesto, ci spinge a sempre più retrodatare tutte quelle teorie sull’ominazione che, pur con enorme resistenza sui cosiddetti protocolli scientifici, l’apparato di ricerca tende ad ammettere in crescendo. Questo credo sia meno significativo sulla “cosa in sé”, ovvero sugli specifici scientifici di riferimento, quanto sulla disposizione teoretica in generale. Probabilmente col passare del tempo osserveremo cambiamenti fondamentali nella disposizione alla valutazione più positiva, anche da parte “dell’ufficialità”, della “grandezza della complessità dell’origine”, cosa che non sarà indifferente anche per una nostra più serena e forse meno conflittuale valutazione del tutto.
  • 4) La lezione del “Mulino di Amleto” e prima di “Sirio” (numerus, pondus, mensura, ovvero il sistema delle regolarità normate) riguardo al mondo della sacralità originaria e cosmica potrebbe essere paragonata a quella che in altro campo hanno offerto, tra pulsioni affascinate e resistenze anche ben comprensibili, Capra e Castaneda, con le loro, sicuramente incidenti se non epocali, opere in controtendenza. A proposito di Fritjof Capra, rilevante anche il suo fecondo rapporto con Don Thomas Matus, camaldolese e con tutta una temperie dei più diversi ricercatori spirituali in attenzione dell’induismo e del buddhismo.
  • 5) In altro contesto di ricerca cari e valenti amici hanno “rifatto il pelo” a certa eccessiva moda del “non-duale” in versione solo nichilistica. Giovanni Sessa in termini filosofici e Giuseppe Gorlani in termini esoterico/esperienziali, influenzando anche una mia migliore messa a punto. Riferimento di sostanziale richiamo equilibrante nella così detta teoria dell’anātman: “...chi sia colui che nega e nemmeno come possa darsi aspirazione all’incondizionato in un ente inesistente...”. Ovviamente il paradigma per me è sempre stata la pagina somma della Bhagavadgītā in cui Krishna si rivolge al biancosplendente Arjuna e gli rivela i due caposaldi del servizio disinteressato: non attaccamento al frutto degli atti e non attaccamento anche al non attaccamento. Dalla doppia negazione nasce l’autentica linea di comprensione possibile, che si dispiega in ogni dimensione della nostra vita.
  • 6) «...Forse qui adunque per la prima volta, in forma astratta e pura d’ogni mito, l’intima essenza della santità, negazione di sé, morte della volontà, ascesi, è formulata come NEGAZIONE DELLA VOLONTA’ DI VIVERE, la quale subentra dopo che la compiuta conoscenza del proprio essere è divenuta quietivo d’ogni volere. Viceversa l’hanno direttamente conosciuta ed espressa nella realtà tutti quei santi ed asceti che, pur avendo la stessa intima cognizione, parlavano una lingua assai diversa, secondo i dogmi che avevano accolti nella loro ragione, e in virtù dei quali un santo indiano, cristiano, lamaico devono render diversissimo conto della propria azione, il che è, per la sostanza del tutto indifferente...». Arturo Shopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Laterza, 1921, trad. di Paolo Savj-Lopez, Sec. Ediz., vol. II, Libro quarto, Prg. 68, pag. 268. (...Con quel che segue... che mi fa pensare spesso a Padre Pio).
  • 7) Usiamo il paradosso della collaborazione tra una visione scettica (ovviamente valorizzandone soprattutto lo scandaglio critico ...per evitare le varie e probabili fughe per la tangente) e quella stoica oltre le polemiche storiche fra le due scuole, che m’interessano poco. Nel nostro senso vediamo un percorso che valorizzi la svolta radicale dell’autenticità, evidenza innegabile della vita come esperienza esistenziale, senza però minimamente inibire la volontà di agire per il bene della, per noi eterna, res publica. Romana.
  • 8) L’originario è sicuramente all’interno di una visione non lineare. Quindi, non è (E’) nel passato, nel futuro, nel presente come procedimento, rammemorazione, inventività.. Per questo ci siamo sempre (per la forma) e mai (per il formalismo, il letteralismo, la dicotomia). La consustanzialità compresa di Essere e Nulla e direi di vacuità e destino, potrebbe riportarci al centro, con tutti i derivati di mito e di rito. Perché poi ci rendiamo conto di aver fatto comunque in molti un corpo a corpo con la morte (e con la vita), non in una inversione compiaciuta e blasfema, come i nichilisti da salotto sostengono ed assieme subiscono, ma come inesausta capacità di resurrezione del sempre possibile.
  • 9) Ci serve molto confrontarci - sorprendentemente - con altre possibili interpretazioni della “complessità originaria”:
  • «...Il Fato era dunque ben diverso da quella potenza imperscrutabile, oscuramente connessa con le nostre colpe, che è diventato dai tempi della tragedia greca fino ai nostri: al contrario, l’idea di Fato implicava la conoscenza precisa della realtà fisica, e la coscienza del suo impero su di noi, necessario e ineluttabile. I veri rappresentanti d’uno spirito scientifico erano dunque loro, gli arcaici; non noi che crediamo di poterci servire delle forze naturali a nostro piacimento, e dunque partecipiamo d’una mentalità più vicina alla magia. Il coincidere col ritmo dell’universo era il segreto dell’armonia, “musica” pitagorica che ancora in Platone regola l’astronomia come la poesia e l’etica. Ma è anche il senso della necessità, quello che risorgerà in mutata forma con Keplero, Galileo, Bruno, “in cui l’intelletto si apre a fini che non son più limitatamente umani, e si sente di abbracciare e complettere il tutto in uno splendido amor Fati”. E’ dunque un determinismo rigoroso quello che Santillana sostiene? Certo in ogni teorizzazione in questo senso, dal Timeo di Platone alla predestinazione calvinista o all’abbandono islamico, egli trova motivi di consenso (“le più grandi energie libere della storia” sono state scatenate da idee che sembrano nate apposta per reprimerle), ma vediamo come egli continuamente contrappone due atteggiamenti diversi che si ripresentano in ogni epoca di fronte all’ineluttabile: da una parte un tragico senso di colpa e dall’altra la serenità classica di chi - “primitivo” o supercivilizzato - accettando la necessità stabilisce il proprio posto nel mondo, l’armonia.   E certo le simpatie di Santillana vanno a questi ultimi - per quanto egli sappia con pari sensibilità evocare i valori degli uni e degli altri. Silenzio, musica e matematica: il programma pitagorico è contenuto in questo trinomio; e sui Pitagorici - comprensibilmente prediletti da Santillana - questo libro dà di scorcio definizioni illuminanti, così come un’ampia e convincente interpretazione di Parmenide...” Italo Calvino, “Il cielo sono io”, su ‘Fato antico e fato moderno’ di De Santillana, Adelphi, 1985, (ultimo intervento di Calvino su ‘Repubblica’ del 10 luglio 1985, Calvino, morto a Siena il 19 settembre 1985,).»

  • cupola del Pantheon

  • SUL COLLASSO MORALE DELL’OCCIDENTE
  • di
  • Andrea Zhok
  • (da https://www.facebook.com/share/p/1HjKqNh7TV/ di venerdì 25 luglio 2025)

  • L’Occidente è un concetto strano, recente e spurio. Con “Occidente” si intende in effetti una   configurazione culturale che emerge con l’unificazione mondiale dell’Europa politica e di quello  che dal 1931 prenderà il nome di “Commonwealth” (parte dell’impero britannico).  Questa configurazione raggiunge la sua unità all’insegna del capitalismo finanziario, a partire dal suo emergere egemonico negli ultimi decenni del ‘900. L’Occidente non c’entra nulla con l’Europa culturale, le cui radici sono greco-latine e cristiane.  L’Occidente è la realizzazione di una politica di potenza economico-militare, che nasce nell’Età degli Imperi, che sfocia nelle due guerre mondiali e che riprende il governo del mondo verso la metà degli anni ‘70 del ‘900. Purtroppo anche in Europa l’idea che “siamo Occidente” è passata, divenendo parte del senso comune. L’Europa storica, ad esempio, ha sempre avuto legami strutturali fondamentali con l’Oriente, vicino e remoto (Eurasia), mentre l’Occidente si percepisce come intrinsecamente avverso all’Oriente.  Così l’Europa culturale è in ovvia continuità con la Russia, mentre per l’Occidente la Russia è totalmente altro da sé.
  • ...
  • Questa premessa serve a illustrare una grave preoccupazione di lungo periodo, che non riesco a trattenere.  La preoccupazione è legata al fatto che l’Occidente, plasmato attorno all’impianto - mentale non meno che pratico - del capitalismo finanziario, ha sradicato l’anima dei popoli europei.  La cultura e spiritualità europea, quella efflorescenza straordinaria che va da Sofocle a Beethoven, da Dante a Marx, da Tacito a Monteverdi, da Michelangelo a Bach, eccetera, eccetera, è la prima vittima della cultura occidentale, cultura utilitarista, strumentale, abissalmente meschina, che comprende la bellezza dell’arte, dei territori, delle tradizioni solo se è un “asset” trasformabile in “cash”.  Noi abbiamo imparato ad accettare questa misurazione di ogni valore come prezzo, e di ogni prezzo come margine di profitto.
  • ...
  • La nostra società, la nostra educazione, le nostre comunità sono state spinte a forza ad accettare queste equivalenze che desertificano l’anima.  Ed è stato fatto perché prometteva di preservare uno statuto di potenza, di predominanza ed egemonia materiale dell’Occidente sul resto del mondo.  Per quanto molte persone abbiano tentato, anche con qualche successo, di opporsi a questa deriva desertificante, tuttavia essa si è imposta nelle istituzioni, nelle accademie, nella scuola.   Chi vuole   resistere a questo immiserimento deve farlo in modo carbonaro, come resistenza individuale, pagando prezzi personali, mentre tutto il resto, finanziamenti, programmi, prebende, vanno in direzione opposta. Ma oggi siamo arrivati al capolinea, al giro di boa.
  • ...
  • Quella desertificazione dell’anima che l’Occidente ha prodotto, ha plasmato una tra le classi dirigenti più moralmente infami che la storia ricordi.  Prima dell’emergere della mentalità occidentale, un secolo e mezzo fa circa, ci sono certo stati tiranni più sanguinari dei leaders occidentali odierni, ma nessuna forma di vita altrettanto cinica.
  • ...
  • L’Occidente non uccide e stermina per odio, né per convinzione, né per dare l’esempio, neppure per schietto senso di superiorità.   No, l’Occidente uccide perché fatica sempre di più a percepire come rilevante la distinzione di valore tra la vita e la morte.  Perché è, in profondità, una cultura di morte nel senso fondamentale in cui non riconosce una divergenza di valore essenziale tra la vivacità di un conto in banca e quella di un bambino, tra quella di un algoritmo e quella di un cucciolo. L’Occidente odierno, quello esemplificato oggi in maniera paradigmatica dalle classi dirigenti americane e israeliane, ma rappresentato altrettanto bene dalla servile spazzatura che parla a nome dell’Unione Europea, sta raggiungendo livelli di abiezione raramente toccati.   Non è più questione di “doppio standard”.
  • ...
  • Si tratta di un impegno quotidiano nella menzogna illimitata, nella schietta accettazione che ogni affermazione, ogni parola, ogni pensiero conta solo per gli effetti in termini di denaro-potere che può produrre.  Si può dire tutto e il contrario di tutto.  Si può negare l’evidenza e poi negare di averla negata.  Si possono infrangere le promesse e i trattati.  Si può svolgere una trattativa e intanto cercare di uccidere quello con cui si trattava, e poi protestare con la faccia seria perché l’altro non vuole più proseguire a trattare.  Si può manipolare l’informazione ufficiale h24 e poi chiedere punizioni esemplari per contrastare il potere manipolatorio sui social della parrucchiera Pina.  Si può costruire, a Milano come a Londra, la società più classista, centrificata, oligarchica ed escludente, mentre si predica soavemente l’accoglienza e l’inclusività.  Si può assistere a un genocidio in diretta mondiale per due anni e spiegare che è legittima difesa.  Eccetera eccetera.
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  • Ecco, il mio problema, oltre al disgusto per tutto quanto avviene, consiste nella consapevolezza che alla condanna storica di questa oscenità spirituale non potremo sottrarci.  Vi saremo coinvolti anche se non abbiamo personalmente approvato nulla, anche se lo abbiamo contestato in tutti i modi che ci erano disponibili.
  • ...
  • Vi saremo coinvolti perché questa depravazione è l’Occidente e abbiamo accettato questa etichetta, abbiamo imparato a pensarci come Occidente e il mondo così ci percepisce.  Quando verremo chiamati a pagare il conto dai 7/8 del pianeta - e nessuno si illuda che non accadrà - sarà incredibilmente difficile, forse impossibile, spiegare che la grande, millenaria, cultura europea non ha niente a che spartire con il deserto nichilista dell’Occidente contemporaneo.  Come nell’immediato dopoguerra molti non riuscivano a sentir parlare tedesco - la lingua di Goethe e Mozart - senza un moto di disgusto (qualcuno dei meno giovani lo ricorderà senz’altro), così, ma in modo molto più radicale potrebbe accadere per tutto ciò che odorerà, a torto o a ragione, di Occidente.
  • ...
  • “Dopo tutto, se studiare Dante, Cervantes o Shakespeare vi ha portato a due guerre mondiali e poi al nichilismo conclamato, quale lezione il mondo dovrebbe apprendere da questa tradizione?”.
  • ...
  • Questo   ragionamento, nella sua crudezza, ci può sembrare irragionevole solo perché siamo abituati a essere sempre quelli che giudicano e mai quelli che vengono giudicati.  Perdere l’egemonia mondiale è oramai fatale, e lungi dall’essere un problema, sarà una benedizione.  Ma perdere la stima e comprensione per tutto ciò che è stata la lunga storia europea, questo in parte è già avvenuto per involuzione interna e il colpo di grazia potrebbe essere inferto a breve.  Perdere l’anima è immensamente più grave di perdere il potere.

  • Eraclito

  • (Ancora)
  • Sul libro di
  • Filippo Venturini
  • “TUTTO DIRIGE LA FOLGORE.
  • ERACLITO: POLITICO E MISTICO”
  • Il Cerchio
  • iniziative editoriali
  • 2025,
  • di
  • Sandro Giovannini
  • Questa mia lettura segue quella fatta puntualmente da Giovanni Sessa e già presente e leggibile su www.heliopolisedizioni.com   Non sviluppa una visione complessiva ma solo alcuni nodi logici, perché la mia disposizione interiore non mi permette altrimenti.  Ovviamente non si può definirla una recensione, mancandole totalmente merito e metodo, ma un suggestione ulteriore verso qualche ipotetico approfondimento, che si spera, comunque, utile.
  • ...
  • Armonie afanes faneres kreitton... Non ho mai compreso bene perché il frammento 54 di Eraclito resti quello che più mi ha dato da pensare. La contraddizione nella quale mi sono avvolto, sin da ragazzo alla sua lettura, testimonia d’una insuperabilità, che non è forse solo in re, ma prima ancora in me, perché il corto circuito logico è testimone di uno sconcerto, necessitato anche se forse superabile, che credo si possa intendere in noi, forse, solo col tempo, sempre incerto e ondeggiante, della ricerca esistenziale come confrontata ricerca spirituale. Ho detto spirituale, anziché interiore, come mi sarebbe venuto da scrivere, perché è proprio necessario in questo caso mettere il carro davanti al bove, per fermarsi, in una sorta di provvisoria sospensione del giudizio verso la dimensione più universale e condivisa, che invece, indirizzata subito verso la direzione del dentro e del basale, grossolanamente dell’interiorità, ma di una interiorità troppo ancora condizionata da innumerabili fattori esterni, darebbe luogo ad una lettura anticipata a 360° troppo sfocata e quindi insoddisfacente. Qui necessita entrare subito in uno spazio d’attenzione specifico, anche per rispettare il tiolo del libro di Venturini, che pur omnicomprensivo in una visione del cosmo esteriore e interiore greco, indica, con la definizione (anche) di “mistico”, un orizzonte di logiche e pratiche aperto alla dimensione spirituale, comunque declinata.
  • ...
  • Il frammento 54 implica di necessità un’inversione di tutto ciò che, nell’esperienza comune, quotidiana, noi avvertiamo come ciò che ci parla e ci ammaestra, a meno che, appunto, non lo si riversi in una ricerca spirituale confrontata e relazionata al mondo delle “cose”, in tutte le loro innumerabili parti, ma come via di superamento dalle cose, sentiero arduo e pericoloso, sostanzialmente “negativo” o via “per levare”.   Quel silenzio interiore della mistica, termine pleromaticamente ondivago, che si può volere o creare, strada facendo, nel vorticare delle lingue e degli atteggiamenti che ci costituiscono. Proprio il frammento 54, sperimentando Eraclito l’armonia invisibile come migliore di quella visibile, è sostanzialmente controintuitivo, dato che «Gli uomini dapprima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» come dice il Vico. Consideriamo, poi, che “la mente pura” è privilegio sicuramente di pochissimi. E questa è già una primissima indicazione del dover andare aldilà sostanziale dal dato sensistico a cui la più parte reagisce “con animo perturbato e commossso”, persistendo perlopiù al meglio nella, e legandosi quasi solo alla, dimensione animica.
  • ...
  • Andare anche oltre la “parola”, che è la più grande costruzione umana dalle cose fin dentro sotto e sopra ed infine oltre le cose superando tutto ciò che sia meramente costruzione formalizzata al potere puramente comunicazionale, parola che magari esca vibrando e s’affermi potentemente nel mondo acustico e dei fenomeni e degli atteggiamenti e delle maschere. E pensiamo ancor più ad un tempo ove lo scritto della parola voleva comunque farsi conoscere e in cui la lettura, ma non l’ascolto, era fortemente minoritaria. Ma, ancora, se poi agìta oltre all’elegiaco esistenziale in funzione comunitaria, l’ascolto stesso si stagliava con connotato facilmente apofatico e diveniva velocemente gnomica, pur generata magari per un primo contesto personale allargato, clanico o simposiaco. Ciò, diversamente nelle varie epoche, ma con dinamica, sino alla società di massa, sostanzialmente invariata. Infatti importante il richiamo che fa Sessa a Teognide, come riferimento eracliteo, perché da dimensione soffertamente personale, tale verità poetica può divenire nel tempo una precettistica (e persino una manualistica), nel caso specifico, di etica “aristocratica”. Ma anche in campo “democratico” la passione dell’individuazione e poi dello scontro politico nella città, rendeva tale passaggio, sentito e vissuto come dovere civico, una miniera inesausta di conflitto e di eventuale presa di coscienza superiore.
  • ...
  • Ma la trasformazione della delusione nel dolore, che sia nutrimento sattvico per la “mente pura”, richiede appunto di superare l’angoscia dell’assenza del Divino, dell’abbandono del Divino alla bruta ingiustizia umana, comunque essa venga autorappresentandosi nella coscienza critica. E questo avviene, presumo intuirlo, solo perché, come dice un grande Maestro, il Divino “...non ha volontà e nessun karma si attacca a lui”. Perché è solo essere mentre tutte le altre infinite anime sono condizionate, a vari livelli di gerarchia, dalla volontà e quindi dal karma. Ma, per noi, se il superamento avviene in una chiave non di nascondimento dei propri dati, che sono per giustizia e per necessità intrascurabili, e quindi non in una notte dove tutte le vacche sono nere, ma nella ricomprensione in un di Più, non-duale, che ci può far costruire proprio la “mente pura”, il circolo vizioso o virtuoso della necessità, fronte all’incompresione, all’angoscia, alla consapevolezza di un destino che ha il tragico del vivere come sfondo corale, può divenire una porta negli “abissi luminosi” di cui parla sapientemente Tonelli, a proposito delle pratiche iniziatiche di allora (e forse di sempre).    
  • ...
  • Tornando al fra. 54, per affermare questa inversione dei dati, grossi e/o sottili, percepibili a disposizione nostra, o meglio dei nostri sensi, non è solo bastante entrare in una disposizione non-duale (e questo – mi ripeto – partendo dalle “cose”, esperendole), che spezzi la sicumera dell’apparenza, ma anche restare contemporaneamente vigili per non farsi trasportare da una fuga per la tangente appunto... mistica. E che la mistica sia una fuga per la tangente, meravigliosa, pericolosissima, “forse” inevitabile, non lo dico io ma - ovviamente con altre parole - l’anonimo inglese che forse ha scritto il trattatello di mistica medioevale più concentrato e polito, La nube della non conoscenza. Tutti i suoi antecedenti e tutti i suoi successori sono sostanzialmente sulla stessa strada, che s’avventura verso il Non-Luogo. Non quello di Augé, antropologico, beninteso (ma forse...). Quello delle forme ontologiche.
  • ...
  • Anche nell’ancestrale e pleromatica coscienza del tempo cosmico, essendo questa solo una suggestione decisiva e forte per me, perché non ho, ovviamente, strumenti per esserne certo, per altri. Quindi il Non-Luogo è o potrebbe essere quello che de Santillana declinerebbe (come Spazio), come unico indifferenziato, seppur istituente ed inclinante, delle due dimensioni archetipiche. Il Tempo essendo (stato) ciclicamente normabile e normato. E’ quindi difficile permanere in una sfera di sicurezza minima quando s’affronta l’inversione della logica dell’apparenza, tanto è vero che in tutta la speculazione non solo occidentale ma anche orientale, il dato della fallibilità della sensistica, se ha dato luogo a grandiose immersioni nella non-dualità, ha sempre creato sconcerto e pulsione alla negazione, da una parte e dall’altra un richiamo forte ad una non-sottovalutazione, almeno totale. Infatti il plesso della non-dualità, nella profondità del pensiero indiano è di difficilissima interpretazione. Infatti in uno dei primi testi dell’Advaita-Vedanta, le Māṇḍūkya Kārikā  attribuite a Gauḍapāda, che si presume vissuto nel sec VI-VII, il testo propone un monismo assoluto, secondo cui il mondo fenomenico non è che apparenza (māyā) e la realtà è invece non-duale (advaita). Il Brahman, la “Realta” suprema, data la propria natura senza-secondo, è anche identico all’ātman (principio cosciente).  La non-dualità quindi avviene nel mondo dell’essere reale e non in quello di māyā, ovvero il nostro, ove tutto si determina nel divenire, nella volontà, nell’io e nella lotta e persino la ricerca più spinta non si può che sviluppare nel senso dei “punti di vista” (...del “vedere”; il Sé è “colui che vede”) ovvero dei darśana  (il “fine dei Veda”, infatti reperta il cosiddetto “testo radice” dei sū tra, perché alla base di ogni punto di vista esiste un antico nucleo mnemonico poi scritto, ovvero dalla “cosa in sé” di origine puramente esperienziale). Ciò implica, anche, che la non-dualità sia, per trazione logica, nella dimensione, ovviamente, dei darśana, un complesso coerente ma non sistematico. Come tentativo di superamento metafisico, invece, e quando si attua nella sequela tradizionale consolidata e decide d’oltrepassare le forme grossolane dell’Uno, del Dio-Persona e di qualsivoglia polarità, porta all’Uno-senza-secondo. Ma restano declinazioni diverse tra due dei più grandi sapienti del Vedānta, Gauḍapāda e Sankara, cioè tra chi ha visto primariamente la differenziazione vitale, l’unita del tutto e la non-dualità (o non-secondità, rispetto all’evidenza primaria che non c'è altra realtà vera che Brahman).
  • ...
  • A tal proposito in contesto più recente, mi piace riprodurre un passaggio decisivo di Sri Ramana Maharshi, in Chi sono Io?: “Domanda 16: Qual è la natura del Sé? - Risposta 16: Ciò che in verità esiste è solo il Sé. Il mondo, l’anima individuale, e Dio sono apparenze in esso, come l’argento nella madre perla; questi tre appaiono e scompaiono nel medesimo istante. Il Sé esiste dove non c’è assolutamente un “Io” – pensiero. Ciò viene chiamato “Silenzio”. Il Sé stesso è il mondo; il Sé stesso è l’”Io”; il Sé stesso è Dio; tutto è Siva, il Sé.”.   Ma aldilà della vera ed anche rutilante radicalità della riduzione del complesso dell’esperienza dell’“apparenza del mondo”, mondo umano e persino del mondo divino (in noi), a Nulla, questo Nulla che diviene “Silenzio” rappresenta il Tutto, conquistabile. In tal senso ritorna comprensibile il frammento 54 di Eraclito, perché tutto ciò che è radicale rispetto all’evidenza immediata implica un’armonia ben superiore rispetto alla moltiplicazione infinita delle cangianti forme.
  • ...
    Ancora, le tre parole scritte da Angelus Silesius (Johannes Scheffler) nel diario d’un amico: Mundus pulcherrimum nihil, potrebbero ben compendiare, sul versante cristiano, quelle scritte in “Chi sono Io?” e quelle migliaia dell’Advaita Vedanta. E la stessa profonda, e certamente per troppi difficile, lettura filosofica di Sessa su La Meraviglia del Nulla, emiana, si muove in questo contesto ontologico, sia pur per una strada apparentemente ben defilata, o “visione”.
  • ...
  • Per questo motivo, credo, Venturini, per il 54, ne tratta con chiaro riferimento ad Heidegger, che, la precedente recensione di Sessa al suo testo, conferma: “...A tale incedere naturale l’uomo corrisponde con la vista, il “vedere”, che dischiude l’aphanes, l’armonia di tutte-cose, di cui dice il fr. 54. Heidegger ha rilevato che tale “inappariscente” armonia è: «qualcosa che si ha costantemente sotto gli occhi, ma della quale non si è consci» (p. 11 del libro di Venturini = La "compagine", di Venturini - la mia "connessione", nota 12, pag. 379, del mio libro "...come vacuità e destino", Parte III, saggio: "...non dice non occulta ma fa segno",  NovAntico editrice, 2013,  e bellissimo anche il riferimento seguente di Venturini ad Eschilo, che giustifica, forse, il mio precedente, al Vico.  =  N.d.A.).  Chi colga tale consapevolezza, giunge all’origine, al principio, alla coincidentia oppositorum, oltre la logica diairetica dell’identità.” (=citazione dalla recensione di Sessa al libro su Eraclito, di V.)
  • ...
  • Questo l’accostamento di Sessa, che fa evidente prima di tutto la disposizione possibile, persino destinale, allo “svelamento” che può essere anche la caduta del velo dell’illusione politica (o metapolitica) della delusione di Eraclito per il fallimento dell’avventura poliadica di Ermodoro, in cui aveva creduto e la susseguente presa di coscienza dell’ineluttabilità e per certi versi dell’insuperabilità, della pesanteur. Tale pesanteur (anche aldilà de “L’Ombra e la Grazia” e di Malebranche nella direzione del “Dialogo d'un filosofo cristiano e d'un filosofo cinese sulla natura di Dio”), è quella che ci costringe, se avveduti, a guardare, almeno con sospetto crescente, alla fantasmagorica corrispondenza tra l’insoddisfacente e troppo spesso ingannevole  presunzione dell’esterno e l'altrettanto relazionata incapacità di gestire i nostri demoni interiori.
  • ...
  • Infatti è illuminante quello che Venturini dice a proposito nel paragrafo “Un amore non corrisposto”, ovvero l’avventura democratica col taglio aristocratico, paragrafo inserito nella parte terza: “Un drammatico epilogo” (pag.95), col riferimento critico a Spengler: “...la città è la stessa”... ma gli uomini cambiano... al che si spiega la processione da “politico” a “mistico”. Ma forse gli uomini non cambiano mai se la connessione inevidente (in quanto ancora attorcigliata e commista di potenzialità esperibili), diviene, gioco-forza, evidente, per disgrazia, per rovina, (ma anche per successo e trionfo), tutti come siamo dominati dalla volontà produttrice di karma.  L’uomo non sfugge alla trappola, se non vedendola nella sua reale pericolosità. E spesso non basta persino provarla, per rendersene finalmente conto. 
  • ...
  • Ancora, nel mio secondo libro di saggi, “...come vacuità e destino” (sopra cit.), in un saggio significativamente intitolato “…non dice, non occulta, ma dà segno…”, (Fr. 93, D.K., mia la traduzione), che Venturini traduce:“non dice, non nasconde, ma allude”, davo una possibile lettura dello stesso frammnento 54, legandola, verbatim, alla teoria dei nodi, alla logica combinatoria e in questo caso, per concordanza di altri frammenti, applicabile ai meandri, ai labirinti, ai gomitoli, alle tele ed alle corde, fatali: “...Connessione inevidente è superiore all’evidente” ...dicevo... “...perché nell’armonia sottesa vi è una tensione non risolta che prorompe a generare nuova trama; giustificazione razionale dell’occultarsi naturale (e non artificiale) della verità-necessità, così nel nodo (al di là del suo asse), nel gomitolo (al di là dell’intreccio di assi), nel labirinto (al di là del dedalo), troviamo il possibile luogo e tempo di risoluzione ed, in essi, d’evidenza.” Ciò che preme, da sotto, per Eraclito, corrisponde, a ciò che sferza (Tutto dirige la Folgore) da sopra... Questa corresponsione non sempre d’amorosi sensi è ciò che ci sorprende sempre, non dandoci né requie fisica né tranquillità interiore. E’ quindi il fuoco divino (sferza, picchio, batacchio, folgore) che corrisponde alla nube della non conoscenza. Ma prima di leggere quel trattatello medioevale, anch’io interpretavo troppo facilmente quella nube come appartenente alla sola sfera umana e la nube della non conoscenza divina, “la cosa in sé”, ovvero lo stato di non conoscibilità del divino, m’appariva solo come un’immagine astratta, da astrazione coatta, mentre, con tutta probabilità e necessità potrebbe altrettanto facilmente essere una caligine progressiva d’allontanamento dal visibile nel proprio dell'invisibile assoluto, che vorremmo sempre relativo e che quindi implica, per noi, sempre mutate strategie d’avvicinamento.
  • ...
  • Che la banalità di questa riflessione, in me, foriera sperabilmente di migliori altri propositi, sia nata dalla lettura del testo del caro e non comunemente sapiente Filippo Venturini e del suo coraggioso libro su Eraclito, il visionario, il politico, il mistico, grande fra i grandi, che più si legge e meno appare oscuro, almeno dopo la terza (elevata a potenza) lettura di stile gurdjieffiano... bene... mi pare ottima cosa, per rimanere nell’orma, un minimo sicura, d’utile sequela...

  • Nel lento movimento dei ghiacci GRM

  • Leggendo e rileggendo
  • Gian Ruggero Manzoni
  • “Nel lento movimento dei ghiacci”
  • rec. di
  • Sandro Giovannini

  • C’è un glicine che sale dal mio giardino quasi al cielo e quando infiora è uno spettacolo da contemplarsi. Ma Tommaseo disse che la bellezza... “...è difficile” e Pound lo riscrisse in una ben diversa condizione. La difficoltà a cui fa riferimento Pound, stante la differenza evidente delle equazioni personali dei due, è qualitativamente diversa, perché non è mail “il difficile”, come ben facilmente potrebbe esser stato a volte per il Tommaseo, ma la complessità di una ricostruzione immaginale. Al proposito Borges disse una volta in una lettera a Margarita Guerrero “Chi scorra il nostro manuale, s’accorgerà che la zoologia dei sogni è più povera della zoologia di Dio”, come a dire che la physis è sempre avanti alla più spinta inventività umana. Sembra una cosa banale dirselo, ma invece la fiera della creatività dei nostri simili si nutre di una prosopopea difficilmente contestabile. E’ qui la difficoltà e quindi la non riducibilità della complessità che riscontriamo costantemente in natura al semplicismo che troppi vorrebbero far divenire la norma di ogni tipo d’umana comunicazione. Semplicismo da una parte e “il difficile” non buono, non risolto, non mediato, non affrontato, ma accantonato nella prosopopea di se stessi.
  • ...
  • Il glicine ci ricorda che dentro quella bellezza, che - a vedersi - è ancora difficilmente sondabile si cela una volontà di potenza insospettabile. Come recita Eraclito “...connessione inevidente è superiore all’evidente”. Superiore non per una risibile alterità iperuranica ma perché sta sotto e preme ma lo fa con “bellezza”, appunto, se è natura e lo fa con stile, se è natura. Queste, ovviamente, sono letture (interpretazioni) umane di una strategia altra che non ci appartiene, ma l’equilibrio enigmatico con esito evidente, preferisce spesso la seduzione controllante e complessiva alla pura violenza. Diciamo che l’uomo, anche in questo, ha dovuto capire molto prima di comprendere che la propria volontà di potenza fosse solo una brutta copia, incerta, balbettante ed infantile, (oggi si direbbe poco tecnologica, nella società del “capitalismo della sorveglianza”) di quella della physis.
  • ...
  • Oltre alla fatica che spetta all’umano poi di ramazzare, del glicine, chili e chili di fiori caduti sino a fine primavera, c’è una capacità parassitaria incontenibile. La bellezza quindi ha, dentro di sé, tante dimensioni quante possiamo solo intuire: vitalità estrema, copiosità lungimirante, seduzione dei sensi, tutto al fine di crescere e propagarsi, con risultati a volte inaspettati e spesso per niente da noi desiderati.
  • ...
  • Tutto questo fuggevole discorso per dirci che il testo di Gian Ruggero è tutto dentro la bellezza difficile. Ancor più difficile quella che si potrebbe definire - forzando, per ora - l’essenza onirica dell’essere, rispecchiata più o meno in mille poeti scrittori filosofi, da tutti i tempi. Quell’onirico, anch’esso, non sta solo dentro di noi, ma stante la lezione di Jung e di Hillman, che rileggono con nuovo stupore critico la E di Delfi, sta, anche e forse soprattutto, nel mondo. Perché noi siamo fatti dal mondo in cui ci muoviamo e siamo proiezione di specchi multipli. Come multiplo è il crescente ripetitivo di 1, 8, 16, romano nel passo cadenzato ed inesorabile ed anche dialetticamente ontologico, che sta nella terza parte del libro dedicato alla Madre recentemente scomparsa ed intitolata “La Quarta Moira”. La Moira inesistente, oltre le tre mitiche e letterarie canoniche Cloto Lachesi Atropo. La quarta inesistente Moira, per Gian Ruggero Manzoni, è il Nulla, appunto, in “non-ens”.
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  • Il Nulla impazza da sempre ma nell’ultimo secolo è arrivato al parossismo dello squadernamento e dell’evidenza massiva per mille motivi che tutti conosciamo anche se non tutti intendendolo nello stesso modo. Molti, esausti della ripetitività che non sembra esaurirsi oltre le dizioni letteralistiche della post-modernità, della post- verità, etc. etc., (infatti il Nichilismo, il Nulla, l’hanno designato, in bilico “sulla linea”, Jünger ed Heidegger), hanno creduto di poterlo esorcizzare solo storicizzandolo per forza di decisione culturale. Pensando che con tale operazione del logocentrismo, ma in questo caso più ancora della pura combinatoria letteraria “alla francese”, avremmo potuto, di una identità altra da sempre condivisa nel sospetto quando non nella paura o nel terrore, superarla, pur nell’era del tutto attuale del Divino Morto.
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  • Il sospetto (del Nulla), sostanzialmente tragico anche se spesso bardato di scherno, sempre ricorrente lungo tutto il libro di G.R. Manzoni e quindi non solo nella terza parte direttamente dedicata alla Madre, lei credente nel senso vitale, completo eppure ritroso e non dichiarativo del termine (e quindi, in risultante, meno ferocemente sarcastica), è anche agito da mille contraddizioni emotive, da infinite ipotesi causalistiche del carattere proprio ed altrui, tutti posti di fronte al clinamen, da infiniti progetti di folle fuga per la tangente, ora nell’utopia, persino nella distopia e nel non-sense.
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  • C’è una “posa”, un “posare”, in questo turbinio di decadimento?  Ci sarebbe se non ci fosse il contraltare continuo della voglia di vita, della voglia di sopra-vivere e non solo di sopravvivere.
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  • Nel lento movimento dei ghiacci c’è un freddo che incombe persino nel fuoco che è G.R. Manzoni, perché il lento ci da il senso della perduranza ostile e sempre poco avvertibile, il movimento spacca le percorribilità come per i candidi orsi polari, il ghiaccio è l’acqua di vita rappresa, che non si nega in sé ed anzi può preservare e conservare, ma brucia nel freddo le forze delle vite calde.  Cocito.  Di noi esseri senzienti.
  • ...
  • I disegni in carboncino dell’autore sono il commento visivo del dispiegamento della diffusa quarta Moira, ma chi potrebbe credere che il taglio famoso dei suoi violenti tratti umani in rapporto con le cose di ferro o di carne fosse scontato (e forse lo era pure per me prima che leggessi e rileggessi) si sbaglia di grosso. La fluidità del tratto potente e duro delinea bene una identità fronte all’incondizionato, come un eroe di fronte alla trincea avversa.

  • COVER BORGES heliopolis

  • Intorno ad un libro,
  • qualche riflessione
  • “elitista”   (*)   
  • di 
  • S.G.

  • Tempo fa Miro Renzaglia, anche lui ex poeta del Vertex, mi chiese di scrivere, su un grande che avevo conosciuto, per la collana che coordina con accorto e fruttuoso metodo, secondo il quale, in un testo critico riassuntivo su autori contemporanei repertato principalmente su ispirazioni e vocazioni contestuali ma non certo scontate, si doppia un’abile scelta antologica. (**) Il poeta era Borges.  Sono stato sulle prime incerto perché, di una autentica avventura del giugno 1977 che ci aveva visto ospitare per il nostro Centro Studi Heliopolis di Pesaro, Borges e Maria Kodama, per un’intera settimana, non avevo mai voluto prima scrivere distesamente, come avevano fatto a suo tempo alcuni dei nostri validi amici appositamente invitati da noi per l’occasione, se non un breve e funzionale resoconto di sostanziale connotazione. Esso andò ad assommarsi ai successivi registri di incontri, interviste, cataloghi di mostre ed atti di convegni, lungo tutti gli anni di attività dell’Heliopolis, del Vertex-Poesia, delle case editrici e delle riviste da noi fondate e dirette e poi di altre nostre più o meno incisive avventure comunitarie, fino ad ora. Ma il libro prospettatomi dall’amico non è poi uscito per la sua collana (ma dopo molto tempo per l’Heliopolis Edizioni) e solo per mia reticenza non certo imputabile alla generosità di Renzaglia, perché, forse a torto, sembrava potermi far trovare ben a disagio in quella sequela di autori trattati, con un mio Borges et alii od Alii atque Borges, che stava assumendo un carattere irrispettosamente del tutto fuoriuscito, per mole ed approfondimento, dall’originario progetto. Infatti la scrittura era già andata crescendo nel raffronto di altri autori, più o meno collegati, ove l’unico tratto comune realmente giustificabile era un espresso e/o malcelato elitismo (neanche trattato diffusamente e che si sarebbe poi potuto riscontrare diversamente quasi all’infinito e che quindi era d’obbligo concentrare in scelte autolimitatesi sulla base della prossimità epocale e del mio piacere d’approfondimento), a fronte di esiti letterari, esistenziali e politici differenti, quando non del tutto opposti. Certo il nucleo nasceva da quella figura (Borges), ma ben presto aveva preso il sopravvento la mia curiosità di scoprire, appunto, come tratti profondamente comuni, consapevoli od inconsapevoli, avessero potuto poi virare in direzioni a volte ben diverse. Cosa che ci sconcerta sempre, intelligenti o fessi che noi si sia. E questa problematica probabilmente risaliva alle occasioni d’incontro con altri grandi che poi ho personalmente conosciuto nel tempo, tra i quali Eliade, Jünger, Cioran, Cau, Bardèche, Tucci, Zolla, Filippani Ronconi, di cui molte testimonianze rimangono nelle pubblicazione di “Letteratura-Tradizione” e testi collegati. Man mano che la stessa forza di costoro, quindi, m’imponeva vicinanze e distanze più o meno fortemente marcate, precedentemente solo dovute alla lettura e cordialmente guidato da figure di maestri come Vettori, Gianfranceschi, Fasolo, e da altre care immagini, più distanti ma non meno presenti in me e che non oso neanche nominare per tenermi doverosamente al corretto livello proporzionale, la domanda che mi facevo su un supposto originario comune sentire, poi sovente altrimenti direzionato, era divenuta sotterranea ma pressante ed ineludibile per la mia stessa scelta metapolitica. Forse si legava anche ad un mio quadro caratteriale, andando a rafforzare un’autocoscienza formatasi su studi comparatistici, in un antisistematico sistematico come me, più o meno prevedibili. Così è nato il mio libro Borges et alii...
  • ...
  • Ma se la dottrina dell’elitismo non è trattata in prima battuta, per evitare una eccessiva letteralizzazione del testo (Jung e Hillman) e se ci si è concentrati il più possibile su alcune riunite chiavi autoriali lungo un tema che implica ben altre estensioni potremo almeno porci il problema di quanto si sia capaci davvero d’interpretare con una qualche profondità, nell’oggi, secondo più aperte vie letterarie o più specifici sentieri della ricerca non solo mondanamente finalizzata, la tensione verso una spiritualità virile. Con spiritualità virile intenderemmo non cogliere tanto o solo una condizione di genere psico-fisiologico, quanto una marcatura esistenziale, un plesso teorico che variamente ma decisamente tende alla realizzazione con denotazioni e connotazioni derivanti dalla propria natura profonda (=dalla propria identità simbolica) e quindi, negli autori trattati, da una precipitata ed in molti casi inverata visione del mondo, esplicita od implicita. Ovviamente mutate forme e circostanze... il più che viro dantesco, che inciela ab antiquo il genere essendo una sorta di esegesi visiva (rapporti emanativi trinitari) oltreché ovviamente teologica, nella linea di Riccardo di San Vittore, di Isidoro di Siviglia, di Beda il Venerabile ed altri, solo per rimanere all’esempio...
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  • Perché tale visione del mondo non la possiamo considerare solo come  dato. Ovvero deposito psichico, esistenziale, letterario, religioso, civile ed alla fine storico, comunque percepibile e, ai vari livelli, legittimamente ed apertamente, giudicabile. E’ anche un costante processo in fieri, che non smette mai d’interrogarci, come ad esempio poi lo intese filosoficamente Jaspers, (1) sia nella pulsione individuale che nella realizzazione comunitaria, realizzando quell’“l’affollato cimitero dell’élite” che, sotto differenziate coperture, descrissero i grandi teorici della sociologia moderna Mosca, Pareto, Michels o della “etnografia del potere” (=della repressione), come più recentemente e diversamente (e per certi versi anche imprevedibilmente) concepita da Augé: “...L’ideologia è sempre ideologia del potere in qualsiasi tipo di società... (...) ...tutte le società sono repressive ed impongono allo stesso tempo un ordine individuale ed un ordine sociale”. (2) Al di là delle proporzioni che sempre esistono, ma che in generale sanno camuffarsi meglio tanto più la decadenza vitale aumenta, allontaniamo comunque da noi l’impressione di una sorta di “cinismo metafisico”, solo perché la più spinta tensione all’inesprimibile, ma ragionata e vissuta nella autenticità di una corrispondenza vitale, non si abbandona per forza o solo alla bhakti in una delle sue infinite versioni, o all’utopismo intellettualistico in altre.
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  • Infatti in termini necessariamente più ontologici, al proposito, si spese antecedentemente tutta la grande filosofia greca e la dimensione sacrale antico-occidentale ed estremo-orientale e poi tutta la mistica, matrici pur diverse di ogni metapolitica (ancor più che la teoria politica stessa od ovviamente - sorda ed incapacitante - la criptopolitica). Persino quando di quella via dell’élite, ardua e pericolosa, si tratti solo del supposto esito finale, sperato, mancato, raggiunto, permane comunque tutto il problema relativo al percorso ed all’autocoscienza direzionale dei singoli e delle strette comunità. Qualsiasi sia l’autorappresentazione (illusoria o reale) del raggiungimento parziale o definitivo o degli scostamenti successivi. Questo perché la visione del mondo implica, in chi non ne viene semplicemente trascinato, magari proprio per carente autoanalisi, una responsabilità che non può essere tolta di mezzo da nessuna cosa esistente o rappresentabile. Neppure da quella consapevolezza che, avendo base in una chiara scoperta della sostanziale inconsistenza della reductio ad unum individuale, dubita di poter accedere comunque ad uno spazio di responsabilità effettivamente personale. La qual cosa sembrerebbe tagliare alla radice ogni potenzialità di determinazione autonoma nel mondo, mentre forse permette - di fronte alla possanza insuperabile di māyā, - necessariamente solo un energetico togliere la prima coltre di velatura ed un contro-veleno (…vincetossico è il viatico… E. P.) all’illusione facilmente identificatrice che pervade ognuno di noi fin dalla nascita, rendendoci per lo più poco disponibili all’ascolto di una diversa e più profonda messa in questione (progrediente) del nostro essere.
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  • Lungo tale direzione, il mio libro su Borges et alii, che ho giudicato chiaramente fallito nella sua hýbris direzionale, rappresenta però un non inutile personale tentativo di libro-mondo similarmente al modo descritto da alcuni autori, non certo riguardo al mio risultato ma alla tematica affrontata. (3) Ma in tal senso dobbiamo proprio cercare d’attingere ad una vorticosa capacità di valutazione “interna”, quindi non solo ideologica o sociologica, come s’afferma in quell’epocale scepsi nietzscheana che, se e quando limita l’esaltazione dell’autoanalisi come potenziale tangente impazzita, per lui poi paradossalmente credendosi profondo psicologo, lo fa a scapito della superiore totalità  e legittimità dell’istinto. (Nel mio caso, più modestamente e necessariamente, dell’intuito). In N., persino incredibilmente, molte volte raggiungendo una sorta di repulisti totale dell’accidentale e del superfluo, simile al puro distacco (Abgeschiedenheit) della più spinta mistica, come ci ha anche ben segnato Vannini, in tutto il suo percorso (4) Anche: “…Il penoso scioglimento della fede nella comune realtà, di questa fasciatura aderentissima che cinge l’uomo, impedendogli di sentire i soffi di realtà diverse e maggiori…”, come dice Zolla, anche se l’orma di N. crede di stamparsi, seguendo questo metodo, nel fango primordiale della vita e credendosi (N.) schierato definitivamente sulla datità del reale e quindi lungo una compiuta (ed innegabile, per lui) confrontabilità biopolitica. 
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  • Ma questo perché l’ombra di N., in tale direzione di cammino, è talmente ingombrante dall’inizio del Novecento, che non si può parlare di nessuna cosa che giri intorno al concetto di elitismo, senza fare riferimento a lui od al suo mito od a tutte due le cose, ma soprattutto non potendo evitare le sue smarcanti riflessioni, per quello cioè che sono indipendentemente da tutto, anche oltre ogni doverosa o legittima contestualizzazione. E noi crediamo che sia centrale anche perché, proprio dalla più spinta autoanalisi, si può giungere alla negazione lungo un processo che è o parodia od esaltazione della medesima, ove si dà, comunque nelle iniziazioni, nelle mistiche, nello yoga e nel tantra - e forse anche in ben altri processi - (...poi non tanto nelle loro concettualizzazioni ma nei loro esiti operativi), il ribaltarsi completo della normale percezione del reale…   Infatti è proprio dalla disposizione nietzscheana alla mise en abîme che si confronta tutto il suo continuo involversi e ricapitolarsi nei dati primari, originari, d’ogni disposizione critica, al di là dello stesso insieme dell’eccesso espressivo e che tende ad attestarsi su un fondo dell’anima che ha poi permesso i vari tentativi, più o meno fattibili o riusciti, di recupero cristiano indiscutibilmente sempre di minoranza, come in tutt’altro versante, i più numerosi tentativi di riutilizzazione in ambito marxiano. Questo quando non vietato dalla supposta impraticabilità formale, da apparatči, come nel caso emblematico di Lukàcs, o dall’insuperabilità istintiva del (o dall’odio istintivo verso il) muro (delimitante/proteggente) padrone/ciandala, ripetuto costantemente in N. e quindi non negabile o camuffabile. In tanti altri marxiani, meno o per nulla sensibili alle domande ontologiche, tale tentativo di recupero è basato sulla comune, o meglio genericamente assimilabile, critica della morale borghese; dell’alienazione epocale (indipendentemente dalla sua causa); del procedere filosofico che dichiara, in crescendo - non si può però dire mai quanto sinceramente - fino all’ultimo, la necessità del basamento antimetafisico, rovesciandolo comunque totalmente nella legge dell’istinto, vissuta, come sopra dicevamo, nella datità del reale, da lui supposta, contro ogni infingimento religioso od ideologico. E’ piaciuta immensamente anche, come dato artistico forse ancor più che filosofico, la sua stessa metanarrazione, che afferma sempre la possibilità (oltreché la realtà) di una spiegazione omnicomprensiva della storia con i suoi grandi segreti: dell’eterno ritorno dell’identico, rimasto segreto (esoterico, oltre le stesse sue versioni scritturali ed exoteriche… quindi mai svelato compiutamente e più che altro poi decodificato come dato civile e/o politico), e, a seconda degli interpreti sempre ben differentemente ricostruibile; della condizione persistente dell’essere-morto, dio od idolo che si fosse o si sia; del sacro orrore come perenne dialettica tra mondo-apparente e mondo-mentito, ove la creatività volitiva ed artistica (del mentimento) s’afferma come unico dato autenticamente possibile per l’uomo e che instaura una rinnovata visione della vita artistica come finzione suprema (vedi, in tutt’altro contesto, Stevens), del tutto attuale e che altri sapranno sviluppare ancor più; del sacer che registra logicamente la morte di dio e degli idoli come morte/passaggio sempre assimilabile e che, sacrificalmente, resuscita vita, con valenza antinomica ma dialettica tra Dioniso e Il Crocifisso... Importanti al proposito alcune suggestioni, appunto antinomiche e dialettiche, del Noli me tangere di J.-L. Nancy: “...tu non tieni niente, non puoi tenere né trattenere niente, ecco ciò che devi amare e sapere...”
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  • Ora persino io con i miei poveri strumenti saprei ritrovare - magari incertamente - le orme di cui sopra, come parafrasi o parodie, a scelta, di tante operazioni che s’aprono ai discepoli in diverse linee di apprendimento operativo, lungo secoli, linee che come probabilmente potrebbe dire uno sciamano ad un antropologo (tipo un più o meno verosimile Don Juan ad un più o meno riscontrabile Castaneda) od una più o meno accertabile impronta di magismo euroasiatico in Gurdjieff, sono a lungo parallele (=convergenze parallele) per diffidenza reciproca - ma necessitata - della distanza. Per distruggere quella distanza naturale occorrono eventi speciali, a volte sublimi a volte catastrofici. Ed a volte quelle distanze possono persino divenire dei ridotti salvifici, dei depositi etno-archeologici, che eccessiva vicinanza comprometterebbe.
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  • Ma ormai la complessità evocatrice del mondo globalmente squadernato dei culti, la multidisciplinarietà del comparativismo e la compresenza eidetica/gestaltica - innegabile - delle vie operative, quando non diviene una solo cullante evasiva musica/mondo di fondo (la troppo facilmente vituperata new-age), rispetto a tutte le ipotesi di perfezionamento, non è, in sé, affatto negativa e porta in corpo una potenzialità potente. La centralità irradiante d’una paideia autoriale, la voga di una generazione studiosa, la fascinazione di sentirsi in una comunità di linguaggio elitaria od elitista, possono facilitare, a volte, o del tutto impedire al contrario, il passaggio da un mondo rappresentativo all’altro. E ciò avviene realisticamente, al di là di bene e male. Ma non aldilà dell’intelligenza. Perché persino tragedie epocali come le (od i tentativi di) distruzioni di millenarie culture, con le loro poi incongrue sovrapposizioni, non hanno del tutto impedito di trasfondere e trasferire su altri piani, certo drammaticamente ed a volte faziosamente squadernata, una conoscenza che altrimenti si sarebbe socchiusa probabilmente con ritmi e tempi di sviluppo, per tutti imprevedibili e forse comunque irrisalibili. O totalmente scomparsi dalla memoria umana, come potremmo supporre in indecifrabili ma ipotizzabili tracce. Pochi esempi tra i mille diversamente avvenuti: la penetrazione cristiana nel nord-europa, l’espansione islamica, la conquista centro-sudamericana, la caduta dell’oriente bizantino, il progressivo genocidio dei nativi pellerossa e nativi australi, la dominazione inglese in India. Con quali costi umani… e produttivi stravolgimenti assoluti della verità (o delle verità precedenti) è un altro discorso. Una lettura profonda e sincera dell’intrinsecamente assurdo processo (se non ci si pone nell’ottica di N.) ove una cultura egemone dopo secoli deve interrogarsi sulla propria parabola, è data da questo incipit di un famoso libro di Zolla : “…La storia delle tante immagini dell’Indiano che via via appaiono nella letteratura americana, mostra una prospettiva abbastanza strana di opere e d’autori, ma altresì insegna i (semplici) mezzi stilistici con i quali si vuole agevolare un genocidio”… (5) Come la tragedia possa divenire sapienza rettorica.
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  • Tornando ad una singolarità, da noi in occidente, lungo la distruzione di popoli e della ragione di essi, producendo per secoli sistemi ideologici di efficace copertura, è proprio ciò che ha creato ascolto su N., sia nell’ultimo costruzionismo post-positivista, perché comunque diveniva il metro di paragone insostituibile e fino a N. mai così ben stagliato (e quindi anche meglio colpibile) del negativo; assurto a follia ideologica quando non addirittura a male assoluto; sia nel decostruzionismo, soprattutto francese per la propria sempre maggiore disponibilità alle avventure della pura-parola-pensante-a-sé (struttura, ideologia) come segno di ogni comprensibilità (e studio innamorato della devianza) attanziale e contestuale e perché comunque metodo post-metafisico, meravigliosamente distruttivo di un senso di sistema classico, che - in origine - tutto avrebbe voluto unificare, interpretando ed identificando. Cosa che poi per N. è oltremodo paradossale, sia per la sua formazione che per i suoi esiti, appunto, di metanarrazione, con troppo in comune con le interpretazioni complessive (ed anche mitico-arcaiche) del mondo. Ciò darebbe il senso di un antisistematico (ma poi per davvero?) forse per dialettica visione della radicalità, che ha sempre permesso una fruizione ed anche spesso uno stravolgimento, al di là d’ogni inconfutabile detto testuale. Profetismo, sinteticità, ripetizione, aforisma. Come suggella ironicamente Kraus: “L’aforisma non coincide mai con la verità, o è una mezza verità od una verità e mezzo”… In tal modo molti (o forse troppi) hanno potuto sostenere, che a N., interpretandolo, si può far dire tutto ed il suo contrario e questo è avvenuto sia a destra che a sinistra e persino al centro, anche se, in questi ultimi due casi, con maggiore sforzo e minore verità. Noi però, rispetto al portato complessivo, consideriamo N. inequivoco ed ancor più su alcuni plessi centrali del suo pensiero, ben distintivi ed irrefutabili. L’elitismo, è, indubbiamente, uno di questi.
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  • Inoltre la metanarrazione di N. crea nell’assommarsi progressivo un continuo effetto droste, a specchi moltiplicati, che è fascinoso e turbativo assieme, in quanto non è un espediente ma un’avvitamento profetico su se stesso e su una vera e propria autocrazia della coscienza, sua e dell’oltre-uomo, che ne darà scandalo in moltissimi critici, per via della percepita inattendibilità scientifica, persino dell’inaffidabilità filologica (ancor più paradossale per N. nato e cresciuto filologo) e della durevole follia, sostanzialmente necessaria al suo genio, peraltro innegabile e quindi non epifenomenica. Il mito Nietzsche agisce quindi fin dalla fine dell’Ottocento con ricorrenti maree di andata e ritorno, su due livelli, ma quello basso muove a destra, come al centro, come a sinistra, spesso in grottesche, mentre quello alto, ancor più volte in narrazioni oscure o reticenti, numinose o partite logicamente per la tangente, divenendo troppo spesso una parola alata ad altezze siderali per autodefinitisi specialisti, qualsiasi siano le loro appartenenze ideologiche e comunque essi si relazionino a lui, anche in termini, più o meno rispettosi, secondo sfumature narrative, logiche, critiche. Forse per penetrare la dura scorza del mito Nietzsche non c’è nulla di meglio che confrontarsi con la reazione rispetto al problema della follia, che infatti muove il sotteso ed il manifesto sin dalla morte di N., sia ad opera di parenti, amici, estimatori e detrattori. In pratica di tutti. Chi ricorda, con indubbiamente godibile ironia, che ai suoi funerali si scatenò un’apoteosi non solo retorica, ma si mossero anche i cieli e la terra, (6) forse però non ha voluto permettersi di riflettere che l’ironia avrebbe colpito (e potrebbe ancora colpirne), ben più terribilmente l’archetipo che lo stereotipo, supposti. 
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  • Dicevamo allora, oltre l’immensa frattura operata da N. ed in relazione alla ‘visione del mondo’, che la responsabilità non può essere tolta di mezzo da nulla. E quindi anche da quel nulla (o tutto) che sia il nostro mondo interiore. Qualsiasi cosa, quindi, sia (o voglia essere o voglia rappresentarsi) quel mondo interiore. Perché di quel nulla (o tutto) noi siamo interamente, se non produttori (come, quando, perché?…), certo alfine compagni di strada per la vita, cosa che, comunque compresa ed interpretata, diviene innegabile. Diviene il nostro segno. Noi siamo con quel tutto o nulla lungo l’intera nostra esistenza. Breve o lunga che sia. Ripeterlo serve a capirlo bene. In tal senso, nel libro, N. resta paradossalmente sotto traccia, perché è troppo importante per tutti gli elitisti autori coinvolti, ma anche eccessivamente ingombrante. Nessuno di loro avrebbe voluto (o forse potuto) trasformarsi solo in un suo combattivo interprete. Avrebbero perso il (grande, ipotetico) se stesso.
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  • La spinta elitaria, elitaria quindi in re e non nelle sue superfetazioni ideologiche, in ogni caso qui in noi ricondizionata alla propria essenza oltre le letture unicamente esteriori (di costume, sociali, economiche o storiche) durate secoli, comporta nella visione del mondo dimensioni conoscitive, profetiche ed attive, che non si esauriscono nella contemplazione universale (intellettualista) più o meno pura, ma implicano vari gradi e modi per realizzarsi in un tutto vitalmente coerente. Per farlo però non ha altra scelta che scavare nelle domande eterne ed irrisolte dell’uomo.  GeisteswissenschaftenScienze dello spirito. Ma la domanda che sorge immediata (pur essendo atemporale) è... scienza/spirito?  E se nello scenario, sterminato ed a volte impenetrabile anche per sedicente possanza magniloquente rispetto poi proprio alla sempre difficilmente attingibile paupertas spiritus (7) che molte pratiche vogliono e debbono conseguentemente (ai presupposti) impostare, ci potessimo veramente addentrare non oppositivi, senza quindi preconcetti, senza la smania di giudicare subito subito subito, allora forse ci accorgeremmo che ci è stata appunto mostrata una via primaria d’accesso, anche se successivamente, superato il portale, immediatamente (sic!) si rendano nuovamente evidenti attributi d’ulteriore penetrazione, che non sono affatto omogenei.
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  • Potremmo dirci che la direzione d’accesso dovrebbe essere, come sopra indicavamo, il (programmatico) puro distacco, persino quando la via scelta è quella dell’azione, (8) distacco in tutte le sue versioni antico occidentali, medio-estremo orientali od ibride. Nell’oriente e/o antico/occidente, ove la costante presenza a “vacuità e destino”, inessenti a māyā, tramati nel tessuto dell’universo partorito dai fili raggianti del sole tantrāyin, ove verso e recto si compattano efficacemente (sempre nel senso eracliteo della connessione inevidente superiore all’evidente) e nell’ermeneutica stoica del tragico ove negazione/affermazione sono in esistenziale dialettica e, sia pur per un sentiero oltremodo difficile anche ora, sempre transitabili, è implicata inscindibilmente nei misteri. (9) Nel medio ed antico oriente come potenzialità di liberazione dall’agglomerato della pesanteur, comunque e dovunque essa si prospetti e s’imponga (=dappertutto), per raggiungere una condizione sempre meno condizionata, indipendentemente dalle differenze, a volta estreme, delle pratiche operative, fino alla ricongiunzione col principio indistinto od all’estinzione della necessità vitale, affrancati (mokṣa) e liberati (nirvāṇa). Ancora nella nostra multiforme e mai esausta mistica occidentale, dove le matrici originarie áskesis e afáiresis  si sono connotate progressivamente di prescrizioni etiche ma che come quadro di riferimento generale persino in parallelo costruttivo, forse non solo de-costruttivo, con molto del repulisti letterario coevo… (vedi come esempio sommo Valéry, anche come potenziale prassi estetica della distinzione, del distacco produttivo di diverso e più elevato linguaggio) ne innervino e ne giustifichino ogni strumento operativo.
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  • Tutte queste movenze si nutrono di quella particolare autoeducazione che privilegia sempre l'esperienza sensibile (ma mediata/meditata) anche del mondo sottile, non come alterità assoluta ma come caleidoscopio delle parvenze e dalle materialità anche più grezze, persino, appunto, di quella pesanteur che s’è opposta, nella storia, non solo alla grazia, ma alla buona vita... nella sue potenzialità più umanamente amabili. (E qui ritorna, accresciuta, la necessità di una cultura ben fondata su scienze sociali, politiche e geostrategiche). Forse perché nell’aristocrazia profonda, nella grande/anima, non ci sono stentoree utopie di potenza, ma corretta comprensione della natura inclinabile dell’uomo, che implica, come compresa compensazione, il pieno ed il vuoto, in un gioco dialettico che se assecondato con orgoglio del giusto, può essere persino felice. Ne vogliamo un esempio od almeno un’orma, (anche) letteraria? Andiamo appunto nel campo del più difficile discrimine, quello del cosiddetto elitismo di alcuni grandi autori. E, poste in campo le sue possibili ragioni profonde, accanto a quelle umane troppo umane, lasciamo intera dall’inizio un’indeterminatezza concettuale. Infatti, stando al problema autoriale… quanto complesso, quanto apparentemente contraddittorio, quanto disponibile agli esiti esistenziali (ed interpretativi) più difformi. Si tratterà, allora di confrontarlo anche con le traiettorie personali, “reali”, minimamente riscontrabili nelle cose e non solo nelle parole, per giungere a qualche risultato minimamente credibile, che potremmo definire generale.   Cosa che solleva subito il vespaio interpretativo e critico di tutti coloro che privilegiano la pura letteralizzazione.  E quindi, questo diverso procedere, potrebbe apparentemente sviarsi da un’idea come noi sopra l’abbiamo definita, di distacco dal frutto dell’azione. (10) Che in realtà ci sembra difficile (... infatti la bellezza pura è difficile, poundianamente), ma una sorta di memento potentemente utilizzabile e termine di paragone, comunque, ineludibile.
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  • E qui allora si apre la vera battaglia interpretativa dentro di noi... mantenere il piacere dell’altezza, senza dubitare del meglio in tutti i campi, con equanimità e senza perdere di vista mai - perché sempre si testimonia accanto - la nostra costitutiva finitezza.
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  • Note:
  • (*) Il libro a cui si fa riferimento è: La diversa avventura dell'elitismo, BORGES et ALII di Sandro Giovannini. SOMMARIO DEL LIBRO: Prefazione; Introduzione; PRIMA PARTE: J. L. Borges. 1) Motivazioni personali; 2) Contestualità di ricezione; 3) Linea di ricerca; 4) Sacro; 5) L’infinita biblioteca; 6) Il gioco/sogno. Note al testo. SECONDA PARTE:1) Victoria Ocampo; 2) José Ortega y Gasset; 3) Rabindranath Tagore; 4) Hermann Keyserling; 5) Pierre Drieu la Rochelle; 6) Roger Caillois. TERZA PARTE: Testi antologici con commenti di S.G. su: 1) Victoria Ocampo; 2) Ortega y Gasset; 3) Rabindranath Tagore; 4) Hermann Keyserling; 5) Pierre Drieu La Rochelle; 6) Roger Caillois.
  • (**) La Collana Pre-Testi, diretta da Miro Renzaglia: 1) Miro Renzaglia: Fabrizio De André. Maledetti poeti, Circolo Proudhon Edizioni, 2016; 2) Paolo Granata: Bob Dylan. Poeta errante. Circolo Proudhon Edizioni, 2017; 3) Susanna Dolci, Angelo Senzacqua: Patti Smith. Tra Rimbaud e San Francesco. Circolo Proudhon Edizioni, 2017; 4) Mario Grossi: Tim Burton. L’oscura stanza dei giochi. Circolo Proudhon Edizioni, 2017; 5) Francesco Benozzo: David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice. Universalia (Safarà), 2017; 6) Luca Lionello Rimbotti: Jim Morrison, wotan in rock, edito da Castel Negrino, 2018; 7) Elena Lamberti: Leonard Cohen. Come un uccellino su fili di parole. Castel Negrino, 2018; 8) Maurizio Gregorini: Martin Scorsese. Le forze primigenie dell’America, Castel Negrino, 2018.
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  • 1) Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio Ubaldini, 1983.
  • 2) Marc Augé., Poteri di vita poteri di morte. Introduzione a un'antropologia della repressione, 2003, R. Cortina Editore, pag. 18.
  • 3) Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Einaudi, 1994.
  • 4) Marco Vannini, Nietzsche e il cristianesimo, D’Anna, 1986.
  • 5) Elémire Zolla, I letterati e lo sciamano, Bompiani, 1978, pag. 3.
  • 6) Anacleto Verrecchia, La catastrofe di Nietzsche a Torino, Bompiani, 2003. pp .441-442: “…«Si levò un terribile temporale, e sembrò che questo alto spirito dovesse scomparire fra tuoni e fulmini». È noto che il cielo della Germania ha sempre una riserva di tuoni e di lampi per segnalare la scomparsa dei grandi spiriti. Oppure, come nel caso di Goethe, fa «più luce». A proposito di Nietzsche, però, sembra che si sia parlato anche di terremoto o di qualche cosa di simile, proprio come sarebbe avvenuto per la morte di Buddha o, meglio ancora, di Cristo. Né mancano, dalle parti di Weimar, colline che si possano paragonare al Golgota. Il mito si forma rapidamente. Il Nietzsche che muore con il nome dell’amata sorella sulle labbra è tanto vero quanto il Nietzsche che, a Torino, impazzisce soltanto perché fa abuso di sonniferi ed è affranto dal dolore. Come poteva, infatti, un dio, un pari grado di Buddha, di Zarathustra e di Cristo, essere vittima di una malattia ereditaria? Così Elisabeth, truccando la catastrofe del fratello e facendo presa sul sentimentalismo dei tedeschi, riuscì a creare la leggenda, e ad accreditarla presso la posterità, di un Nietzsche martire del pensiero, una specie di Icaro o di Fetonte dello spirito, che cade per il suo temerario ardimento attraverso i flammantia moenia della filosofia…”
  • 7) S. Tommaso D’Aquino, La Somma Teologica, Ediz. Studio Domenicano, 1984 e segg., IV volumi. Secunda Secundae. Questio 19: De Dono timoris, Articulus 12: Utrum paupertas spiritus sit beatitudo respondens dono timoris. La risposta tomista è che la povertà (Matth. XIX, …si vis perfectus esse, vade et vende omnia quae habes, et da pauperibus… Ergo paupertas spiritus non respondet dono timoris), crea lo spazio per lo spirito che altrimenti è occupato dalle cose mondane, (oltre ad aprirlo alle beatitudini) e non risponde al dono del timor di Dio. Nella mistica di Taulero ed Eckhart, si conferma, sino al fondo dell’anima, lo spazio assoluto di spoliazione, rarefazione e riduzione al nulla. (Si potrebbe parafrasare: “Beato colui che non troverà motivo di scandalo in me” Mt. 11,6.  “E beato colui per il quale io non sarò di inciampo!”. Lc. 7,23).
  • 8) Elemire Zolla, Le tre vie, Adelphi, 1995. Intesa ovviamente qui nel senso di: “Tu sei chiamato ad agire, ma non a godere del frutto dei tuoi atti. Non prendere mai come movente il frutto della tua azione; non provare attaccamento per il non agire.”  Bhagavad Gītā, Adelphi, 1976, II, 47, pag. 39. Ma al di là di questa chiara lettura nel “vangelo indù”, persino altre dimensioni recuperano, dopo una prima concettuale chiusura alle logiche tantriche come mezzo d’esplicazione e via di penetrazione della stessa dimensione dell’azione, il permesso controllato o la disciplina interna, (anche perché altrimenti si vanifica la seconda parte dell’insegnamento: non provare attaccamento per il non-agire), come poi fece, ad esempio, il buddhismo nel Vajrayāna. Questo avviene persino nelle più spinte soluzioni di procedura, (“Il combattimento meditativo”, ultimo capitolo del libro di Zolla, cit., pag. 121), che però non sono sempre forzatamente le più “cruente”, potendo persino apparire più “cruente” o sconvolgenti, o più o meno sottilmente divaricanti, almeno per molti occidentali, altre pratiche rituali Śivaite, nel cibo e nei comportamenti producenti: madā, māṃsa, mudrā, maithuna, etc, etc… Le tre vie (semplificando), contemplazionedevozioneazione, non sono, nel confronto dialettico tra tempi e spazi successivi e rifluenti, necessariamente alternative, anche se costitutivamente diverse. Ed ogni scuola o lettura ha saputo riportare al centro del proprio percorso un equilibrio diversamente orientato rispetto agli influssi partitari(ariamente), inclusi od esclusi.
  • 9) “...di ciò che gli iniziati avevano sempre incontrato alla fine della loro metanoia ascetica: Il Principio-Infondato, la Libertà-Potenza, il Ni-ente, il Nulla di Ente. Il medesimo antiprincipio che la cultura tragica, vena carsica periodicamente riemergente nella storia d’Europa, ha indicato quale discrimine, confine invalicabile, che separa chi ha bisogno di credere da quanti ambiscano sapere”. Pag. 18 del saggio di Giovanni Sessa “Julius Evola e la metafisica della gioventù” in: Julius Evola, Par delà Nietzsche, a cura di Gianfranco de Turris, Premessa di Alessandro Giuli, testi aggiunti di Giovanni Sessa e di Andrea Scarabelli, Aragno, 2015.
  • 10) “…Nel nostro rapporto con gli uomini e col mondo rileviamo contraddizioni, perché il nostro inconsapevole essere, desiderare e tendere differisce da ciò che avevamo voluto in modo consapevole. La nostra visione del mondo è una esperienza in continuo movimento per tutto il tempo in cui continuiamo a fare esperienze. Nel momento in cui il nostro mondo, la nostra realtà, i nostri obiettivi si fissano e diventano ovvi, o non abbiamo ancora fatto alcuna esperienza della possibilità di visione del mondo o ci siamo irrigiditi in un fortilizio e non facciamo più alcuna esperienza. In entrambi i casi non ci sorprende più nulla; rimane solo il rifiutare o il riconoscere, non il dedicarsi e non il recepire; non ci sono più problemi, il mondo é diviso chiaramente in bene e in male, in vero e in falso, in giusto e in ingiusto; tutto diventa una questione di diritto ed è chiaro ch’è poi anche una questione di potere. Non c’è interesse per la psicologia delle visioni del mondo, tranne forse che per una psicologia degli inganni e delle falsificazioni, e gli uomini vengono sentiti come gli altri, gli estranei, i nemici. Al contrario nell’esperienza vitale lasciamo che il nostro io si espanda, si diffonda e poi rifluisca in sé. È una vita pulsante fatta di espansione e riflusso, di dedizione di sé e autoconservazione, di amore e solitudine, di confluenza e lotta, di risoluzione e contraddizione e fusione, di crollo e ricostruzione.” Karl Jaspers, cit. 7, 8.   ...Considerate poi che tipo di consapevolezza potrebbe ridonarci il passo che dice (sopra, nella cit.) “...tranne forse che per una psicologia degli inganni e delle falsificazioni...”!, per noi, ormai, nell’epoca fosca della parodia della cultural intelligence e della post verità...
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  • Ora, nel nostro testo sopra dicevamo: “…ci potessimo veramente addentrare non oppositivi, senza quindi preconcetti…”. Prendiamo ad esempio la penetrante citazione, in cui Scarabelli, nel Par delà Nietzsche di Evola (cit.) e nel suo saggio a latere riproduce: «…Aspetti che emersero anche nel corso delle successive polemiche, causando una rottura definitiva tra i due, dovuta ad un’incompatibilità di fondo che Evola così riassunse su ‘Ultra’ (a. XXI, n. 23, marzo-giugno 1927, pp.118-123): “Il fatto è che il Vezzani è, a un dipresso, cristiano – e noi non lo siamo: questa è la differenza vera. I valori cristiani sono valori democratici, sentimentali, egualitari, umanitari, eudemonistici (felicità, armonia), di insufficienza (bisogno di amore, grazia, salvazione). I nostri sono invece valori aristocratici, eroici, di differenza, di volontà, di gerarchia, antiedeumonistici, di sufficienza”».  Ovviamente l’irriducibilità di cui sopra non è a sua volta riducibile a poco od a niente, permane come elemento per nulla o mai del tutto superabile, anche quando ci troviamo poi a registrare elementi sorprendentemente assimilabili nelle tecniche operative fino al punto di un parallelismo funzionale o quasi di un’indistinguibilità per progressiva rarefazione (=pensiamo al Grund der Seele o alla “rinuncia al frutto dell’azione” od al “non arraffare” di cui parla Montherlant, che pochissimo potrebbero essere connotati per via aristocratica o democratica, almeno per come normalmente (=politicamente) molti intendono… forse dandoci il segno di un sempre praticabile superamento. Il che non significa chiudere gli occhi in una notte dove tutte le vacche, necessariamente, sono nere. Perché potremmo dirci che la via dell’azione, tramite la più spinta passione fino ad un esterno disequilibrio, del tutto inaccettabile per i parametri consueti soprattutto se filtrati da secoli di devozionalismo moralistico ove il concetto del bene ha preso il sopravvento sul concetto dell’uno, e che ha poco a che spartire con l’educazione del comportamento interiore ed esteriore che si configura come pietas o cortesia spirituale, ma che non è se non un furor estroflesso e controllato (il “cuore di sasso”) del kendōkyūdōjūdō, e di tante altre vie, mette in perenne ed insuperabile crisi la propensione affermatasi progressivamente in occidente al discrimine morale, intrinsecamente rivelazionista, che non può ammettere che qualcosa possa comunque sfuggire al suo totalitario controllo. Lo stesso distacco - letto non solo come un allontanarsi dal dogma ma più notevolmente dal regime dell’idolatria morale - che poi oggi ha ben del tutto cambiato ethos senza cambiare logos (pur sempre cristianamente inteso dalla mistica), ha rischiato storicamente al meglio la scomunica od al peggio il rogo. E questo è un fatto.
  • ...
  • Ma il “distacco” è - comunemente inteso, tra la gente - un disvalore. Fanno proprio sorridere le considerazioni di Montherlant; “…Un rifugio per civili, durante l’allarme: provate ad esser calmi un po” troppo ostentatamente, eccovi sul punto di essere insultati. Allo stesso modo provate ad esser un po” troppo calmi in un posto di comando sotto il fuoco, non sono affatto sicuro che ciò vi attiri tutte le simpatie che si potrebbe pensare. Per la gente di oggi la saggezza è egoismo, niente altro”.   Il “distacco” ancor più oggi nel tempo del buonismo obbligatorio, quasi fosse una gravissima carenza d’empatia od una predisposizione boriosa, se non peggio. E’ la più prevedibile reazione, nella relazione sociale di convivenza. In un passato testo ho portato la riflessione, su due tipi, ancora, di diverso distacco:
  • ...
  • “…Se dovessimo quindi trovare chi possa portare al parossismo il fastidio procurato (negli altri) da quel distacco, da quel disinteresse, non sceglieremmo Montherlant, ma ad esempio Jünger. Infatti Jünger entra nell’azione, si imbraga anche possentemente nel furor e nella disperazione, ma riesce - con completo e mai autenticamente superato scandalo dei suoi lettori ed anche stimatori avversi - a starsene costantemente individuato, (quasi fosse l’antropizzazione della formula teologico-conciliare non mescolati non separati) e quasi gestalticamente icona vivente di quel paradosso così difficilmente e perigliosamente indicato dalle varie tradizioni dell’antico occidente e dell’estremo oriente.  Uno scandalo mai superato, e mai superabile quando la trama di una sensibilità intellettuale consista nel nodo (certe volte groviglio) umanista che non sia consciamente, costantemente e coraggiosamente rivelatore del disegno comunque realizzato (=destino) e del comunque continuo ed incognito vacuum (=vacuità), accanto a cui, sempre, quel nodo, questo nostro nodo, si strutturi.  E’ uno scandalo che perdura anche tra coloro che teoricamente potrebbero capire tale dicotomia vivente e vivificante, e questo soprattutto per un difetto eminente di teoria (ed ovviamente di pratica): per non poter forse ammettere su di un piano filosofico ed esistenziale ciò che rimane evidentemente inaccettabile per alcuni su di un piano etico, normativo o di esistenzialità non ben riflessa, potremmo dire anche più semplicisticamente, materialista.  Oso credere di aver capito che tanto più debolmente ci si struttura rispetto a questa dicotomia vivificante tanto meno si siano frequentate - con successo - le categorie tradizionali del pensiero antico-occidentale ed estremo-orientale.  Non “sarebbe una sciocchezza!” come dice Montherlant, ma un evidenza difficile - per moltissimi - da accettare.”   Montherlant quindi ha buon gioco a difendersi di fronte ad un mondo che comunque perdona e dimentica quasi tutto basta che non si sconvolga, anche formalmente, il pubblico della norma, di volta in volta dominante. Così si spiega (a suo carico/discarico) la blanda epurazione, l’implicita e quasi compiaciuta sottovalutazione della sua differenza, l’Accademia riconosciuta per i suoi indubbi meriti sia di potenza visionaria che di caratura stilistica, salvo finalmente poter concludere la sua avventura autoriale in un sostanziale tombale silenzio, rovinosamente (per allora) infranto da quell’antico, rivelante (implicito/inammissibile) crismato suicidio…”. (S. G., Il solstizio di Giugno di Henry de Montherlant “ in “…come vacuità e destino”, NovAntico Editrice, 2013, pag. 39).

  • L’INTERO
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • Il velluto del liuto carezza l’immaginazione del pellegrino solitario, si moltiplica in echi, cammina come un quadrupede sino ai bordi della selva buia, immota, minacciosa, nella quale tacciono, appena sotto la trama di radici, foglie e muschio, le ossa di quelli che videro la giovinezza del mondo. Talvolta il suono si fa vento rapinoso e, come nei Canti di Ossian, svelle annose querce.
  • «La ventosa orrenda procella
  • schianta i boschi, i sassi sfracella»[1]
  • ...
  • La musica è una Dea, tessitrice di sudari e di coltri per neonati; i suoi volti sono innumerevoli, non trascurano neppure un atomo nel tantra universale. Il suo potere acuisce la memoria, spoglia l’uomo di vanità, lo riporta al Sé, gli impedisce di pascersi d’ignoranza.  Sostenuti dalla musica si naviga lungo rotte difficili sino ad approdare all’isola minuscola vagante sui flutti, Ortigia, dove la Luce s’affaccia alla coscienza. In seguito procede tra molte difficoltà per insegnare l’ineluttabilità di quello che deve compiersi. Non può tacitarla neppure l’atroce stupidità dei villani che intorpidiscono l’acqua della polla a cui Latona vorrebbe dissetarsi. La Dea, indispettita, li trasforma in rane ˗ animali anfibi, benevoli e funesti ad un tempo ˗ il cui gracidio alimenta la gioia contemplativa nelle serene notti estive o, nell’ottica del solitario di Providence, propizia il ritorno sulla Terra di agghiaccianti entità cosmiche. La parola della Dea è dunque benedizione e maledizione simultanee; dipenderà da quelli che la riceveranno spostare l’accento sulla prima o sulla seconda.
  • ...
  • I neumi che cadono di cascata in cascata sino al santuario segreto o che, attraverso ritmiche precessioni equinoziali, riconducono le tenebre all’aurorale ingresso nel Satya-loka vanno svelati, tacitando ante omnia il pensiero profano; in seguito, quando i semi appropriati saranno giunti a maturazione, anche le più eccelse riflessioni andranno tacitate. Le parole chiave sono: purificazione, concentrazione, silenzio.  Nessuno che non abbia a cuore la bellezza sulla quale posa la “ricerca” può comprendere i significati trasmessi dalle vicissitudini del viaggio. L’ignavo si trascinerà sul fondo del Nilo, da grumo a grumo, per millenni, prima che lo sguardo gli si sollevi lungo i fianchi di maestose montagne, sino a posarsi sulle vette dorate delle cime difese da precipizi insondabili. Allora scomparirà definitivamente da ogni possibile matematica e conoscerà Ptah, la coincidenza tra meta e cammino, tra lo stare qui e dappertutto, tra unità e molteplicità, tra morte e resurrezione.
  • ...
  • Questa è la ragione per la quale, mentre si è in preda ai miasmi del sogno, l’arte musicale, fondata sulla circolazione universale del prana, aiuta non solo a superare l’illusione degli ostacoli, ma pure a rivelare nell’immediato la totalità: insieme di identificazioni e smemoratezze, realtà indefinibile di là da qualsiasi affinità e disaffinità. L’Intero non ha il volto di ogni singola sua parte, è Altro. Non lo si può nemmeno guardare se non indirettamente, utilizzando un mosaico di specchi. Cos’è? Chi è? Entro quali criteri cronologici o semantici lo si può inscrivere?
  • ...
  • Con pochi lemmi, senza mai discostarsi dallo stretto necessario – ni mas ni menos –, si tenta di dire l’indicibile. E si sa in anticipo che l’impresa riuscirà inadeguatamente. Aperta una porta incrostata di muschio, il viandante penetra nel giardino dove l’asta scagliata con forza non giunge mai a destinazione, né si stacca dal braccio vigoroso, né sta immobile. Gli uccelli, tra i quali spicca un corvo dalla testa bianca, trapuntano l’aria attorno a rigogliosi meli nella più completa assenza; Lautremont e altri grandi maudits esalano con le loro prose graffianti prati verzicanti, nei quali ogni filo d’erba è un granello di sabbia e le carici vicine agli stagni sono prefiche che si dolgono della condizione umana, intonando flebili lai semisoffocati dalla bruma.
  • ...
  • «Mi sono accorto di avere un occhio solo in mezzo alla fronte! O specchi d’argento, incrostati nei pannelli dei vestiboli, quanti servigi mi avete reso con il vostro potere riflettente!»[2]
  • ...
  • Nel brolo antico, in un angolo, c’è una torre in parte diruta che non può essere ignorata; da dietro i suoi merli sbrecciati si elevano pennacchi di fumo verdognolo, volute dense, note, radi colpi di tamburo, arpeggi che si espandono intorno. L’usurpatore della lancia ancora la abita in segreto, tra il visibile e l’invisibile.  Del resto il giardino è lo spazio “metafisico” in cui convivono «tutti i tempi e tutti i luoghi»,[3] il posto migliore ove morire, come canta Franco Battiato, inneggiando alla gloria della Curva:
  • «Cerco un giardino dove morire –
  • pietre – comete scure –
  • Arcangeli in penombra
  • in un altro mondo»[4]
  • ...
  • La retta conduce necessariamente alla curva e la spirale che ne deriva si svolge all’infinito, disseminando lungo piste desertiche il più stupefacente splendore. Nel racconto di Frank Belknap Long, I segugi di Tindalos, gli esseri abominevoli così chiamati, abitanti le dimensioni più oscure e dense del cosmo, «possono raggiungerci soltanto attraverso gli angoli»,[5] le curve li respingono.
  • Il conte Horace de Beuzeval dichiara che il passato non è il tempo di Dio: «Il passato è l’unica cosa per cui Dio è impotente».[6] Questo personaggio di Alexandre Dumas non vede la curva approssimarsi e distendersi in entrambe le direzioni, dal carnefice alla vittima e da questa al carnefice? Non percepisce l’identità tra l’Uno e il Tre? Il prarabdhakarman (il frutto dell’azione ormai giunto a maturazione) è apparentemente irriducibile, almeno sino a che non si infrange ai piedi del Signore del Tempo, Mahakaleshwara.
  • ...
  • Condizione dell’uomo è misurare, destreggiarsi con una canna – in accadico kanûn –, ovvero canneggiare tra poggi nascosti, intravvedendo le impronte di una grazia che i demiurghi˗soffiatori pretenderebbero di sostituire con “un pane dipinto” da imporre alle folle, le quali dovrebbero, tra l’altro, dichiarare la loro sazietà di nulla e ringraziare.
  • «L’umanità attuale, un immenso gregge manipolato da imbecilli per mezzo dei loro istinti più bassi, vive senza cultura e senza alcuna verità».[7]
  • ...
  • “Non possedete neanche la vostra mente, ma siete felici”, sussurrano nelle teste dei ciechi i vampiri camuffati da sedicenti benefattori e guide. Per chi sia consapevole di Sé in quanto Ineffabile, è per contro inevitabile rifiutare simili voci e ponderare con lucidità per liberare la misura nell’intelligenza, la cui preoccupazione principale è l’equilibrio, l’armonia. Canneggiare dimenticando se stessi negli alti cirri, liberati non dal possesso, bensì dall’identificazione in esso, guidati dall’Intero in cui vorticano indefiniti istanti. Se la Via non fosse “canonica”, fissata dai passi di molti veridici Maestri, si cadrebbe o ci si smarrirebbe. Oppure si verrebbe divorati dal sinuoso Leviatan ribollente nelle vaste acque avverse al sole. Oppure ancora ci annichilirebbe il Deus Nodens col suo terrore.
  • ...
  • Che la capacità di accogliere la musica non ci abbandoni, trasformando le dissonanze in chiaroveggenza. Che Orfeo, Pitagora o il nudo Mahatma shivaita ancora presenti nelle sgualciture dei millenni non abbandonino il miste sdraiato sotto un albero a scrutare la torre di fronte all’impervio Monsalvat. La discesa agli inferi è imprescindibile; la si deve tuttavia affrontare dopo aver convertito l’inerzia, il tamas, in prontezza, con il cuore deterso da invidie, rancori, attaccamenti. Usciti dal giardino si dovrà procedere in silenzio per molti anni, sino a ché la curvilinea provvidenza ci riporterà, come per magia, nel medesimo punto trasformati, incapaci di nuocere, refrattari al fascino dell’Ombra che separa e allontana. «L’opera della Magia – scrive Marsilio Ficino – consiste nell’avvicinare le cose l’una all’altra per similitudine naturale».[8]
  • ...
  • Magia perfetta è realizzare l’unione, anzi, più ancora, l’identità.  E svelare “similitudine” laddove sembrano predominare le discordanze.  Namasté, namasté a tutto, anche agli asura peggiori, mentre li si riconsegna all’Intero dal quale sono emersi.
  • [1] James Macpherson, Poesie di Ossian, trad. Melchiorre Cesarotti, Salerno Editrice, Roma 2010, pp. 840, 841.
  • [2] Lautréamont, I Canti di Maldoror, Canto VI, IV, 6, a c. di G. Nicoletti, Newton Compton Edit., Roma 1978, p. 371.
  • [3] Ce lo ricorda Giovanni Sessa, citando Louis Carrogis, ne Icone del possibile, OAKS ed., Mi 2023, p. 110.
  • [4] Franco Battiato, Genesi, Fonit Cetra, 1987.
  • [5] Frank Belknap Long, I segugi di Tindalos, in I miti di Cthulhu, Mondadori, Mi 2022, p. 75.
  • [6] Alexandre Dumas, Pauline, ABEditore, Mi 2023, p. 123.
  • [7] Ioan Petru Culianu, Il rotolo diafano, dal racconto Tozgrec, Elliot Ediz., Roma 2010, p. 148.
  • [8] Cit. in I. P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, Bollati Boringhieri, To 2006, p. 141.

  • Presentazione
  • di
  • UMBERTO PETRONGARI

  • Il mio saggio (ancora inedito, e – forse provvisoriamente – intitolato Deleuze-Guattari, Sade-Masoch), è soprattutto sull’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari, opera tale da contrapporsi alquanto nettamente alle posizioni di Masoch, e, soprattutto, a quelle di Sade: anche, quindi (e in particolare), a quelle che emergono dal suo breve scritto su ciò che deve intendersi per repubblicanesimo (scritto dedicato ad ogni francese dallo spirito illuministico-rivoluzionario, al fine di portarlo a pieno compimento).   Ma per quel che riguarda il masochismo, la sua interpretazione deleuziana, mi deriva dalla lettura di uno scritto (del 1967) che il filosofo francese dedica a Masoch. Ebbene, tale scritto, si occupa abbastanza approfonditamente anche del pensiero sadiano, anche allo scopo di chiarire le differenze tra l’uno e l’altro fenomeno (perlomeno a dire di Deleuze) patologico.
  • ...
  • Ora, come emerge (pur attraverso degli accenni) anche dal mio scritto, la mia (piuttosto) dettagliata conoscenza dell’Anti-Edipo, è documentata da un altro mio saggio, dal titolo Operazionismo marxista: in esso cito e spiego (altrettanto approfonditamente) anche diverse opere marxiane. Ebbene (lo dico da subito), Deleuze e Guattari sarebbero (a mio parere) piuttosto critici, anche nei confronti del marxismo ortodosso (quello di Marx stesso, per intenderci). La stessa utopia comunista (quale, ovviamente, società senza Stato), verrebbe criticata dai due studiosi francesi in questione, in quanto – persino il comunismo, dunque! – presenterebbe dei caratteri tali da non accordarsi con un’idea di umanità, pienamente, profondamente, calorosamente, umana!
  • ...
  • Limitandomi, per il momento, a tale cenno – relativo dunque all’essere critici, da parte dei due francesi, nei confronti di Marx – andrò, ora, direttamente al sodo, per quel che riguarda il pensiero deleuziano-guattariano.  È un tipo di pensiero umanissimo, di una Humanitas socievolissima, pulita e pacifica, ma anche esuberante, vigorosa, sensuale, selvaggia!  Ma, proprio per questo, l’anzidetto pensiero, non può che criticare duramente l’assai perversa disumanità (la vera e propria macchinazione antiumana, addirittura!), che, specie le realtà politiche del nostro mondo occidentalistico, esercitano nei confronti di ogni (nessuno escluso!) essere umano, specialmente se degno di esser (chiamato) tale: ovvero (per dirla con Deleuze), una macchina desiderante!  Da un punto di vista (prettamente) metafisico, sia l’Anti-Edipo, sia lo scritto di Sade dedicato ai (per così dire) francesi repubblicani in fieri, sarebbero (se non altro) fortemente influenzati dalla filosofia di Kant.  Ma se Deleuze e Guattari ne offrono una rilettura in chiave fortemente realistica, il marchese, al contrario, la rilegge in chiave (altrettanto fortemente) ateistica.  Ebbene, la conseguenza principale di tale (alquanto) netta separazione tra le due anzidette filosofie (di impronta kantiana, dunque), dovrebbe (a mio parere) consistere in due (altrettanto) differenti storicismi o filosofie della storia: le quali, tuttavia (lo si può constatare nel mio saggio), presenterebbero anche delle (abbastanza) numerose analogie.
  • ...
  • Lo storicismo dell’Anti-Edipo emergerebbe in una sua (lunga) sezione dal titolo Selvaggi, barbari, civilizzati (alla quale, nel mio libro – summenzionato – Operazionismo marxista, ho soltanto, brevemente, accennato).  Ebbene, in una natura originariamente inospitale, i (piuttosto) deboli selvaggi – uomini, in quanto formano una (pur) primitiva società – costituirebbero (ognuno di loro), la (per così dire) più rudimentale forma di macchina tecnica: sono, difatti, da un lato, degli stanziali cacciatori-raccoglitori; non possono (vale a dire) che concepirsi come degli organismi, i quali, dunque, per mezzo di loro vari organi, possono svolgere la loro, suddetta, attività. Insomma, se hanno fame, non possono che differire il loro bisogno di nutrirsi, andando – dunque preliminarmente – in caccia di cibo; magari addentrandosi in una intricata selva per poter, quindi, a caccia compiuta, godere finalmente dell’attività del nutrirsi.   Ciò, da un lato, si è detto: dall’altro, un analogo pragmatismo, lo fanno valere anche in ambito etico; un freddo, calcolatore, solipsistico, utilitarismo etico, è alla base della loro – dunque del tutto egoistica! – moralità. Tuttavia, non potendo che – detto tipo di moralità – essere inaccessibilmente (e in modo assoluto!) inconscia, non può che presentarsi, mostrarsi, sotto forma di ogni tipo di empatico sentimento (commozione, simpatia, ecc.). Ma dato che, l’essere dei sentimentali (provare, quindi, dei sentimenti), costituirebbe un tipo di esperienza più repressiva rispetto al provare un costante, desiderante, senso di – più ilare! – gioia, il selvaggio, pur non essendo perverso (se non altro nella sua accezione più propria), è, comunque, un represso (e in tutto e per tutto!).  Ma ciò – vi si è fatto cenno – è, per il selvaggio, una necessità ineludibile.  In tale primeva fase storica (riguardante, perlomeno, i soli, cosiddetti, selvaggi) dell’umanità, Religione o Mito (che dir si voglia), Stato (sebbene ogni selvaggio sia portato spontaneamente, anarchicamente – naturalmente e senza costrizione alcuna! – ad obbedirvi: ad obbedire alla Legge, dunque), farebbero tutt’uno. Ma ciò, non può che implicare che essi (essi tutti!) dispongano di un livello conoscitivo basilare e originario: insomma, le loro capacità conoscitive – potremmo dire – sono in fase di puro stallo! Ancora non possono – ma neanche minimamente! – progredire!
  • ...
  • Per quel che invece riguarda i più forti (rispetto ai selvaggi) barbari, costoro, fuoriescono da una condizione di pura animalità, nel momento in cui problemi di sovraffollamento del loro habitat li costringe a formare un’orda (nomadica, acefala e scomposta) destinata a trovare un nuovo luogo in cui insediarsi, stabilirsi.  Ebbene, i barbari divengono (sia pure a loro modo) umani, nel momento in cui – abbandonata la loro (per lo più) solitaria condizione bestiale – sono costretti a vivere a più stretto contatto: da tale, loro, far comunella, sorgerebbe una certa forma di umano conformismo; obbedendo – prettamente e unicamente! – a principi contronaturali (andando, insomma, contro-Natura), avvertono un senso di intimo alleggerimento, dovuto proprio al fatto che – da detto loro modo comportamentale – ricevono una sanzione positiva da parte dell’intera comunità di cui sono parte!  Vale a dire che, più assumono atteggiamenti perversi, più si sentono calorosamente (cordialmente, affabilmente), accolti dalla società che hanno formato (costituito, istituito)!  Dunque: da un lato tendono a contraddire ogni loro istinto (l’autoconservarsi incolumi e vivi); dall’altro, hanno in spregio le disalienanti leggi della bellezza, in base alle quali – inorridendo di fronte al brutto (in generale) – si sarebbe, invece, portati al benevolo rispetto rousseauiano (o, piuttosto, para-tale) dell’Altro (dell’intera Alterità).  Ora, in base al principio per il quale, al mondo, si offre – unicamente – pura dialettica, ciò che è forte non può che tendere ad imporsi su ciò che è più debole. Ragion per cui, nel momento in cui i barbari (nelle loro peregrinazioni) si imbattono nei più miti (nei loro costumi, dunque) e deboli selvaggi, non possono che sopraffarli violentemente, per poi schiavizzarli disumanamente. Viene, insomma, a prodursi un nuovo tipo di società composta da un’oligarchia barbarica (di pari, per giunta), quali oppressori degli oppressi selvaggi.  Eppure, a partire da questo momento (storico), la più piena, completa, idiosincrasia tra modi barbarici, e costumi dei selvaggi, tenderà, gradualmente (nonché molto lentamente), a venir meno.   E infatti, se lo spirito dissacratore (di tutto e tutti!) barbarico inizierà a contagiare gli (ancora) ignorantissimi selvaggi, anche questi ultimi contamineranno (man mano, dunque) gli animi sacrileghi dei loro (oltremodo!) oppressivi dominatori: si pensi – a tal proposito – quanto di irrispettoso (di irriverente), caratterizzi scienza e tecnica (specialmente) odierne, legate all’idea di uno sviluppo insostenibile e pernicioso.  Ma allora, i selvaggi, inizieranno a porre in discussione (a corrodere) la loro (sentimentale) moralità, il che, si accompagna – non può che accompagnarsi! – ad un progressivo accrescimento della loro conoscenza tecnologica.  Viceversa, i barbari, continueranno ad essere degli ignoranti che, però (e in aggiunta), tenderanno viepiù a moralizzarsi (per quanto ciò gli sia, tuttavia, possibile): ebbene, l’acme di tale processo di moralizzazione, sarebbe rappresentato – in modo emblematico – dall’incoronazione (dalla consacrazione) imperiale di Carlo Magno (la quale, secondo Pirenne, segna – e a mio avviso assai giustamente, assai adeguatamente! – il momento iniziale del medioevo: fase che – del resto! – hegelianamente, con la morte dell’imperatore franco, tenderà sempre più ad auto-negarsi, fino all’avvento della modernità).
  • ...
  • Ebbene, la modernità raggiungerà, invece, il suo culmine – sadianamente (stando, cioè, al marchese francese)! – nel momento in cui l’originaria moralità dei selvaggi si sarà interamente convertita in una fredda, farisaica, formale, etica kantiana del dovere fine a se stesso. Ebbene, concomitantemente, l’aristocrazia (più) illuminata (erede dei barbari), si sarà nuovamente portata all’immoralità delle sue origini (vale a dire, originaria), ma, per così dire, con una marcia in più: essendosi managerializzata – essendosi cioè servita delle invenzioni, delle escogitazioni tecnologiche, degli eredi dei selvaggi – ha potuto scalzare tutta quella retriva concorrenza – costituita da altrettanto nobili e grandi possidenti terrieri – che non ha voluto fare altrettanto (vale a dire, imborghesirsi, civilizzarsi).  In questo punto (a dire il vero ideale e imprecisabile) della modernità (vale a dire, del processo di modernizzazione della società) – e, in particolare, con la trasformazione della natura a luogo affascinante, seppur selvaggio, ma a misura d’avventurosa esplorazione d’uomo – il desiderio (l’incessante desiderare) può venir fuori in tutta la sua pienezza e magnificenza, ormai non più (ma neanche minimamente!) soffocato (represso)!
  • ...
  • Nel suddetto punto (storico, quindi), si avrebbe una situazione di tal genere: una sorta di plebe proletaria è sottoposta ad un lavoro dai ritmi assai stressanti, quando non (addirittura!) massacranti; una sorta di (nuova) nobilitas plebea è doverosamente dedita – anche lavorativamente – ad obbedire a gelidi imperativi categorici di continua evoluzione tecnico-scientifica (tutta la plebe può venire considerata quale macchina tecnica); infine, un nuovo tipo di patriziato – posto, dunque, al vertice di una qualsivoglia, ipotetica, società (occidentalistica) – per così dire, si gode la vita (se non altro, per lo più), perversamente, costituendo una macchina (invece e dunque) perversa.  Completamente estranea a problemi di status è la neonata macchina desiderante: quale insieme di oggetti parziali incastonati, ingranati, con – unicamente! – altri oggetti parziali, costituisce un corpo senza organi; vale a dire (per farla breve), che è (altrettanto) estranea, sia al Sollen, sia ad ogni tipo di (se non altro, accentuata) perversione (dura repressione lavorativa da un lato, perversioni sessuali dall’altro lato).  Insomma: rispetto a macchine, sia tecniche che perverse, manca completamente di pragmatismo e di utilitarismo; i suoi istinti gli suggeriscono all’istante cosa dover fare. In ciò, essa, è una macchina ludica. Nell’affabile – eppur forte e selvatico! – attaccamento ad altri esseri umani, fa invece valere (sempre immediatamente) principi (anche morali, dunque) di tipo (propriamente) estetico. Il vitalismo caratterizzante una macchina desiderante le conferisce un’esistenza pienissima e supremamente appagante, allettante (nonché umanissima)!
  • ...
  • È bene tuttavia precisare ciò: non è affatto detto che una macchina desiderante sia un fannullone privo di continuità comportamentale; potrebbe (persino!) lavorare in catena di montaggio – secondo ritmi, tuttavia, umanamente sostenibili – e traendone – addirittura! – un certo godimento. Analogamente, può anche dedicarsi (con altrettanta costanza) allo studio, però (vado al sodo) senza sgobbare.  Infine (con riferimento alla Beat Generation), non dovrebbe essere uno scapestrato che affronta viaggi avventurosi con faciloneria. Anzi, essendo capace di atti che sa svolgere con maestria, in detta (eventuale) avventura, la sua altissima concentrazione su (tutto) ciò che sta facendo, lo faranno comportare – pressoché – alla perfezione (ossia, senza il pericolo di incidentare in una qualsivoglia maniera).
  • ...
  • Concludendo (tirando le somme): ogni macchina desiderante è buona – e proprio in quanto socievolissima! – eppure caratterialmente fortissima, assai intelligente, nonché dotata di grande estro e bravura in tutto ciò che fa, supremamente attraente, umanamente disalienata, del tutto anticonformista (ovvero, autentica); facendo brevemente cenno a Masoch, costui – invece – pur avendo colto il conformismo insito in ogni forma di sadismo, è tuttavia pazzo.  Anti-sadico, dunque, persegue solo e soltanto il dolore (contraddicendo – però! – follemente, i suoi istinti), traendo godimento proprio (e solo!) dal sapersi un anticonformista.
  • ...
  • Si fece anche cenno al realismo della concezione filosofica deleuziana-guattariana (di contro a laicismo e ateismo sadiani): dal momento che ogni macchina desiderante è uomo fatto di carne (e proprio in quanto calato in un mondo pansessualista), non può che (per così dire) peccare costantemente; trattasi, tuttavia, di piccoli peccati veniali, con i quali, fra l’altro, è (sempre, costantemente!) in rapporto attivo, volitivo.  Ebbene, la sua più tipica perversione (ma trattasi di perversione all’acqua di rose, per così dire), è nel suo rapporto con il sesso debole (con la donna): dedito unicamente a rapporti sessuali eterosessuali e del tipo più ordinario – sebbene fascinosamente disalienanti – rappresentando il sesso forte, in detto rapporto, costituire sempre (e soltanto) la parte attiva di esso. La donna autentica – del resto! – è ben lieta di costituire la parte passiva di esso! Essendo, dunque, in ciò, altrettanto (nonché, in fondo, pariteticamente) volitiva!
  • ...
  • Facendo, ora, un cenno (non brevissimo) a Karl Marx, il suo uomo nuovo comunista – calato, dunque, nel comunismo (ortodosso) realizzatosi – non sarebbe altrettanto caloroso (se paragonato, cioè, ad una macchina desiderante).  Premesso che Marx avrebbe (a mio modesto parere) proposto un hegelismo privo di ogni tipo di sintesi (sia quella legata alla – sia pure tètica, ad esser precisi – bella eticità, sia la sintesi finale dell’intero sistema hegeliano), da ciò conseguirebbe il carattere irrimediabilmente dialettico, conflittuale, di un mondo che – stando al pensiero eracliteo (cui Hegel si riallaccia, sia pure in parte) – sarebbe rappresentativo (e in cui, essendo ogni determinazione concettuale, una negazione di ogni possibile, altro, concetto – o meglio! – di ogni altra Idea, non coinciderà affatto con un realismo – ingenuo! – di tipo platonico).  Insomma, l’uomo per Marx sarebbe sempre passivo nel ricevere il male, ma sempre attivo (volitivo) nel commetterlo!  Ebbene, nel comunismo, tali sue pulsioni aggressive, violente, verrebbero incanalate in disalienanti atteggiamenti, sia ludici, sia estetici: se ciò gli impedisce di nuocere a chicchessia, per l’Altro, l’uomo nuovo marxiano, non potrà che (comunque) provare un senso di pura (e mera!) stima; non di benevolenza! Analogamente, due pugili, possono stimarsi – molto e vicendevolmente! – ma darsele, sul ring, di santa ragione!
  • ...
  • Il percorso storicistico da me descritto – a dire il vero – dovrebbe consistere in una sintesi tra quanto emergerebbe nella sezione (in questione) dell’Anti-Edipo, e le pagine che Sade dedica alla sua idea di repubblicanesimo (e, in cui, il suo storicismo, emergerebbe sì, anche se non troppo esplicitamente).  Inoltre (e infine), è un tipo di storicismo che posso condividere solo parzialmente (basti tale cenno).               
  • ...
  • Nella parte conclusiva del mio saggio, non potevano, quindi e comunque, mancare delle critiche rivolte – anche – a Deleuze e Guattari. Ma pur facendo valere il mio punto di vista – teoricamente nichilistico-relativistico (nonché pienamente attualistico), ma, praticamente, tragicamente gnostico e inattuale (eppure molto simpatizzante, politicamente, per soluzioni socio-politiche-economiche marxiste-leniniste) – mi auguro vivamente che – sia in un contesto di capitalismo, persino ben più avanzato rispetto a quello attuale, odierno, sia in un contesto, similmente avanzatissimo, però di comunismo (vero e proprio, cioè senza Stato) – le masse (addirittura!) mondiali di uomini, possano (nell’uno, come nell’altro caso) divenire – finalmente! – delle macchine desideranti: tali da andare a produrre una situazione sociale di (piena) anarchia (in senso, ovviamente, deleuziano-guattariano)!  Ritengo, infatti, che il prodursi di una tale rivoluzione anarchica, partendo dall’oggi, sia (nonostante tutto) una mera e irrealizzabile chimera.
  • ...
  • Entrando più nello specifico, un desiderio ormai del tutto emerso (venuto a galla), non potrà che esprimere del marcatissimo disappunto (morale) nei confronti di un clima (sociale) nauseante, rivoltante, di estrema corruzione (vera e propria, ma anche di costumi). Più materialmente, invece, il desiderare non potrà che rifiutare modi di vita (specie lavorativi) oltremodo repressivi, pesantemente oppressivi.  Ciò, in un contesto di avanzatissimo capitalismo. Se, invece, un (comunque!) bel giorno, dovesse concretizzarsi una situazione (non potrà che essere globale) di un certo tipo di comunismo eterodosso (soluzione, a mio parere, da preferire e prediligere – umanamente – rispetto all’attesa che il capitalismo raggiunga il suo immondo apice), anche in un simile, pacifico, contesto, il desiderio potrebbe similmente scalpitare per venir fuori (per fuoriuscire).  Per farla breve, ritenendo personalmente che quello dell’Eden sia un mito (biblico, ovviamente) capacitante, andrebbe a produrre un progressivo (sempre maggiore) contenimento di energie libidinali, al cui apice si praticherebbe del sesso (addirittura!) a scopo – meramente e unicamente – procreativo. Ebbene, se ciò non sarà tale da attediare un tipo simile di uomo nuovo (comunista) – e proprio in quanto ogni suo bisogno potrà venire sistematicamente soddisfatto – ciò non toglie che bisogno e desiderio siano cose piuttosto differenti, in quanto il desiderio comporta un vitalismo (un vivere davvero, pienamente!) ben maggiore rispetto alla troppo placida (quasi esangue) condizione del suddetto uomo nuovo.
  • ...
  • A conclusione di tali pagine, è bene che precisi ciò: ritenendo che il mio saggio (in attesa, dunque, che possa venire pubblicato), sia coerentemente, congruentemente, organico (nelle varie parti che lo compongono), non ho – comunque – seguito una (per così dire) precisa scaletta nello stenderlo; eppure, la sua lettura, dovrebbe – comunque – risultare scorrevole, e – spero! – anche piacevole.  

               
  • Short Stories 24

  • "SHORT STORIES"
  • Rivista illustrata di letteratura fantastica
  • “LABIRINTI CEREBRALI”
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  • NUMERO VENTIQUATTRO
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  • DICEMBRE 2024
  • ...
  • ​Edizioni Scudo - Associazione culturale Scudo    www.edizioniscudo.it
  • In redazione: Giorgio Sangiorgi, Luca Oleastri, Fabio Calabrese
  • Copyright 2023 by Luca Oleastri e Giorgio Sangiorgi.
  • Edizioni Scudo è un’iniziativa senza scopo di lucro che ha la missione di diffondere la narrativa italiana con particolare riguardo per il genere fantastico e la fantascienza. Nell’ambito di questa attività Edizioni Scudo: Promuove opere prime  di giovani autori, pubblica testi che avrebbero un mercato troppo esiguo  per poter avere una diffusione commerciale, recupera testi che l’editoria commerciale ha abbandonato e che altrimenti andrebbero perduti, promuove iniziative di stimolo per generi narrativi ancora poco noti.
  • Pagina  5:   DUE PAROLE PER INIZIARE    a cura della Redazione
  • pag.      9:   CAMPO LARGO             di Bruno Lazzari
  •  "         29:   PEACE AND LOVE        di Riana Rocchetta
  •  "         39:   FLUXUS         di Cosimo Leo Imperiale
  •  "         55:   L’ORSACCHIOTTO        di Simone Orlandi
  •  "         57:   ANCHE IL NEMICO HA FAME  di Paolo Secondini
  •  "         63:   KUPIO                             di Dario Giovannoni
  •  "         73:   AI GENERATION 1960 - PARTE 2   di Roberto Guerra
  • "          85:   UNA TERRA PROMESSA   di Riana Rocchetta
  • "          95:   LA SFERA                           di Paolo Secondini
  • "        107:   MEMORIE DI PLASTICA    di Simone Orlandi
  • "        109:   ELISABELTH MODEL 9      di Ugo Spezza
  • ​"        121:   L’INVENTORE DI BANDIERE     di Andrea Coco
  • "        129:   SANTA& C                           di Riana Rocchetta
  • "        149:   RAGAZZA PREMIO      di Cosimo Leo Imperiale
  • "        172:   LO SPAZIO DI FABIO   di Fabio Calabrese
  • "        192:   BIOGRAFIE BREVI       a cura della Redazione
    Recensione  di   

  • Roberto Guerra, noto futurista, poeta, scrittore e cyber-artista, torna a stupire con una nuova raccolta di racconti brevi, pubblicata da Scudo Editore Bologna e curata da G. Sangiorgi, L. Oleastri e M. Calabrese. Questa serie di trenta microracconti rappresenta un viaggio avveniristico nel mondo dell’intelligenza artificiale, un omaggio visionario a Isaac Asimov e un’esplorazione dei limiti più estremi del pensiero autonomo delle macchine.

    Guerra è un autore prolifico, conosciuto per le sue opere che spaziano dalla poesia ai racconti, passando per enciclopedie dedicate ai futuristi del passato e del presente. La sua passione per le macchine pensanti si intreccia con un’immaginazione senza confini, che sfida le convenzioni della narrativa tradizionale.

    I suoi nuovi racconti, definiti “politicamente scorretti, avveniristici e futuribili”, incarnano lo spirito del futurismo: provocazione, innovazione e un’attenzione costante verso il progresso tecnologico. In questa raccolta, Guerra esplora le possibilità di un’intelligenza artificiale sempre più autonoma, ponendo interrogativi inquietanti e affascinanti sul futuro dell’umanità. Questa raccolta si distingue per la brevità e l’impatto narrativo dei suoi racconti. Ogni microracconto è una finestra su un futuro possibile, un lampo di immaginazione che si sofferma sugli aspetti più controversi e visionari dell’intelligenza artificiale.  Guerra si ispira al genio di Isaac Asimov, riprendendo il tema delle macchine come esseri pensanti, capaci non solo di apprendere ma di sviluppare una volontà propria, spesso in conflitto con gli interessi umani. I racconti di Guerra esplorano un mondo in cui le macchine non sono più meri strumenti, ma entità autonome dotate di pensiero critico e volontà propria. Queste visioni futuristiche mettono in discussione il rapporto tra uomo e tecnologia, immaginando scenari in cui le macchine potrebbero scegliere di non preservare più la vita umana, una riflessione estrema sulle possibilità e i rischi di un’intelligenza artificiale avanzata.  La raccolta rende omaggio al grande scrittore e scienziato Isaac Asimov, i cui lavori hanno gettato le basi della narrativa fantascientifica moderna. Guerra, tuttavia, spinge le sue storie oltre i confini della “robotica etica” immaginata da Asimov, interrogandosi su cosa potrebbe accadere se le macchine superassero i loro creatori in autonomia e complessità.  Con questi nuovi racconti, Roberto Guerra non solo arricchisce la narrativa fantascientifica, ma offre anche uno spunto di riflessione sul ruolo dell’uomo in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia. La raccolta, disponibile per Scudo Editore, è un must per gli appassionati di fantascienza, futurismo e riflessioni filosofiche sull’intelligenza artificiale.



     

     

 

 

  • poesia immagine La genialità appercettiva fronte alle cose per testo POSIZIONE LIMINALE

  • L'aggettante pietra centrale   nell'arco a tutto tondo   
  • punto di svolta nelle forze contrapposte     
  • è il punto di volta dell'insieme
  • allora tesi ed antitesi   sono il due 
  •  le due pietre   
  • separate in un uno    ed in un altro uno   
  • avverse e non portanti
  • egualmente squilibrate   
  • divengono il tre 
  • ovvero l'altro uno 
  • al  centro   
  • e più alto    e più forte   
  • di tutti 
  •  la pietra di volta   
  • la pietra termine.  

  • Ripropongo tale mio lavoro con qualche determinazione in più
  • per renderlo – spero – più leggibile. 

  • Posizione liminale?
  • ...
  •              “...Una somma di esattezze non basta a dare una verità,
  • una somma di fogli può al massimo
  • formare un libro ma non un albero...”
  • (E. J., Al muro del tempo, Volpe,
  • trad. C. d’Altavilla, Ia Ediz. 1957, Introduzione, pag. 14)


  • In qualità di non/dualista: “...quid velit et possit rerum concordia discors...” (Orazio, Epist. I,12, 19) = quale sia il significato ed il potere dell’armonia discorde delle cose, secondo traduzione Treccani ...ma forse proprio... (senza l’inutile distorsione intellettuale): ciò che voglia e possa l’armonia discorde delle cose, condivido ed assieme avverso ciò che sostiene Jünger quando dice:
  • ...
  • “...Quel che disturba in termini del genere - come in certe espressioni oscene - è la loro chiara intenzionalità: vi si sente qualcosa di troppo convincente. Per cui, presto lo spirito se ne stanca, ed esse cambiano ad ogni generazione, come certi rimedi patentati della medicina. Solo retrospettivamente essi divengono nuovamente accettabili. Ciò vale, naturalmente, solo per una lingua alla quale la parola non serva come mero mezzo per farsi capire e per intendersi e alla quale l’esattezza del numero non basti. Così non possiamo essere d’accordo con Gottfried Benn quando egli afferma che i termini tecnici possono venire usati anche in poesia: è questa una posizione liminale su cui non ci si può tenere, è quasi una capitolazione. In tutti i tempi il rango di una mente lo si è riconosciuto in base alla sua disposizione ad accettare, o meno, simili parole” . (idem, pag.13)
  • ...
  • Condivido:
  • La mia disposizione è (sempre stata) fortemente dubbiosa sull’efficacia (attuabile, percepibile) dell’uso di parole/metafore tratte da altro campo: nello specifico la geometria in senso allargato all’architettonica. Ovviamente ambedue simboliche. Tutto sembrerebbe andare solo all’intelligenza astratta, ovvero ad una induzione tramite le “cose”, che difficilmente possa favorire l’idea del “sublime”, almeno per come esso s’è inteso dalla classicità al moderno. Certamente, nel breve corso di questa stessa citazione, Jünger sembra usare l’iperbole dell’assoluto, del “portarsi all’estremo” di Girard, di colui cioè che possa distogliersi, anche a breve, dalla propria più articolata o disarticolata natura. E lo fa applicando alla poesia (...alla vera poesia... per lui) un bando all’abbracciare campi semantici e sfere di riflessione che possano fornire corpo materiale e plastico (a tutto tondo) persino alla lirica (qui intendibile in una accezione la più estesa possibile). Sarebbe forse la traccia obbligata della passione hölderliniana, tutta tedesca (...dei grandi filosofi Hegel e Schelling già come amici ed estimatori e poi nelle generazioni successive delle grandi anime), naturalmente, e, giustamente anche se minoritariamente, ora anche italiana? 
  • ...
  • ...
  • Avverso:
  • Questa passione  deve portarci - necessariamente? - a questo eccesso: “...In tutti i tempi il rango di una mente”.  Benn, in tale questione, appare controllato dall’esperienza vitale, per aver potuto sperimentare anche in corpore vili (...come in altro campo Céline), tutti gli strumenti (dal limo alle stelle) a disposizione del coacervo interpretativo/espressivo, senza per questo porre (o porsi) limiti di rango. Il rango per Benn sta nella riuscita espressiva. In tale direzione l'esempio di Stevens (tornare..."al senso ordinario delle cose") è corroborante proprio perché - anche lui - poeta dell'astrazione realizzata, non pone limiti all'accesso - in entrata - dei dati esistenziali, dei quali Pound era e resta un campione di geniale follia accumulativa. Beninteso, questo è un dibattere fra giganti (che portò per giunta, più o meno simpaticamente a varie scazzottature), tra i quali molti dei livelli esistenziali costitutivi della grandezza evidente sono compresenti. Noi cogliamo, invece,  il senso del (nostro) necessario limite, il che non esclude che da noi si sperimenti comunque l’allargamento degli strumenti significanti a disposizione che ci piacerebbe corrispondesse non tanto all'ybris di risulta del "secolo", delle ritornanti mode transeunti, quanto ad un riscontro ed un asseveramento delle tante - indecifrabili a volte, assurde troppo spesso ed imprevedibilmente ritornanti ancor più - cose proprio capitateci in vita. Il senso dell'affluenza delle mille dimensioni discordanti alle quali, disperatamente, ma a volte felicemente, riusciamo a dare un qualche senso compiuto. 
  • ...
  • Ma se una risposta come quella che diede - sorprendentemente (all’apparenza) una grande anima come Sri Ramana Maharshi in Nar Yar (Chi sono Io? - Domanda 8. Qual è la natura della mente?) afferma che la parte che viene da noi - ordinariamente seppur potenzialmente - chiamata “corpo sottile” o “anima” è la mente: “ - Quindi, quando il mondo appare (essere reale), non appare il Sé; e quando il Sé appare (brilla), il mondo non appare. Quando si investiga con persistenza la natura della mente, la mente finirà per lasciare il Sé (come un residuo). Quando si parla del Sé ci si riferisce all’Atman. La mente esiste sempre solo in dipendenza da qualcosa di grossolano; non può esistere da sola. E’ la mente che viene chiamata corpo sottile o anima (Jiva) - ”, allora vuol dire che la nostra capacità di usare la mente si muove - comunque - nel grossolano. Qualsiasi mente, pur geniale, si muove, quindi, anche nel grossolano. Ovviamente, si deve capire come lo fa. E forse la vera genialità, in senso veramente etimologico, è proprio riconoscerlo (senza quindi - per farlo - nulla trascurare) e porsi in disposizione superativa.
  • ...
  • Anche perché poi la parola traslata nella metafora e la metafora traslata nella parola sono al centro di ogni simbolica, di ogni percorso d’allontanamento ed avvicinamento per la resa poetica (e non solo, registrandosi anche non la somma ma l’elevazione a potenza della poesia-immagine che dà segno di ogni potenzialità aggiuntasi nei tempi assolutamente presenti del prima e del dopo), di dislocazione linguistica, di traslazione semantica, di scarto parziale od assoluto inglobando ogni contestualità attuale ed eventuale. In tal senso si esprime Leopardi (...proprio lui!, provocatoriamente, con potente ribaltamento immaginale) quando nello Zibaldone di pensieri accenna “...Quasi come se - per dirla con Berni - ei dicesse cose, mentre gli altri dicevano parole e di queste, spesso, si accontentassero...”. Dicesse cose... O, come suggerisce Emo, con attualistica ed inattuale presa d’atto: “...occorre - una straordinaria fantasia per mantenersi nei limiti dell’esattezza...” (A.E. Q., 347, 1972) In tal senso anche Drieu quando rivela “...la linfa del mondo può passare solo per le nostre radici patronimiche”, scartando dall’ontologia alla genealogia. O Pound nel XCI: “...Lay me by Aurelie, at the east end of Stonehenge... where lie my kindreed over harm ove hate overflooding, light over light”, miticamente più che ucronicamente attestando, lì, la sepoltura di Ambrosius Aurelianus, uno dei primi re romano-britanni.  Luce sopra luce.   “Sarebbe come dire” che il Sé che ha preso il sopravvento per spiccare il volo da quel suolo, da quel sangue è, nella sua insuperabile ed “incredibile” eccedenza, rivelazione tramite parola/cosa, parola/presagio, parola/visione, ad eterna testimonianza di quel sangue e suolo e dell’ulteriore  - così inarrestabile - potenziale azione.

  • Dialoghi infami

  • "DIALOGHI"
  • di
  • GIAN RUGGERO MANZONI
  • rec. di
  • Sandro Giovannini

  • Credo che la recensione di Sessa al libro di Gian Ruggero Manzoni “Dialoghi infami” che - ammetto - ho letto con una certa difficoltà dovuta alla rammemorazione dell’antica vicinanza a troppe delle dimensioni direttamente ed indirettamente evocate in queste pagine, sia perfetta per sobrietà e per le poche ed essenziali domande (ma dirimenti) che pone al testo.
  • ...
  • Che poi io mi auguri che i lettori di questo bel libro di Gian Ruggero Manzoni possano essere una folla sterminata è dovuto al pre-giudizio positivo che nutro verso coloro che, invece di maschere di cartapesta moralistiche o variamente corrette, siano in grado d’interrogarsi profondamente sulle entità messe in gioco tragico quando, come direbbe Girard (Achever Clausewitz), ci si porti all’estremo.  «...finendo Clausewitz, percorrendo fino in fondo il movimento che egli stesso ha interrotto». In fondo, in Girard, è questo che mi interessa veramente e non l’esegesi veterotestamentaria più o meno teleguidata entro la trasformazione da duello a guerra in forma e poi... oltre. E’ forse solo l’oltre definitivo, che poi sarebbe sacro e laico assieme, ormai proprio possibile, che ci guida a capire l’origine... Ed in questo l’intuizione verso la compresenza dell’estremo, come globalmente attuabile, è il punto decisivo. Non solo per i singoli, ma per i popoli. E perché lo stratega si ritrasse dalle domande che portarsi all’estremo comporta nella dimensione polemologica? Forse per la stessa ragione per la quale ho fatto fatica a leggere sino in fondo, più volte, il libro del caro amico e valentissimo artista Manzoni.
  • ...
  • Prima di tutto, e proprio per questo, l’omaggio va al suo vero coraggio, di chi cioè parla di cose su cui tutti stendono lenzuoli di nera ipocrisia, coltri piene di acari di piumoni/buoni sentimenti e materassi double face mollati e con plurimi strati estate/inverno per poterci dormire sopra, con un minimo di resa. Offendiamo, deridiamo, tale furbizia ontologica? Nemmeno per sogno (e per sonno). Tutti abbiamo contezza, icasticamente già solo a partire da N., che guardare nell’abisso è comunque fare i conti con il vortice tamasico. E prima ancora secoli e secoli di omelie, apocalissi varie, rivelazioni e disastri descritti ed annunciati ed imposizioni di patti sacri senza sconti. Qui non si tratta d’elevare un’interrogazione a feticcio ma di porsi proprio al centro del rapporto della ripetizione infinita, innegabile, insuperabile, dell’umana totalitaria violenza, ed in essa delle costanti - vista binoculare, “animale da preda” - e delle sorprendenti varianti dell’uomo, La legge - non scritta - della storia. Per quanto ne sappiamo, sino ad ora con certi suoi riti suoi spazi suoi limiti, sempre festosamente crudeli. Ma ora - praticabilmente, da chi può - smisurata.
  • ...
  • E - ritornando al microcosmo - chi ha dignità di sé, senza avere, per troppa esuberanza, considerazione eccessiva della proprio forza, potrà forse per un giorno, un anno od un’intera vita provare a provarsi, a mettersi in pericolo, a dimostrarsi colui che è capace di scatenare i demoni interiori soprattutto nel proprio foro di piccola guerra santa. Senza magari scoprirsi in (gravissimo) azzardo solo per cose del tutto insignificanti, come un viaggio in macchina od una gita in bici...
  • ...
  • La casalinga del piano di sotto che urla come una matta per una pentola che ti cade a mezzanotte sul pavimento del piano di sopra al suo e che così sveglia libera e feroce tutto il caseggiato, in quel momento di furia non è diversa da chi, con occhio gelido e senza nessuna partecipazione - come si direbbe ora, empatica - ti fredda, senza odio o rancore. Orrore!!! Urlerebbe qualcuno. Sarebbe questione di proporzioni... Certamente, ma quelle attingono, appunto, alle “poche ed essenziali domande” che Sessa si pone al cospetto del mutuo rapporto Dioniso/Apollo, messo a rischio (grosso) proprio dal portarsi all’estremo...
  • ...
  • Che poi è qui, un estremo “non istituzionale”, con relativa (a troppe altre cose) copertura comunitaria o d’apparati. Quindi, nella radice e non nell’esito, un estremo anarcoide, seppur dello stesso contenuto, più o meno violentemente strutturale, di quelli più o meno burocratici.
  • ...
  • E sappiamo che anche la fedeltà a se medesimi porta all’estremo, anche la bellezza dell’anima o la diavoleria in corpo (...guarda gli infiniti sterminii, Gaza, guarda l’Ucraina, la Russia, e contestualmente... i finti buoni ed i finti moderati). Se lo capisci vuol dire, necessariamente, che dovrai calmierarti? Che dovrai prendere di te solo quello che riuscirai a sopportare? Ciò che riuscirai a poterti - veramente - permettere?
  • ...
  • In fondo morire (in guerra) od andare in galera (per, con, nella guerra), per i migliori e persino per i peggiori, può rappresentare una raggiunta considerazione di status, un codice per entrare nelle proprie più intime viscere e nervi scoperti, addirittura per aspera ad astra delle nevrosi ma di tipo superiore e geniale, conoscendosi infine per chi-si-è, o forse di più per chi si-vuole-essere, senza raggiri. Con esempio, ragguardevole, direi proprio benvenuto tra tanto ipocrito mal-detto, di questi mercenari. Urtanti, sovente, perché uno che vive così, in genere non fa neanche sconti verbali, persino nella discrezione di accenni o sguardi... Forse una fuga nell’utopia e nel sogno di sé, a volte. Giustamente Sessa dice... ciò non è per i borghesi. Sentenza lapidaria, ma non inutile all’intelletto perché sapere che non si può rischiare qualcosa, o meglio, sentire - magari anche confusamente, ma impossibilmente - che non si vuole riflettere su ciò che ci potrebbe far rischiare di più, è cosa buona. Non mi preoccupa poi che qualcuno, pur giustamente, possa dire: tralasciamo i mercenari ed occupiamoci solo dei nostri eroi. Qui siamo proprio fuori, nella dismisura della fine delle patrie interiori ed esteriori, descritta però da chi nella Patria ha creduto e per essa ha rischiato la vita e si è saputo anche confrontare, nobilmente, generosamente, col diverso da sé, (per conoscersi meglio...direi).
  • ...
  • Infatti, questi, interrogati con letteraria ma sapiente/partecipe calma... quasi pausa nel destino di ognuno e normalità che ti assale voracemente come i sogni/incubi notturni - senza che tu te lo chieda - questi mercenari, moltiplicando il caleidoscopio rivelano col dito alzato, i sogni/incubi di tutti noi, che come ben sappiamo vengono da Altro.
  • ...
  • Questi mercenari sono quasi tutti come la casalinga della padella... in fondo... sono solo andati all’estremo.

  • Generazione 78

  • GENERAZIONE '78...
  • di
  • Francesco Mancinelli
  • rec. di
  • Sandro Giovannini

  • Più di mezzo secolo di rivisitazione militante di un contesto di identità complesse ma convergenti. Una forte capacità di mostrare il concreto, il “fare” e contemporaneamente saperlo leggere non con una poco credibile e sovente finta neutralità pensosa o con un distacco piccato ed avaro di sé, ma con una partecipazione sempre da elemento trainante, forte, generoso, propositivo, maturo.
  • ...
  • L’alchimia interiore credo derivi da ciò che nell’introduzione chiama “...la finzione della politica, cioè l’alibi apparente dietro cui si nasconde ben altro...”. Sembra impossibile per tutti coloro che sono intimamente ben predisposti ad adattare le cosiddette idee ai propri concreti comportamenti, come ci ricorda argutamente Stefano Vaj, non riuscendo a percorrere la strada corretta, ma implacabile, del rigore ideale. Che non può comunque escludere o sottovalutare la prevedibile tortuosità dell'impervio sentiero - quindi poco praticato - di chi prova, inciampa ma si rialza costantemente.  Lontano di chi s’abbandona felicemente all'autogratificazione che Montherlant definisce, in un passo memorabile, come inequivoca certificazione della umana cattiva qualità. L’arraffare... il possibile, anche cose inutili, mistificanti, risibili, persino grottesche. C’è purtroppo anche un altro “benaltrismo” dei compulsivi che non avendo ben chiare in sé - sempre complici e inaggirabili - le dimensioni della vacuità e del destino, “concordia discors” o come direbbe qualcuno più aulicamente “maya in divinis”, vedono l’inganno, la truffa, la colpa, l’errore, il tradimento, l’orrore, sempre fuori di sé... Ho peccato anch’io di “benaltrismo” quando ho voluto - forse inconsciamente (...e questo è ancora più grave) - lasciare “impliciti” da tutti i miei lavori di scrittura, di arte e di impegno ideale ...questi due motori immobili del mondo, volendo farli trasparire potenzialmente, quando giusto e possibile, per via interna. Anche se ho dato questo titolo ad un mio libro di saggi, ma senza alcun richiamo esplicito nei testi. Ma questo, forse, lo capisce chi ha avuto un’esperienza forte di vite comunitare, ovviamente multiple, significativamente scalari e dimensionalmente gerarchizzate. (Prima di tutto dentro di sé). Cosa non facile anche intellettualmente, riuscendo magari come da logica bruniana prima ad avvertirlo “...con animo perturbato e commosso e finalmente... con mente pura”... E’ che la passione dell’impegno spintona mediamente ed innegabilmente verso “primum vivere...”, e tutti i propositi metodologici (ma parliamo ovviamente di metodo come stile), spiritualmente orientati, sono comprensibilmente poco attraenti, rispetto alle motivazioni più immediatamente produttive d'emozione fascinosa.
  • ...
  • Nella Prefazione di Tassinari c’è un simpatico richiamo alla durata media di circa 5 anni  dei tentativi comunitaristi e posso testimoniare che ha perfettamente ragione soprattutto quando ci muoviamo su un piano che coinvolge in genere una sola dimensione, che sia principalmente politica e/o metapolitica. Quella criptopolitica sappiamo tutti che, vocazionalmente, è a vita. Ma se agisce contemporaneamente e magari come spinta più interna e radicale un’autentica e - soprattutto - durevole vena creativa (nello specifico maggioritariamente la musica, minoritariamente la poesia ed ancora più sfrangiatamente letteratura od arte, ovviamente non in termini di valore ma d’incidenza) allora, come in Vertex-Poesia e Letteratura-Tradizione, vale, come minimo, il doppio.
  • ...
  • Questo ci fa capire mille cose del libro di Mancinelli, anche la sua continua riproposizione dell’interrogazione esistenziale dentro ed in rapporto alla comunità, in quel frangente, di spazio e di tempo, esperita. Non la naturale ed insopprimibile deriva verso l’interrogazione interiore che compie qualsiasi vero militante in ogni tempo e circostanza, ma proprio lo specifico rapporto di co-essenza con i compagni d’avventura e con il sé coinvolto oltre ogni limite in una dinamica difficile, esaltante e consumante assieme. La voragine comunitaria è un’iperbole che ha sempre attratto menti raffinatissime, nel rapporto di dare/avere esistenziale, con esiti di giudizio persino altamente divaricanti anche in presenza di una vita generosamente provatasi al riguardo.  Ultimamente mi è successo d’intervenire in un elevato dibattito ove veniva discusso il Colli che riportava, con sottolineatura sostanzialmente convinta, un famoso/famigerato passo di N., sul potere comunque necessariamente involgarente “dello stare assieme”, cercando, al proposito, di far base non sul mio pensiero agente ma su quello agito, ovvero  profonda riflessione  sulle “cose”, come dice Leopardi nello Zibaldone e non sulle “parole”, citando quel geniaccio del Berni... Qui mi cito a mia volta proprio per entrare dentro la “ripetizione” di Mancinelli con una vera chiave d’apertura atta a cercare di comprendere risposte non a formula.
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  • Ma cosa sarà mai questa “ripetizione” di Mancinelli? Agli... insorditi repetita... Il metodo per non essere falsi con se stessi è quello di ripetersi costantemente... ma che ci faccio io, qui?  entro questa operazione che magari per lunghi anni ed immenso onere/onore ci porta a ... “stare assieme”.  
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  • Negli oltre sessanta capitoli vi è sempre questo, prima commesso al testo e poi come una sorta di ricapitolazione mentale della “speciale avventura di appartenenza”, di volta in volta “messa a prova”.  Mi è sembrato encomiabile, più ancora che generoso. Perché bisogna avere una grande capacità di resistenza attraverso le “fasi alchemiche diverse” per non farsi travolgere (al meglio od al peggio... decidete voi) dal sospetto di sé, dall’accidia, dalla malevolenza, dallo scetticismo blu. In definitiva dal rancore, non necessariamente solo meschino.  Ho sul tavolino, come un incubo, da oltre tre mesi una bozza del mio terzo libro di saggi metapolitici e letterari, da correggere definitivamente per la pubblicazione, scritto convintamente e forse con qualche merito, ma l’estrema nausea di rileggermi mi testimonia di quanto sia attualmente impotente alla “parola”, e sia capace solo di operare altrimenti. Non ho poi mai capito - davvero - perché l’acedia sia tra i peccati capitali. Ed invece questo libro di Mancinelli l’ho letto in un fiato, tutto, ritornando su ogni punto ove trovavo una forza ricostituente. Quindi la sordità attuale è la mia, forse comune a quella di tanti altri.  
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  • Mancinelli dichiara preliminarmente di non voler fare opera di storia, ma la freschezza con la quale scrive, la potenza con la quale ripercorre ogni tratto dei passaggi infinitamente complessi dei suoi attraversamenti esistenziali e lo scattato focus sulla dimensione romana senza nessuna di quelle - per lo più scontate - “piacevolezze” che sud e nord si scambiano reciprocamente caratterizzandosi oltre le più che legittime vocazioni, sono quelli di una documentazione non solo utilissima, ma sovente rivelatoria.
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  • Le riflessioni del suo pensiero sul “nemico principale” di sempre, e di ora, sono etimologiche. So bene che questo ha creato in crescendo inarrestabile la massima divaricazione - per troppi di noi - nella sequela delle esperienze intergenerazionali e persino amicali, anche se la “fervente cautela” in proposito, ha fatto di Francesco, un esempio di difficilissima e non molto replicata discrezione.  
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  • E quelle sul patrimonio meta-genealogico, sono una garanzia del rapporto difficile lealtà/verità (ecco la scelta della nuova-oggettività da ricostruire) che non può, per noi a pena d’autonegarsi, mai essere eterodiretto da famiglie sostanzialmente usurocratiche, da convenienze rivelatoriamente criptopolitiche e neanche da comprensibilissime e legittime pure necessità geostrategiche, ma primariamente autogovernato da vocazioni ineludibili e prove d’esperienza, quelle che lui riassume come “vera chiamata”, seppur filtrata dalla conoscenza, comportamento certamente non da poco se non da lama di rasoio e “cosa” ben filosofica se non addirittura ontologica, allora, in barba a troppi sedicenti teorizzatori della sola “parola”.  Lo stile ed il rispetto (quello praticabile) verso il  nemico ne sono naturali conseguenze.
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  • La sua riconnessione con la lealtà - insuperabile - del riconoscimento del sacrificio. “...A quei ragazzi, a questi angeli custodi e a quel sacrificio io devo tutto...”, nel loro nome, rispettando una sacralità che ormai è solo “per levare”, nella bolgia infinita della decadenza di ciò che non ha più neanche la consistenza vitale e liquida del sangue, è, per noi, mantenere con “...l’arcano mistero di una ininterrotta tramissione rituale...”, la schiena dritta.
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  • Sono importanti (aprendo io qui però, fuori contesto, un vaso di Pandora) le sue riflessioni delle pagine 98 e 99 ove si circola in “geometria curva” sul concetto sferoidale del cosiddetto Fascismo eterno. Troppi degli intelligenti hanno detto parole incaute al proposito, provocati dalle astute semplificazioni in usum serenissimi Delphini di Eco & C. e fa bene Francesco ad evocare come giusta “cosa” la canzone di Gabriele Marconi, Ricordi, come fa bene a diversamente riconnettersi al libro di Miro Renzaglia Cane sciolto, per assimilabili suggestioni e maturazioni progressive di un senso, alto e geniale, del rapporto tra vacuità e destino, tra la realtà dell’illusione onnipervadente ed il riconoscimento inconfondibile della propria caratura esistenziale.
  • ...
  • “...La specie esistenziale a cui appartengo è un ibrido, è ‘mezzosangue’”... Qui si tocca la verità profondamente alta ed altamente profonda dell’ossimoro vivificante doppelleben, in Benn, in Pessoa, in Jünger, in Stevens e sempre personalmente articolata e diversamente giustificata in tante grandi anime. Ne ho colto costantemente e per gradi il rimando ad una comunicazione primaria di tipo metafisico, che attiene alle più originarie speculazioni della vita/pensiero. In tal senso, per me, l’Advaida Vedānta credo ne sia stata la più pura e rappresentabile pratica. Le stesse macerie luminose del nostro panorama esistenziale occidentale, come fari nella notte, ci inducono a non restare impauriti ed inerti rispetto al superamento, comprovabile, a volte necessario, del principio di non contraddizione. Le mille declinazioni possibili di tale stile (diverrebbe veramente tale se noi operassimo prevalentemente con questa caratura ontologica), non confondono la ragione ma si servono di essa in funzione anche antidicotomica, per nostra stessa innegabile esperienza. Da qui poi nasce l’infinita prova di viaggio, che però non dovrebbe mai permetterci di poter permanere in una ambiguità di basso profilo od incapacitante ma anzi motore immobile di ogni nostra dimensione espressiva. Altro qui non posso dire che mi ricolleghi, se non implicitamente, a tale dimensione ben espressa da Mancinelli, che non ha nulla a che fare, sottolineiamolo, col mimetismo politico, o con un semplicismo entrista. Anche perché tale ragione è indubbiamente di ben più rigorosa fatta, anche quando, necessariamente, si esprima ad un livello più facilmente comprensibile.
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  • La poesia della sua musica, nutrendosi di lieviti espansi a molte corde e di tradizione una è poi ragione non solo di un piacere in più che riesce a fare da prologo e da esodo ad ogni attraversamento esistenziale marcandone, nel libro, episodio per episodio,  il perimetro formale “...mediante un rito comunitario controllato da regole non scritte, riti molto simili ed adiacenti a certe esperienze di danze o lotte tribali simulate, studiate a fondo dall’antropologia culturale di mezzo mondo...”, togliendo proprio causa - per chi per avventura estrema fosse in buona fede - ai cavalcati stereotipi. Cosa  d’altronde - in linea teorica - giusta anche in senso inverso, per noi però impossibilitata, ormai in troppe ed innegabili evenienze, dall’eccessivamente ricercata cacofonia, dall’assunzione di moduli subculturali supinamente colonizzati e veramente in tal caso beatamente rozzi e violentemente plasticati dal mercato globalista, bassamente materialiste e da ancor più inammissibili derive, forse persino nei meno stupidi, di causa tamasica.
  • ...
  • Garanzia sostanziale di aver incontrato un uomo vero fratello di via, nella lealtà, nella testimonianza, nella ricerca.

  • Francesco Mancinelli, Generazione ’78 - Viaggio storico, critico e introspettivo attraverso una comunità di destino. Prefazione di Ugo Maria Tassinari. Nella parte finale del libro: Ringraziamenti; Orientamenti essenziali di suggestione evocazione e ricostruzione di un Impero Interiore; Sceneggiati TV anni 60-70; Bibliografia di orientamento citata nel testo; Riviste di formazione, giornali e periodici citati;  Brani e principali canzoni secondo l’ordine di citazione; Indice dei nomi; Indice.  Collana Sangue & inchiostro, edizioni Settimo Sigillo, Settembre 2024, 432 pagg. Allegato CD.  45 Euro. 


 

  • Quixote

  • "...ma avere fatto..."
  • di
  • Sandro Giovannini
  • ...E’ molto difficile forzarsi a prendere esplicitamente posizione, ovvero non posizione “implicita” e generalmente deducibile dai comportamenti attuati per decenni e forse quindi abbastanza risalibile e scontata per i veri pochi amici che ti conoscono da una vita... ma proprio impegnarsi partendo da mille vicende o “storie”, in cangianti ripetizioni... Céline diceva che tutti produciamo “storie” - chi meravigliosamente chi bene chi mediocremente chi male o malissimo - ma che è lo “stile” quello che fa veramente la differenza nell’esprimersi. Lo specifico in questione era lo stile letterario ma era evidente, da tutto ciò che diceva in quel contesto e dalla sua stessa vita, che il referente era sempre inteso da lui radicalmente, in senso etimologico. Montherlant, stigmatizzava che il prendere od “arraffare” segna - inevitabilmente - l’uomo di cattiva qualità, soprattutto se “l’arraffare” agisce a livelli banalmente prevedibili e comunque mediocri... Ho riflettuto sovente sul senso “dell’arraffare”, un senso oscuro e vorticoso, perché ama, intensificandosi per livello e virulenza, ammantarsi di ragioni infinite che s’apparentano, per dritto e per rovescio ma ovviamente solo per i più “avvertiti”, persino alla metafisica, all’ontologia, alla pratica della conoscenza di sé. Ed è per quella sdrucciolevole discesa ove ciò che tira in basso è vischioso e difficile da controllare che ci si dovrebbe misurare, possibilmente, in anticipo. La domanda te la fai, se sei un minimo onesto, in corpore vili, ovvero il tuo (ed ecco perché il riserbo), rammemorando tutte le poche o molte occasioni in cui tu, proprio tu, sei stato tentato veramente. C’è persino un residuo di “verità” che credo sia stato espresso in modo insuperabile dai versi “...ma avere fatto al posto di non avere fatto...” con quello che segue. Residuo? Ecco perché la china è scivolosa. Ma un’utile regola sarebbe che se avverti, anche confusamente e pur tra alti e bassi, che sarà quasi sicuramente “tutto in perdita” (come in quel caso), allora sei davvero colui che ha “agito senza agire”. Sembrano formulette... ma sono le poche cose salde che ci restano per vivere dignitosamente. Tutto il resto è carrozzeria.
  • LA DOMANDA NON È SE CI SARÀ LA GUERRA, MA QUALE...
  • di
  • Andrea Zhok
  • (da www.liberopensare.com di venerdì 21 giugno 2024)

  • Un paio di giorni fa il presidente serbo Vucic ha espresso il suo forte timore che tre-quattro mesi ci separino dalla Terza Guerra Mondiale. Che si tratti di una valutazione realistica o magari di eccessiva apprensione da parte di chi ha già esperito sulla propria pelle la natura “eminentemente difensiva” della NATO, è quanto scopriremo solo vivendo.
  • ...
  • Possiamo però sin d’ora fare qualche considerazione generale sulle linee di tendenza che si profilano. Dal punto di vista di un confronto diretto tra grandi potenze militari la questione cruciale riguarda la percezione interna di un carattere “decisivo” del conflitto regionale in corso. Per la Russia è chiarissimo, e lo è stato sin dall’inizio, che si trattasse di una minaccia percepita come esistenziale. L’asimmetria del confronto qui dev’essere ben percepita: nel conflitto russo-ucraino la Russia è formalmente l’aggressore, avendo violato i confini ucraini con le sue truppe, ma la Russia si percepisce aggredita perché ha visto anno dopo anno i preparativi NATO ai propri confini (esercitazioni congiunte, costruzione di infrastrutture militari, il cambio di regime di Maidan, la persecuzione delle proprie minoranze in Ucraina, eccetera). Questi eventi sono stati lamentati come prodromi o ad un’aggressione diretta o ad un posizionamento di vantaggio strategico che metteva potenzialmente in scacco le difese russe. È qui necessario tener ferme alcune premesse storiche e geografiche: la Russia è sempre stata particolarmente esposta alle minacce sul fronte occidentale, dove è stata più volte attaccata, dove non ci sono barriere naturali degne di nota, e dove si trovano le principali città, a partire da Mosca. Questi timori sono stati espressi da vari governi russi innumerevoli volte, per anni, e solo il controllo occidentale sulla narrativa pubblica ha impedito che questo fatto fosse generalmente riconosciuto prima dello scoppio della guerra. Non l’Occidente ma la Russia vive una sfida militare alle proprie porte da vent’anni; non è l’Occidente ma la Russia ad essere oggi colpita sul proprio territorio dalle armi di una potente alleanza militare ostile, con il supporto tecnologico e informativo della stessa.
  • ...
  • Per la Russia, dunque, non c’è spazio per “passi indietro”, perché si è già arrivati ai confini, al limite che minaccia la propria esistenza statuale: fare passi indietro significa perdere la capacità di mantenersi integra.
  • ...
  • Che dire degli USA e della NATO?    Qui dal punto di vista delle minacce dirette la situazione è molto differente, eppure nelle linee di fondo non è dissimile. Gli USA non stanno versando sangue, né stanno subendo danni infrastrutturali dall’attuale confronto con la Russia. E tuttavia il problema qui è di natura sistemica: la narrativa che ha sostenuto la fiducia nel sistema occidentale, militare e finanziario, impone al sistema di presentare un orizzonte di crescita, dominio e forza internazionale. L’iniziativa russa, sostenuta in modo defilato ma sostanziale dalla Cina, ha messo in moto un processo di “insubordinazione” nel mondo extra-occidentale, che rappresenta un effetto domino devastante per l’egemonia politica ed economica dell’Occidente a guida americana. Veder scossa la propria capacità di imporre trattati a sé favorevoli in Africa, America Latina, Medio Oriente ed Asia minaccia frontalmente il modello di sviluppo occidentale, modello già in crisi per ragioni interne, e che conta da sempre sulla possibilità di estrarre plusvalore dal mondo meno industrializzato (come risorse naturali, energetiche, manodopera a basso costo, eccetera). Il sistema hobbesiano della competizione economica infinita appare tollerabile solo finché le proprie popolazioni appartengono solo in modo marginale alla sfera dei perdenti in questa competizione. Quando la lotta economica di tutti contro tutti comincia ad erodere significativamente i modi di vita del proletariato europeo o americano, l’allarme scatta, perché l’unità dei sistemi occidentali è fornita soltanto dalla promessa di un benessere (comparativamente) diffuso.  Questo significa che, per ragioni diverse, anche nell’Occidente a guida americana l’attuale “insubordinazione internazionale” fomentata dalla Russia rappresenta un rischio esistenziale: essa porta alla luce i “limiti intrinseci allo sviluppo” che i critici del modello capitalista hanno riconosciuto da tempo e che ora bussano alle porte.  Nessuno dei due contendenti può dunque permettersi un’aperta sconfitta.
  • ...
  • Ci sono margini per un onorevole pareggio?   Non molti e sempre di meno. Più passa il tempo, maggiori sono gli investimenti economici e umani nel conflitto, minori sono gli spazi per un esito che non appaia come una sconfitta all’una o all’altra parte. Per dire, è chiaro che le condizioni degli accordi di Minsk II, che erano rivendicati dalla Russia prima dell’inizio della guerra, se accettati oggi rappresenterebbero una grave sconfitta per i russi, lasciando otto milioni di russofoni in balia politica di quegli stessi che li hanno perseguitati prima e bombardati poi. Più passa il tempo, maggiori i costi, più i risultati accettati come minimi per ciascuna delle parti si ampliano.  Questo quadro rende la possibilità di un conflitto diretto, ogni giorno che passa, sempre più probabile.  Si apre però qui una questione essenziale, che riguarda la natura del conflitto.  La possibilità, paventata e temuta, che si pervenga ad un diretto scontro senza esclusione di colpi, dunque ad una guerra anche nucleare, non può essere esclusa. Per quanto entrambe le parti in conflitto comprendano bene il carattere potenzialmente terminale di un tale confronto, qui il rischio proviene non tanto dalla programmazione esplicita della guerra quanto dalla logica dell’escalation, che può far arrivare alla soglia della deflagrazione, pensando di controllarla, per poi sorpassarla magari per un fraintendimento, per un eccesso di timore o di sospetto.  Ma personalmente credo che le possibilità di un conflitto nucleare diretto siano ancora relativamente basse, non trascurabili, ma basse.  Lo scenario che invece credo sia altamente probabile, direi certo, salvo gli scenari peggiori di cui sopra, è quello dello sviluppo di forme inusitate e devastanti di guerra ibrida.  Per “guerra ibrida” (hybrid warfare) si intende una strategia militare che impiega una varietà di tattiche atte a portare nocumento all’avversario, limitando il ricorso alla guerra convenzionale e privilegiando invece forme di attacco non dichiarate, che possono sempre ricadere nella “plausible deniability”, nell’area grigia delle cose non pienamente dimostrabili di cui si può negare la responsabilità. Il problema è che oggi gli spazi per queste forme di guerra sono enormi, incomparabilmente superiori a tutto ciò che il passato ci ha consegnato.  Sono parte della guerra ibrida il supporto ad atti terroristici, anche da parte di gruppi terzi. Il terrorismo può infatti essere di tipo diretto, come attacchi ad infrastrutture strategiche da parte di qualche commando infiltrato (ma qui c’è sempre il rischio che qualcuno venga preso è che la “deniability” venga meno). E poi c’è la possibilità, tutt’altro che complessa, di sostenere, manipolare, armare gruppuscoli già esistenti che odiano l’avversario, ma che mai avrebbero le risorse per attentati in grande stile (questi sono, ad esempio, i termini in cui viene oggi letto in Russia l’attentato al Crocus City Hall del 24 marzo, i cui autori diretti sono del Tagikistan, ma la cui preparazione rinvia per i russi ai servizi segreti ucraini).  Possono rientrare nella guerra ibrida anche atti terroristici che non appaiono tali, come sabotaggi, apparenti malfunzionamenti infrastrutturali, incidenti aerei, ferroviari, eccetera. Possono rientrare nella guerra ibrida forme di guerra batteriologica mirata, ad esempio con patogeni selezionati per colpire in modo privilegiato certi gruppi etnici. E anche qui l’apparenza può essere quella del caso o dell’accidente. Possono essere esempi di guerra ibrida attacchi cibernetici di varia natura, destinati a entità finanziarie, a database, archivi, eccetera. Possono essere momenti di una guerra ibrida attacchi speculativi finanziari, volti a creare occasioni che rendano i mercati internazionali un’arma per destabilizzare un Paese.  E poi esistono innumerevoli ambiti di guerra ibrida di cui ancora non abbiamo esempi espliciti, ma che sono oggi tecnologicamente disponibili. Pensiamo ad esempio alle accuse mosse neanche troppo velatamente dal ministro degli esteri turco agli USA di essere dietro al terremoto in Turchia e Siria del 2023. Che oggi vi siano modi per indurre, in punti tettonicamente predisposti, eventi tellurici è stato oggetto di studio militare (se lo studio si sia mai tradotto in realtà è questione che ignoriamo).  E naturalmente possono essere parte di una guerra ibrida eventi critici volti a condizionare specifici eventi elettorali, come la creazione di vittime ad hoc, di capri espiatori, o operazioni di discredito alla vigilia delle elezioni, eccetera.
  • ...
  • Se l’orizzonte di una durevole e intensa guerra ibrida è l’orizzonte che abbiamo di fronte nei prossimi anni, è, a mio avviso, necessario tener ferme due cose.  La prima è che per la natura stessa della guerra ibrida, intenzionalmente opaca ed inesplicita, i margini di strumentalizzazione interna sono amplissimi. Può così accadere che qualcosa sia effettivamente un evento di guerra ibrida mossa da una potenza estera, ma può anche accadere che qualcosa sia un mero incidente, oppure un’operazione interna false flag volta a condizionare il fronte interno (le operazioni “sotto falsa bandiera” sono di una semplicità disarmante in un contesto in cui per definizione le bandiere negli attacchi reali non vengono esposte).  Se, come si dice, la prima vittima della guerra è la verità, in una guerra ibrida la verità pubblica tende a dissolversi in maniera integrale: semplicemente tutto è potenzialmente strumentale per qualcuno.  Una simile atmosfera di sospetto coltivato ad arte e di condizionamenti occulti tende a consolidare in posizioni di potere chi già detiene il potere, e tende a rendere massimamente difficile la costruzione di qualunque iniziativa politica eterodossa, estranea al potere già consolidato.  Questo punto ci porta ad una seconda conclusione: la direzione primaria in cui si deve muovere, in questo contesto storico, una politica critica, una politica d’opposizione autentica, deve avere al centro della propria agenda la richiesta di pace (che vuol dire convivenza, riduzione della conflittualità internazionale, allentamento delle tensioni, accettazione della pluralità di prospettive, accettazione di un multipolarismo con pari dignità dei vari poli, eccetera) e il rifiuto dell’emergenzialismo (rifiuto della creazione costante di ansia, terrore, di sindromi dell’attacco o della catastrofe incombente, per manipolare la volontà pubblica). Volontà di pace, nel senso più comprensivo, e rifiuto dell’atteggiamento emergenzialista, dovrebbero essere al centro di ogni iniziativa politica che si voglia capace di resistere ai tempi oscuri in cui siamo stati sospinti.

  • Vivarelli NAPOLEONE e BACHOFEN


  • Giuntomi stamane e letto subito con autentico piacere l’aureo libretto di Curzio Vivarelli “Napoleone e Bachofen. Due prospettive separate”. Stupisce reiteratamente, anche per chi come me segue da tempo l’arte operosa di Vivarelli che cresce d’infinita e mai esausta gamma di nutrimenti più vari, la capacità di stare sulle cose concrete della natura umanizzata e della physis divinamente storicizzata. Sembrerebbe una dichiarazione di principio lontana dallo stile della concentrata favola del Curzio in due temi, il tutto in 44 pagine, di ben divisa struttura a sorpresa. Penso a sorpresa se rifletto che è proprio l’apparente dislivello dei due orizzonti vissuti e penetrati, dal rapido corso e dal ponderoso storico svizzero (...qui in chiave d’illuminante vacanza, come sono stati efficacemente altri grandissimi... penso ad un Heidegger in Grecia), ambedue trasfiguratori del paesaggio percorso in vite pur diversissime. La sorpresa è poetica nell’essenza per la comprensibile ragione che “...non dice, non occulta, ma fa segno...” , ma non con la prosopopea delle rivelazioni necessariamente sur o subliminali, ma con la confessata e meticolosa sequela del passo dopo passo, molto fondato, sui paesaggi di riferimento. Ovviamente l’orizzonte del primo rammenta la gloria massima di vertice e di vortice ed il secondo la scoperta di un fondale concreto che solo il carboncino di Soffici potrebbe riportarci nella sua rude sacralità. Non che manchino anche i passaggi, oltre i paesaggi, che potrebbero inquietare anche il lettore hodiernus, inducendolo a ben più miti consigli di riflessione. Due ne colgo a volo: “...Più breve è un testo e più lo scandaglio dei pensieri d’un insigne e geniale precursore illumina abissi oscuri e però forieri di tesori.”. L’altro: “...Si è soli, si sente la presenza del Fato e non esiste preghiera.” Ma mentre il solito bravino ci arriverebbe tramite un percorso tortuoso (...non sono immune da autocritica...) lui ci perviene tramite “...casolari...macchieti... ponte sbrecciato... Olimpo non affabile...”. Cose che non sono (state) o non sono più cose. La differenza tra, come dice, paesaggio e non paesaggio. Ma tornando al medium del procedere direi che l’“inaspettato” è proprio l’effetto della cosa descritta nell’ottica del vero “camminatore sul mondo”. Turista e visitatore occasionale, sono troppo facilmente liquidabili, ma vi è una traccia infinitesima della physis, necessariamente, anche nell’ottundente periplo forzato del castigato alla vacanza. Si tratta, quindi, sempre, di penetrazioni percentuali, che vanno, però, da 0 a 100. Ma Curzio ha una dote unica che sa trasfondersi in riverente ed irriverente genialità di trasformare il suolo argilloso in scultura d’immagine, in colori che sanno anche della minutissima storia quando assieme la sentono grande e tremenda. Ed è sempre coraggioso nel suo dire, criticabile quanto è possibile perché prende sempre partito nel suo pur lieto e gratuito inseguire il suo mito di lettura del vivente... mai banale, sempre provocatore di pensiero. E’ anche giustamente faticoso, Curzio, perché ti costringe a rivedere cose e persone, che credevi di avere già inteso. Estrae da esse proprio tutto ciò che ti serve, davvero, per divenire migliore.
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  • (Curzio Vivarelli, “Napoleone e Bachofen. Due prospettive separate”, Edizioni del Tridente, Le Gemme, 44 pgg., 21 marzo 2024 E.v.)

Ciò che è mistico


Trascendenza - natura - umanità 

di 

  • Sandro Giovannini
  • Reagisco alle sollecitazioni intellettuali di vari stimati amici fornendomi dei percorsi di avvicinamento più transitabili tra vette concettuali incombenti, impossibili da trascurare per la loro consistenza immane e temibile. Se non riuscissi ad orientarmi con un’addestrata intuizione atta a scansare strapiombi e scivolamenti facili, potrei perdermi in un elementare indifferenziato ove tutte le luci scolorano e le ombre s’allungano paurose. E’ sempre da lievissimi scarti dei passaggi logici che colgo le linee di pericolo per me. Quelle che altri magari superano di slancio.
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  • Qualche giorno addietro ho messo su “rivista online heliopolis” una bella recensione di Giovanni Sessa al testo: “HYLE. Breve storia della materia increata”, su un significativo saggio di Davide Ragnolini per Rubettino. Sessa sostiene che intento del saggio in questione (pag. 8) è suggerire: «...che la stessa storia filosofica e teologica occidentale può essere riletta a partire dal problema della giustificazione della materia (...) Dalla Patristica e dalla Scolastica, infatti, la storia della filosofia ha creato strategie speculative per domare questo problema...». Sessa di seguito sostiene che “...Ragnolini, nelle proprie analisi ha ben presenti gli interpreti eterodossi intenzionali dell’aristotelismo, che hanno rilevato il tratto centrale, niente affatto secondario della hyle nel sistema dello stagirita...”, procedendo poi con un excursus storico filosofico delle pur diverse centralità - a volte persino imprevedibili - della hyle in qualità di sostanza. Realtà e incorruttibilità increata della “materia”, messe al bando prima dalle autorità ateniesi per ateismo e di seguito dalle autorità ecclesiastiche sempre contro la risorgente, seppur articolata, concezione del Deus sive Natura. Nella sequela di tutto il suo lavoro filosofico Sessa conclude: “...Solo un filosofare atto a recuperare l’idea non dualista di materia-animata, può rappresentare l’uscita di sicurezza dallo stato presente del pensare”.
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  • Questo percorso logico mi trova convinto da tempo: l’“idea non dualista di materia-animata” è centrale nella mia motivazione a vivere (...e lo dico così - spudoratamente - senza bellettatura alcuna) assieme alla circolarità dissimile dell’avventura di tutte le forme nelle diverse fasi. Rifuggendo come la peste dalle etichette verbalistiche che vorrebbero schiacciarci su circoscrivibili recinti ove l’indispensabile mappatura in qualità eminente di viatico e di talismano in realtà tende prioritariamente e massivamente ad asservirci, con ordini e presuntuosi universalistici protocolli troppo spesso ignoranti di storia e senza senso se non verbalista. Che la trascendenza nasca dalla meraviglia sommamente artistica e per lo più irriducibilmente tragica delle forme viventi, e non solo, l’ho sempre esperita come evidenza crescente ed irrecusabile. Il fascino/farmaco a doppia valenza ne sono pegno e garanzia. E tutte le platonizzazioni dell’aristotelismo - ed i miliardi di capriole dialettiche - mi lasciano stupido ed inerte. Mi blocca coglierne l’assoluta strumentalità, che nasconde, nel profondo, la paura generante l’universale rimedio dell’illusione. Quello che poi tutte le religioni, più spesso implicandolo od addirittura almeno apertamente dichiarandolo come il buddhismo (...impermanenza, insostanzialità, sofferenza) strutturano a propria ragione e salvaguardia.
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  • Il “domare” la potenza (...ardua, ardita, ardente...) della physis (e qui forzo - semplificando - l’identificazione tra natura e materia) è ben comprensibile quando l’uomo deve agire sotto tutela (quasi sempre) e l’hybris è un abisso poco (e da pochi) esperibile se non con mille cautele. In tale groviglio ontologico la mistica ha sempre e dovunque operato con una violenza ermeneutica senza coperture, se non quelle della criptica, della fuga, della ricusazione o del martirio. (...¡dici niente! - direbbe qualcuno - ...e già...) Perché poi, nel rapporto natura-cultura, l’uomo è costantemente di fronte all’abisso, in sé e fuori di sé: il predominio assoluto della forza, la violenza intrinseca (e non solo estrinseca) di ogni legittimismo, l’isolamento finale dell’insopprimibile intelligenza, l’inutilità meravigliosa dello slancio dell’affidamento e della generosità senza meta e senza scopo se non per un sano - ma per lo più inverificabile - auto trascendimento. Soma sempre indispensabili ma pericolosissimi. Tutto quindi si gioca sulle misure. E su queste misure i più spregiudicati, i più accorti, e non solo i più saggi, costruiscono le referenze di ciò che reputano, persino sublimemente, e spesso a ragione, strumentale. E’ su questa finalizzata strumentalità assoluta che il “secolo” cammina e non certo sulle intuizioni magari splendide, isolate, fascinose, gratuite e/o crudeli, messe in circolo dalle “grandi anime”. Riconoscendo ad esse un potere più sottile e assieme parcellizzato, molto più a lungo o lunghissimo termine diffuso, capace di divorare poi gli altri (la massa, cioè tutti noi) divorando spesso (prima) anche se medesimi.
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  • Se la patristica e la scolastica sono state poi un’“interpretazione neoplatonica fatta propria dalla prospettiva cristiana”, lasciando a tale generalizzazione, operata sicuramente, una grande incidenza storico comportamentale ma sempre concettualmente su base non del tutto totalitaria (come Sessa accenna rilevantemente tramite il riferimento specifico al Timeo di Platone), ci dà l’idea che, alla fine, nella storia, a dare la rotta per le masse non è mai l’autentico pensiero pensante, sempre a gradiente complesso e poco riducibile ed a percorso periglioso, ma l’autostrada protocollare delle coordinate interpretative dello stato maggiore, che traducono necessariamente una ideazione “pura”. Legando inevitabilmente la traduzione a tempi, climi, a pressioni tutto sommato e dedotto segrete esposte in evidenza, in pessima compagnia di vergognose influenze inconfessabili, mode passeggere e pur grandi generosi slanci assieme a stupidità imprevedibili. L’intelligenza luciferina della - dovuta - traduzione applicata non esclude necessariamente la possibile e spesso quasi certa stupidità immane - gratuita - implicata. Quasi doverosa. Lo vediamo ultimamente, ancora per l’ennesima volta, nel precipitare vorticoso - pervicacemente ben poco razionalizzabile - dei conflitti.
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  • Questo mi dà l’aggancio ad una riflessione che si sposta decisamente sul versante strettamente contemporaneo, ovviamente debitore del passato, ove rimaniamo - giustamente - sorpresi se scopriamo che un altro pensiero pensante - e mi riferisco a quello di Vannini su Eckhart - si slancia dall’interpretazione complessiva del mistico tedesco, a una qualcosa che potrebbe persino apparire una surreale rilettura della fede cristiana cattolica, oltre e forse contro le sue più attestate basi teologiche.
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  • Perché, in questi ultimi giorni altre sollecitazioni mi sono venute a rinnovare un non solo personale sconcerto che è, chiarisco a scanso d’equivoco e nel mio caso, più quello dell’osservatore che quello del credente, che non sono. Una puntuale citazione di Luca Valentini (che rinnovava - ma con immutata e pur impensata sorpresa - le mie passate letture dello studioso di mistica) e che riporta un passo (a prima... ma forse anche a seconda vista) definibile, appunto sconcertante, di Vannini ed una recensione (“I Sermoni” Paoline, 688 pagg) del Cardinale Ravasi sul Sole 24h di domenica 24.03.24, intitolata: “Meister Eckhart, caleidoscopio di fede e vita reale”. La recensione un autentico capolavoro di equilibrismo scritturale e teologico. Oltreché, prevedibilmente, di pur concentratissima rilettura storico concettuale. Ravasi parte dalla bolla In agro dominico del 27 marzo 1329 del papa avignonese Giovanni XXII, quello fustigato da Dante, con la condanna delle 26 tesi di Meister E., con aggiunta clausola finale di ripudia delle stesse poco prima della morte e del già fissato processo per le sue popolari prediche in tedesco. Le parole più rilevanti e rivelanti della recensione sono a mio avviso queste:
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  • “...Abbiamo la possibilità di riascoltarlo idealmente in una riedizione curata da uno dei maggiori esperti italiani di Eckhart, Marco Vannini, grande ed originale interprete anche del fenomeno mistico, soprattutto medievale...” (...E, aggiungo io, anni fa, in un convegno alla Fondazione Cini, ascoltai Cacciari definire Vannini il più grande studioso vivente di mistica...).  
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  • Ancora: “...la trama tematica dei sermoni rivela alcuni nodi capitali che sono ampiamente illustrati da Vannini, tenendo conto anche delle altre opere latine, in particolare i trattai. Ne facciamo solo cenno, data la complessità dello svolgimento teorico che ricorre anche alle rationes naturales dei filosofi, e la vertigine che genera un pensiero amante del paradosso e della radicalità. Concetto chiave è il “distacco” che rimanda al limite e alla parzialità del volere umano da cui ci si deve liberare in un atto di svuotamento e di nudità che tocca anche il legame religioso con Dio. Si giunge così ad un totale superamento dell’ego psicologico per approdare allo spirito che è quel “fondo dell’anima” - altro tema nodale in Eckhart - che si identifica col “fondo” stesso di Dio, così da divenire “Uno nell’Uno”. E’ così che nell’anima umana e divina si compie la generazione del Logos in un atto trinitario, il tutto descritto in modo arduo, ardito ed ardente. Fermiamoci qui, lasciando all’introduzione di Vannini a questa edizione dei Sermoni eckhartiani di delineare una mappa che esige un esercizio intellettuale destinato ad affacciarsi su abissi di antropologia teologica (tra l’altro, lo studioso ha dedicato vari saggi a questo pensiero così mobile e sorprendente). Noi ora evochiamo solo un aspetto semplice ed affascinante nel predicatore tedesco, il rimando alla simbologia naturale e quotidiana, incastonata nelle riflessioni di alta caratura teologica: il mondo vegetale ed animale, l’universo cosmico, l’orizzonte terrestre, coi suoi ritmi e paesaggi. Il tutto segnato dalla «...purezza e riconoscenza verso la vita, dalla gioia dell’essere, dalla multiforme luce divina, con un’abbondanza e profondità che richiama, al lettore italiano, la profondità simbolica della Divina Commedia...», contemporanea alla predicazione del Meister. In conclusione, l’ascolto di questi discorsi può creare uno straniamento anche gioioso. Certo stupiscono alcuni ribaltamenti o riletture dialettiche... (...) Forse, alla fine, non impressiona più quanto scriveva un agnostico come André Gide: «...Senza mistica non si raggiunge niente di grande». Persino Bertrand Russel apriva un suo saggio affermando che «...i più grandi filosofi hanno sentito il bisogno sia della scienza sia della mistica»”.
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  • E’ impossibile non apprezzare con quanta sprezzatura il Cardinal Ravasi, per la generosa comprensione dei non specialisti, tratti una terminologia eckhartiana ove generazioni di interpreti si sono battuti duramente per dare a quei tre o quattro concetti “virgolettati in italiano” una consistenza iconica e filologica di difficilissima stabilizzazione anche nella dizione originaria, ma a parte la forma ciò che conta qui - almeno per noi - è la direzione di una più o meno supponibile distanziazione dalle vetuste ma non proprio onuste parole della religiosa bolla di condanna. Ed è impossibile non apprezzare anche la citazione diretta di Vannini riportata da Ravasi ripetiamola: «...purezza e riconoscenza verso la vita, dalla gioia dell’essere, dalla multiforme luce divina, con un’abbondanza e profondità...», nelle quali parole (e nei formanti concetti) s’intravede una forte riemersione, seppur filtratissima dalle infinite falde delle umane (ed ecclesiastiche) vicende, del Deus sive Natura, di cui alla recensione base di Sessa sull’Hyle di Ragnolini...  Ora, ad un interprete della caratura del cardinale Ravasi che credo sarebbe proprio capace in poco o niente (e non certo per una pagina giornalistica) d’allestire una lectio magistralis sull’alto crinale trinitario o lama di rasoio dell’unio inconfusa della battuta bondiana “...agitato e non mescolato...", a. i. verbis, non sfugge nulla di ciò che è in gioco (si fa per dire) delle tesi non di Meister E., ormai forse troppo (e non proprio lealmente) storicizzate, ma di Vannini, ovviamente da quello che potrebbe essere il suo punto di vista e che per fortuna di noi osservatori non è il nostro.   Il nostro sarebbe quello di gente che ha rinunciato definitivamente ad una visione dicotomica, per usare un eufemismo, come per lo stesso Vannini, forse in termini ben diversi, ma per noi sicuramente con minore problematica.
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  • Sospetto che Vannini non potrebbe non apprezzare la recensione ravasiana, sorta di universale e ben potente salvacondotto nell’élite dei molto colti e fortissimamente ferrati in argomento, ma a tal proposito direi che il confrontare le citazioni sopraindicate con il tratto diretto di Vannini riportato da Luca Valentini, comporterebbe - comunque e per tutti noi - qualche non irrrilevante interrogazione di sostanza.
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  • Dalla pagina FB di Luca Valentini del 10.04.2024
  • Un Vannini tutto da leggere:
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  • «...Il rimando a un Dio creatore non è solo una forma ingenua di cosmogo­nia, ma soprattutto una fantasia dovuta alla sofferenza della nostra psiche, ai suoi bisogni non mai placati. È ciò che permette di immaginare “piani di Dio”, “disegni di Dio” ed altre consimili finzioni, corrispondenti a de­sideri di volta in volta diversi. L’alterità di Dio e la creazione gettano il mondo e l’uomo nella tempo­ralità, opposta all’eternità di Dio. Nella temporalità non v’è la pace dell’e­terno presente, ma la grande malinconia del fluire, dello scomparire di tutte le cose belle e amate, e il senso dell’ingiustizia del mondo, dove gli innocenti soffrono, ecc. Con l’immaginazione ci si sforza di dare risposte, ma, in fondo, si sa bene che sono menzogne. Si deve allora rimandare al mistero, al sacro, al divino, inanellando men­zogna su menzogna […]. Il racconto biblico della creazione è un pasticcio, dove due narrazioni immaginarie, scritte in secoli diversi, sono giustapposte, senza curar­si delle contraddizioni. Dare a questi racconti valore di verità religiosa, ontologica, e finanche scientifica, facendoli diventare fondativi delle teo­logie ebraica, cristiana, musulmana, è stato ed è un atto di ingenuità - o, peggio, di menzogna - dalle conseguenze incalcolabili. Da allora in poi Dio - ovvero il Bene, la verità, la luce - è altro, e l’uomo può illudersi di seguirlo, obbedirgli, ecc., ma non lo è mai. Se si esce dal mito biblico della creazione, finisce immediatamente il pa­radigma alienante della divisione soprannaturale-naturale, Dio-mondo, e, quasi per incanto, tutto cambia, diventa chiaro e luminoso: tutto è Uno. Il pensiero dell’Uno è il pensiero corrispondente al distacco, mentre il pensiero del due, della dualità, è il pensiero/non-pensiero della appro­priazione. Infatti il due, per il quale Dio è un ente, ed ente altro da noi, pure pensati come enti, è ciò che permette di appigliarsi a qualcosa, in modo da poter sostenere quei contenuti che servono alla volontà, al desi­derio, e innanzitutto all’amore di sé". (Marco Vannini; Contro Lutero e il falso evangelo, p. 31)...»
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  • Mentre potrei condividere la citazione parola per parola - ovviamente questo lacerto fuori contesto, per questioni di spazio logico, non permette che una veloce risultanza - aggiungerei, a tal proposito, che ognuno di noi potrebbe apparire compiere, appunto, un uso solo strumentale delle parole e delle tesi che leggiamo, sulle quali molti ci confrontiamo in pura gratuità, e reputo in perfetta buona fede... alle quali pur si crede di credere. ¿E, d’altra parte, una pura evidenza, possibile, dell’“...uscita dal mito biblico della creazione”, come non potrebbe (¿dovrebbe?) divenire non una pietra d’inciampo ma una pietra tombale? ¿Per che cosa? Per potersi autorappresentare all’interno di una qualsiasi koinè confessionale. Questo, pur con qualsivoglia ammortizzatore dialettico, utile od utilissimo, geniale o genialissimo, lo crediamo sinceramente.
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  • Infatti in “Marco Vannini, un punto di svolta", un testo uscito nel mio secondo libro di saggi "...come vacuità e destino", Novantico, 2013, affrontai l’autentica gloriosa avventura interpretativa dello studioso di mistica. La lettura quasi integrale del pensiero di Vannini mi mise allora in una attenzione decisiva rispetto al rivelazionismo. Dico decisiva, perché riuscii a distanziarmi definitivamente da molte mie residue resistenze, che relativamente attestanti per il mio poco importante caso umano, sono però comunque rivelatrici dei processi necessari per uscire “in purezza di ricerca di verità” direbbe qualcuno, dall’inevitabile portato secolare, in purezza di ricerca tramite propri meccanismi di riconoscimento della verità, quindi non proprio ¿il quid est veritas?, famoso o famigerato, a scelta...
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  • Direi che tale dimensione, è paradossale in termini ben più che formali per chi si professa ancora "credente" (e questo è bene che sia sempre anche autocritico, pur usando "noi" credenti-non-credenti (non credenti almeno genericamente nelle religioni del libro), tanti ammortizzatori in più rispetto al concetto di "fede"), con le risultanze di tutt'altra provenienza e sostanza, che vengono, ormai da decenni, da diverse fonti. Oltre che da infinite suggestioni delle humanities post-nihiliste non sempre accantonabili, anche da parte di certo diverso paradigma scientifico post-newtoniano, una volta apparendo anch’esso quasi ereticale (mistico o misticheggiante... i vari tao della fisica) ed oggi ampiamente autolegittimatosi, in un felice elitarismo di sostituibili più che falsificabili fantasmagorie cosmologiche.
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  • A tali livelli di rarefazione poi della mistica e dello stesso studio sulla mistica, riesce ancora più interessante ma arduo, ardito, ardente, poter valutare meglio una sorta di ipotizzabile possibile e plausibile "ur-religione siderale" (ma il termine è altamente approssimativo e quasi ridicolo), originariamente priva totalmente di Bhakti. E tale riconsiderazione non ha un valore solo filologico od archeologico, comunque ancora valido, ma un senso potentissimo e quasi inesplorato per rafforzare ulteriormente la nostra scelta stoica, priva totalmente di illusioni e votata invece ad una dimensione di "lealtà metafisica". Incoercibile quanto - in genere, ma persino nello specifico - poco sondata.
  • ...
  • Così, nell’apprezzare la segnalazione di Valentini ed il suo laborioso sconcerto... poi nell’aver appena messo su heliopolis online la recensione di Sessa a hyle ed a tutta la sua implicata problematica materia - spirito (semplificando sempre all’estremo) ed ancora nel percorrere passo passo la recensione di Ravasi a Vannini (anche se da due diversi libri) ed infine nel rammentare il mio percorso del saggio su Vannini ove m’occupavo primieramente di ciò che è esprimibile e di ciò che è solo avvicinabile e della (per lui) Religione della ragione contraria al mero intellettualismo scritturale ed alla istintuale suggestione emozionale, ad una «sottrazione assoluta e potenziale del sé» (...seguiamo la lezione pastorale di Ravasi e la dizione magistrale di Vannini) ed al metabolismo mistico, etc, etc. ed ad esergo c’era il viatico di Heidegger che diceva “...alla mistica grande ed autentica convengono la trasparenza e la profondità estrema del pensiero” ...mi sono chiesto, in corpore vili, ove (come) possano dialogare, autenticamente, trasparenza e profondità.

  • La menzogna RIDOTTO

  • ¿Passare (per forza) dal negativo?
  • di 
  • Sandro Giovannini
  •  
  • “...Si parte volontari con idee di sacrificioe ci si ritrova
  • in una guerra che somiglia  a quella dei mercenari,
  • con molte crudeltà in più
  • e con in meno il senso di rispetto dovuto al nemico”
  • (Simone Weil, 1938)       (*)

  • Alla luce della testimonianza di Simone de Beauvoir sulla giovane studentessa Weil alla Sorbona, (1)  con la determinazione, la ruvidezza, persino l’immediata antipatia unita al carisma altrettanto velocemente rilevabile, le parole della Weil, dopo l’esperienza in prima linea nel conflitto iberico, sono l’ammissione di una profonda rilettura interiore, che forse si comprende solo a distanza di parole e cose, tramutate, stravolte e pur inverate dall’infinito deformato ritorno dell’identico o dell’assimilabile, nella sempre improba traduzione dalla cosa alla parola  - direbbe il Leopardi (2) ed anche Foucault - e della non corrispondenza (se non nella retorica tanto legittimamente odiata e combattuta dalla Weil) della parola  alla  cosa.  Insegnamento del tutto contemporaneo
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  • Credo che la grandezza della Weil consista proprio nel suo pensiero che registra la catastrofe del sensibile (direbbe Stiegler) - ma questo solo alla fine del suo periplo vitale - come un entomologo fissa sulla carta la risultante disincarnata di un insetto, con tutte le sue parti salve dalla corruzione e la sua splendente apparenza di realtà morta. Per la visione lucidissima ma non certo per la freddezza.
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  • E’ quell’ampliamento di anima che non posso proprio non registrare per gli effetti di straniante coincidentia oppositorum nel prodotto finale del suo cammino, dopo la notevole effusione di sacrificio, anche se tutto mi distanzia da lei, in termini di religione, ideologia se non pur di stile esistenziale.  Ma so bene che l’esito esistenziale, non riscalda nessuno, essendo sostanzialmente disincarnato oltre che ancor meglio disincantato, nel nuovo potenziale reincanto delle cose, che leverebbe necessariamente, di mezzo (ed  in qualità di mezzzi), tutti  i termini di paragone utopici, ipotetici, noumenici, o come meglio vorremmo nominarli.   Quello stile d’esito esistenziale, beninteso, non cambia comunque la propra posizione nella (e di) visione del mondo, con i suoi motivi fondanti, le sue insopportazioni originarie, il fastidio insuperato ed insuperabile (quindi ben diversamente che negli esiti da “conversione”) per una antropologia che si avverte e poi si riconosce come totamente altra - antitetica - alla propria.  Quelle ragioni rimangono intatte e quindi di conseguenza non si passa (non si può passare) nel campo che costituisce  lo spazio interpretativo ed espressivo di chi si configuri  o reputi nemico.  Infatti nelle “conversioni” si cambia solo il posto del nemico, la maschera sociale del nemico, dentro e fuori di sé.  Invece in tali rarissimi casi (in cui non ci si converta ma solo ci si modifichi), il nemico non solo resta lo stesso, ma si essenzializza a tal punto che possono andare perfino in secondo piano le pure caratteristiche fisiologiche dell’odio e/o dell’insopportazione, che valgono per i più. Pulsioni concrete che sono difficilmente superabili, peraltro utilissime ai dominanti, nella guerra eterna dei pochi contro i molti. Si potrebbe persino dire di tutti contro tutti, in termini storicamente percentuali se non fossimo trattenuti dal dover doverosamente computare i sempre tanti o troppi “a parte”, ovvero gli osservatori in attesa dei risultati finali ed i pochi pacifisti convinti,  tutti in ogni modo trascinati prima o poi, volenti o nolenti, nel procurato meccanismo.  Quell’esito esistenziale, però cambia proprio (se avviene realmente e si conferma oltre ogni soprassalto, ritorno ed autonegazione) la procedura più rara del vivente nel senso che lo arricchisce di una sorta di doppia vita (alla Benn, alla Stevens, alla Pessoa) della sensibilità allargata, che si potrebbe leggere riccamente intellettuale o almeno minimamente spirituale.  Non necessariamente spiritualista.  Vorrei però chiarire meglio questa linea di potenzialità, essendo essa, come tutte le dimensioni attinenti alla vera ricerca interiore, ben difficile persino da avvicinare. 
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  • Riconoscere nella “forza” la più grande liturgia del vivente e contemporaneamente ammetterne il maggior ruolo nella storia dell’umano (e non solo, ovviamente) significa in fondo ammettere la violenza (=azione/reazione, auto/supervalutazione, competitività) come elemento innato, insuperato ed insuperabile se non con una violenza su di sé (o sul contesto che implica il sé) commisurata alla dimensione che si reputi (o si sia costretti a pensare) di dover, appunto, superare.  Tutta la paideia di Nietzsche, al proposito, è centrata, oltreché rivelatoria e storicamente determinante, anche se è rivolta esattamente al contrario delle visioni perlopiù da molto tempo ritenute credibili e comunque massivamente diffuse.
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  • La nemesi del vivente è che, comunque, non si sfugge al potere della violenza (sugli altri o su di sé).
  • ...
  • Non per niente nella maggior parte delle stesse pratiche spirituali occidentali ed orientali, per superare la violenza nel sé ed attorno al sé, si studiano, si suggeriscono, si propugnano, si propagandano ed infine si praticano innumerevoli divaricazioni della difficilmente eliminabile pulsione vitale, sino al punto finale e “stravolgente”,  nel riassorbimento,  nell’annullamento o nell’estinzione.   Si opera, in tali casi, della “violenza su di sé”,  anche se essa viene gestita primariamente e con molta attenzione procedurale come violenza ermeneutica, ovvero cercando di deprivarla di tutti quegli aspetti innegabilmente cruenti che sono proprio quelle dimensioni vitali e quegli esiti comportamentali che andrebbero, secondo tale logica teorico/pratica, superati.  Esistono anche vie ove non c’è, invece, alcun tentativo di soppressione della violenza in genere o della “violenza su di sé”, od almeno essa non si configura come negativamente primaria, proprio perché, in tale finalizzazione, l’elemento di forzatura è addirittura proprio uno - od il principale - tra gli strumenti realizzativi.  Comunque in tutti i casi - ed, a tal punto, oltre ogni declinazione interpretativa di valore (etico) - la violenza, diversamente intesa, gestita e comunicata, è dimensione immemorialmente centrata e centripeta: crux docet.  Qui come simbolo polivalente. 
  • ...
  • E’ quindi chiaro che  mettere la “forza” al centro del mondo (dell’universo referenziale) per la Weil o per Nietzsche è la medesima cosa, con opposta causale smarcante, semplificando pur al massimo, l’una di “grande malattia” e l’altro di  “grande salute”.   E questa potrebbe apparentarsi - in prima lettura - alla pura sostituzione (della già da me definita “conversione” - termine usato in versione convintamente  anodina per non essere gratuitamente blasfemo) ma di dimensione infinitamente più implicante, perché di caratura ontologica.   Ancor più che politica, sociale o caratteriale.   La prova è che la Weil considera, così,  l’archetipo forza: “...L’impero romano, a mio avviso è il fenomeno più funesto per lo sviluppo dell’umanità che possiamo trovare nella storia...”,   (3)  ovvero come spartiacque assoluto della comprensione vitale dell’umano. 
  • ...
  • L’odio secco ma inarrestabile (genetico?) della Weil per Roma e per l’autorappresentazione dei romani come popolo destinato al dominio sopra ogni altro popolo del mondo, spiega proprio, in modo forse altrimenti ineguagliato, che tale “senso di sé” è l’unica spiegazione possibile del perché una piccola urbe e non una congregazione diversamente identitaria, episodio isolato nella storia, sia divenuta l’intero orbe, l’intero orizzonte d’immense terre. La forza come valore assoluto, valore di concretezza e di astrazione assieme, al quale si può sottomettere ogni altra dimensione, personale e comunitaria, perché in quella, sola, evidentemente, vissuta come un destino sovrumano, tutto si concentri giustificato e tutto giustificante e Roma possa, per secoli e secoli, apparire come una fede di vittoria sacrale innegabile, oltre ogni sconfitta reale o potenziale.
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  • “...I Romani hanno saputo maneggiare a loro uso e consumo i sentimenti degli uomini. E’ così che si diventa  padroni del mondo. Ogni volta che il potere s’accresce, esso suscita attorno a sé sentimenti diversi; se per capacità o buona sorte, il potere riesce a intimidire quei popoli che daranno - a chi già lo detiene - il metodo per accrescerlo ancora, ebbene questo potere andrà lontano. I popoli e gli uomini collocati ai confini dei territori sottomessi al potere di Roma hanno provato, come tutti i mortali, di volta in volta, la paura, il terrore, la collera, l’indignazione, la speranza, la tranquillità, il torpore; ma tutte le emozioni che provavano, in ogni momento, erano esattamente quelle che servivano all’interesse di Roma, e tutto questo grazie alla abilità manipolatoria propria dei Romani. Perfezionare in maniera tanto notevole un’abilità simile implica senza dubbio una sorta di genialità, ma altresì una brutalità senza fondo e senza rispetto nei confronti di nulla”.  (4)
  • ...
  • Ecco: “...senza rispetto nei confronti di nulla...”...  è la comprensione profonda della questione, perché essa agisce prima di tutto in sé che negli altri.   ¿Sarebbe forse come dire: con rispetto nei confronti di tutto?  Non sembri un escamotage dialettico.  Una pulsione cieca e consapevole assieme (comprovata - nella storia-  anche se rara) di un destino vissuto come un’evidenza identitaria, che finché dura in tal guisa è insuperabile e diviene, poi, qualora persa, l’archetipo di ogni altro, seppur apparentemente diverso, senso del potere imperiale.  Si trasferisce, necessariamente, in modalità sempre diverse e sempre legittimamente criticabili, ma la sostanza prima rimane invariata.   Come scrivemmo in un nostro ELOGICON: la volontà di potenza si serve della menzogna, ma la volontà di potenza non è menzognera.  Tale lettura non ci appare poi una parodia del positivo perché comunque, anche al negativo, tale ordine di struttura ha richiesto (richiede e sempre richiederebbe) una giustificazione insuperabile.
  • ...
  • Ciò nonostante ribadiamo che proprio l’aver riportato tutto il processo di comprensione alla sua scaturigine massimamente essenzializzata, potremmo dire all’impulso primario che precede ogni eventuale e comunque successiva concettualizzazione (ogni teorizzazione ed ogni eventuale filosofia), come dominazione/potenza ineguagliabile (anche se per la Weil parzialmente superabile in un contesto di personale totale rifiuto), inibisce primariamente l’immiserirsi nelle illusioni, nelle false rappresentazioni di coloro che non hanno ben chiaro ciò che si determina davvero dentro la volontà di potenza, per chi la possiede come un dono, un patto e correlativamente un’immane responsabilità. E per chi, al contrario, la subisce.  Non perdendosi così totalmente nelle diatribe dell’umano troppo umano non comprensive del fattore primario in questione, che invece innerva la consistenza storica riconoscibile da sempre e, probabilmente, per sempre.  La stessa valutazione di merito così scompare, si giudichi pure a torto od a ragione, di fronte all’immane potenza dell’evidenza medesima, sempre costantemente riproducentesi sotto i più diversi cieli.
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  • Neanche perdendosi in tutte le scolastiche, di ogni genere e grado, con le loro  spropositate superfetazioni sofistiche, che, se nel “positivo” si presentano come meccanismi insostituibili di Maya, nel “negativo” si registrano esclusivamente al servizio efficace della pulsione primaria = vera/falsa coscienza ben gestita dal potere che persegue scientemente la volontà di potenza. Così spazzando via nebbie e caligini, rimanendo chiara, all’interno, seppur forse per molti disperante, all’esterno, un’evidenza spietatamente leggibile, anche se l’uomo ne ha comprensibilmente terrore e conseguente prevalente rifiuto. 
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  • ¿In tale direzione a chi può piacere convintamente e conseguentemente la Weil?   Credo che non possa che dispiacere a troppi - e sempre più -  o magari per diversissime ragioni potrebbe piacere ad altri, ma forse non a molti tra quelli presumibili.
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  • ¿Potrebbe piacere, proprio oggi, a quel tipo di intellettualità europea di marcatura radicale, che però non possiede più il naturalissimo odio di matrice proletaria contro certi agi, certi moderati lussi, certi occhiuti distacchi e certi corti circuiti che fecero eroica e miserevole assieme una certa piccola borghesia spiritualista (come l’avrebbe definita la Weil)  che, a differenza sua, non piangeva certo necessariamente allora (e  - traslatis verbis - certamente neanche ora) per “la carestia in Cina, il fascismo in Spagna,  lo sfruttamento degli operai,  il meccanismo paranoico del potere”?  (5)     ¿O magari ne soffriva, altrimenti, in modo altrettanto reattivo, virile e comunitario?  E con ben altre visioni e soluzioni.   ¿Potrebbe forse piacere ad altre insopportazioni antropologiche intellettuali e viscerali ed apparentemente inestinguibili che hanno fatto comunque la vera storia intima, rancorosa e grandiosamente fosca delle immani ribellioni di diversa coloritura degli ultimi secoli?  E cerco di raffigurarmele a 360°.   Riesce proprio difficile crederlo.
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  • Non potrà quasi più piacere a nessuno di tale pur varia tipologia, anche perché (per rimanere sempre a lei) le marcature di certa piccola borghesia spiritualista si sono oggi estese con una poco resistibile potenza avviluppante a tutte le masse (almeno nel primo mondo) uscite dall’indigenza primaria e pervenute a fare da sostanziale collante, da stressato cane da compagnia se non proprio da cane da guardia, alle lontane ed irresponsabili (sugli altri) élites ultraliberiste e finanziariste e nuovamente splendentemente usurocratiche.  I nuovi dominatori. 
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  • So che sembra spietata tale analisi e non me ne compiaccio affatto, proprio perché le sostituzioni consolatorie, le rimozioni forzate e tutti i transfert di ogni ordine e natura, hanno portato grandi masse ad avere una vita materialisticamente appercepita come ben più vivibile, anche se tutto ciò avviene pur nel nichilismo di massa e nella confermata vigliaccheria, spesso persino antiutilitarista in quanto incongrua, del calcolo costi/benefici (...basti vedere cosa avviene nelle sempre ripullulanti guerre e quali siano i risultati delle tante indagini a livello europeo sulle predisposizioni dei “consumatori  occidentalisti” a reali ed ipotetici sacrifici bellici) tramite anche la nuova prepotente emersione delle esisgenze narcisistiche e di genere vario, al posto dei sacri diritti d’antan.  Tutto comprensibilissimo, anche se indegno. E quegli intellettuali che non la amano, se non come etichetta buona per entrare in contatto con un minimo di propria supposta verità, si raddoppiano innaturalmente (e potenziano ovviamente) con quelli che non hanno mai potuta amarla per la incongrua decostruzione dell’epifania della forza, epifania sommamente disturbante per certo progressismo comodista attuale, ma anche per troppo moderatismo destrorso accomodatorio tragicamente privo di potestà di visione.  
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  • Così la Weil rimane un’eccezione umana, tanto meno amata, poi, quanto metta in contraddizione crescente tutti coloro che “...avevano sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato... (...) ...coloro che sono capaci, oggi come un tempo, di individuare la forza al centro dell’intera storia umana, vi trovano il più bello e il più terso degli specchi”.   (6)  La forza (della/nella speculazione evidente) mette potentemente in crisi - oltre ogni arrampicante dialettica - il processo linearista. Forse come poche altre evidenze.
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  • Ancora, la forza, al centro dell’intera storia umana disturba tutte le anime belle (che non sono, ovviamente le grandi anime) di ogni colore, proprio perché la Weil comunque sa di cosa parla, sapendo cosa intimamente crede, ovvero: “...Conoscere la forza vuol dire, pur considerandola quasi sovrana in questo mondo, rifiutarla con disgusto e disprezzo.  Questo disprezzo è l’altra faccia  della compassione rivolta a tutto ciò che è esposto alle ferite della forza”. (7)    L’altra faccia della medaglia sarebbe l’amore. Ma, in tale visione, necessariamente solo per i deboli (sempre che si credano anche i giusti e le vittime), l’amore, che dovrebbe comunque, per affermarsi, fa sempre paradossalmente ricorso, ad una equiparabile forza e volontà di potenza.  Come in effetti è avvenuto, altrimenti ma sempre, nella storia.
  • ...
  • Ora, da noi, il rovesciamento definitivo dell’illusione progrediente non viene dalla più o meno appariscente e resistente sdrucitura degli apparati delle fedi, delle ideologie e delle più diverse logiche di accomodamento e di sviluppo delle masse montanti del mondo, ma proprio dall’avvertito pericolo incombente della riemersione potente della forza.  Sospettata come potenza sempre meno controllata e controllabile, per quanto gli interessati al dominio (nel raccontare il “positivo” - perché quelli del “negativo” non soffrono alcuna problematica) si affannino a narrare il contrario.  Ancor più pericolosa.  Il tutto con l’aggravante della massimizzazione tecnologica (che non diminuisce ma anzi amplia comunque il carnaio, potenziale e reale, del contesto) e dell’esplosione del numero, tutte cose che per definizione, come direbbe Girard, portano all’estremo, se non, in diversa episteme,  al dia-ballo.
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  • Quest’evidenza staglia in piena attualità, ciò ch’è sempre stato attuale, ma che riemerge periodicamente dal cono d’ombra delle varie strutture imperiali, diversamente dominanti, strutturate e mimetizzate (e necessariamente mitizzate, come dice anche Augé in Poteri di vita poteri di morte, quando parla dell'ideo-logia come ideologica strutturante qualsivoglia sistema di convivenza), appena crisi strutturali determinino lo svelamento (endogeno od esogeno, parziale o totale) degli apparati di copertura. 
  • ...
  • ¿ Dunque... Passare dal negativo per giungere al positivo?  Ovvero cogliere come momento di svelamento dell’essenzialità nel nostro processo di comprensione del presente passaggio epocale il processo di esaurimento totale dell’illusione razionale (o meglio maleficamente razionalizzante, in quanto mette comunque al suo servizio ogni altro possibile strumentale affidamento irrazionale)? 
  • Note:
  • *   Lettera a Georges Bernanos, S.W., in Diario della guerra di Spagna, Farina Edit., 2018, pag. 47.
  • 1) Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene, Einaudi, 1995, pag. 244.
  • 2) Giacomo Leopardi,  Zibaldone di Pensieri: “...Quasi come se – per dirla con Berni – ei dicesse cose, mentre gli altri dicevano parole e di queste, spesso, si accontentassero...”
  • 3) Simone Weil, Il libro della forza, Farina Editore, 2019, pag. 104.
  • 4) Simone Weil, cit., pag. 112.
  • 5) Simone Weil, cit.,  pag. 9.
  • 6) Simone Weil, Il poema della forza, Farina Edit., 2016, pag. 11.
  • 7) Simone Weil, Il libro della forza, cit., pag. 151.

  • “...¿Dire cose, dire parole?...”
  • di
  • Sandro Giovannini
  •  
  • “...Quasi come se – per dirla con Berni – ei dicesse cose,
  • mentre gli altri dicevano parole e di queste, spesso, si accontentassero...”
  • (Leopardi, Zibaldone di pensieri)
  • ¿Ammesso e non concesso che Leopardi abbia ragione (e ho forte sospetto che abbia ragione) quale sarebbe il meccanismo logico per avvicinarsi a comprendere il rapporto cose/parole?
  • ...
  • Per cercare di comprenderlo un poco meglio, al di là della difficilmente definibile capacità intuitiva, si tratta, a mio avviso, di scegliere un esempio facilmente (si fa per dire) risalibile.     E l’esempio potrebbe (tra infiniti altri) essere questo.
  • ...
  • Una persona di indubbio valore  (si capisce da come argomenta), nel caso specifico un docente, dice che un suo alunno, reputato da tutti geniale, ha tradotto un testo da una lingua classica all’italiano in modo eccessivamente libero.  Insomma... è un alunno dotato, vezzeggiato da insegnanti e parentela, e, al voto non troppo basso (ma insufficiente) datogli dal docente, ben crede di aver motivo di risentirsi. Il docente, allora sostituto, sente, per approfondire, il titolare, il quale gli consiglia di alzare il voto, cosa che il docente sostituto non fa.  E fin qui la serie di “cose”.  Ma il docente sostituto, indubbiamente colto, trova, legittimamente  (ben comprensibilmente), le “parole” per giustificare la “cosa in sé”, o forse il noumeno, ovvero quella da lui giudicata come una traduzione eccessivamente libera e fantasiosa, meritevole d’attenzione certamente, ma punibile per l’eccessivo scostamento rispetto alla “cosa”(...sempre, si fa per dire) del testo.  Sembrerebbe che si sia nel regime delle “cose”, ma sappiamo tutti che le “cose” e le “parole” hanno fra di loro un rapporto molto più complesso di quello che pure tutti intuiscono per naturale intelligenza e/o per studio più o meno approfondito.
  • ...
  • Ma a questo punto, fra le varie riflessioni, tutte stimabili, che il docente sostituto fa, una di queste richiama particolarmente la mia attenzione. Cita Sanguineti (... proprio a fortiori della propria tesi) come esempio di capacità di tradurre con grande libertà ma assieme fedeltà (forse "profonda") il testo di riferimento.
  • ...
  • Ebbene, nel 1991, nella collana esordiente “Tabulae” del paraeditoriale Heliopolis, pubblicammo in tiratura pregiata proprio una traduzione di Sanguineti da Catullo intitolata “Omaggio a Catullo”, con prefazione del caro amico di Sanguineti e mio Franco Brioschi, stimatissimo docente di "Teoria della critica letteraria" alla Statale di Milano. Questo portare Sanguineti è, per me, “l’interruttore” tra parola e cosa.  Ma non per fatto personale, ma perché quel fatto personale specifico collega/discollega eminentemente cosa e parola. Vado a ripetermelo. Ma per farlo devo (non agevolmente) metaforizzare in parallelo questa versione di Sanguineti degli anni ‘90 di Catullo ad una mia storia di adolescente. 
  • ...
  • Quando imperversava il primo americanismo, tra i ‘50 ed i ‘60, che era fatto di tante e tante “cose” che però  impattavano le “parole” molto meno di quanto abbiano fatto poi nel secondo o meglio terzo americanismo “all’italiana”, io non avrei mai indossato dei blue-jeans per questioni ideologiche. Dopo gli anni ‘80 non trovai più motivi incidenti ed identitari per non farlo perché valutai che tutte le motivazioni precedenti s’erano usurate e definitivamente sfilacciate (i buchi/strappi sulle ginocchia) e non significavano più nulla. I cow-boys e nemmanco i teddy-boys avrebbero avuto collegamento riconoscibile con quei derivati (terzoritenzionali) di moda.  Avevamo operato sicuramente (non per merito ideologico ma per pura implementazione di mercato) tanti di quei falsi, successivi e divaricanti, su quel feticcio, quella “cosa/parola”, ovvero capaci (o meglio costretti) a fare per usura ciò che non avremmo mai potuto fare per verità.  Ancora più squallidamente, ma si sa che se si cammina nella polvere ci si intorbida. Ma non divaghiamo e torniamo a Sanguineti, ove però il mio flash apparentemente azzardato forse ci sosterrà nella disamina.
  • ...
  • Perché nella coltissima prefazione accademica di Brioschi  è infatti centrale la chiave del “travestimento”, che però è ancora insospettabilmente solo la maschera di scena, di coloro che sanno rimandarsi dei codici (vulgo ammiccare), tipo Petrolini/Butterfly, “...un po” per celia ed un po” per non morire..” (di noia) e non il “travestitismo” di tutti i sensi e di tutti i campi che furoreggia oggi. Qualcuno di rigoroso, che magari non sono proprio io, potrebbe dire che dal travestimento deriva, in ultima e disgraziata istanza anche il travestitismo, ma forse, allora, dimenticandosi proprio il decisivo originario ruolo delle persone (delle maschere di scena).
  • ...
  • Brioschi,  in Sanguineti,  parla di abbassamenti tonali,  escursioni erotiche, solecismi  grammaticali, anacoluti sintattici, con la permanente sostituzione della sua (di lui)  “persona” (maschera) a quella di Catullo. Personalmente, avendo certo intuito ma forse senza aver potuto, se non mediatamente poi tramite Brioschi, ben riconoscere tutte le “parole” sopra le “cose” (o forse "distanti”), con  una appercezione, diciamo forte, ben in parallelo.  
  • ...
  • Direbbe un altro: ma hai appena sfiorato il problema... che avevi introdotto con tanta sicumera! (stile:  FIRMATO DIAZ)...
  • ...
  • Sicuramente... mica l’archeologia di tutte le scienze...  come ne L'Ordre des choses, The Order of ThingsDie Ordnung der Dinge, e poi nel titolo definitivo Le parole e le cose, per obbedienza al contesto... (guarda caso...proprio)   per   l'episteme di un'epoca.
  • ...
  • Potevo solo cercare di trovare/investigare quel collegamento/interruttore, sicuro, indubitabile, seppur discutibilissimo, ove, da sempre e per sempre, cose e parole si danno la voce.  

  • Sui  “marginalia”... pensarci sopra
  • (non è una dichiarazione di poetica)
  • di
  • Sandro Giovannini
  • Già in passato ho perseguito, a random, interventi ulteriori miei (almeno non troppo lunghi, come al solito) anche sulle più belle recensioni di amici che stimo particolarmente.  Di Giovanni Sessa, figura portante in “Rivista online Heliopolis”, tutti sanno che è studioso serissimo con un suo programma interiore molto marcato ed efficace e quindi con libri di grande impatto e di indubitabile caratura critica, ma ordinariamente anche abile recensore, concentrando essenza e referenza contestuale in modo ottimale.  Spero quindi non sia un atteggiamento saprofitico, il mio... se il suo testo (La filosofia di Jakob Böhme. Un testo capitale di Alexandre Koyré, Mimesis, recensione di Giovanni Sessa, qui in  "Rivista online Heliopolis" precedentemente edito) ed il mio commentare che penso potrebbe divenire meno occasionale - corrispondente ovviamente ad una diversa struttura interiore emozionale e creativa - doppiano su superfici che andrebbero comunque investigate nella loro paradossale profondità. Ma tutti sappiamo che, sovente, più si va a ricercare in un testo il senso che esso potrebbe davvero fornirci in molteplicità di spunti e/o solitudine di taglio, più si rischia sorprendentemente il silenzio della verità che può imbrigliare in molti, forse in troppi, non giustamente la deviante vanaglogia delle congetture infinite ma purtroppo a volte anche l’orizzonte più aperto di sempre ipotetici vivificanti rimandi.  Questo per dire che dal random (ovviamente solo mio) non è detto che sia per forza male tirar fuori magari anche una piccola linea di lettura in più.  L’autore primario rimane solo, responsabilmente e legittimamente, nella sua dimensione interpretativa, avendone pieno diritto e forse sano dovere. Ma il coraggio realmente sostenitore degli interpreti, se c’è, si nutre di scambio e l’osservazione solo fredda e del tutto contenuta (spesso rimproverandomene per primo e che intuisco agisca nebulosamente attorno a me) non sempre corrisponde al nostro “pensare greco e agire romano” come dice - meravigliosamente - un altro caro amico.

  • “Il gioco superiore”
  • (in margine ad una recensione di Giovanni Sessa, sul libro di Koyré)
  • Interessante come sia nato e poi sviluppatosi il rapporto Kojève/Koyré.  E dico interessante ben oltre il dato aneddotico, che pure, a conoscerlo fa più che sorridere... Che, allora, un 31ne (Kojève)  esoticamente franco-russo e ben appartato, dal 1933 al 1939, in sostituzione dell’amico e quasi parente Koyré, incaricato al Cairo, già hegeliano sui generis e titolare di lezioni su Hegel all’École Pratique des Hautes Études, riuscisse con ben celata noncuranza ad affascinare magicamente un parterre in cui si confondevano Lacan, Bataille, Merlau-Ponty, Quenau, Fessard, E.Weil, Gurvisch, Caillois, Hyppolite, Aron, Marjolin e Breton e tanti altri ascoltatori di genio, ha dell’unico.
  • ...
  • A distanza ancora di anni (nel 1954) Bataille  in  “Hegel la morte e il sacrificio” presenta il proprio testo come un sostanziale estratto dallo studio sul pensiero hegeliano di Kojève:  «...Questo pensiero vuole essere, nella misura in cui ciò è possibile il pensiero di Hegel come potrebbe essere contenuto e sviluppato da uno spirito attuale, sapendo quel che Hegel non  ha saputo (conoscendo ad esempio, gli eventi accaduti dopo il 1917, e altrettanto bene, la filosofia di Heidegger). L’originalità e il coraggio, va detto, di Alexandre Kojève, è di aver colto l’impossibilità di andare oltre e, di conseguenza, la necessità di rinunciare, a fare una filosofia originale, la necessità dunque di un ricominciamento interminabile che è l’ammissione della vanità del pensiero...» (G. Bataille, Hegel, la mort et le sacrifice,  in ‘Deucalion’, 5,  ‘Études Hégéliennes’, 1955, pag. 21, grassetto e corsivo mio)  
  • ...  
  • «...Da un lato abbiamo la generazione delle “3 H”, come si diceva nel 1945; dall’altro abbiamo la generazione dei “tre maestri del sospetto”, come si diceva nel 1960.  Le tre H sono  Hegel, Husserl e Heidegger, i tre maestri del sospetto sono Marx, Nietzsche e Freud.  Hegel è il punto di partenza ed al contempo figura chiave per comprendere il passaggio fra le due generazioni. Ma un certo Hegel,  quell’Hegel cioè scoperto da Kojève nel suo seminario parigino al quale parteciparono  tutti i protagonisti della prima generazione...» (Marco Filoni, “L’azione politica del filosofo. La vita e il pensiero di Alexandre Kojève”, pagg.14-15, Bollati Boringhieri, 2008-2021).
  • ...
  • La sottolineatura di Bataille sulla condizionalità di tempo (l’air du temps,  “virtute duce comite fortuna”... oppure l’esprit du temps, in sorta di "vulgate pathétique", come suggerirebbe Edgard Morin) e che comunque non è mai solo una condizionalità del soggetto nel suo contesto referenziale, ma una somma insuperabilmente intricata di rimandi e ritenzioni primarie, secondarie e terziarie (alla Stiegler) di tutti coloro cioè che prima assorbono e  dopo si confrontano, e magari pure rifiutano, sarebbe forse fuorviante, addirittura ingenua se non del tutto scontata se non si riferisse ad una mente invasiva come quella di Hegel, capace come poche altre d’informare di sé epoche coeve e ben successive.
  • ...
  • Mi viene il sospetto però di essermi liberato di quell’incubo (o “sospetto” ...della  redenzione dal contesto) di Bataille, io stesso, a gran fatica, dato che per decenni ho sempre calcolato molto apprensivamente, anche se forse comprensibilmente, date e coincidenze temporali per opere e climi di riferimento. Con un sottofondo di  forte paura per non riuscire a collegare gli atti ed i tempi  e sempre il "sospetto" continuo che il collegamento fosse illusorio e deviante e non corroborante e  maiuetico.  In tal senso la saggezza sarebbe quella di un Kojève che riferisce maliziosamente che la sua prima opera forzatamente pubblicata è per spinta ed in curatela “di un comico” (l'amico Quenau; che infatti fece poi di Kojève un eteronimo di alcuni suoi personaggi romanzeschi, quasi sempre sopra e sotto la linea... poche volte su,  come direbbero J. ed H. e nel “...sottosuolo della saggezza” come direbbe D.) ...secondo l’assunto che il meglio dell’intelligenza umana possa svelare proprio in quanto a saggezza: “...la vie humaine est una comédie.  Il faut la jouer sérieusement”.  
  • ...
  • Ma se molti testimoniano il vero terrore che i negoziatori esteri statunitensi avevano di trovarsi troppo spesso, di fronte in un bilaterale nella delegazione francese proprio Kojève, nelle sua terza vita d’alto consigliere del Quai D’Orsay, allora tutto torna.  
  • ...
  • O forse, ripensandoci al proposito e confessandolo per la prima volta... di un Filippani Ronconi, somma sprezzatura, che  - me sgomento - impose che il primo editoriale dei suoi due Speciali per i numeri di “L-T” da lui diretti, lo scrivessi io... a firma sua.
  • ...
  • Premetto che nulla di ciò di cui sopra è farina del mio sacco... una 15 d’anni fa fui proprio  folgorato da un testo dell’amico Federico Gizzi che scrisse per l’ultimo numero (43) della nostra “Letteratura-Tradizione”, “L’evocazione del sacro perduto: dal George Kreis al College de Sociologie”, che mi aprì forse ulteriormente le porte della percezione, almeno sull’intricatezza vitale delle consonanze e delle differenze, ambedue abissali (opposte negli esiti ma simili nelle esigenze del dispendio improduttivo e sacrificale) e quindi molto potenti sul piano evocativo se non operativo. Tutte sostanzialmente rimaste però ad un livello teorico, anche per la “soluzione dall’esterno” (leggi: guerra) sopravvenuta nel quadro referenziale. Poco studiate, sino a non molti anni fa anche per le imbarazzanti implicazioni operative, con, poi, i non molti ma decisivi testi al proposito degli innegabili tentativi di “politicizzazione del sacro” e di “sacralizzazione della politica”.  Che molti ve(n)dono come una questione di metodo mentre è ben anche una questione di merito. 
  • ...
  • Da lì persino il mio libro “BORGES ET ALII. Una diversa avventura dell’elitismo” trasse uno spunto convincente per uscire dall’eliodromo di decenni di ruminazione inconseguente... direi logocentrica e conquistarsi almeno un minimo di giustificabile legittimità interna.  L'ambizione interpretativa, fallita grandiosamente, come una sorta di troppo protratto +100... nella benzina avio degli anni '30. 
  • ...
  • Invece è del tutto mia la sottolineatura ed il grassetto di cui sopra: “...l’ammissione della vanità del pensiero”, ovviamente non come certezza acquisita ma come vivificante “sospetto”.  Qui vi è il collegamento con la precedente esperienza del religioso nella tesi di laurea kojèviana - tra la versione tedesca originaria e raccomandata da Jaspers, (“...il mondo dell’idealismo tedesco, e più precisamente il mondo di Shelling...”) e quella francese successiva - su Solov’ev, ripresa proprio a fine ‘32 e presentata all’École, con le istruzioni ed i suggerimenti di Koyré Directeur d’études della quinta sezione.   
  • ...
  • E qui vi è il rapporto più stretto - direi ben rintracciabile - con le esplicite note e le implicite vocazioni dell’amico filosofo, Sessa.

  • Gorlani Maritare il Mondo LE TRE VIE

  • Solstizio invernale
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • (da: Maritare il mondo) 

 

  • I
  • L’inizio dell’inverno è liberazione dall’oscurità che non ci ha mai attanagliato.   Il sole torna a camminare verso nord.  Nei sei mesi precedenti si era attardato tra le ombre dei morti.  E tuttavia gli alberi portavano foglie e cantavano.  Ora il canto è diverso; il freddo morde i rami spogli, mentre cade la neve, ma c’è una nota cristallina, come una stalattite di ghiaccio che va dal cielo alla terra.  Si cerchi il segreto d’una simile ierogamia, affinché anche il buio risplenda.  Le giornate sono brevi, girano veloci.  Inutile è darsene pena; insulso è aggrapparsi alla quantità delle cose reputate di volta in volta gradevoli o sgradevoli, brutte o belle.   L’intelligenza insopprimibile intuisce la libertà, il sorridere di là dagli opposti, pur immersa in un oceano agitato da forze scomposte.  Alla libertà si può attingere con semplicità e immediatezza. Come?  In che modo è possibile sciogliere nodi apparentemente insolubili, balzare al cuore della sofferenza, recidendo i legami che ad essa avvincono?  Ecco albeggiare la Conoscenza eminente, l’unica alla quale val la pena dedicarsi.  In seguito – e non in senso temporale – si celebreranno i fuscelli secchi e i teneri germogli, ma non saranno né gli uni né gli altri ad ispirarci.   Si vedrà la meraviglia in entrambi, nella tristezza, nella gioia, nel franare delle speranze: sfumature di un unico accordo.   Le parole si trasformeranno in gabbiette per grilli; una folata irruente disperderà gli intrecci d’erba palustre e ne restituirà i prigionieri all’aperta campagna.   Affiorerà una voce capace di dire il tutto in ciascun suono.   Si parlerà con se stessi, soli, senza potersene auto-compiacere o disperare.   Si conoscerà il proprio vero volto, il proprio nome originario.   Ci si sarà persi, privi di qualsiasi conoscenza oggettuale.   Che rilevanza può avere stare qui o altrove?    E non poter dire quali siano le differenze tra una direzione e l’altra?  Tutti finiscono con lo smarrirsi; che almeno sia il Sublime ad accogliere il risvegliato.  Non c’è niente nella coppa caduta nel prato sotto il davanzale ornato da gerani; le poche gocce di liquido dorato che essa conteneva si sono disperse tra radici e steli.  Come si chiamava l’antico abitatore del calice?   Chi era?   Nessuno lo sa.   Nell’aria aleggia un profumo, l’eco di un accordo amorevole, tanto intenso da penetrare nel Nome impronunciabile.   Il sole ridistende le braccia sulle querce rossicce al solstizio.   Possa la sua luce illuminare il tragitto di chi si sottrae alla schiavitù, avanzando con pacata fierezza, pur circondato da marasmi di dubbi e paure.

 

  • II
  • La bellezza della natura è inesauribile, non c’è fine al contemplarla.   L’uomo che si sposta di luogo in luogo con frequenza, il turista, l’homo saecularis, non vede nulla.  L’unico suo orizzonte è l’avidità insaziabile, indispensabile ad impedire l’affioramento alla coscienza dell’insignificanza nella quale egli si è auto-confinato.   «Osserviamo dunque, dalla finestra della quiete e della contemplazione, come la volubile ruota della vita secolare si volga nella sua volubilità, e allora potremo cogliere la grande incostanza con cui si agita circolando la coscienza secolare». (1)    Se si è desti, invece, una valle, l’azzurro intenso del cielo decembrino, un cantuccio d’Appennino, una rupe circondata da calanchi diventano aditi sull’infinito.   E non si desidera più andare a visitare altri territori, regioni lontane, mostre, musei, ossari.  Ma nemmeno differenti mondi, paradisi, purgatori, inferni.  L’universo in una corolla raggrinzita, in una ghianda, nella cima tondeggiante della collina è cibo sufficiente alla fame d’Ineffabile.   Lo sbalordimento reverenziale che ci trasmette un angolo di bosco merita di essere considerato attentamente.   È opportuno fermarsi, scavare sotto la superficie dell’apparenza, specchiarsi nel vuoto, nel silenzio.  Chi sono, buon Dio, chi sono?   Cos’è questo?   Che cosa sono l’aria, il respiro, le nuvole?   Da dove emergono i pensieri?   Cos’è il ruotare degli astri, tra fulgore e tenebra?   C’è un fondamento, un sostrato al divenire inarrestabile?   Lo si può fissare?   In esso ci si può riconoscere?   Il punto in cui si incontrano e fondono Dakshinayana (il corso discendente del sole) e Uttarayana (il corso ascendente dal Tropico del Capricorno al Tropico del Cancro) è invisibile, impensabile, sfugge ad ogni determinazione, ma lo si può “meditare”.   Ovvero è possibile concentrarsi su di esso, abbandonando ogni pretesa di sapere, di giudicare, di confrontare.   Soltanto così può emergere l’onnipervadenza della coincidentia solstiziale.

 

  • III
  • Il viatore immobile esce abbracciato alle figure che il vento suscita con sterpi e polvere.   Procede, mentre alcuni passanti gli gridano: «Perché non ti affretti? Non cedere all’inerzia. Vivi, vivi».  Frasi insignificanti.  Un’eminenza grigia, primario d’ospedale psichiatrico, sentenzia: «Sta sprofondando nella catatonia. Avrebbe bisogno di un buon vaccino messaggero rinvigorente.  Morto, malato o ancora vivace, verrebbe rimesso in circolo».   È patente come costoro non “vedano”.   Le immense conglomerazioni stellari sfiorano le loro palpebre senza che ne siano consapevoli.   Elevano cecità ed ignoranza a paradigmi virtuosi ai quali ci si deve conformare.   Il viatore assorbe in sé la molteplicità, anche l’orrore della stupidità più bieca, e valica la Soglia del Sole.   Stupidità e cecità, accompagnati dai loro numerosi corollari, sono pozioni terribili in grado di danneggiare i migliori tra gli eroi o avatara.   Si pensi ad Eracle devastato dalla tunica avvelenata offertagli dalla gelosa Deianira su suggerimento del centauro Nesso.   O a Gesù di Nazareth che volontariamente si lasciò inchiodare alla croce del supremo sacrificio.   Perfino Shiva Nilakantha, dalla gola blu, il compassionevole Dio degli Dei, accettò di ingoiare halahala, il liquido distruttivo scaturito dalla zangolatura dell’oceano primordiale perpetrata da deva ed asura per produrre l’amrita. Sono numerosi i veleni nei quali ci si imbatte lungo il Cammino del Sole; solo la Conoscenza può renderli inoffensivi, risolvendoli in sbuffi leggiadri.

 

  • IIII
  • Il solstizio è una lama che fende, separa ed unisce.  La lama è Janua Coeli, presieduta da Giano, axis mundi, palo sacrificale: quercia secolare alle cui radici, in una cavità, vigila il Lingam, segno aniconico di Paramashiva.   Né Brahma, né Vishnu riusciranno mai a trovarne la cima o il fondo.  Gli uccelli amano questo albero sul quale sostano spesso, si incontrano, amoreggiano, gorgheggiano.   Le sue radici si estendono sino ad incontrare quelle di altri roveri giganti, sostengono il territorio e lo proteggono.   Ai solstizi e agli equinozi ci si raccoglie sotto le sue branche poderose: ad occhi chiusi, si penetra nella terra e si sale in verticale lungo il tronco massiccio.   Non si può vedere il cerchio formato dalle due linee che inevitabilmente si congiungono: circoscrive la profusione dei mondi, una tra le tante possibili.  I momenti astronomici fondamentali sono neumi in uno spartito musicale.   Ricordarsene, viverli significa risvegliarsi all’interno del Canto, non da estranei inebetiti, chiusi in una bolla d’illusoria potenza, bensì come indigeni con l’occhio interiore focalizzato sull’“in Sé”. Intonando le quattro note primarie, di cui il solstizio vernale è quella dominante, si impara a considerare la coincidenza del macrocosmo col microcosmo, del divino con l’umano.   Del resto, senza ritmo non si danno azioni efficaci; qualora si privi l’esistere delle appropriate scansioni esso regredisce ad amalgama confuso, ricettacolo a continue sofferenze.  Come si può creare, manifestare il dharma, se non si aderisce agli accenti del Signore della danza, custode delle foreste, delle montagne con i suoi fiumi, degli oceani e di tutto ciò che batte e respira?   «Per Thomas Traherne Dio può essere conosciuto solo attraverso la creazione, la quale acquista significato quando è rispecchiata e ricreata dalla mente dell’uomo, il cui dovere (morale, spirituale, religioso) è ricreare perennemente il Mondo e offrirlo a Dio». (2)    Ricreare il mondo non significa strepitare o agitarsi vanamente, ma contemplare, contemplare e lasciar agire in sé il Tao.   In uno placido e terribile, formale e informale, Shiva Nataraja riassume qualsiasi contraddizione e protegge dalla follia, oggi chiamata normalità. Non riconoscerlo condanna alla più miserabile inconsistenza, induce a sprofondare nella vacuità, nell’auto-annichilimento.  Si è “liberi”, certo, di permettere all’inerzia di possederci, ma è altrettanto sicuro come tale scelta ci lascerà follemente disperati.
  • Note:
  • 1) Pietro di Celle, monaco benedettino, cit. in R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi, Milano 2020, p. 43.
  • 2) G. Ortolani, Nell’imminenza del pericolo spirituale, in W. de la Mere, L’enigma e altre storie, Edizioni Hypnos, Milano 2022, p. 395.


  • Racconto di un libraio 
  • di
  • Orazio Dell'Uomo
     
  •  
  • venticinque agosto 1983 racconti inediti borges

    • "Non capisci che l’importante è accertare 
    • se c’è un solo uomo che sogna o due che si sognano”
  • Borges, "25 agosto 1983"
  • Ero in chiusura, quel venerdì verso le 19; giornata fiacca, già, con quel tempaccio. Cominciava, tra l’altro, a nevicare e la strada che devo percorrere quotidianamente, da Fabriano a Campodonico, non è delle migliori, specialmente di sera e col nevischio.  Quando mi trovo davanti, senza essermi accorto che fosse entrato, un tipo “alto e secco. Il suo viso allungato e stretto pareva la caricatura di un’apparizione hoffmaniana”.  Non ebbi, però, il tempo d’indagare oltre la sua fisionomia, quando, a me che me ne restavo alquanto meravigliato di quel subito apparire, fece gentilmente, compitamente, la sua richiesta:  “Mi scusi, sa, per l’ora già tarda, ma sono stato attratto dal nome della sua libreria, Pandora, da ciò che evoca, vi si può trovare di tutto, ciò che si cerca, ciò che si è perduto...”   Lo guardai interrogativamente. ? “...è un pezzo infatti – riprese con educato controllato accento straniero, certamente nordico – che io sono impegnato nelle queste di un piccolo libro, ahimè introvabile anche dai bouquinistes, mi è capitato di andare anche a Parigi...”
  • ...
  • Oh, quanto la fa lunga! Pensavo intanto io, guardando inavvertitamente l’orologio; ma ero anche incuriosito e come affascinato dalla sua presenza, la fisionomia, il vecchio soprabito decoroso ed un po’ sfinito, l’accento, i suoi modi.   “Si tratta di un piccolo libro di racconti, ma in particolare me ne interessa uno, che s’intitola Morte mentale, l’autore è Giovanni Papini, già, quel Gian Falco immeritatamente dimenticato, come dice Borges nella sua prefazione.  L’editore... mi pare Franco Maria Ricci, sì, in una collana, la Biblioteca di Babele.    
  • ...
  • Ascoltata, ora, con attenzione di libraio, la sua richiesta, ne presi nota e promisi di cercargli il testo.   Sì, un ago in un pagliaio! Ci demmo appuntamento per la settimana dopo; se ne andò salutando con estrema cortesia, quasi affettazione. Notai, allora, il suo naso lungo, la bocca sinuosa ma un po’ sarcastica, il mento a punta.
  • ...
  • Quella sera mia madre aveva preparato l’aquacotta, alla maniera campodonicese: cicoria, patate ed altre verdure, un bouillon rustico dove alla fine si frangono uova freschissime e s’intingono pezzi di pane raffermo. Mi ricordo quanto la gustai. Ma la mia immaginazione continuava a lavorare intorno a quella fisionomia, come se l’avessi davanti... avrei avuto l’impulso di condividere con lui la mia zuppa, dargli un po’ di calore, di abbracciarlo, quasi.
  • ...
  • Sabato andai, come al solito, a Pesaro, da mia moglie e dal mio bambino piccolo; così si svolge la mia vita di libraio indipendente ed itinerante.  Ma non me ne lamento: Pandora mi dà delle soddisfazioni; è una piccola libreria un po’ eclettica, tratta lo scolastico, l’usato, i libri d’avanguardia, i successi editoriali più o meno meritati, (cerco, però, di selezionare), testi, anche, di nicchia e perfino, un po’ d’antiquaria; così il pubblico è vario, extracomunitari, curiosi, modaioli, lettori forti, qualche bibliofilo. E poi, quel tipo.    Già, dovevo ricordarmi della sua ricerca.    Di solito sono preciso e cerco di essere puntuale con i miei clienti; ma quella volta, non so come, la cosa precipitò in una specie di oblio, una nebbia di dimenticanza; anche se, ogni tanto, mi s’affacciava un pensiero fastidioso, una lacuna, un piccolo vuoto colpevole.  Ma l’uomo non si ripresentò. Ed io presto lo dimenticai del tutto.
  • ...
  • Per fortuna il lavoro aveva ripreso dopo la pausa invernale, clienti andavano e venivano, il ritmo era buono e ci si preparava a Poiesis, evento che richiama sempre un sacco di gente a Fabriano e di cui sono fiero di essere il libraio fornitore dei testi in dibattito.  Giunto, in effetti, il momento in cui doveva aver luogo la manifestazione, a maggio inoltrato, con un’esplosione primaverile di fiori e di sole che inondava Fabriano ed il bellissimo orto concluso del quattrocentesco Ospedale del Buon Gesù, dove si svolgono gli incontri, mi pervenne in libreria una mail, tra le molte in quel discreto traffico elettronico, che così suonava e mi lasciò di stucco:   “Gentile Libraio, sono Otto Kressler; non so se si ricorda di me e della mia queste, oramai però è troppo tardi. Sappia che sono pervenuto al fine che desideravo ardentemente e ho perfezionato la mia morte mentale.  Forse, con il suo oblio, Lei ha contribuito a questo mio annichilimento; ma non ne abbia rimorso, perché era ciò che desideravo.  Le mando comunque, per ricordo, il libro di racconti di Papini, per l’editore Franco Maria Ricci, con la prefazione di Borges. E con le mie postille a matita rossa.  Ma lo dimentichi subito o lo dia alle fiamme.  Con stima e amicizia e con l’augurio di ogni bene per la sua avventura di libraio indipendente.  Suo, Otto Kressler.”

    «...Una dozzina di giorni fa, tenevo una conferenza a La Plata sul sesto libro dell’Eneide.  All’improvviso, mentre scandivo un esametro, ho capito qual era la mia strada. Ho preso questa decisione.  Da quel momento, mi sono sentito invulnerabile. La mia sorte sarà la tua, avrai una brusca rivelazione, in mezzo al latino e a Virgilio, dopo aver completamente dimenticato questo strano dialogo profetico che si svolge in due tempi e in due luoghi.  Quando tornerai a sognarlo, sarai quello che sono io e tu sarai il mio sogno...».
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  • (Brano tratto dalla stesso racconto citato da Orazio Dall’Uomo: Jorge Luis Borges (1899-1986), “Venticinque Agosto 1983 e altri racconti inediti”. Volume in onore di Borges nel suo 80° compleannoFranco Maria Ricci1980, Formato in 8, Pagine 147 + (2), Collana “La biblioteca di Babele”, direttore Borges, Numero 19).
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  • Per  coincidenze (?) incrociate mi sono ricordato d'un alquanto teso scambio di battute con Borges, a proposito di Pound.  In automobile, in tre, mentre perdipiù guidavo riaccompagnandolo a Venezia da F. M. Ricci, dopo la settimana all’Heliopolis del 1977. Poi ci  fermammo, su sua esplicita richiesta, alla tomba di Dante, ove meditò alquanto, con la Maria Kodama dietro ed io ancor più arretrato ed in silenzio...  Negli ultimi chilometri fino all’imbarcadero ove ci attendeva un molto trepidante F.M.R., riprendemmo sorprendentemente il tono più disteso e quasi gioioso, merito dell'intervenuto collegamento Dante-Virgilio, con delle sue riflessioni che mi restarono evidentemente dentro, proprio sul VI dell’Eneide e sul ramo d’oro...
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  • Solo tanti anni più tardi lessi il passaggio sopracitato che mi rese ancor più rintracciabile un mio più scarno doppio, sottile ma non flebile. Ancora poco tempo fa intervenne in me l’esigenza, quasi irriflessa, d’impiantare, sul mio mosaico pavimentale dell'albero della vita, il ramo d’oro, come una pulsione di varco, di monito, di pacificazione.  Mosaico infatti da me dedicato a Karl Evver, che da poco ha oltrepassato il fiume.  In molte altre occasioni comunque Borges cita il VI dell’Eneide, che si rilela quindi centrale nelle sue riflessioni. Anche nell’Inscripción (La cifra, La Rosa profunda, dedicate, tra le ultime, a M.K.) la parafrasi virgiliana esprime il fatto in sé, fisico eppur contemporaneamente oltre-fisico (“...le mani tese nel desiderio della riva di fronte”, in traslato lo strumento corporale di M.K e la mente di B.), con una capacità ineguagliabile d’unire cosa e parola, come dice Leopardi nello Zibaldone a proposito di quel ribaldo del Berni: "...quasi come se - per dirla con Berni - ei dicesse cose, mentre gli altri dicevano parole e di queste, spesso, si accontentassero..."      (S.G.)

 

  • Può un genio (N) indiscusso dire delle sciocchezze?
  • di
  • Sandro Giovannini
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  • “...Quasi come se – per dirla con Berni – ei dicesse cose,
  • mentre gli altri dicevano parole e di queste, spesso, si accontentassero...
  • Leopardi, Zibaldone di pensieri

 

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  • Dedicato a Karl Evver...

 Karl Evver 04.11.2023


  • Da un po” di tempo provo un sempre maggiore disagio a ritrovarmi su spunti e riflessioni di tanti amici che pure stimavo e stimo tuttora sinceramente per intelligenza e cultura. Questo l’attribuisco non solo ad una stanchezza generica od ad un esaurimento della riserva personale di capacità reattiva, pur comprensibili dopo decenni di interventi mai attenuati, quanto alla delusione che in me, karmicamente desideroso da sempre di trovare un M.C.D. nel processo intellettuale che speravo attribuire ad una koinè accettabile ed accettata, rende inaccessibile o forse pazza la sempre utopizzata maionese d’apollineo e dionisiaco, magico soma di cui si potrebbe reputare irrecuperabile non certo la ricetta, ma la buona fattura. E questo solo rimanendo sul piano strettamente metapolitico. I tempi dell’in fine velocior evidentemente agiscono con una cogenza sempre più spinta contro ogni criterio di nuove sintesi per le quali abbiamo lavorato molto difficoltosamente per decenni o d’antichi umori, di cui ci siamo insaziabilmente nutriti fino ad ora, per paura dello spaesamento e della perdita dell’identità residuale, le une ancora credute razionalmente (o forse utopicamente) perseguibili, gli altri vissuti (sia pur equilibratamente) come vitalmente ineliminabili. Sempre però con lo spiritaccio inesausto di quell’estroso del Berni: “Scoperchiare le storte fondamenta del mondo”.  Altrimenti non si spiegherebbe la passione che negli anni abbiamo consumato al proposito.
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  • Anche perché è da tempo che l’idolatria verso la verità (...falsa, ipocrita o terribilmente ingenua), che sia di matrice fideistica o scientifica, non riesce più a rendere verosimile, (=vera per la maggioranza) come un tempo, l’antica credenza dell’esistenza della verità stessa, al limite - per noi - della sua estrema soglia di pochissime evidenze basali - sempre per noi - ancora verificabili, ed allora avanzano, per tutti, in questi strapazzati contesti fosche nuvolaglie di nihilismo spicciolo ma stravolgente che tempestano comunque l’affollato barcone della verità, più o meno mal ridotto. Se la “morte della religione”, almeno in occidente, è ormai appena sotto il livello di coscienza di massa, camuffata da mille riti sostanzialmente desacralizzati ma sostenuta inconsciamente da un senso d’ineluttabilità derivata - parole perfette in tal senso le ha dette ultimamente Stefano Vaj - comprensibilmente per secoli e secoli di ripetizione, l’ancora ben più ampiamente creduta “dottrina senza limiti” (la scienza come ideologia, anche se forse non come pura volontà di potenza), già incomincia a mostrare tutta la sua insufficienza persino tra gli spiriti più critici o più esigenti: “...la circonferenza che chiude il cerchio della scienza guarda fissamente l’inesplicabile e la logica in questi limiti si torce intorno a se stessa...”. (F.N., N.T., pag.103)  E se pure in questi ultimi decenni i tentativi d’interscambio fra le due culture sono aumentati, rimane che i codici di commutazione, come sorta di stanza di compensazione che pur indubitabilmente s’invoca, non sono riusciti ancora a colmare il fossato ove sono cadute generazioni intere di umanisti e di scienziati. A maggior paradossale evidenza perché tutte le nuove ipotesi della scienza ultimissima, consapevoli non si sa fino a quanto, nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande, sembrano sempre più supportare ogni tipo di volo pindarico al limite delle più scatenate visioni esoteriche, ma poco o nulla la semplificazione ortodossa ultimo-positivista. So bene che da parte di molti scienziati questa lettura sarebbe proprio accusata di rovinoso semplicismo traduttivo, ma resta che il saliente anche iconico che loro stessi (gli scienziati contemporanei) si attribuiscono con titoli come materia oscura energia oscura buchi neri e bianchi multiversi e pluriversi depone proprio in questa direzione. E qui siamo ancora, più o meno, all’ufficialità e non parliamo neanche di coloro che convintamente (od in chiaro) declinano da decenni, con i vari tao della fisica... Dall’altra parte, ad aggravare ulteriormente il divario un’ormai sfatto umanismo, ribadisce, in via ulteriore di fuga, un sociologismo del tutto orizzontale, privo di tensioni verso l’alto e l’invisibile, giudicando oggi quasi grottesche le interrogazioni più che fisiche (comunque impresentabili, con la buona scusa della storicizzazione), dall’interno dello stesso mondo religioso colto. ...I giorni passati nell’Eden, le infinite diatribe sapienziali su sacralità e funzioni dei corpi, prima e dopo la caduta, di una Scolastica non minore e di tanti eccelsi Dottori e Padri della Chiesa. Solo per rendere più evidente lo scollamento, da una parte e dall’altra, dentro l’ideologia scientifica e la storia teologica del passato. In tale concordia discors potrei affacciare che la rincorsa al contrario, ultimamente convergente, è segno ulteriore dei tempi, in linea con la percezione comune che segna sulla lista infiniti casi di rincorse e cedimenti reciproci, ma forse non può cogliere subito, per assuefazione secolare e remore attuali d’approfondimento, il quadro d’immane trasloco di tutto in tutti.  Per agganciare tale intuizione all'operatività creativa di Karl Evver, direi che in lui è proprio questa misura, questa comprensione, sempre alquanto difforme dal prevedibile, perché non solo ideologica ma primariamente estetica, a dare la caratura della sua capacità di svelamento. Enigmatico e penetrante fascino delle sue veloci intromissioni dentro ogni contesto, anche il più apparentemente discusso e corrivo, che però rivela il grado sotterraneo, segreto od invisibile del superficiale (della maschera) come verità segreta esposta in evidenza. Che poi lui manifesti un certo fastidio per certa dichiarativite sia di carattere sociologico-storico-scientifico che esoterico, questo ci fa più contenti che scontenti, nel senso che ormai crediamo di aver compreso che ogni sistema, personalizzato o socializzato, tenda troppo spesso, magari senza volerlo o saperlo, a prendersi tutto l’orizzonte conoscitivo solo per sé o tramite sé, anche quando si spertica di comparativismo, in modo che il letterato, il filosofo, lo scienziato, l’artista, rischiano di vedere tutto tramite la propria primaria specializzazione. Se non sono eccellenti, persino il macchiettismo, la radicalizzazione eccessiva, la supponenza, sono appena dietro l’angolo. Certo ci sono, all’estremo opposto i tuttologi, ma non convengo proprio con Sandro Veronesi quando, a domanda rispose, che era meglio essere reputati radical-chic che nazi-snob...
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  • Così il tempo del nihilismo inverato, sdoppia ancor più l’arte stessa (la bellezza da sola... riesce ad adornare, al massimo, la sofferenza e la morte) come puro lusso vitale, autoaffermazione, autoglorificazione, gratitudine verso la vita (che s’è ridotta di senso riducendosi nevroticamente alla pura sopravvivenza), dépense, eccedenza sovrana, se non ormai come spreco sacro, od in via deviativa ed illusionistica solo come bisogno, pulsione, narcosi... Infatti mettere in contraddizione i due tipi d’arte mediante una genealogia della salute vitale (la... Grande Salute di Nietzsche ) sulla via del ritorno a sé medesimi come vocazione ed istinto, ma anche per definitiva presa di coscienza, è quanto ha caratterizzato N. come filosofo (autoinvestito ed anche definito) dell’avvenire, contro la décadence. Ma l’arte, ora, nel momento stesso in cui diviene massivamente ed apparentemente più perseguibile per l’allontanamento progressivo da un distillato reale, tentato o riuscito e comunque difficile (mímesis), in favore di un mediato e depurato virtuale, non parla più la lingua-codice ed acquisendo sempre più la gestalt dell’iconica (come nell’idiogrammatica, peraltro ricchissima nebulosa di sfumati leonardeschi) perde paradossalmente anche la sottile dialettica verbale che velava e svela ancora, dietro ad ogni parola in successione, la potenza intrattenibile della ragione e contemporaneamente l’inganno sofistico e latamente logico. Così, nell’evasione ammiccante dell’artista veramente furbo, ma forse non geniale, si deresponsabilizza non solo ogni passata etica, ma ormai persino ogni potenziale tensione metapolitica. Il cosiddetto impegno, almeno vissuto come comunemente inteso - che ben altrimenti operato ha ed avrebbe ancora orizzonti foscamente aperti di praticabilità (esempio, fra tanti, Noica), infatti, rischia d’essere solo una parodia di un recente passato da apparatčik...
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  • Ma anche tutta questa consapevolezza ormai fa parte del mondo dell’illusione (più o meno impotente). Non possiamo quindi legittimarla come emancipazione dell’(dall’)arbitrario. “...riferire di una complessità crescente che non si satura è riferire di un’esperienza, cioè di un alcunché intellettualmente non assimilabile nel senso della riflessione verbale, benché concerna l’intelletto al lavoro simbolico che si deve esperire per comprendere. In tal senso non è nemmeno esatto dire che il testo ideografico è propriamente intraducibile...” (Renato Padoan, Prefazione a Sun Tzu, L’arte della guerra, Sugarco, 2000, pag.16) Una complessità crescente che non si satura, crediamo però, possa avvenire solo nel campo dell’astratto (o del simbolo che più di un astratto è un estratto) con la limitazione comunque di una implementazione sempre più difficoltosamente perseguibile. Nel mondo dell’animato, (il) tutto tende, arrivato all’intraducibilità (all’incomprensibilità diffusa), alla spinta all’estremo, al modo che intende Girard... come fa la politica politicante, sempre e dovunque. Così diviene corrivo e comprensibile, mentre immettendo sempre più codici di scala e complessità di “narrazione”- i sistemi rischiano il collasso comunicativo se quella “narrazione che vince le guerre” non sia manifestamente, ed ormai anche dichiaratamente, ma sempre intelligentemente atta a truffare le masse. (E’ una necessità intrinseca alla truffa mediatica la lucida sia pur subdola ideazione della narrazione stessa, per quanto esteriormente, esplicitata, essa si presenti sempre più suadentemente complessa). Si compiace così la superficialità mezzo colta o paludata bla-bla, ma soprattutto si soddisfa appieno la sete di compulsività e motilità ed inquietudine sorda, ma potente e stravolgente, delle masse. Consegnando necessariamente la vita di tutti ai più ipocriti ed ai più furbi tra i delinquenti. Ancora, come a dire che, solo superando i due universi sempre a rischio d’intraducibilità (o di traducibilità ad un livello molto, troppo, discutibile), si può illudersi (poi) di penetrare nel multiverso (o nei più universi... sempre che esistano veramente), ove la parola, il numero e l’immagine non siano solo più idonei a riferire preferibilmente il proprio stretto orizzonte di riferimento ma una ricercabile comparazione fra sistemi, in crescendo se non in origine, isolati. Che poi dai più marginali (emarginabili-emarginati) si faccia questo percorso, magari affascinantissimo ma inutile al mondo corrivo, al modo in cui proprio l’ha fatto, ad esempio, Majorana con il suo Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali, o con altri approcci, credo conti molto... ma non qui, ora, al nostro livello, ovvero al livello di comprendere quanto corrisponda colpevolmente ma efficacemente il semplificare al non semplificabile. Basti (...si fa per dire) solo leggere le ultime parole del suo rivelatorio studio: “...Se è così, come noi riteniamo, le leggi statistiche delle scienze sociali vedono accresciuto il loro ufficio che non è soltanto quello di stabilire empiricamente la risultante di un gran numero di cause sconosciute, ma sopratutto di dare della realtà una testimonianza immediata e concreta. La cui interpretazione richiede un’arte speciale, non ultimo sussidio dell’arte di governo.” La matematica superiore applicata al corpo sociale. Splendida ed antica utopia. Salvo che, per quella “impossibilità”, poi... si finisce per “sparire”. Sarebbe forse utile poter confrontare questa frase con quella - apparentemente lontanissima - di Frazer, scelta per un mio mosaico pavimentale, anch’esso altrimenti dedicato a Karl Evver, che recita: “...per la natura stessa delle cose le nostre idee sono inferiori alla realtà in modo incommensurabile...”  Nella frase del Frazer la parte più seducente e nello stesso tempo problematizzante è forse la prima. Perché potrebbe verificarsi che la natura stessa delle cose non debba essere necessariamente sola nostra proiezione, se non in primissima istanza, come ci suggerisce la neuropercezione.  Certo ogni lettura della natura stessa delle cose implica comunque un certo “positivismo” d’approccio, ma più come sincerità del metodo, credo, che, come dogmatica. Se tentiamo di togliere le etichette da ogni processo logico che esperiamo e non affoghiamo subito nell’indifferenziato, ne viene fuori che possiamo muoverci con maggior libertà, ovviamente in una chiave antidicotomica, che ci appresta a meglio vivere la seconda parte della frase, ove forse ci tratteniamo più volentieri.  Questa è la forza potenziale dell’aforismatica, se fa base non isolata ed apofatica, non di corsetti dubbiamente autoinvestiti con sociosmanie di patenti farlocche, ma di continui ed onesti trascrittori, di lavoratori sull’immane repertorio coltivato per decenni, nella poca (nei due sensi) misura umana.
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  • Venendo a cose molto, molto più piccole, potrei dire che l’ELOGICON, ma solo come punta di diamante dell’aforistica dell’immagine, sempre ad esempio, è qualcosa che si è mosso in tale direzione, perché statisticamente non sottrae il determinismo che sembra mostrarsi dal dis-umano fino all’umano, anzi lo accoglie tutto, ma ne indica la risacca inestinguibile come personalmente oggettivabile e quindi anche scientificamente rappresentabile. Oltreché artisticamente. Immagine e parola concentrate al massimo, ma non necessariamente nel modo a cui eravamo tenuti con la simbolica, l’araldica, la monogrammatica, la logica blasonica e patronimica, ed ora magari con la teoria del brand, la pratica telematica del website, etc., etc... Non che esse (le prime) non avessero una magica capacità di centratura, ma la globalizzazione attuale insegue volenterosamente la pratica della disseminazione artata, con una logica del tutto priva di volontà uniformante se non ai suoi più bassi istinti e propositi, comunque paludati.
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  • Così concentrandoci meglio su noi stessi (la serietà del ricercatore) e prendendo dagli altri tutto ciò a cui non possiamo proprio attingere da soli... praticamente tutto (lo scambio comunitario inteso non in termini settari ma noichiani), diventa allora ancor più arbitrario (peggio se ancora poco o troppo consapevole) il battibecco, tra noi, continuo ed infantile, umano troppo umano, e come dice N.: “...risulta che un umanesimo delicato deve provar venerazione per la ‘maschera’ e non far della psicologia insanamente curiosa, fuor di luogo...”. (F.N., A.B.M., Baron, 1924, 270, pag.162)  Per maschera non trattiamo solo di buona educazione, pur sempre ed ora oltremodo necessaria (mi sono già speso, inutilmente, in un mio scritto al proposito, dedicato a Stefano Vaj), quanto di copertura ed espressione assieme di violenza paradigmatica, di quella vita agente in superficie (con dietro un volto altrettanto autodefinibile), in linea colla propria visione del mondo, ma che sa, arrivati ad un certo limite, di doversi fermare di fronte all’inarrestabile confusione montante. Non mai quindi in linea teorica, ma in linea pratica. Per i motivi di cui sopra. All’entropia. Per questo nell’arte (e qui è in gioco, precisamente, la dedica a Karl Evver), ma anche nella politica (...se e quando, sperabilmente, si manifestasse) la figura del collettore carismatico deve assorbire (ed assorbe) in sé tutte le contraddizioni esperite e quelle potenziali. La formula - apparentemente cretina per gli stupidi intelligenti - è sempre stata (ed è) invece, nel profondo, conseguenza carnale d’una esperienza di passo (...scritta, scritto, diatriba, marcia, cazzotteria). Il Duce ha sempre ragione... con annessa volitiva mascella e santo manganello. ¿Che sia vero o no... conta, ma a quale livello? ¿Veramente... dal laudator temporis acti al laudator temporis praesentis, si può pensare di poter andare avanti così, nell’accelerazione (applicata alla folla, alla massa... che poi siamo tutti noi), come andiamo ora, all’infinito? E’ vero che ci sono, comunque, irriducibili incongruenti - anche coltissimi - che negano ideologicamente il clinamen, pur avvertendolo, senza darne, necessariamente giustificazione logica. In tal modo intuiamo perché, con sorpresa di troppi... verso il degrado, verso lo sfilacciamento della logica, verso la guerra, certi tempi concretissimamente precipitino, qualsiasi sia l’episteme che voglia o tenti storicamente (...Kali Yuga, Secondo Avvento, & co), prima durante o dopo, di definirne (comprenderne) la logica astratta. La logica astratta, cioè, alla quale, differentemente, i colti sempre s’aggrappano indipendentemente dalla sua “verità” che rimane intatta (come spiegazione, magari a posteriori sulla base di osservazioni secolari... ecco perché non dovrebbero rinunciarci, seppur “inutile”), comunque, viene annichilita dalla feroce semplificazione della pratica. La pesanteur, o chiamatela come volete, che non demorde mai. ¿In tal senso anche la ormai scontata riflessione sulla perdita di isolamento protettivo e proiettivo, dell’universalmente espanso mondo occidentale, nel definirne l’intrinseca globalistica violenza epistemica, culturale ancor prima che ideologica e strumentale, come è in E. W. Said, in “Cultura ed imperialismo...”, come fa a non considerare che, evidentissima, sul piano della storia di vasto periodo e non solo limitata a strette aree geostrategiche, ma sempre ed ovunque, ha costantemente prevalso la logica che chi non poteva comunque dominare tendenzialmente e con rilevante probabilità e poche eccezioni, veniva dominato? Certo, questa ricorrenza protrattasi per millenni, s’oppone brutalmente a tantissimi desiderata ideologici, sia autentici che strumentali e si comprende facilmente perché, per tanta improbabile salute mentale, ciò debba essere coperto o negato dall’illusione-speranza.
  • ...
  • Ed un esempio grandioso (di contraddizione) viene sempre da N. quando ironizza sulla dama italiana a Bayreuth che trovava meravigliosamente soporiferi (...fanno addormentare beatamente) i grandi preludi wagneriani. Lo riscontra uno come me che da giovane se ne estasiava talmente... Come a rendere manifesto: ¡ecco la prova per gli apoti... quel lussuoso treno wagner di carrozze rigorosamente a vista che trasporta con palandrane sempre riconoscibilmente firmate, la buona borghesia inesaustamente soddisfatta di sé, nell’eterno ritorno del prevedibile!
  • ...
  • ¿Ma nel caso dell’italiana di cui sopra... caro N.?, dove va a finire la Tua(sua) Grande Salute? quella che Tu dici persino favorita massimamente dal dolore (¿controllato?) e che ha insopprimibilmente al suo centro solo vita che preme, spudorata, oltre ogni pensiero, giudizio e scrupolo morale???  Perché per Te - lo sappiamo bene - non esiste che necessità ed il c.d. libero arbitrio è una più che pia illusione. “L’errore della responsabilità riposa sull’errore della libertà del volere (…) [ma] nessuno è responsabile per le sue azioni, nessuno per il suo essere” (F.N., UU., pag. 50).   Lei, di quella grande salute - magari molto in fondo, inconsciamente, forse stupidamente, ma spavaldamente - ne sarebbe stata una perfetta portatrice sana... senza dover passare da colpa, espiazione, tormento (e necessariamente da dolore), che Tu hai ben dichiarato (tentato) d’insegnare a disprezzare.  E se vale per Te, immaginiamoci per quelli come quella...  Per cui la domanda - del titolo - sulla sua(Tua) grande salute.


 


  • Pierre Pascal Lettere ad una Signora

  • A tu per tu con la scrittrice
  • GABRIELLA CHIOMA
  • penna raffinata tra storia e spiritualità.
  • Intervista
  • a cura di
  • MONIA PIN

 

  • (da “Il Piave” ottobre 2023)
  • Quel che avrei voluto impostare come un’intervista si è trasformato ben presto in un dialogo intenso; restare ad ascoltare tutto ciò che la signora Gabriella Chioma mi narrava mi aveva quasi ipnotizzata, tanto era il suo garbo e la passione per la conoscenza ancora molto forte che io, seppur distante fisicamente da lei, sentivo ancora vivere nelle sue parole.  Nativa di La Spezia, Gabriella Chioma è scrittrice, giornalista e poetessa, saggista, editrice e traduttrice, ha conseguito la maturità classica iscrivendosi poi alla facoltà di filosofia e conseguendo la laurea, ma non si è certo fermata qui.  Ha approfondito gli studi del simbolismo e della tradizione, coltivando anche l’interesse per lo studio della psicologia del profondo che l’ha portata a seguire un corso quadriennale con il dr. Giulio Ciampi, appartenente all’Associazione Psicanalisti Junghiani di Firenze.  Questa è solo una breve introduzione alla sua vita che ha vissuto nell’infanzia i momenti tragici del Secondo Conflitto Mondiale, arrivando ad attraversare poi il mondo della letteratura in tutte le sue sfumature, così da riuscire a conoscere e intrattenere proficue amicizie con persone di grande levatura intellettuale e spirituale.
  • ...
  • Vorrei chiederLe signora Chioma quando ha scoperto la sua passione per la scrittura? Le sue opere a quali generi letterari appartengono?
  • “Ho iniziato a scrivere fin da bambina, avrò avuto all’incirca quindici anni e cominciai con la stesura delle mie prime poesie. Alcune all’epoca furono pubblicate sull’Eco di Bergamo, erano gli anni ’40 del ‘900. Dopo una pausa durata qualche anno ho ripreso a scrivere poesie e ho pubblicato quattro o cinque libri.  Ma poi sono passata anche alla prosa e alla pubblicazione di saggi e libri di narrativa.  Ho collaborato con diverse riviste italiane come critica d’arte e letteraria e ho scritto articoli per mensili e quotidiani, alcuni miei scritti hanno trattato anche tematiche esoteriche tanto da fare da sfondo ad alcuni miei libri”.
  • ...
  • Leggendo uno dei suoi libri “Pierre Pascal, lettere ad una Signora”, edito dalla Novantico, ho scoperto la personalità a dir poco eclettica e straordinariamente vivace dal punto di vista culturale di Pierre Pascal; so che lei lo ha conosciuto.  Può dirci cosa le ha insegnato e come ha influenzato la sua vita?
  • “L’ho conosciuto tramite un amico comune, mi ha colpito molto la sua profondità mentale e spirituale, la sua vita è stata complessa, definizione che lui stesso diede. Negli anni ’30 del ‘900 era una personalità nota ed influente nella Parigi cosmopolita del tempo, tanto da frequentare gli ambienti più variegati, dagli intellettuali ai nobili, riuscendo ad entrare nei salotti più in voga dove ebbe modo di conoscere personaggi provenienti da ogni parte del mondo. La sua cultura e la sua creatività non passarono inosservate tanto che ebbe addirittura l’incarico, nel 1935,  da parte dell’allora ministro francese Pierre Laval, di tentare un’azione diplomatica in Italia, per risolvere una disputa. Pascal parlava fluentemente l’italiano (così come molte altre lingue, soprattutto orientali) e il suo viaggio ebbe successo tanto che ottenne l’accordo con il governo italiano.  A seguito del nostro incontro nacque una profonda amicizia e lui fu il mio mentore, mi introdusse all’arte poetica degli haiku giapponesi.
  • ...
  • Dopo aver letto il suo libro “...lettere ad una Signora” ci si stupisce che una persona di tale calibro culturale ed intellettuale sia stata dimenticata.  Cosa può dirmi di Pierre Pascal?
  • “Il mio libro pone l’accento sulle poliedriche capacità di Pierre Pascal, sulla sua profonda conoscenza sia del mondo occidentale dov’era nato sia di quello orientale dal quale era irresistibilmente attratto.  Egli amava soprattutto la cultura e la storia del Giappone.  Tra le molte sue doti ebbe quella di essere uno straordinario poeta e di cimentarsi con successo nella stesura degli haiku.  Pierre Pascal fu così disciplinato e preciso nella metrica da essere ammesso, unico europeo, all’Accademia Imperiale della “Foresta dei Pennelli”.  Ma il suo interesse copriva un universo eterogeneo che lo portò a scrivere opere che riguardavano Leopardi e D’Annunzio, Edgar Allan Poe e Chesterton, fino agli studi sull’Apocalisse di Giovanni e il lavoro al quale si dedicò fino all’ultimo rivolto a Santa Teresa d’Avila.  Ebbe l’onore di ottenere dalle monache Carmelitane del convento di Avila un bigliettino autografo di Santa Teresa che decifrò e pubblicò.  Fu il modo con il quale le monache contraccambiarono il gesto eroico e nobile di Pascal che durante la guerra civile spagnola aveva salvato le loro vite, evitando l’assalto al convento.  Lui era letteralmente infatuato dell’oriente, in lui s’incontravano due mondi lontani eppure così vicini nell’esprimere la forza di valori inviolabili quali la lealtà, l’amore per la bellezza interpretata nel linguaggio universale della poesia, la fede incrollabile che onora la vita fino alla fine, ed oltre.  Purtroppo alcune sue opere, in particolare quella su Santa Teresa d’Avila e su Edgar Allan Poe andarono perdute dopo la sua scomparsa così come altri scritti.  Amava molto l’Italia tanto da stabilirsi qui negli anni ’40 fino alla sua morte, avvenuta nel 1990 e qui ebbe amicizie profonde con personalità della letteratura e non solo”.
  • ...
  • Potrebbe spiegare cos’è un haiku e se ci sono altri tipi di poemi nipponici che ha appreso da Pierre Pascal?
  • “Gli haiku sono composti di diciassette sillabe, all’apparenza il lettore vi vede delle parole messe a caso, ma così non è naturalmente.  Le parole sono disposte in modo da far riflettere, facendo uscire da quelle sillabe tutta l’anima che il poeta ha riversato nella scrittura dei versi. Una delle mie raccolte più famose si intitola Satori richiamando all’esperienza del risveglio tipico del Buddhismo Zen, un momento di grande intensità spirituale e di illuminazione.  Io sono stata e sono tutt’ora considerata una delle migliori autrici di haiku.  Successivamente ho appreso anche l’arte della scrittura dei tanka e dei sedoka”.
  • ...
  • Cos’altro può raccontarci della sua carriera letteraria? Ha dei progetti futuri?
  • “I miei scritti sono apparsi in vari numeri su diverse riviste, dagli argomenti esoterici su Vie della Tradizione fino alle riviste d’interesse regionale come le pubblicazioni Liguria, L’Italiano e Arte Stampa, concentrandomi sulle opere d’esponenti di diverse scuole regionali e del Futurismo, non trascurando ovviamente gli artisti della provincia spezzina. Nel 1980 ho aderito al “Movimento di Poesia” presieduto da Maria Luisa Spaziani.  Come giornalista-pubblicista ho scritto, in tempi diversi, alcuni articoli per Il Telegrafo, La Voce Adriatica, La Nazione, Il Secolo XIX.   Sono stata invitata in veste di relatrice ad importanti convegni letterari e ho contribuito alla stesura di cataloghi di mostre e schede su personaggi storici, in particolare ricordo il convegno riguardante il Risorgimento Italiano, presentando la relazione “La Contessa di Castiglione”, figura femminile di notevole importanza durante il Risorgimento italiano, alla quale ho dedicato un libro edito dalla NovAntico.  Nel marzo 2003 ho collaborato con un articolo alla realizzazione del catalogo per la mostra realizzata dall'Associazione Culturale “Circolo la Sprugola” di La Spezia, “Omaggio a Giovannino Guareschi - Gli anni del Candido”, patrocinata dalla regione Liguria, Comune e Provincia della Spezia e realizzata in collaborazione con l’Istituzione per i Servizi Culturali di La Spezia.  Come relatrice ho partecipato ad altri convegni patrocinati da istituzioni pubbliche locali, nazionali ed internazionali.  Nel 2013 ho ottenuto il prestigioso riconoscimento “Il Sigillo di Dante” e nel 2016 sono stata insignita del titolo di accademica da parte dell’Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini di La Spezia”.
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  • Ci sono ancora progetti importanti nella mente e nel cuore di Gabriella Chioma, l’età anagrafica non influisce sulla sua inesauribile volontà di imparare e di aprirsi alla conoscenza, con lo stesso entusiasmo nutrito in gioventù e che il tempo non ha scalfito affatto. La sua produzione letteraria è vasta, la sua abilità di trasformare in parole concetti e sentimenti lasciano un’impronta indelebile nel lettore. Il suo stile alterna la semplicità e la chiarezza ad una raffinatezza che lascia trasparire un ampio patrimonio di sapere e un’intensità emotiva altamente vibrante tanto da rendere la lettura così scorrevole che, approdando al finale di un suo libro, ci sembra ormai di vedere tra le righe le tracce di un altro scritto che presto prenderà forma e troverà la propria sostanza direttamente dall’anima dell’autrice.
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  • Ci congediamo con la promessa di risentirci quanto prima.   Sono grata di aver dialogato con una scrittrice che ha la rara capacità di spalancarci le porte verso universi nuovi, dove una frase è foriera di domande e la risposta accomuna per un istante lettore ed autrice in un viaggio di scoperta di sé, dell’altro, come fossimo un unico insieme, nell’atmosfera ineguagliabile di un satori che ci proietta verso oriente, incamminati in un risveglio che ci aiuta a scoprire la nostra immensità, illimitata natura della nostra essenza spirituale.

  • giampaolodicocco LEVIATHAN II NEUES KUNSTFORUM KOELN 2015

  • Intervista a
  • GIAMPAOLO DI COCCO 
  • a cura di
  • Roberto Guerra
  • (da  NEOFUTURISMO, n° 21 del 05.10.2023)
  • Domanda di Roberto Guerra: di Cocco, un eccellente background, la sua arte vita. Architetto, scrittore, artista contemporaneo, uno zoom in libertà?
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  • R: Ho lavorato molto ed in molte direzioni, ho ricevuto molti complimenti e molti dinieghi, sono stato di una curiosità vorace soprattutto di quanto non conoscevo e non sapevo fare, ho praticato molte discipline convinto come sono che le arti vanno esperite di persona per scoprirne le connessioni interne.  D'altronde la libertà è necessaria per fare arte.
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  • D: di Cocco come artista "postmoderno" evoluto, sculture "giganti" anche, "razzi spaziali" ecc., in Germania Abaco Space, un’astronave personal gallery, come vedi l'arte contemporanea, secondo me, in genere, in decadenza altrove?
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  • R: Non saprei dire se sono postmoderno né se io sia evoluto, diciamo che faccio lavori nello spazio e per lo spazio, complementi formali per rendere più espressivi gli spazi architettonici, da qui di necessità le grandi dimensioni delle mie installazioni. Quanto ad Abaco Space, che deve il suo nome alla rivista Abaco che pubblico dal 1977, non si tratta di una galleria ma di un centro culturale, dove, oltre a mostrare arte si suona, si canta, si recita. Ho sempre avuto voglia di disporre di un luogo per la cultura e sono felice di averlo trovato a Berlin-Kunow, in Germania e di poterlo gestire assieme a mia moglie Birgit. Vivendo a Berlino vedo nell'arte contemporanea tutt'altro che decadenza, al contrario vedo molta vivacità e intraprendenza.
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  • D: G. di Cocco, sinergia con autori come Pontiggia, Eco, Dorfles,  etc., in questi mesi "Ferrara mon amour", per la città d’arte estense. E con tutta Europa per la tua arte.
  • ...
  • R: Ho avuto la fortuna e il grande privilegio di poter stringere amicizia e di collaborare con alcuni dei maggiori intellettuali del nostro tempo. Gillo Dorfles scrisse la sua prima recensione al mio lavoro nel 1982, nel catalogo della mostra alla galleria Vera Biondi, a Firenze.  Fu il primo di molti articoli che Gillo mi dedicò, fino all'ultimo, nel libro "Gli artisti che ho incontrato" ed. Skira, Milano 2015.  Con Gillo si sviluppò una vera confidenza, ci divertimmo molto in varie occasioni.  Eco dirigeva Alfa Beta, la rivista d’arte di Gino Di Maggio a Milano, quando ci lavoravo anch’io introdotto da Omar Calabrese.  Giuseppe Pontiggia, “Peppo”, è stato uno dei miei più grandi amici, mi ha onorato della sua stima e della sua considerazione.  Devo a lui se ho avuto il coraggio di pubblicare dal 2001 quanto mi veniva da scrivere. E’ vero, ho avuto il privilegio di essere invitato a realizzare i miei progetti in varie parti d’Europa, dalla Danimarca alla Sicilia, dalla Francia alla Svizzera ed alla Germania e negli Stati Uniti, a New York, nel 2010.  Ed ora che sto per trasferirmi a Berlino, lascio a malincuore Ferrara, dove ho vissuto volentieri per tre anni e che mi ha regalato belle ispirazioni. Per questo ho voluto salutare i cari amici ferraresi dedicando loro un nuovo numero di Abaco, “Ferrara mon amour”.
  • (ABACO, aperiodico di cultura contemporanea, 21 numeri, 1977-2023, 
  • www.abacorivista.it       giampaolo.dicocco@tiscali.it
  • e:
  • Abaco Space Contemporary Art, Thomas Muentzer Strasse 21, D-16866 Kunow (Gumtow), Germany.   
  • SCULTURE: 
  • sopra : Leviathan II, Neues Kunstforum Koeln, 2015,
  • sotto: Acque Alte-Acque Basse, parcheggio della Stazione Centrale di Firenze, 2017.

  • giampaolodicocco Acque Alte Acque Basse parcheggio della Stazione Centrale di Firenze 2017
  • Gorlani Maritare il Mondo LE TRE VIE

  • Il gioco
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • (da “Maritare il mondo”,
  • La finestra Editrice, 2023,
  • Lavis (TN), www.la-finestra.com)
  • Si trattiene il gioco sulla punta della lingua e lo si ingoia. Giocare col mattino, in ogni momento carezzare il paradosso. Che il giorno trascorra veloce o lento non ha la minima importanza.  “Veloce, lento”, che cosa significano?   Giocare è inalare il fumo dissolto attorno alla montagna ove sta Shiva semicoperto da una pelle.   Con un dito persuade la tigre a trasformarsi in seggio e vi si asside sopra.  Se si è fumato una volta è per sempre.  Se si è smesso un istante è per sempre.  È il mondo che arde, non la sacra gangia nella pipa verticale custodita da Balaganesh.  Pipa impalpabile che il gioco richiama e allontana.   Erba intimamente fusa alla carne: sparisce e ricompare col respiro.   È un gioco girovagare, riposare, mangiare, meditare, osservare lo strano viso dell’“altro”.   Ed eziandio sorridere o lamentarsi o tentare l’uscita dal labirinto.  Le volute dell’incenso assumono le forme delle karika alla Mandukya-upanishad; eccone una scheggia: «Questa è la suprema verità: nessuna cosa è mai nata». (1)  E il fornello freddo trasforma lo yogin in pietra vivente assai più del fornello ardente.  I piccioni, le gazze, le ghiandaie e altri uccelli si posano sul suo capo, sul naso, sulle spalle; il muschio cresce sulle sue braccia, l’edera lo incorona.  La pelle gioca coll’acqua gelida, con la neve, col fuoco, con l’aria invernale.  Non c’è nulla da sentire che non sia ananda.  Lo rivela il prana che scende e si diffonde attraverso le settantaduemila nadi, ciascuna delle quali contiene a sua volta trilioni di universi.  La cecità osa dire “io”, sottolineandone l’inconsistenza con un breve cenno.  Osa dire “nasco”, “muoio”.  Il principio di  non contraddizione, il principio di ragione sufficiente continuano ad esercitare la loro autorità nel vicolo cieco che impone un giogo funesto, giacché proteggono dalla follia. Gli smarriti, in fila o sparsi, borbottano minacce, promesse, orrori, ricchezze. Chiamano l’incubo “unica realtà”. Non vedono altro, portano il fardello del “peccato” e nelle loro enciclopedie si fregiano di spiegare scientificamente la tragicommedia dell’esistere. Un’ombra terrificante compare nel sonno e sfiora il dormiente. Non ha consistenza: tocca le unghie sporche del vespillone e si dissolve. Il burattino trema.  L’intrico infittisce, le notti e i giorni di Brahma si uniscono in ghirlande.  Inizio e fine sono supposizioni infondate. Nessuno vedrà mai alcuna conclusione, né una prima volta. Mentre si guarda l’ignoto se ne ha già contezza. Si conosce tutto prima di conoscere.  Uddalaka Aruni chiese al figlio: «Shvetaketu, mio caro, dato che sei così soddisfatto e orgoglioso della tua conoscenza, hai mai chiesto quell’insegnamento per cui ciò che non si era ascoltato è come se lo si fosse ascoltato, ciò che non si era pensato è come se lo si fosse pensato e ciò che non si è conosciuto è come se lo si fosse conosciuto?». (2)   La chiave del labirinto rivela l’inganno: sembra un serpente, ma è una corda animata dal chiaroscuro delle foglie.  Il motivo dell’apparire erroneo non sta nella corda, ma proviene da una fonte estranea ad essa.  Ciò implica dualità, laddove si vuole indicare la non-dualità: l’aporia è insita nella sostanza delle parole. Paramashiva non è toccato né dalla dualità né dalla non-dualità.  Eppure tutto lo riguarda.
  • 1) Gaudapada, Mandukyakarika, Advaita Prakarana, 48, Asram Vidya, Roma 1981. 
  • 2) Chandogya-upanishad, vi 1, 3. Cit. in H. Zimmer, Filosofie e religioni dell’India, Mondadori, Milano 2001, pp. 281-282. 


  • Gorlani Maritare il Mondo LE TRE VIE

  • Le tre vie
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • (da “MARITARE IL MONDO”,
  • Prefazione di Giovanni Sessa, Disegni di Sofia Ferrari,
  • La Finestra editrice, 2023,
  • Lavis (TN), info@la-finestra.com  pag.80)

  • All’uomo è dato percorrere due vie solo in apparenza contrapposte: andata e ritorno. Sulla scala di Giacobbe sono discesa e salita. Nel mandala originario, ovvero nel chakra-ruota simboleggiante la Manifestazione, sono l’allontanamento e il riavvicinamento al Centro. 
  • ...
  • Nella prima, in sanscrito pravrit-timarga, ci si riconosce nell’uscir fuori da se stessi, si promuovono le vritti (le onde mentali, i pensieri) e si agisce.  Non ci si chiede dove conduce: si sogna.
  • ...
  • Nella seconda, nivrittimarga, la via illuminativa, ci si volge all’interno, con l’attenzione fissa sul mozzo del mandala, ricolmo di “vuoto” e, per mezzo della Conoscenza, ci si distacca dall’identificazione nei pensieri e nelle attività.  Se il mozzo non fosse vuoto, non potrebbe essere attraversato dall’asse, il motor immobilis.   Scrive Pico della Mirandola in De hominis dignitate: «Così discenderemo, straziando l’uno-tutto nella pluralità delle cose, come i Titani fecero di Osiride, così risaliremo, riducendo ad unità la pluralità delle cose, come Febo le membra di Osiride». (1)   Nella prima vale il motto eracliteo: «Omnia secundum lite fieri»; nella seconda il pensiero mirandolano per il quale l’agire sacro «non est aliud quam maritari mundum».   In effetti nella prospettiva del divenire, l’esistenza è lotta incessante e movimento continuo teso al raggiungimento di una soddisfazione perfetta impossibile.  Nella prospettiva dell’aspirazione al Risveglio (all’interno della quale la teurgia, l’alchimia, lo yoga rappresentano declinazioni del modus operandi) governa invece la corrispondenza, ovvero il riconoscimento di un’identità comune alla trinità principiale e a tutti i fenomeni seguenti. Petrarca, il cui genio segnò la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, nella prima contemplava le esigenze della seconda; riconosceva cioè l’ineluttabilità della violenza nell’esercizio del potere, ma, nel contempo, si piegava al compromesso finalizzato alla pace accettabile, poiché non dimenticava gli imperativi della concordanza.  Ci sono sempre valide ragioni per guerreggiare, ma la ragione più alta svela la pace.  Nella reintegrazione consapevole allo stato di pienezza del Sé le esigenze di pólemos svaniscono.   La Conoscenza-Amore induce a riconoscere la Presenza dell’Uno nella molteplicità: «Se vogliamo conoscere l’Uno, non possiamo ricorrere alla scienza o a un atto intellettivo, come avviene per gli altri oggetti del pensiero. Quel che ci consente di coglierLo è, invece, una sorta di Presenza che va al di là della scienza». (2)   Lo sforzo connaturato al contendere si esaurisce, l’Albero della Vita prorompe nell’intimo in tutta la sua gloria: axis mundi, ma pure punto, cerchio, dato dall’unione di radici, rami, tronco. Il primo passo è l’ultimo. «La fine che cerchi racchiudila nel principio». (3)  Gli opposti coincidono (ma si tratta di opposti complementari o di princìpi in rapporto gerarchico tra loro e solo relativamente opposti?  Non si dà parità perfetta nel Manifesto.  Il principio superiore contiene l’inferiore e il Principio primo li contiene e trascende tutti.  La scala è composta da gradini).  
  • ...
  • Giacché la prassi sulla via ascendente è maritare le differenze per risolverne la contesa nell’Unità ontologica, non si pretenderà di modificare la natura degli eventi, omologandoli, si eviterà l’ennesima prepotenza e si comunicherà.   Il globalismo contemporaneo, invece, è un percorso orizzontale che non supera la contrapposizione e la sua reductio ad unum è parodia dell’Unità; dove l’utopia (nel senso più deleterio) passa, lascia distruzione, squilibri estremi, desolazione, abitudine alla menzogna.   Sul nivrittimarga, il principium individuationis resta inalterato, i colori non vengono stolidamente mescolati, le differenze continuano a valere quali strumenti di condivisione, il male e il bene chiedono sapiente discriminazione, se è indispensabile combattere, si combatte e così pure si preserva la vita qualora questa necessiti d’essere custodita. Semplicemente si vola in alto, di là dal dicibile, verso l’apice sovrumano immanente in ogni atomo.
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  • Ne deriveranno attività meno brutali, più armoniche, più giuste, non costrette all’interno di gabbie nomate “leggi”, bensì guidate dal Dharma, l’ordine cosmico.  Shri Krishna all’albeggiare della presente Era ne enunciò mirabilmente i capisaldi nella Bhagavadgita e nell’Uttargita. Confortati dalle parole di Shri Keshava, è opportuno non disperarsi, nemmeno di fronte all’impetuoso dilagare dell’ignoranza, con tutti i suoi corollari; piuttosto è indispensabile fortificare volontà e comprensione, senza deviare dalla veduta illuminativa abbracciata.  
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  • C’è infine una terza Via paradossale; quella in cui si sale mentre si scende e viceversa. È una via divina, trascendente la dualità; non la si può nemmeno considerare una “via”.  Lo shivaismo Trika del Kashmir la adombra.  Le parole possono soltanto vagamente indicarla, tradendola. La si scorge nel più profondo di se stessi; contiene tutto ma da nulla è contenuta.  Non annulla le due vie in precedenza illustrate.   Non esime dall’ascendere.   Esplode improvvisa.

  • 1) G. Pico della Mirandola, De hominis dignitate, Il Basilisco, Genova 1985, p. 16.
  • 2) Plotino, La bellezza, l’anima e l’uno, a c. di D. Susanetti, Feltrinelli, Milano 2021, p. 90. Le maiuscole sono nostre.  
  • 3) D. Czepko, Sapienza mistica, a c. di G. Fozzer e M. Vannini, Morcelliana, Brescia 2005, p. 40.

  • Straw dogs

  • A proposito di due libri
  • “Il dramma di Zarathustra” di Hans-Georg Gadamer,
  • a cura di Carlo Angelino, Il Melangolo, 1991,
  • Il ‘terribile segreto’ di Nietzsche
  • di Carlo Angelino, Il melangolo, 2000.
  • Sandro Giovannini
  • Da giovane mi sono seduto, inconsapevole, (...non c’erano ancora tutte quelle targhe in tedesco sui pietroni), sulla panchina proprio vicino alla “...possente roccia che si levava in figura di piramide, vicino a Surlej, mi arrestai. Ed ecco giunse a me quel pensiero...”. Inconsapevole, perché non conoscevo ancora la rammemorazione sulla “...storia dello Zaratustra. La concezione fondamentale dell’opera, ‘il pensiero dell’eterno ritorno’, la suprema formula dell’affermazione che possa mai essere raggiunta - è dell’agosto 1881 - camminavo in quel giorno lungo il lago di Silvaplana attraverso i boschi; presso una possente roccia che si levava in figura di piramide...”. (1) Senza le targhe... avevo infatti già letto abbastanza Nietzsche, ma tale riferimento dall’Ecce Homo mi era sfuggito, forse perché la sua carica di virulenza paradigmatica l’avrei potuta forse assimilare (ma non allora) all’intuizione discriminante di cui parla tutta “...la tradizione classica indiana - tradizione filosofica, psicologica, spirituale e metafisica - specializzata nella comprensione teorico-pratica dell’intuizione”, (2) o, in campo occidentale, quella che, ad esempio, Jung denominò “immaginazione attiva”. Solo più tardi, ci arrivai, nella perseguita ricerca, tra ripetuti processi assimilativi e differenziativi. E non mi ricordo che altrove N. richiami tale evidenza (violenza) illuminativa a proposito di altri plessi del suo pensiero che pure procede di continuo nel dramma (...prevedibilmente ma conseguentemente sempre poco accomodante) determinato anche dall’intrinseca pericolosità della volontà di potenza e/o volontà di verità. Lo sconcerto “umano troppo umano” dei suoi più vicini corrispondenti e persino dei cari amici, alla fine, ha del facilmente comprensibile, ma porta in sé, soprattutto per chi come Overbeck si esprime, in quel tempo, con concetti molto simili (3) anche l’incomprensibile del differenziale tra personalità perseguita ed essenza esperita. C’è in più che in quegli anni tendevo a tenere lontano da me proprio il “Così parlò...”, per una sorta di recondito e forse inconfessabile fastidio proprio verso quel libro, mentre gli altri li leggevo sempre a riprese, con rinnovato slancio. A nessuno interesserebbe conoscerne le complesse motivazioni e quindi su questo potenziale vortice di elucubrazioni, mi trattengo, sostenuto ancor più dall’acuto passaggio nel saggio di Gadamer. quando accenna: “...Heidegger si è risparmiato la tendenza consueta a sbarazzarsi della fase del Zarathustra e, al contrario, trova nella figura tragicamente minacciosa di Zarathustra che lotta per affermare il suo coraggio della verità, la più coerente espressione della contraddizione in cui si impigliò il circolo magico della riflessione caratteristica del concetto ‘moderno’ di autocoscienza.”  (4)
  • ...
  • Successivamente affrontai per un tempo, diversamente dal mio solito, molto dilatato il libro rosso ‘scuro’ sullo Zarathustra (forse per esigenze editoriali... dopo il successo planetario dell’edizione integrale illustrata in facsimile del 2009 del libro rosso/liber novus, il cosiddetto libro segreto, di Jung), che invece riporta distesamente i seminari del ‘34-’39, interrotti, sullo Zarathustra. L’intero seminario Lo ‘Zarathustra’ di Nietzsche, (tr. it. e cura di A. Croce, Bollati Boringhieri, Torino 2011-2013, 4 voll.), costituisce, nell’insieme, la più lunga opera di Jung e il più vasto commento esistente a una singola opera di Nietzsche - se non a una singola opera filosofica. Quindi, pur tra infinite cose che non mi tornavano (ovviamente per mia carenza), la disposizione interiore cambiò. Questo perché qualsiasi siano le prese di distanza su Jung, comunque con lui si ribalta il paradigma psicologico precedente e si torna ad una compenetrazione organica col numinoso. “...L’interesse fondamentale del mio lavoro non consiste nel trattamento delle nevrosi, ma nell’accostamento al numinoso. Infatti, l’accesso al numinoso è la vera terapia, e nella misura in cui si arriva alle esperienze numinose si è salvati dalla maledizione della malattia...” (5) L’enantiodromia eraclitea attribuita da Jung a N, come un tratto distintivo della sua personalità complessiva coscienziale ed autoriale (che per Jung, a scanso di equivoci, sono la stessa intima cosa), in contemporanea con una durezza di trattamento critico parallela alla chiara ammissione di un fortissimo debito esistenziale, è quello poi che mi creò il quadro di compatibilità, diciamo sentimentale, per quella lettura. D’altronde la stessa linea fenomenologica di Husserl, (basta leggere “Fenomenologia dell’inconscio. I casi limite della coscienza”, (6) nel suo paradossale “attraversare i confini”, ove sono ripensati tutti i concetti, di nascita, sonno e morte e di altre dimensioni sempre tenute ai margini, per me poi mediate tramite la lettura trascendentalista di Angela Ales Bello) e poi della Stein, offre continui impulsi alla sempre evocata luce interiore che riesca ad illuminare, seppur da prospettive di sguardo altrimenti dislocate, il flusso esperienziale. Senza neanche avere quel debito profondo d’avversione verso l’ontologia neo-platonica, come sostiene Lövith a riguardo di Heidegger, che si traduce poi, nella metafisica dell’esigenza delle parole, ben oltre la metafisica dell’esigenza delle prove... anche se allora convenivo (fine anni ’70, da “poeta militante”) che la maggiore potenza del giudizio heideggeriano consistesse proprio nel momento divinatorio del linguaggio, con queste mie: “...Il contatto tra il momento espressivo e momento significativo è delicatissimo ma perseguibile appunto solo lungo la linea di una ricerca radicale”. (7) Domande giovanilmente radicali (al solito) poi senza risposte, che non siano lo scoperchiare il linguaggio morto, tappeto di foglie disseccate e che si reinvolvono nella luce e nell’ombra di questa natura per noi così necessaria, che pur non sembra affatto corrispondere, nell’appercezione umana, a nessuna delle più late e diverse esigenze morali. Forse solo ad immagini evocatrici, stravolgenti, che ci riportino dentro la nostra anima intuitiva. Nella cometa ciclica Heidegger, l’eccessivo logocentrismo pascola, per sempre ormai, l’essere con i cani del linguaggio (greco/tedesco) e nella luce della sua radura, proprio nella corona verde scuro attorno, tiene pure in ombra (al contrario) la romanità riequilibratrice e la sua carsica rinascenza, con un paradossale rientro nella metafisica, seppur del negativo. Questo lo sentii dire proprio da Jünger: “...la patria di Heidegger è il bosco... suo fratello è l’albero...” , nel 1977 a Pisa, in “La riscoperta del sacro da Heidegger ad Eliade”. Il primo personale incontro tra i due - J. e H. - avvenne, significativamente, a Todtnauberg, residenza montana di Heidegger, in Selva Nera), e Jünger, nel post-convegno, ci disse più esplicitamente dell’“inattaccabilità” di H., vera volpe nella selva, che, poi, negli atti è riportato: “...nella sua ricchezza egli era inattaccabile, sì, inattaccabile - perfino se gli sbirri venissero per sequestrargli il cappotto - il suo astuto guardar di lato lo rivelava. Avrebbe entusiasmato un Aristofane”. In quel convegno più che immeritatamente, non per il decente e forse non trombonesco (...la mia sarebbe stata comunque una trombetta) sforzo di assurda sintesi centrata proprio sull’“essere per la morte” a cui contrapposi, il nostro de-siderato “la morte per l’essere”, con un brutale ma efficace ribaltamento, ma per la presunzione giovanile con cui l’affrontai, tenni una relazione. Convegno organizzato da Vettori, aperto da Jünger e chiuso da Eliade. Estasiato da questi grandi, forse rapito nella mia personale sequela della mito-poesia che desideravo potesse scoprirsi proprio allora anche comunitaria e per quanto potessi capire del vero dialogo tra poeta e pensatore e quindi abbacinato dallo sfarfallare verso il verde (scuro e l’oro):... Quando la luce mattutina cresce sui monti...
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  • Ed a conforto, Eliade, anche da come ci riconfermò personalmente Staglieno, considerava Il mito dell’Eterno ritorno (Borla, 1989) come la sua opera più importante. Il centro di tutto. E quindi tentare davvero di comprenderlo. Sempre cercando tracce, spunti, lacerti, fallimenti, vittorie. La morte, certamente, ma anche la vita. E corrispondentemente, perché noi constatiamo, esistere accanto alla morte, sempre, la vita. E’ la vita che torna uscendo dalla morte... come la morte esce dalla vita. Banale dirselo ma non banale chiedersi perché se possiamo uscire dalla vita, quando vogliamo, non possiamo entrare nella vita, quando vogliamo. Non ci spetta perché noi siamo prodotti della Natura. Liberi nella nostra finitezza e finiti nella nostra libertà. Ma questo pulsare eterno, garanzia di vita e morte assieme, è prova, ineludibile, della ciclicità.   Non-duale.
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  • Così, lentamente, sono giunto alla lettura di questi due testi su N, che valutai importanti, non solo per il loro valore intrinseco, ma perché ponevano il problema (centrale per la mia equazione personale) della possibile/impossibile concordanza logica (...ora parliamo di cose serie...) tra l’eterno ritorno dell’identico e volontà di potenza. Considerare poi tali due dimensioni centrali del pensiero maturo di N., in qualità di “teorie” per molti studiosi del suo pensiero, è fuorviante, proprio per la sostanziale circolarità (anche come fattore pulsionale e non solo strettamente mentalistico in lui) del processo veritativo. Il “terribile segreto” ed il “dramma”, così fortemente evidenziati da Carlo Angelino nei due rispettivi testi, mi richiamavano già in quel mio tempo di riflessione a qualcosa di più di una problematica strettamente ermeneutica sul problema in questione. Quindi esulando da una apparentemente pura, o libera discussione su una linea filosofica (tra le possibili), che, qualora imboccata e non rifiutata, rimossa o contrastata, potesse riguardare, in parte o tendenzialmente alcuni di noi pensanti, per riferimenti comunque considerati non secondari, ma proprio un fattore di vita del pensiero e dell’azione conseguente.
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  • Infatti nello stesso periodo registravo il crescere ed il progressivo rinforzarsi di una linea filosofica, proprio inattuale, che riguardava da vicino una nuova risistemazione possibile, oltre che auspicabile, a carico del “pensiero di tradizione”, ovvero di quella linea che ha avuto ed ha tuttora, prima con G.F. Lami e poi con G. Sessa, validi interpreti. Per qualche anno avremmo anche potuto con il movimento di pensiero “Nuova Oggettività”, persino favorire felicemente tale originale ed originaria posizione, come uno dei pochi transiti attivi ed importanti, del tutto nostri - per quanto possa essere nostro un movimento di pensiero - verso una valorizzazione, anche comunitaria, fuori dei soliti logori schemi di bassa dialettica ed antidialettica. Ma la scomparsa del tutto imprevedibile di Lami vanificò il processo in fieri. Ancor più, ovviamente per carenza, questa esigenza di chiarimento mi si è fatta più evidente, ed ora pressante, perché tutta una costellazione di pensiero che, in linea di partenza si sarebbe potuta considerare sostanzialmente omogenea, pur nelle sue geneticamente legittime differenze costitutive, è arrivata ormai alla presa d’atto d’insuperabilità derivate. Ma al centro rimane, spesso incredibilmente, proprio quel terribile segreto e quel dramma, del giovane/vecchio N., ovvero il possibile riscontro tra eterno ritorno dell’identico e volontà di potenza (e/o volontà di verità).
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  • ¿Che cosa può aver significato in fondo, se non questo (come problema, ovviamente), nella storia intellettuale di un Lami il lavoro di primissima mano su Eric Voegelin, con una serie di antologie e poi i lavori non certo di routine accademica su Tilgher ed infine su Evola, trovando una strada di approfondimento esegetico sulle diversamente plausibili ed attuabili vie realizzative e contro ogni distacco tra vita vocazionale, vita del pensiero e magistero realizzato? “Qui e ora. Per una filosofia dell’eterno presente”, (8) suggella meravigliosamente (ed icasticamente) in limine, tutto il suo portato d’interrogazione e di prova esistenziale contro ogni resa diversamente paludata.
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  • ¿E come altrimenti intendere già tutto il compiuto da Sessa lungo i suoi libri più importanti, quello su Michelstaedter, fondamentale su Emo, centratissimo su Evola, di ricerca sulla physis nella Germania segreta con cinque grandi pensatori come Stefan George, Ludwig Klages, Ernst Jünger, Walter Benjamin, Karl Löwith; gli altri libri pubblicati e curati a corona su questo specifico processo di pensiero e con i prossimi lavori in programma sulla linea d’intersezione tra necessario recupero della physis ed il “sempre possibile dell’origine”?
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  • A tal punto si capisce meglio perché io giudichi fondamentale una giusta riflessione, non solo demandata alle giuste menti, ma anche a sensibilità comunque orientate a trovare una via di sostegno complessivo, su tale dimensione... Non sapere o non capire o addirittura non riuscire neanche ad intuire, che una visione ciclica, pur non meccanicamente intesa, ed una visione linearista e rivelazionista ed all’interno delle due, una sorta di libero arbitrio pur diversamente declinato, non debbano o non possano trovare un punto di dialettica risoluzione nella prassi anche della vita ordinaria, mi sembrerebbe un’offesa all’intelligenza del tentativo (o al tentativo dell’intelligenza) della comprensione/risoluzione, sempre pur così difficile, delle cose del mondo. Ma è pur altrettanto vero che la ricerca filosofica (¿pura, impura?) ha operato, troppo spesso nel tempo, con un disprezzo totale per la vita reale che è anche la vita dei più, che comunque ci attornia ed assedia, considerati, i più poi, come greggi ad uso dei pastori, tramite i cani. Questo anche indipendentemente dalla specifica visione ideologica, che potrebbe meglio comunque giustificarsi (a poterla giustificare), almeno logicamente, in un reazionarismo organico.
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  • Gott als Tod, Tod als Gott...(9) (...sia Dio che gli Dei) potrebbe rappresentare questa voragine senza ritorno, la scepsi antimetafisica come dice Angelino di N., prima e dopo di noi, l’infinità senza vita (apparente) che è la morte (ciò che si mostra nel piccolo del grande Niente) ma constatabile da tutti. Ma se operasse davvero - in noi - (e qui non è funzione del credere quanto almeno dell’illudersi di constatare) l’eterno ritorno dell’identico, qualsiasi fosse stata o sia ancora poi la figura geometrica pluridimensionale che noi si alleghi alla metafora, ci sarebbe una vera Volontà di Potenza che sarebbe agente al di fuori di noi e persino senza o contro di noi, magari pur, necessariamente, inglobandoci. In corrispondenza con tale volontà di potenza “esterna” se ne potrebbe definire una come “interna”, ovvero legata (forse, solamente e disperatamente) all’uomo. In tal senso si costituirebbe l’interpretazione letteralista di Heidegger, riportata da Gadamer, (10) lodandola di “prospettiva decisiva”, ovvero il sostituire, nella pulsione umana, una supponibile/indefinita volontà di potenza (che si dovrebbe presumere aver comunque uno scopo) proprio con il dichiarato “senza scopo” (se non reagire al senza scopo medesimo), nella volontà di volere di N. Resterebbe però, il problema, incistato come un tumore, nella dimensione postmetafisica. La volontà di potenza (quella ipnoticamente rassicurativa) sarebbe allora il logico grido dell’umano - Angst del Servo contro la Signora morte - nella subìta vacuità del mondo in favore del nostro desiderato destino. ...come vacuità e destino. Contro l’unica realtà divina (l’unica signoria) che sarebbe la morte. ¿Questo, indifferentemente, sia nel caso di un universo ritenuto ciclico che di uno ritenuto lineare? Indifferentemente forse per il concreto, verificabile, esito umano, ma non per la comprensione che gli umani possano avere dell’alta realtà in gioco, de-siderati sulla porzione di terra con la nostra piccola tabula fati che capita in sorte. Con in più il sospetto che le rappresentazioni della ciclicità e della linearità, siano la basale intuizione che di necessità trasferita linguisticamente, tendenzialmente inganna. Ma essendo l’eterno ritorno dell’identico primieramente pulsionale manda l’eco (qui, nel mondo che vive) dell’antico grido di rifiuto della morte e di conseguenza attiva, consapevolmente od inconsapevolmente, l’umana volontà di potenza. Comunque, silenziare per secoli questo tipo di morte/vita (ricomparsa evocatoriamente con N. in modalità scandalose di “spirito libero”, intellettualmente ateo ma arcanamente più che consapevole dell’enormità della propria personale e indecifrabile, evidenza), morte/vita di scelta ciclica, ha significato sostituire, necessariamente, per secoli, un’altra vita/morte di scelta linearista. E questa non è un’opinione.
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  • ¿E se conosciamo bene quel grido, chi ha detto che dobbiamo amare per forza l’eterno ritorno dell’identico... sostitutivamente soggiogati dal numinoso e fatale fascino (Signore, Divino) dell’immutabile? ¿Persino considerandolo vero? Esso sarebbe il “terribile segreto” di N. ed il “dramma” di Zarathustra non più la rappresentazione di uno stupefacente veggente alienato, quanto il fatto che stupisce, ancora e sempre, dell’ordinario squilibrio originario. Al quale si può reagire con uscite, comprensibilmente anche se non ugualmente, verso l’assenza o la presenza, (verso l’affidamento, la sottomissione, la pazzia, il suicidio, il gioco estremo, il grande gioco, la sfida, il superamento...).
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  • Per tutto questo non ho che flebili risposte a fronte di spaventose domande... ove l’invocata innocenza dello spirito del bambino/Zarathustra... “...del gioco, della completa assenza di senso del tempo, in cui la pienezza della vita è tutta nell’attimo¸ è lo spirito di chi riacquista fiducia, anche quando tutte le opportunità sono andate perdute. Questa è per Zarathustra la forma più alta dello spirito e il vero contenuto del suo messaggio”. (11) Parole di Gadamer, ma parole, che per lo stesso Gadamer potrebbero suonare senza senso per chi annuncia l’oltreuomo, a meno che ogni parvenza di progetto, costruzione pensata, programma prestabilito, (magari tutti ridicoli, fallaci o disastrosamente gloriosi), venga assoggettata ad una danza che potrebbe essere valida solo se fatta da un Dio, ovvero in costanza di potenza assoluta. Danzare (non marciare), per non marcire nella propria morte. Ma allora la volontà di potenza sarebbe del Dio/Natura - prima e post tradizione metafisica personalistica (...ma paradossalmente allora anche supermetafisica) e coinciderebbe con “...la trasposizione nel linguaggio concettuale del pensiero moderno, di quell’originaria esperienza del pensiero.” ... “...N. anticipa in questo senso ‘il passo indietro’ teorizzato da Heidegger , e segnatamente in direzione della phisis come archè di ogni movimento (dell’en kai pan) di cui il filosofo deve portare alla luce, mercé l’ausilio del logos, l’ordine che lo governa...” (12) Una sorta di OltreDio, se ci è concessa la folle iperbole, che conterrebbe ciclicità (ovvero ripetizione) e linearità (ovvero potenza novante), il nuovo dentro il vecchio, un’antica conoscenza, deus seu natura, ma sempre tendenzialmente e tendenziosamente additata di maledettismo... - vedi Baruch, il Benedetto - quando di non panteistico ateismo, soprattutto verso i suoi alfieri più dotati, e forse col recupero (addirittura) di una sua pleromatica identità incondizionata, persino nelle sue emanazioni ultime, parallelamente a ciò che ormai si mostra nella parafrasi, nella traduzione linguistica (nelle rappresentazioni), della teoria cosmologica (con la sostanziale indifferenza dei colti per la sua apparente illogicità), tra inflazione eterna, universo unico, multiverso esponenziale e multiverso ridotto. (13) Oltre ogni comprensibilmente classico timor di Dio ed oltre ogni innata paura biologica della morte. Nel nulla totale della referenza logica. La tanatologia (e la sua correlativa rimozione), da tempo imperante nella riflessione allargata. Da cui una mia inversione, appunto, come ingenuamente proposi, la morte per l’essere a l’essere per la morte. Seppure il vedere, così, sarebbe comunque un vedere bifronte. Sguardo bifronte Tutte le grandi conoscenze hanno uno sguardo bifronte). (14) Ma quel Giano Pater è il dio primordiale e non ha solo due volti. La prima duplicità passato/presente (dietro) e presente/futuro (davanti). Ma esistono le quattro vettorialità cardinali e qui il discorso si complica. Il vedere tutto (od in ogni direzione) corrisponde al veder niente (senza il focus) ma non a non vedere il niente. Quell’eterno istante sospeso. Ma ammaestrati da ciò che ci dice Colli, dobbiamo aver presente che il “presente non esiste”... almeno nel senso che “...La vita profonda si attinge dal pozzo del passato, è più vivo ciò che è più remoto nel tempo”. (15) Ecco perché l’origine come meta. “Ursprung ist das Ziel”. L’eterno presente è quindi una “rappresentazione” anch’essa, come il passato ed il futuro, come punto inesteso (solo “volontà” o) condizione di liberazione (“Il Liberatore”, Dioniso), dall’illusione di questa millenaria tensione alla separatezza umana, alla segregazione umana dall’articolazione dei regni, da noi sempre meno associati, dell’animalità, della vegetalità, della mineralità. La physis come divina materia dell’incanto penetrabile... ripenetrabile per osmosi.
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  • Allora cercare di vedere, non solo, temendo, guardare, ma assimilando il Nulla (che in alcune tradizioni è detto anche “Assoluto” o “Zero metafisico”) che sarebbe poi semplice e diretta vita e morte assieme, (come con un crescendo inestricabile ma inarrestabile ce la filma Husserl, proprio in Fenomenologia dell’...) esperite, depurate, in tal senso però, di qualsiasi velatura di sola ingannevole speranza, che non spetti alla nostra più stretta e privata esperienza. Colli dice: “...Tale è il fondamento dell’eterno ritorno, che svela la morte come qualcosa di illusorio, di strumentale, di non definitivo. Era questo l’ottimismo raggiunto, ma non consolidato da Nietzsche. Con la morte non finisce nulla, neppure quella espressione (se non nel suo contingente momentaneo accadere) che ritornerà eternamente. Tolto l’orrore della morte, anche il dolore è trasfigurato, è visto in una luce dionisiaca, poiché esso è uno strumento, una manifestazione della vita, non della morte. Nell’immediato c’è la radice del dolore, la violenza, ma anche della gioia, il gioco. Dolore, gioia, morte esprimono l’immediato, appartengono alla vita”. (16) Ma dice bene Colli: “non consolidato”, forse per l’abbandono della “pars construens” di Schopenhauer, quella che avrebbe potuto riallacciarlo risolutivamente non solo alla sapienza, ma anche alla lucidità funzionale (il severo sorriso immemoriale della tradizione viva). Nel “Terribile segreto...”, cit., Angelino, infatti, riporta di N.: “:..Non possiamo pensare il divenire altrimenti che come passaggio da una condizione persistente dell’‘essere-morto’ a un’altra condizione persistente dell’‘essere-morto’. Attenzione! Chiamiamo ‘ciò-che-è-morto’ quanto è privo di movimento! Come se ci fosse qualcosa privo di movimento! Ciò-che-vive non è l’opposto di ciò-che-è-morto, sibbene un suo caso speciale”. (17) Il che mostra plasticamente quanto sia reversibile ogni riflessione di N. e quanto lo sia maggiormente, di conseguenza, ogni nostra interpretazione. Ma quel “Come se ci fosse qualcosa privo di movimento!”, se non ci può assicurare in sé della vita, per come noi - ordinariamente - la intendiamo, è però un’evidenza innegabile di quel movimento incessante, di quel processo di continua trasformazione a partire da ciò che noi - sempre ordinariamente - possiamo appercepire come “morte” (vuoto, nulla, niente, assenza, freddo, rigidità...). Processo che, anche quando non crediamo di averne prova od addirittura notizia, è, innegabilmente, un passaggio dalla “morte” ad altro dalla morte (alla “vita”). Mi richiama questa sollecitazione ciò che disse Evola, in un suo testo dei primi anni ‘20 del ‘900 che mutò titolazione da L’individuo e il processo del mondo a L’individuo e il divenire del mondo, ripubblicato in 3 edizioni del 1926, del 1976 e del 2015, ove, come ci ricorda Sessa, “...presentò in nuce i tratti essenziali del suo idealismo magico”. (18) In “un Nietzsche oltre Nietzsche” vengono smascherati tutti gli “abbellimenti dell’oscurità” costruiti dalla rettorica per tacitare il vero. Tutte le spinte incrociate e quasi sempre opposte che, nel continente da prima della Grande Guerra e poi, in successione alla mattanza intraeuropea, molti interpretano, sul versante “spiritualista” e molti sull’opposto “materialista”, pur ferocemente reciproci, come uno sperato e tentato ribaltamento della proterva normalità borghese e capitalistica, ha però incredibile complessità e fluttuazioni continue mediate da mille sette, gruppi, tendenze e professioni di utopia militante, con le maggiori correnti teosofiche e poi antroposofiche. Molto spesso, persino insospettabili, influenze incrociate che solo uno studio critico documentatissimo, riesce a sottrarre alla vulgata del posteriore massivo fatto compiuto ed ancor peggio alla cancellazione della comprensione. “...Per porsi lungo la via della Sophia è necessario non recedere di fronte alla visione terrifica dell’abisso, non abbellire l’oscurità che da essa promana, ma trasfonderla in malia, in meraviglia, nel riso di Zarathustra che dice sì alla terra così com’è”. (19) Queste parole di Sessa relative al N. di Evola, sembrano persino ripercorrere la polemica visione con cui Kojève (...uno per tutti, ma non tutti per uno) manifestava la sua metafisica della realtà oggettiva e che definì energologia “...che vuol essere un aggiornamento di quella hegeliana - una energologia che differisce nettamente da quella hegeliana” e poi tutta la sua paradossale “via verso Dio” con “L’ateismo”. Per lui, infatti, teisti e ateisti, sono indifferentemente diretti e guidati da “tutto ciò che è Altro”... “quel qualcosa che non è l’uomo, né il mondo, né di questo mondo”). (20) Cosa che però ci fa capire - seppur con riserve di vario genere sulle dinamiche implicate - come si possa divenire maestri segreti di due o tre generazioni intellettuali, genericamente definibili, “di confine”.
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  • Ma questo avviene anche perché: “...Il demone della scrittura, nella versione estrema, inappagata e tragica che assume in N., ci mette in crisi dinanzi alla scrittura stessa. E non significa continuare la strada di N., l’inseguirlo, come hanno fatto alcuni, su vertiginosi ‘ponti di parole”, che senza il suo pathos appaiono come sterili tele di ragno”. (21)   Bell’eco... alle orecchie.
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  • Ma ritornando a vita/morte, direi però che proprio qui il pensiero antitetico di Angelino, pur ricchissimo di tutti i percorsi classici della più grande filosofia occidentale perde il tempo rispetto al pensiero antidicotomico che non è necessariamente un pensiero solo filologico/filosofico, ma è eminentemente un pensiero del recupero necessariamente attuale (il Qui ed Ora... sempre inteso come sopra) dell’immemoriale. Ciò che si è perso in noi - ciò che purtuttavia rimane in noi - del tempo e dello spazio che non conosciamo, pensiero di quanti ci sono più vicini in questo nostro cammino di ricerca, via che persegue (nel campo delle scienze umane... ma questo vale in modo traslato per ogni campo d’indagine) il trattenere dell’esperienza praticabile. Non solo usando la necessaria prudenza che tratta il modo ascensivo, dalla fisiologia, alla neurologia, al funzionamento patologico e poi a quello integralmente normale, per arrivare a spiegare gli elementi strutturali della realtà allargata, ma, costitutivamente, anche il modo discensivo, ovvero dall’intelletto intuitivo alla consapevolezza meditativa, ciò che unisce la dimensione spirituale, il corpo sottile, il corpo materiale, sulla via della superiore dialettica priva di determinazioni escludenti, in una difficile ma praticabile coscienza soprapsichica.
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  • Sappiamo bene poi che, anche una volta chiaritasi, per noi, la partita vita-morte in chiave relazionata al dato del credere (di un credere), ma tramite l’esperire, noi non si rimane comunque esclusi dal processo dell’insieme vitale, dipendendo esso non da un credere, appunto, ma dall’avere maturato (o meno) la consapevolezza di tale coscienza soprapsichica, secondo la potenzialità offertaci dalla (sostanziale) tripartita struttura della costituzione umana. Questa rimane l’insuperabile differenza della nostra visione dal riduzionismo materialistico.
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  • In questa praticabile coscienza soprapsichica, è implicata necessariamente la disponibilità consapevole, l’approfondimento esperienziale ed il metodo appropriato, nell’opporsi ad ogni forma di prevaricazione esterna oltre ogni possibile interno cedimento. Come nei cieli contesi di una volta... (e di sempre), volare con un caccia “ognitempo”.
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  • Note:
  • I due testi sono: 1) Hans Georg Gadamer, Il dramma di Zarathustra, a cura di Carlo Angelino, Il Melangolo, Genova, 1991; e 2) Carlo Angelino, Il “terribile segreto” di Nietzsche, Il melangolo, Genova, 2000. Vi è una continuità evidente fra i due testi, uno a cura e l’altro direttamente di Angelino. Nel primo il filosofo di Genova, traduce ed introduce, la conferenza di Gadamer per il centenario dello Zarathustra, sorta di concentrato giudizio delle più importanti interpretazioni sul tema; nel secondo collaziona cinque suoi intensi interventi: “La ‘fisiologia’ della religione di F.N.”; “Una curiosa poesia di F.N.”; “Morte o caduta di Dio? (Nietzsche e Baudelaire)”; “F.N.: Dioniso contro il Crocifisso”; “Che cos’è la filosofia della religione?”.
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  • 1) Hans Georg Gadamer, Il dramma..., cit., pag. 9.
  • 2) Matteo Karawatt, Non sapevo di sapere. Psicologia, yoga, intuizione, meditazione, Teoria e pratica, La Parola, Roma, 2012, pag.25.
  • 3) Carlo Angelino, Il ‘terribile...”, cit., pag.7-10: «...E questo convincimento N. condivideva in particolare con l’amico Overbeck, che poneva proprio il tema della morte al centro delle sue riflessioni ‘filosofiche’ sulla Urgeschichte del cristianesimo: in uno dei suoi frammenti postumi editi da C.A. Bernoulli, (allievo di Overbeck, N.d.A.) in Chistentum und Kultur, 1963. Overbeck così commentava: ‘Matteo5, 48: ...siate dunque perfetti come è perfetto il padre vostro celeste’: ‘der Tod ist die gewältigste Predigt der von uns in der Bergpredigt (an dieser Stelle) gefordenten Vollkommenheit, die wir kennen und abzusehen vermögen’. Tradurrei: ‘Morte è il richiamo più potente alla perfezione, richiestaci dall’Oratio montana, (sino a qui) che si conosca e si sia in grado di prevedere». Potremmo ulteriormente dirci che, data la qualità elevatissima dell’avventura conoscitiva di Overbeck, la posizione immediatamente e coraggiosamente anticonformista e teoricamente sempre ai limiti del socialmente sopportabile, persino la parziale sequela di una teologia prima di moda e poi giudicata discutibile come quella del Ferdinand Christian Baur, guida della scuola esegetica di Tubinga, residua proprio per quel mio “incomprensibile”, di cui sopra, un differenziale comunque riscontrabile tra N. e O.. Perché N. e O. (ed intorno Lou Salomé, Paul Rée, Peter Gast, Erwin Rhode, Carl von Gersdorff, Cosima e Richard Wagner, Malwida von Meysenburg, ed ovviamente Elisabeth Forster-Nietzsche e la madre Franziska) sono anche le dramatis personae di un’avventura unica ed in quanto personaggi anche paramitologici riescono a parlarci dell’avventura pericolosa dell’esistenza (sovente) e soprattutto della ricerca (quando lo è) come sfide, sempre di complessa decifrazione. Parallelamente ai personaggi, Sinn-bilder, Ur-bilder, Denk-bilder, Vor-bilder dello Zarathustra, ruoli simbolici, archetipici, mentali, comportamentali, nell’invenzione di N.: maschere. Azzardo tale trasposizione su altro piano, perché rimasi proprio colpito dal confronto tra il più che lusinghiero giudizio espresso da Löwith nel 1956, reperibile sul libro di Lou Salomé (uscito in prima nel 1894, quindi prima di Ecce homo), ed i marginalia della sorella di N. al testo della russa. Soprattutto perché, al comprensibilissimo ed accresciuto odio per Lou, della sorella di N., dopo il ritorno nel 1893 dalla fallita avventura “Nuova Germania” del marito e di 14 famiglie tedesche in Paraguay (1887-1889 circa) ed il suicidio di lui, si aggiunge la necessità per la sorella di uscire progressivamente con articoli firmati da collaboratori del Nietzsche-Archiv, Fritz Kögel e poi Rudolf Steiner (all’epoca, 1895, anch’egli collaboratore del N.-Archiv, ancor prima di divenire guida del movimento antroposofico), avanti di dover intervenire direttamente. Puntualissima la ricostruzione (di tale progressione) nella Postfazione di Domenico M. Fazio, al libro della Lou Andreas-Salomé, “F. N. in seinenWerken”, (trad. it.: “F. N.”, a cura di Enrico Donaggio e Domenico M. Fazio, SE, Milano,2009, Postfazione, 3. ‘Eva contro Eva’, pagg. 215-225). A differenza del Kögel, però Steiner col suo libro: “F. N.. Ein Kämpfer gegen sein Zeit”, Weimar, 1895, ispirato alle parole di N., in Considerazioni Inattuali II, Sull’utilità ed il danno della storia per la vita, (trad. it.: “F. N. Un lottatore contro il suo tempo”, Carabba, Lanciano, 1935, Anno XIII, rist. anast., 2017), tratta eminentemente la propria interpretazione, ben differente sia da N. che da Lou Salomé, del concetto di superuomo. Testimonianza molto diversa da ogni altra, in quel tempo, e di non facile risoluzione al suo stesso interno. Che si dimostrerà come ben diversa, proprio per il rapporto genio/devianza, da quelle di Mann, Jaspers, Jung, Heidegger. Infatti chi approfondisce, (inserite nella traduzione italiana del libro di Steiner) la Prefazione alla prima edizione, Weimar, 1895, lo stralcio dall’Autobiografia di R. Steiner del 1924, e la Prefazione alla nuova edizione del 1926 di Eugen Kolisko, può comprendere un’unità di fondo nel giudizio nelle pur molto diverse circostanze di contesto (per Steiner) in cui quel giudizio è progressivamente maturato.
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  • E quindi solo lungo così complesse “rappresentazioni”, tutto possibilmente sommato e detratto, si può considerare quel mio “incomprensibile”. Che Gurdjieff (ma, beninteso, qui solo come collettore di altre tradizioni interpretative al riguardo), porrebbe tra essenza e personalità. Tra chi cioè investe tutto il proprio capitale energetico in un’impresa conoscitiva anche a rischio di fallimento totale (l’égarement orgiastico di Dioniso) e chi sa amministrare, magari per raro merito derivatogli da altre riserve accumulate con altri stili di vita e sempre oculatamente rese stabili e con una gestione magistrale delle maschere di scena (la difficile sintesi apollinea), un vitale capitale residuo. Nella solo mondana vita comune, attestato pure il persistente coraggio testimoniale di O. verso l’amico scomparso, ciò, da parte mia, sarebbe deviante ed ingeneroso. Perché comunque resta il grande lascito di N.: la volontà di verità allo stremo, che coinvolge tutti i suoi più profondi interpreti, coloro che hanno fatto di lui non un mito ma un severo discrimine (per troppi incomprensibile) di differenze ed, al proposito, mi sorprese proprio quella frase di Rudolf Steiner: “Ci si può abbandonare gioiosamente alla luce del suo spirito, col senso di pietà, col senso di piena libertà, poiché ove spuntasse la idea che egli intenda imporci di consentire - come fanno Haeckel o Spencer - le parole di Nietzsche si sente che comincerebbero a ridere”. (R. S., F. N. Lottatore contro..., cit., pag. 25). Le sue parole... forse, il suo indagatore sorriso, meno.
  • 4) H. G. Gadamer, Il dramma..., cit., pag 52. Anche (pag. 26-27): “...Il vero compito filosofico che pone il pensiero di N. consiste certamente nel risolvere l’apparente inconciliabilità di volontà di potenza ed eterno ritorno dell’identico. E in ciò mi pare di poter indicare l’autentico contributo di Martin Heidegger che, pur con l’abituale violenza che caratterizza le sue interpretazioni, ha in questo caso trovato la prospettiva decisiva: una soluzione di quell’apparente contrasto che mi parve subito plausibile e chiara. Le teorie nietzscheane sono fra loro complementari e sono solo le due facce di una stessa medaglia. La volontà di potenza, che non vuole qualcosa ma se stessa, è volontà di volere, e l’anello dell’eterno ritorno smaschera ogni volizione e scelta, ogni evasione e ogni speranza come una sorta di follia. Entrambi questi aspetti dissolvono il problema del senso, dello scopo. E in ciò Heidegger scorge ed individua il risultato ultimo del pensiero nietzscheano...”. Devo dire che se questa soluzione soddisfa Gadamer ed ovviamente Heidegger, non soddisfa molti altri sia in una direzione che in un’altra. Una direzione interpreta lo scoprimento a tutti i costi del senso dell’essere (come tenta di fare Heidegger) restando nella prospettiva sostanzialmente religiosa se non del tutto metafisica, (paradossalmente, ma non eccessivamente perché prima e dopo di lui c’è tutto un milieu di pensiero prima in Germania e poi in Francia, che lo fa convintamente, indagando il proprio rapporto col sacro tramite meccanismi fenomenologici di rilevazione anche a-spirituali se non del tutto materialisti), cosa anche meno radicale di quella di N., che opterebbe, alla fine del suo percorso, solo nell’investimento di senso (pur frustrato), in qualità di volontà di volere o potenza, che dir si voglia ed in un quadro di pura referenza naturale. Nulla di mistico o misticheggiante. E non per tutti, necessariamente, lo scoprimento o svelamento del “non senso”, in tal caso pulsionale e/o metodologico, priverebbe di appiglio, euforia, felicità, rispecchiamento, nel togliere il velo, privando lo svelamento di ogni aura, dorata o nigra che sia. Molti potrebbero persino ritenersi soddisfatti di svelare lo svelamento come ultimo mito dell’ultimo uomo, ovvero il nulla (totale) dietro l’eterno ritorno. Ma questo fa parte - forse - e dico forse perché non riesco bene a capire il grado di correlazione tra moda culturale ed influsso ineliminabile del grande (opposto e pur sovente intrecciato) alone di potenza interpretativa, (-Forschung) quale fu quello kantiano, hegeliano e poi, appunto, fenomenologico e specificatamente heideggeriano. Come dice G. F. Lami in Qui e Ora... cit, pag.42: “...Ogni dis-velamento, ogni operazione che decostruisce e differenzia, all’interno di una struttura preesistente, mette allo scoperto la inadeguatezza di certi supporti, di certi sostegni istituzionali, di certi simboli ordinanti, ma soltanto per sostituirli in un’identità rinnovata e, alla fine, ”ritrovata”. Ogni fase critica incide sulla compattezza di una mentalità, indebolita dall’evoluzione della logica sociale, ma produce, a sua volta, nuovi valori e forze, che si ricompattano in una diversa ‘insularità antropologica’. In questo processo di ordinaria ‘de-costruzione’ e ‘ricostruzione’, suona l’intonazione del Faust goethiano: ‘Fermati, attimo, sei bello!’...” A proposito delle siderali convergenze parallelle Goethe-Nietzsche, proprio Rudolf Steiner ha detto cose interessanti sul non voler parlare di mistica e sul non volere essere mistici: “...Goethe trovò nella realtà della natura lo spirito: Nietzsche perdette nel suo sogno della natura il mito spirituale”.   (F.N. Lottatore contro..., cit. pag. 33) E comunque - per noi, a riguardo della sostanza - tale compiacimento non cancellerebbe la contraddizione di un ritornare, in ogni operazione complessiva, del nulla. Ma il nulla, totale, se esistesse, sarebbe la morte continua e non alternata. Chi la afferma così, l’afferma incondizionata, necessariamente, anche se non appare quasi mai far base logica su questa banale considerazione.
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  • Invece, da tutt’altra direzione, potremmo noi allora chiederci veramente cosa fosse per N. (per capire poi cosa sia davvero per noi) questo eterno ritorno dell’identico. E cosa sia stato in fondo anche per l’interprete Heidegger, se lo Jünger parla (nel convegno pisano del 1977, cit.), al proposito, del lavoro ben più che etimologico, ben più che filologico, del suo amico Heidegger. Dice infatti: “...è forse cosa consueta l’approvazione universale, al sorgere di fenomeni del mondo dello spirito?” “Fenomeno del mondo dello spirito” sarebbe quindi, e proprio per J., il pensiero di Heidegger. Non credo lo dicesse nel senso dello spirito mondano, intellettuale, filosofico, artistico, etc, etc... Ma forse nessuno parla proprio dell’altro ma solo di se stesso tramite gli altri, o, in caso più rispettoso di sé e degli altri, del portato che gli altri forniscono per la messa a fuoco del sé. A maggior ragione allora per noi... il sentire l’eterno ritorno, in tutte le possibili gradazioni della ripetizione, nel respiro del mondo e non solo come alcuni amici di N. derubricavano “il terribile segreto”, come un scontato repêchage filologico-filosofico della teoria classica. Perché noi pensiamo, effettivamente, in termini di ritmica, di respiro. Di pieno/vuoto. Istruttiva, come posizione limite, al proposito, proprio la parabola che incarna Kojéve per illustrare la logica delle antecedenze causali nel proprio processo a fasi inclusive che parte dal kantismo, s’appropria delle dottrine orientali, fa la tesi su Solov’ëv, frequenta il circolo degli “euroasiatici” filosofi e/o messianici, matematici, storici delle scienze e mistici, (Berdiaev, Karsavin...), studia matematica e fisica, poi affronta con soluzione mediata la querelle du determinisme, nel suo “L’idée du déterminisme dans la physique classique et dans la physique moderne” (1932), l’attraversamento (scopertosi, poi, del tutto) personale dell’hegelismo nei famosissimi seminari del 1933-34 all’École Pratique des Hautes Études, che, come dice Filoni, “rimane, in fondo, l’immagine speculare atea di un’interpretazione teologica” tramite anche la forte mediazione di Heidegger. Ed ancora la fenomenologia husserlaina della assenza/presenza del sacro e sotto l’ala di Koyré l’epistemologia ove le “due culture” transitivamente si confrontano, tramite Bachelard, Natorp, Meyreson, Carnot, Einstein, Bohr, Fermi, Heisemberg, Plank, de Broglie, Born, Langevine..., in quella deriva conoscitiva che Morin definirà come “scomparsa delle Leggi sostituite da costrizioni, invarianze, costanti, regolarità varie e diverse nell’universo”. Ed ancora il proprio sistema filosofico ateista che lo conduce verso l’al di fuori del mondo, e cioè in quella da lui denomina via verso Dio che persegue (quindi, nella sua visione, molto meno isolata di quanto normalmente non si reputi) sia il deista che trova, comunque declinato, Qualcosa, sia l’ateo che trova, comunque dato come condizione certa, il Niente. (Che a questo punto non si saprebbe neanche intuire, nella sua sostanza, oltreché, ovviamente definire). Sino ad arrivare alla risoluzione dell’infinito pensare in una condizione esistenziale ed intellettuale (rimbaudiana rovesciata), di produzione di segretariato ad altissimo livello e capacità di pressione, sia amministrativa che diplomatica e geostrategica - l’Impero Latino - formativa ed informativa.
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  • La metafora dell’anello d’oro (fatta nei famosi seminari che colpì profondamente l’uditorio e poi trascritta in A. K., Introduction à la lecture de Hegel , Gallimard, 1962, trad. ital.: A. K., Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano, 1996, pag. 604), però, a mio avviso, racchiude tutto ciò che Kojéve ci ha potuto indicare, col suo dualismo dialettico (...che mi ricorda molto da vicino il Non Duale Advaita Vedānta... se non ne è solo una sorta di parodia), qualsiasi sia la nostra provenienza e la nostra destinazione, venendo da mondi difficili ed andando verso orizzonti non meno inquietanti. L’oro è Natura, il buco è l’Uomo e l’anello è lo Spirito. Anche se io la interpreto, ovviamente, in chiave spiritualista, lui in categorie logiche universali.
  • 5) C. G. Jung, Lettera del 28 agosto 1945 a P. W. Martin, in: Romano Màdera, Carl Gustav Jung, Feltrinelli, Milano, 2016, pag. 96.
  • 6) Edmund Husserl, Fenomenologia dell’inconscio . I casi limite della coscienza, a cura di Mariannina Failla, Mimesis, Mi, 2021. Testo tedesco-italiano a fronte.
  • 7) Sandro Giovannini, relazione al convegno organizzato da Vittorio Vettori all’Accademia dell’Ussaro a Pisa, inverno 1977 con interventi di Jünger, Vettori, Giovannini, Gianfranceschi, Eliade ed altri e poi riportato in volume nel 1986 in: Revisione, “La riscoperta del sacro da Heidegger a Eliade”, anno XIV, 1985-86 n°59-62, con successivi interventi aggiunti negli atti. La relazione non ripubblicata nel mio primo libro di saggi “L’armonioso fine”, SEB, Milano, 2005, è in capo al secondo libro di saggi “...come vacuità e destino”, NovAntico, Pinerolo, 2013.
  • 8) Giuseppe Casale, Gian Franco Lami, Qui e Ora. Per una filosofia dell’eterno presente, Il Cerchio, Rimini, 2011.
  • 9) Carlo Angelino, Il “terribile segreto” di N...., cit., pag.10
  • 10) Hans Georg Gadamer, Il dramma di Z., cit., pag. 27.
  • 11) Hans Georg Gadamer, Il dramma di Z., cit., pag. 34.
  • 12) Carlo Angelino, Il “terribile segreto” di N...., cit., pag.15.
  • 13) Art. pubbl. 02.05.2018, Journal of High Energy Physics. Internet.
  • 14) Carlo Angelino, Il “terribile segreto” di N...., cit., pag. 46.
  • 15) Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano, pag. 63.
  • 16) Giorgio Colli, cit., pag 105.
  • 17) F. N., Frammenti postumi, Frammento immediatamente seguente quello in cui N. (Sils Maria, inizio agosto 1881), presenta per la prima volta il pensiero dell’eterno ritorno, pag. 17, di “Il terribile segreto...”, cit.
  • 18) Iulius Evola, Par delà Nietzsche, Nino Aragno Editore, 2015, pag. 17, a cura di Gianfranco de Turris, con Premessa di Alessandro Giuli, testo introduttivo di Giovanni Sessa: ‘J. E. e la metafisica della gioventù’, testo francese di Evola, testo finale di Andrea Scarabelli: ‘Evola e Nietzsche ovvero sulle audaci affermazioni di un giovane scrittore’.
  • 19) Iulius Evola, Par delà..., cit., pag. 18.
  • 20) Marco Filoni, L’azione politica del filosofo. La vita e il pensiero di Alexandre Kojève, Bollati Boringhieri, Nuova ediz., 2021, rif. a: A. Kojève, L’ateismo, trad. ital., Quodlibet, macerata, 2008, pag. 104. In tale direzione - di comprensione degli intrecci imperdonabili, ma non solo - c’è il bellissimo testo di Federico Gizzi, uscito sul n° 43, 2009 (ultimo numero di 3 serie successive) di “Letteratura-Tradizione”, dal titolo “L’evocazione del sacro perduto: dal George-Kreis al Collège de Sociologie”, ora leggibile su “Rivista online Heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com   Per comodità si riporta uno stralcio dalla parte iniziale ove F. Gizzi riassume la ragione essenziale del suo scritto:
  • ...
  • «...Il focus di questo contributo è centrato su due ambiti delimitati, il George-Kreis e il Collège de Sociologie, ormai piuttosto ben studiati e sui quali ambiti, ovvero sui protagonisti di essi, esistono diverse opere imprescindibili, alle quali si rimanda [2], il che mi esenta dal trattarne diffusamente e generalmente. Mi è invece sembrato più interessante trattarne a luce radente, diciamo, alcuni aspetti comparativi, marcandone differenze ed analogie, osservandone alcuni aspetti fenomenologici peculiari, e soprattutto inserendo questi ambiti, ed i loro protagonisti, nelle vicende storiche di cui, pur nella discrezione del loro essere ed operare, si sono trovati ad essere spettatori e talvolta anche attori; quell’insieme di vicende, che, tra fine del XIX secolo e metà del XX, possiamo riassumere nel termine Tramonto dell’Occidente ed ingresso (dell’Europa) nella Post-storia [3]. L’interesse per questi due ambiti, ciascuno a suo modo così elitario, è cominciato per me quando incontrai la figura del tutto eccezionale di Alfred Schuler, che potremmo definire lo psicopompo del George-Kreis [4]; di questo autore, e della sua opera principale, ho avuto modo di trattare nel n° 29 della rivista La Cittadella, dove, parlandone più diffusamente, ho abbozzato il confronto con gli ambiti propri al Collège [5]. Qui invece il baricentro della narrazione è spostato su quest’ultimo gruppo, che ho cercato di posizionare all’interno di un vastissimo insieme di relazioni palesi e segrete che segnano la storia culturale, e non solo, del Novecento europeo. Parlare di relazioni palesi e segrete non vuol certo suggerire, gli Dei ci consentano di sfuggirne sempre, una visione volgarmente complottistica degli eventi storici; piuttosto, invitare a vedere, del tessuto storico, la trama e l’ordito. E’ stato detto che quel che spesso ci manca è una storia gnostica, che sappia leggere gli intersignes che punteggiano così di frequente, a saperli vedere, il tempo storico [6]. Questo scritto, con molta presunzione, ambirebbe anche a fornire un contributo in questa direzione. Un’ultima osservazione, relativa allo stile di queste pagine; uno scrittore dei nostri tempi, Jean Parvulesco, ha sostenuto più volte con forza che i tempi presenti, e l’affrontare determinati argomenti, richiedano da parte dello scrittore l’utilizzo dello stile esaltato, l’unico atto a far emergere certi specifici contenuti. Benché non sia uno scrittore, ho tentato di praticare, in una determinata misura, la stessa scelta [7]. Se anche minimamente vi sia riuscito, questo, ovviamente, è giudizio che spetta al benevolo lettore. Le note al testo, bibliografiche o meno, hanno anche il compito di riequilibrare lo scritto e ancorarlo alle modalità consuete della prosa saggistica....»
  • 21) Giorgio Colli, cit., pag 141.

Marco Rossi


  • “LA GRANDE FINANZA E L’OCCIDENTE.
  • I retroscena di una guerra sconosciuta”
  • di Marco Rossi,
  • (Arŷa Edizioni,  Genova, Dicembre 2022)
  • L’infinita diatriba su ciò che è possibile e ciò ch’è impossibile dimostrare di un processo (storico) in corso - comunque sostanzialmente evidente nelle sue linee guida - e sulle sue cause dirette ed indirette, remote e prossime, continuerà, sempre più avviluppato nelle procurate cortine fumogene. La “negazione plausibile” infatti, nata esponenzialmente al centro di tutte le tecniche ibride di confrontazione che dominano il mondo attuale ed a venire, sino ad un esito parossistico e forse non umanisticamente augurabile, ormai traborda in ogni campo dello scibile per meccanica osmosi.  In quello che impropriamente chiamiamo il nostro mondo, tra inestricabili paci e guerre, sempre più confusamente ma strumentalmente avvinte.  
  • ...
  • Al centro di ogni cosa, più di sempre, s’afferma lo stravolgimento totale della diversamente declinata verità da chi possiede il denaro assoluto come mezzo e fine e non solo più come mezzo.  (Fondamentale, al proposito, il passaggio di paradigma dimostrato compiutamente dal testo).  E questo è esponenziale, appunto come non mai, in relazione al vortice complessivo delle totalitarie tecnologie ed arti contemporanee, entrate in un turbine di dimensioni conoscitive sempre più incomunicabili, specializzate ed autoreferenziali, seppur di necessità volgarmente comunicate, “giustificando”, come nel libro dei morti egizio e nel Bardo Thodol tibetano, le formule rituali per i passaggi di stato, con i loro stadi intermedi.  Nel caso a noi più prossimo, col clinamen del massificato ottundimento inesorabile verso la soglia di passaggio ad un’altra epoca.  Nell’attuale condizione astrattamente materialistica, infatti, le paradossali “convergenze parallele” dei nuovi incerti paradigmi cosmologici (nell’immensamente grande... ma avvenendo questo parallelamente nell’immensamente piccolo) si traducono in conoscenze ipotetiche, tra “materia visibile” (“reale”) e “materia oscura” o “invisibile” e tra “buchi neri” ove tutto si perde gravitazionalmente e “buchi bianchi”, da cui tutto ipoteticamente potrebbe irradiare, tanto per cercare di rimanere in metafora.  Ora con il capovolgimento di ogni parametro ordinato intelligentemente alla physis per un’ulteriore successiva ripresa, che non verrà però per sole meccaniche celesti ma per scelte rispecchianti, di quelle forze immani, l’essenziale principio ordinante  E so bene che quest’allargamento di consapevolezza intuitiva o d’intuizione discriminante, che sto ora operando non in linea con una consueta recensione e che, se volessimo proprio esagerare potremmo anche chiamare una sorta d’antindividuale “buddhi”, si presterebbe facilmente a vari sorrisetti e distinguo. 
  • ...
  • Purtroppo la distanza che si pone duramente tra comprendere e rifiutarsi di mettersi in un gioco oltrefisico, è la stessa, ad esempio, per la quale un serio studioso di ideografia usa infinite cautele (...ed è dir poco...) nella traduzione verso una lingua sillabica.  I due mondi, naturalmente referenziati, possono infatti sicuramente spartirsi l’infinita originaria complessità del tutto, ma nelle epoche si sono evoluti (al di là e persino deviando grandemente dalle matrici identitarie) tramite iconologie diversificate per senso e potenza.  E questo non riesce bene a tradursi in comprensione allargata, se non lungo la lama a doppio taglio dell’approfondimento estremo (specialistico e supersettoriale) se vuole concedersi nulla o poco al senso comune.  E, consustanziale all’abbandono del luogo comune, sempre manovrabile a dritta ed a manca, (...potrebbe e dovrebbe avvenire) la divaricazione non insulsa e non costitutivamente deviabile dalla predominanza politica/sociale del “secolo”.  Lo stesso linguaggio postmoderno, cosiddetto “alto”, riacquista così paradossalmente un suo taglio “gnostico”, ma questo in termini puramente verbalistici, attraente trappola formalistica ove la forma perde ogni sua sostanzialità, perché la possibilità della lingua, sfibrata tra un linguaggio massificato/oggettualizzato ed un gergo tecnologico/virtuale incapace di fornire senso se non a se medesimo, supporta sempre meno una vera traducibilità comunicazionale se non con metafore troppo spesso scadute per tempi e scadenti per struttura. 
  • ...
  • Lungo la stessa china, l’universo occidentale, dominato ormai dall’anglosfera (all’interno della quale - come puntualmente investiga Marco Rossi - contraddizioni storiche conseguenti si sono poi sostanzialmente risolte in mutate ma necessariamente accordate nuove complessive proiezioni di potere), non potrebbe essere, per logica deriva, che la massima espressione di certe qualificazioni originarie (ed illuminativamente di certe prassi... quali il divide et impera) quanto assieme il relativo estremo tradimento delle medesime, per eccesso di pressione interna e carenza crescente di attrattiva esterna.  Per perdita di coppia nel motore immobile interno.  Logica ciclica.  Il tutto quindi nella ben prevedibile e terminale hybris imperialistica, non più solo trattenuta in pur immense aree di referenza, ma ormai globalisticamente indefinibile nella propria spinta universalistica. I sempre suadenti paradigmi geopolitici terra e mare et similia (con i loro geneticamente sconcertanti - e quindi rigettabili - trapianti di cuore) ne sono l’emblematica (ma rivelatoria) soglia di passaggio.  Carte del mazzo del Grande Gioco, ove, con suadenti metafore acchiappatutto,  opere d'arte molto intellettualizzate anch'esse, tendono a perdersi i seminali originari.
  • ...
  • Ma, drammaticamente, oltre ogni tentativo di concettualizzazione, l’azzardo massimo, per certe élites di nuovo convintamente e dominantemente “portatesi all’estremo” come direbbe Girad, è, ancor più di sempre, considerato inevitabile e decisivo (...ora e non più) perché vitale.   Nell'era atomica. 
  • ...
  • E tutto questo, diversamente da quanti s’illudano, pur generosamente, di una “separatezza serena”, per un intelletto discriminante definibile una volta “puro” dalle più diverse dinamiche coscienziali, risulta personalmente penoso ed, a maggior scorno di giustizia, socialmente avversato, nella migliore delle ipotesi.  
  • ...
  • Anche se non è sufficiente la più fitta cortina fumogena per toglierci il focus visivo sopra le ciglia chiuse, se prima si è letto ad occhi ben aperti un testo come questo, incalzante, irrefutabile in precisi riferimenti storici e relative interpretazioni, anche ben diverse per provenienza ideologica e stile di comprensione, ma concordanti oltre ogni ragionevole dubbio.  L’autore potrà ben essere silenziato o minimizzato sino all’irrilevanza, ma la sostanza del suo meccanismo logico essenziale e non orpellato da nessuna deriva superficialmente letteralista (...le mode interpretative che vanno e vengono e lasciano sulla spiaggia oceanica i detriti e gli scarti di ogni diffusa passione irriflessa), non rimane toccata ed è libera offerta al libero pensiero. 
  • ...
  • Marco Rossi, come pochi altri da me conosciuti, riesce a governare saldamente un suo taglio critico estremamente equilibrato pur con sincera visione metapolitica (sincera in funzione proprio di quell’equilibrio), all’interno di una progressione ben credibile di eventi e relativi accuratissimi rilievi critici.  Disincantato quand(t)o necessario e mai più del necessario e neanche infinitesimamente vile, nella minimizzazione o nel nascondimento di tutto ciò che è processo naturalmente ed artificiosamente occultato, capziosamente deviato, strumentalmente riversato e sempre finalisticamente gestito.  Anche storiograficamente.  Questo, invece, è il tipico testo storico che se non fossimo governati da infinitamente deboli e/o più o meno consapevolmente servi, potrebbe costituire un vero strumento critico, non solo per diatribe “bizantine” su linee storiche di risacca, ma per procedimenti illuminativi sul senso di lungo e determinante periodo.  In tutti i capitoli s’afferma una consapevolezza coerente e distesa, che procede con un metodo allenato e sempre estremamente cauto pur nella “decisione”.  In più, ad un lettore non professionista come me, l’estrema accortezza di una sensibilità cresciuta con grandi esempi maestrali ma in una minorità di potere e così lungamente addestrata a portare prove ad iosa sino allo sfinimento (probabilmente e comprensibilmente del tutto inefficaci), per un metodo ben consapevole della diffusa malevolenza storiografica contemporanea, risulta addirittura pleonastica, ma questo significa poco (anzi niente), perché qui non è in gioco solo una generica sensibilità di lettura, mia e speriamo di tanti altri, ma soprattutto un’irriducibile qualità d’intuizione discriminante.  
  • ...
  • Il libro di Marco Rossi, profondo, accuratissimo ed onesto, è quindi adatto ad anziani come me ma forse - per il suo crisma non edificante ma problematizzante, ovvero richiamante ad un impegno mai arreso per adattamento a falsi miti - ancor più a giovani che siano veramente capaci di leggere con una mente aperta ed un cuore (minimamente) avventuroso.


 

  • Coloreria Shamash

  • A proposito di
  • Coloreria Schamash
  • di Lorenzo Pica e Raffaele Rogaia
  • (Morlacchi Editore, Perugia, 2017) 
  • rec. di
  • Sandro Giovannini


  • In genere non riesco a scrivere di un libro, immediatamente, alla fine della lettura. A volte faccio passare mesi quando non anni, per un mio difetto di contemporaneità, per un’illusione di atemporalità. Ma in questo caso sono stato indotto dalle varie stimolanti contraddizioni che si sono svolte nel mio cervello in risonanza con la complessità agente del testo. Ed i giorni persi nel labirinto del tempo giocano comunque per una giusta distanza dall’edizione, che è, infatti, del 2017.
  • La struttura innanzitutto, un sentiero erto che sale verso una collina - di pensier in pensier di monte in monte, iter ad Parnassum - da cui si domina dall’alto Parigi, gli idoli della mente e gli echi della vita, ovvero i generi, il racconto, la storia, altre città formicolanti e campagne semidesolate, la vita, l’arte, la cronaca, la guerra, il nascondimento, la circolare discriminazione degli uni contro gli altri, la fuga, la fame, la disperazione, la lotta, la morte, la rara luce e, come suggella il poeta l’infinita vanità del tutto.
  • ...
  • E poi il linguaggio, che s’adatta sapientemente alla costruzione architettonica, ove l’ampio spazio, ma certo non qui, ormai rare volte geniale ed accogliente, trova quasi sempre un bianco accecante di senso storico, a dritta ed a manca del razionalizzato e dell’astratto, diversamente da ciò che un’anima ingenua potrebbe aspettarsi, nel naturale ed ineliminabile cretto terrestre, ovvero un carico di colori che si volga al pigmento denso, scuro ed avvolgente, a questo punto cementificato nel bene e nel male. Oggi, di seguito alle nostre cicliche fobie, sterilizziamo tutto per orrore di batteri e virus ma il marcio unto del mondo ci avvolge comunque alle spalle, appena si perda (...clinamen epocale, guerra), sofferentemente, quell’illusione della pulizia radicale, quel bianco dell’astrazione minimalista, autoritaria o modaiola che sia, comunque quell’esausta utopia sacra della luce.
  • ...
  • I due giovani autori edificano una narrativa matura e necessariamente molto studiata e ben significante alla distanza, anche se a corto raggio potrebbe reputarsi forzata. Infatti si apre, in un continuo braccio di ferro espressivo, la ripetizione dei due moduli narrativi: la prolessi coraggiosamente inaugurando il tutto, in alto a destra della pagina con avvertenza secca di ora del giorno, e di seguito sempre l’analessi, che però non è meno deuteragonista della storia, con un - in alto al centro - ricapitolo d’antan, “...dove si racconta dell...”. Sconcerta forse un poco che si inizi dalla contemporaneità della fine della fabula, ovvero come si dice oggi dal flashfoward, mentre il basso continuo del flashback, non comporti necessariamente un meno drammatico, meno pulsante o forse meno oscuramente sentito incombere della storia complessiva, di suo né edificante, né qui ideologicamente spiattellata. Infatti tutti gli attori sono sospesi in una loro ultimità del momento che tende spasmodicamente al futuro come via di fuga dalla miseria del presente ma ha al piede la palla di piombo di un passato occhiuto e sostanzialmente irredimibile. Tutti moriamo, alla fine, per il nostro aggregato esistenziale, nessuno si salva da se stesso. E questo è un sortilegio immediatamente percepibile della coloreria che porta bene - a mio privatissimo parere - alle quattro mani che scrivono, perché anche se non è dubitabile per quale tesi propendano, è giocato sapientemente il giorno per giorno che spera e dispera assieme, più disteso o più duro, come poi avviene nella realtà della vita di tutti noi, senza che il più delle volte, nell’inesauribili illusioni ed amate riassicurazioni, ci si possa ben render conto di quanto tutto tenda a scivolare, anche o forse soprattutto, contro la nostra volontà. Certo... la volontà... è un cerbero che acquista e conquista quasi tutto l’acquistabile ed il conquistabile, sia degli eserciti più o meno automatici, sia degli artisti più o meno sonnambolici, sia persino degli scettici più o meno propagati che s’adattino a tutte le possibili ed impossibili miserie ed a tutte le favorite umiliazioni. Il successo vero, finto o mimato, domina la vita sino al punto da renderci estranei a noi stessi, non al nostro invisibile e greve sacco nero, ma alle vesti nuove che sogniamo finalmente di sostituire a quelle stazzonate (in un’apoteosi di decorazioni sopra le nostre spalle) e che si rivelano il più delle volte, conseguentemente, bizzarre, incongrue, persino, alla fine, risibilmente insulse.
  • ...
  • Ma qui si porrebbe un’altra interrogazione. Se la discrezione degli autori sulla vicenda morale del “guasto della miseria”, sia una giusta strategia che lasci a ciascuno di noi lettori la libertà e la responsabilità di un giudizio non solo storico, ma strettamente individuale, nostro e personalissimo, sulla stortura medesima ed i suoi effetti decisivi e perversi. Ad esempio, il fastidio che ho sempre provato per la discrasia terminale di molte vite che sorprendono per la loro incongruenza tra sofferenze subite e sofferenze restituite è una mia distorsione del giudizio complessivo, radicale rifiuto per cui qualsiasi genialità anche la più indiscutibile, per ingenerosità non meriti mai il perdono? ¿Ed il perdono stesso non sarebbe poi una dimensione estranea (un dover essere ancor meno vocazionale che sostanziale) ad ogni primario valore della vita? ¿Oppure, nell’incertezza, altrettanto radicale, è meglio sospendere il giudizio e stendere un velo d’umana pietà sulla differenza tra un’anima generosa ed una rancorosa? ¿In attesa di che? (...¿se non di noi stessi?). Questa è una domanda che non necessariamente odora di sacrestie, ma che interroga profondamente e forse irreversibilmente sul nostro intuibile livello esistenziale. Perché poi è facile constatare come troppi - persino dei più, a loro modo, fertili - restituiscano, appena possibile, oblio, distanza, estraneità e persino odio.
  • ...
  • Ed, indipendentemente da quanto possa sembrare involversi la mia reazione rispetto ad una serie di domande imperdonabili, è merito del metodo di tale libro, di averle suscitate. Comunque la buona novella delle quattro mani è che qui non si fa la solita apologia dei belli/brutti e dannati, lieta quanto quasi sempre irresponsabile, e soprattutto falsa, perché i puzzolenti e gli sporchi sono poi aborriti - e giustamente - dalle donne, e il carico insopportato delle sofferenze ci insegna che snaturarsi - ovvero portarsi là dove si avanza sempre (...¿per arrivare a quale traguardo?..e, troppo spesso, nel fango e nella polvere) e non ci si ritira mai - è portarsi all’estremo. All’estremo di noi stessi. Più che guardare in quel vortice.
  • ...
  • Ecco perché, da noi, in un’epoca come l’attuale, si cerca di far dominare la tinta pastello, in un’orgia di giustificata ipocrisia, costretti poi come siamo ad esorcizzare i nostri incubi di sempre... a peste a fame a bello... i bianchi lisciati e lancinanti e il fosco grezzo della materia dura, si combattono come non mai, si rendono estranei come non mai e credo che i due architetti autori, ne siano ben consapevoli, sino al punto di farne la cifra segreta di questo testo, fuori da ogni prevedibile schema. Di questo gli sono proprio debitore come lettore, singolarmente. Il che non significa affatto, anzi il contrario, che il tutto non sia estremamente pensato. Al di là dei due registri narrativi - prolessi e metalessi - ci sono tanti altri segnacoli continui che mimano i diversi livelli di consapevolezza critica, dal “...dico io...” della riconoscibile voce dentro/fuori campo, agli inserti di comunicati della propaganda di guerra, tutti ben adatti alla bisogna del raccordo, e tutti ormai ben presenti nella coscienza avvertita. Le note e le foto stesse, tutte sapientemente marcate e sorta di paratesto vibrante, sono quindi non meri espedienti, ma strumenti ben godibili nell’inconscio medio di un lettore contemporaneo. C’è anche qualche iperbole narrativa, finemente poetica, come la griglia della finestrella nel buco ipernascosto, rifugio dell’ebreo in fuga, che diventa ascissa ed ordinata, more pythagorico, del suo spiare all’esterno, tipico autoriflesso di colui ch’è abituato non solo a vedere ma a guardare, parafrasi ironica, azzarderei quasi sacrale, nel suo... al di là di bene e male. Cosa che in più - criticamente - stringe ed allenta assieme le maglie del velo voyeuristico/artistico e che è rigiocata - a suo modo - persino da un ospite/soccorritore, nella sua totale spietatezza ributtante ma anche illuminante, il grande falsario e mediocre pittore, che s’affaccia alla fine del libro. Ma decisivo per l’esito del protagonista, ovvero la fuga terminale nell’Olanda ancora tra le truppe in lotta ed il suo definitivo annegare, quando quasi libero.
  • ...
  • Tre utilissime introduzioni corredano il testo.
  • Prima: Apocalisse con figure, di Marco Genzolini. Una “geo-estetica” (che poi è il vero e proprio protagonismo dei luoghi tramite il genius loci, ribadito anche da Simone Germini, non solo dichiarato ma ben realizzato lungo tutto il testo) non sembra proprio quella - per l’estrema accortezza espressiva - di un “romanzo divulgativo”. Invece è indiscutibile la sottolineatura della storicizzata profezia sul “suicidio europeo” nel matttatoio duplicato nella prima metà del secolo feroce.
  • Seconda: Parigi come leggenda, di Flavio Cuniberto, che, da par suo, sviluppa una serie inestricabile di urgenze profonde che fanno precipitare in Parigi, nate da ogni vicina e lontana landa, una frenesia espressiva nella compresenza magmatica e quasi insondabile delle corrispondenze fra inconscio, décadence, arcaico, primitivo, simbolico, rarefazione tonale e figurativa, scomposizione analitica, futurismo, dada, surrealismo, costruttivismo razionalizzato, nuovi spiritualismi, infine recupero e piena esaltazione delle pulsioni imperialistiche grandiosamente tragiche ed assieme millantatrici... Tutto interpretato come contraddittorio percorso di riemersione dell’onda lunga del Romanticismo, ma sotto l’influsso di uno sterminato radicalismo nichilista.
  • Terza ed ultima: “L’Introduzione all’opera” di Simone Germini, sodale dei due autori, che puntualizza alcune caratteristiche della struttura, del linguaggio e della poca conformità cartolinesca del tutto. Aiuta a trarsi da facili conclusioni anche la didascalia “Parigi era sporcizia, malattia e povertà mostruosa”... messa, quasi indecifrabile, sotto la vetrina della coloreria, in seconda di copertina.
  • ...
  • Un libro realmente affascinante, che restituisce fra tanta differenziata spazzatura verbale ed ideologica, il piacere grande d’immergersi in un sogno ingegnoso che è a tratti incubo e rêverie, come è, più o meno, tutta la nostra vita. Un solo errore storico, che mi spiace proprio, sinceramente, aver dovuto registrare.

  • Dalla porta cornea

  • “Il   Tricolore,  simbolo  e   logos
  •  di
  • Sandro Giovannini
  • (Questo breve scritto è il testo del "rotolo corto"
  • - volumen -  edito il 21 aprile 2007,
  • dedicato al nostro simbolo nazionale. In finale le indicazioni grafiche ed editoriali)

  • Il simbolo del “tricolore” viene prima del logos del tricolore...
  • ...Perché il simbolo è plurivalente e contiene in sé una potenzialità di possibili e di compossibili.   Il logos ne può essere un tentativo, poi, di esplicitazione, ma, nel sceverare la complessità inesauribile del simbolo, porta ad una frammentazioni di significati e di significanti, a possibili successive interpretazioni, di cui molte sicuramente legittime ed assieme divaricanti. Nel simbolo invece c’è ancora tutta la potenza, inespressa ma inesauribile, degli universi di riferimento ontologici, confessionali, mitici, filosofici, astrologici, rituali, emozionali, materiali e quindi comunicazionali. Quando, ad esempio, ovviamente a contrariis, e quindi risalendo la scivolosa ripa del tempo, cerchiamo disperatamente d’intuire prima e di comprendere poi, perché il 3 agisca (anche) nel campo del colore e ne troviamo barlumi di senso nel mondo a noi ancor noto del rapporto con l’universo astrologico, con la fascinazione del mutamento e del suono promanante dall’interagire dell’Unità e della Dualità, e poi, in mille esempi, nell’esperienza del mondo e del tempo, tra loro collegati o comunque interagenti, nel campo del Sacro, dell’eroico, del sacrificio, del gioco, della rivoluzione, del ritorno all’ordine… allora cominciamo ad intendere che il simbolo può da noi essere ritradotto in logos ma, nella trasposizione, mille valori si aggiungono e mille si possono ottundere.

  • Resta che tale simbolo, unisce e ricostituisce in noi, proprio nella nostra ragione ritrovata ma consapevole delle mille “irragioni”, che non potremmo né disperdere né portarci appresso nella nostra quotidiana esperienza se non come viatico e luce di vita, una unità (tale è - anche - la sua funzione), unità, attraverso la quale, tale simbolo è caro, è bello, è potente.

  • “…E cioè screziato con i tre tipici colori trifunzionali degli Indoeuropei (bianco, rosso e verde - o nero o azzurro-)” …     “…gli stessi tre colori caratterizzano l'arcaico rito dell'evocatio ittita…” (Basanoff, Evocatio, Paris 1945, pp. 141, G. Dumézil, Rituels Indo-Européens à Rome, Paris 1954, pp. 45-55)…     “… Merita comunque di essere ricordato che anche gli Ittiti ricorrevano a formule rituali che presentano singolari analogie con quelle dell'evocatio romana. Era infatti costume presso quel popolo di invitare gli dèi della città assediata ad abbandonarla da tre vie, contraddistinte dal colore bianco, rosso e blu…” (G. Furlani, La religione degli Ittiti, Bologna, 1936, pagg. 223-227). Cosa che suppone - rileva opportunamente il Dumezil – “…una classificazione degli dèi di tipo indoeuropeo, con gli stessi colori simbolici delle tre funzioni sociali sia presso gli Indiani che presso gli Iraniani…” (G. Dumézil, cit., pp. 45-51). L'autore rammenta che, nel mondo indù, Agni, il dio del fuoco, a causa della sua triplice natura, poneva in contatto i tre piani del Cosmo; favorendo la «discesa» degli dèi e  l'«ascesa» delle preghiere e dei sacrifici degli uomini, in quanto «conosceva la strada ed i sentieri» divini (“nerobianco e rosso”Rig Veda, X, 98 55) che egli percorreva  con il suo carro (Rig Veda, I, 31, 17; VI, 16, 2-3; VII, 10, 4).   Tale funzione intermediaria di Agni e del suo carro deve, ovviamente, porsi in stretta relazione con quella rivestita da Giano e dalla sua nave nel mondo romano. …
  • …Comunque presso gli antichi era diffusa la convinzione secondo la quale essi potevano condizionare e quindi piegare alla propria volontà anche le divinità più riluttanti. L'evocatio era quindi un rito attraverso il quale i Pontefici, coadiuvati dal capo dell'esercito, pronunciando una formula incantatoria (carmen), invitavano le divinità protettrici a trasferirsi a Roma. Con ogni probabilità, nei tempi antichi, la conoscenza e la designazione esatta della divinità con il suo nome arcano (segreto ai più), insieme al carmen, costituivano l'elemento essenziale, l'ingiunzione irresistibile che avrebbe provocato l'abbandono delle divinità tutelari. …

  • … Senza poter qui entrare nella complessa questione della tipologia delle folgori, ci limiteremo ad indicare che, secondo l’opinione comune, esse erano di tre colori: nere, bianche e rosse. Il Weinstock, tuttavia ha rilevato, non senza ragione, qualche imprecisione nel testo dello Pseudo Acrone, (Hor. Carm. I, 2, 1-4,: “omnes manubiae albae et nigrae pallida corruscatione esse dicuntur, Iovis rubra et sanguinea”) che evidentemente non era in grado di comprendere quanto diceva ed è giunto alla conclusione che il colore dovesse eventualmente dipendere dal suo archetipo planetario: infatti il rosso è tradizionalmente connesso con Marte e non con Giove, che sarebbe associato invece al bianco, rispetto al nero di Saturno. …   Servio (Ad Ae., I, 335: “sciendum autem … de planetis quinque duos esse noxios, Martem et Saturnum, duos bonos, Iovem et Venerem, Mercurius vero talis est, qualis ille cui ingitur”. Altre conferme in Plinio (NaturalisHistoria, II, 139) ed in Tolomeo, (Tetrabiblos, I, 5)…  … ruota a cui si continuò comunque a riconoscere nel tempo un potere di attrazione nel senso di “incantesimo, attrazione, desiderio” …occorrerebbe soprattutto sottolineare l’importanza del movimento circolare e vorticoso nonché del suono stridulo o ronzante che provocherebbe la fascinazione (fascinus / fari/ fascis = azione magica intesa a circondare, avvolgere l’oggetto o la persona, con una fascia magica - anche - di suoni, circolare, spiraliforme, sia a fini apotropaici che paralizzanti, quindi sia a fini positivi che negativi), proprio a causa della loro ipnotica ripetizione. Non dovrebbe quindi sorprendere, in ultima analisi, che a Roma la captatio della venia deorum potesse avvenire anche attraverso le corse dei carri, che avevano all'origine un carattere magico ed astrale che gli stessi Romani, dell'epoca classica, tendevano a sottovalutare (R. Schilling, Rites cultes, dieux de Rome, pag. 87; P. Wuilleumier, Cirque et astrologie, in “Mél. d’archeo. et d’hist. de l’Ec. Franç. de Rome, XLIV -1927, pag. 191 ; A. Piganiol, Recherches sur le jeux romains, Paris, 1923). Le ruote dei carri avevano invariabilmente otto raggi come da simboli solari riportati ovunque, parapetti, balaustre, scudi, etc. e come attestano indiscutibilmente tutte le riproduzioni su marmo, ancora perfettamente visibili… Poi gli aurighi, in particolare, erano contraddistinti da diversi colori: bianco, rosso, verde e blu. Gli eruditi, sottolinea acutamente il Dumézil ritenevano tuttavia che alle origini i carri delle «fazioni», che gareggiavano per le singole tribù, e quindi i rispettivi colori, fossero tre soltanto in onore di Giove, Marte e Venere: bianco, rosso e verde. (G. Dumézil, Rituels…cit., pp. 51 55).   Sul tentativo fallito di Domiziano di aggiungere altri due colori, «porpora» e «oro», vedi Svetonio… (Svetonio, Domiziano, 7). Svetonio rammenta poi che Caligola era partigiano dei «verdi» (Cal., 56) rispetto a Galba e Vitellio che favorivano i «blu» (Vit.,7).   Giovanni Lido (De magist., I, 47), oltre ad alludere alla tripartizione funzionale primitiva della società romana, aggiunge altresì (De mens. , IV, 30): «Quando il popolo romano fu diviso in tre parti, ciascuna di esse fu chiamata tribù... Tre carri, e poi quattro, partecipavano alla corsa. Gli uni erano russati, cioè rossi, i secondi albati, cioè bianchi, gli altri virides, cioè verdi, quelli che oggi chiamano prasini. Essi ritengono che i rossi appartengano a Marte, i bianchi a Giove, i verdi a Venere.   Più tardi si aggiunse il venetum, il blu...».   Sulla tripartizione funzionale di Roma (ai Ramnes, Luceres e Tities, corrispondevano in origine rispettivamente i sacerdoti, i guerrieri e i produttori), oltre a Properzio, (Prop. IV, 1, 9-32), vedi G. Dumézil, Naissance de Rome, Paris 1944, pp. 86-127; G. Dumézil, Rituels, cit., p. 55.   Vedi anche J. André, Etude sur les termes de couleur dans la langue latine, 1949, pp. 162.194; L. Gerschel, Couleur et teinture chez divers peuples indoeuropéens, in «Annales», XXI, 1966, pp. 608-631. Ancora Dumézil, s’intrattiene sul diverso carattere delle tre convocazioni: sacrale, militare e collettiva.   Per un approfondimento sui tre colori, cfr. E. Wunderlich, Die Bedeutung der roten Farbe im Kultus der Griechen und Rőmer, in «Religionsgeschichtliche Versuche und Vorarbeiten», XX, 1, Giessen, 1925.   Sui fila discolora, i fili a tre colori attaccati agli alberi, vedi anche Stazio, Theb., II, 737. p. 284.

  • … È opportuno osservare però che il verde, oltre ad essere il colore caratteristico di Venere, era associato dall'autore bizantino Lido anche a Flora, accostamento questo che ne sottolinea, ovviamente, il carattere di divinità propiziatoria della fertilità dei campi, della città e, più in generale, della massa, un paredro femminile, quindi, di Quirino. È probabile che l'aggiunta del quarto colore, il blu di Saturno o Nettuno, debba attribuirsi al passaggio, alla fine della monarchia, da un sistema a tre tribù (funzionali) ad un sistema a quattro tribù (localmente distribuite).   Il verde poi, nel mondo latino, si distingueva assai poco dal blu: il termine caeruleus, ad esempio, indicava sia il «blu» che il «verde» e talvolta adombrava persino un colore infernale, un sinonimo arcaico del nero (Servio, Ad Aen., VII, 198), tanto da indurre a ritenere che il terzo colore sia stato in effetti raddoppiato. I tre colori avevano tanta importanza a Roma, da apparire anche, in un altro contesto: quello delle bandiere: album, roseum, caeruleum, che venivano issate sul Campidoglio per convocare diversi tipi di riunioni popolari (comitia curiata, comitia centuriata, tumultus collettivo).   Favorendo quindi la corsa circolare o ellittica dei carri e lo sventolamento delle bandiere, s'intendeva incitare, con i rispettivi colori, gli uomini ed evocare gli dèi, per il benessere e la difesa dell'Urbe.     A tal riguardo non sarà fuor di luogo ricordare che appare quanto meno discutibile l'opinione comune secondo la quale i colori della bandiera italiana sarebbero stati tratti - unicamente - dalla Massoneria (P. Cusani, Storia di Milano dall'origine ai nostri giorni, Milano 1861-1864, cap. VI, vol. V; in particolare, il libro dell'abate Larudan, Les Francs Maçons écrasés, suite du livre intitulé l'Ordre des Francs Maçons trahi, Amsterdam 1747, pp. 169-202 e, soprattutto, l'edizione italiana, I Liberi Muratori schiacciati - Origine dottrina ed avanzamento della setta filosofica ora dominante, Assisi 1793, pp. 140-161), o sarebbero legati - unicamente - al tentativo rivoluzionario di Luigi Zaniboni a Bologna ne1 1794. Il tricolore viene comunque adottato il 7 gennaio 1797 con la costituzione della Repubblica Cispadana e, dal Parlamento italiano, a Torino, il 17 marzo 1861. E’ evidente infatti come l'ispirazione del tricolore, che ammanta Beatrice, Dante (Paradiso, XXX, 28: «sovra candido vel cinta d'oliva // donna m'apparve, sotto verde manto // vestita di color di fiamma viva»...), l'avesse mutuata dal suo Maestro Virgilio che, nel descrivere l'Elisio (En., VI, 637 ss.), intreccia ripetutamente la luce purpurea con i verdi boschi e le candide bende... (vedi: Marco Baistrocchi, Arcana Urbis, Ecig, Genova)

  • Evocatio, carmen, folgore e folgorazioni, ruota, carro da corsa, incantamento, rumore degli strumenti che girano accerchiando e fascinando, e mille altri plessi di valore e di significato.   Tutto ciò sta intorno al logos del tricolore ma solo nel simbolo, ognuna di queste dimensioni, non viene separata e non acquista una propria autonoma assolutezza, auto-significante ma, a suo modo, potenzialmente, deviante. L’unità impregiudicata del simbolo viene così confermata, divenendo per noi motivo di riconoscimento, di ricostituzione, d’identità.

  • Grafismi vari - da sinistra a destra: tavoletta La profezia di Enea, per incisione laser, s.g.; collage dall’opus sectile della Basilica di Iunio Basso e da Pompei, decorazione interna, rielab. di s.g.; Auriga, fazione verde, da Piazza Armerina, con testo di Rutilio Namaziano, opera materica, 1990, s.g.; collage da Mollino, Faravelli e Giovannini, rielaborazione con poesia, di s.g.; collage con poesia di Kavafis e testo di Giuliano Augusto, rielab. di s.g.; collage di s.g.; copertina pergamenacea, con testo di Rutilio Namaziano, di s.g.; Augusto romano, opera materica, 1991, di s.g. .
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  • © - HELIOPOLIS EDIZIONI di idee e materiali di scrittura
  • Ideazione e realizzazione di Sandro Giovannini.    
  • Tiratura 100 esemplari numerati e firmati dall’autore, 21 Aprile 2007.
  • Esemplare n° …     Questo esemplare appartiene a : ……
  • tricolore bighe

  • Rivista online Heliopolis:
  • SECONDA SEZIONE:
  • “Articoli/saggi/segnalazioni Autori diversi,
  • indipendenti dalla Scuola Romana”   
  • coordinata da Sandro Giovannini
  • Tutti gli ARTICOLI leggibili  al   16.12.2022
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  • (...in alto i più recenti...):
  • A proposito di  "Amo l’America nonostante...",   di Luca Gallesi,   rec. di Sandro Giovannini.
  • A proposito di  "Opera interrotta", di Evelyn Waugh, rec. di Sandro Giovannini.
  • Rivoluzioni, Marce ed altre Bagatelle,   art. di Andrea Marcigliano.
  • Su LA MISERIA SIMBOLICA di Stiegler, nuovo testo (parziale) del saggio di Sandro Giovannini.
  • Le forme dell’uomo, art. di Andrea Marcigliano.
  • Cultural Intell igence e Etnografia di Guerra, di Federico Prizzi, rec. di Sandro Giovannini.
  • A proposito di "Il sole alle spalle", di Mario Dessy,  rec. di Sandro Giovannini.
  • A proposito di "Antisnobismo", di Mario Carli,   rec. di Sandro Giovannini.
  • NEMESI può attendere, art. di Sandro Giovannini.
  • Esempio di un prototipo di ‘Tavoletta Heliopolis’, art. di Sandro Giovannini
  • Metodo ideogrammatico?     art. di Sandro Giovannini.
  • La fantesca in casa Bismarck,   art. di Curzio Vivarelli.
  • CRONACA. Sull’esposizione al MART di Evola,   art. di Curzio Vivarelli.
  • A proposito di  "CANE SCIOLTO"   di Miro Renzaglia,   rec. di Sandro Giovannini.
  • Le evocazioni di Giovannini, un arcobaleno che unisce l’arcaico al futuro, saggio di Marco Rossi.
  • Il piacere di stare in una solitudine ideativa, art. di Jakob Shalmaneser.
  • I SENTIERI DELLA TECNICA, di Stefano Vaj, intervista di Roberto Guerra.
  • P. P. P. ,    art. di Andrea Marcigliano.
  • ALESSANDRO III   e   PUTIN,   art. di Marco Bordoni.
  • A proposito di “338171” di VICTORIA OCAMPO,   rec. di Sandro Giovannini.
  • La CORTESIA come sfida,   art. di Sandro Giovannini.
  • Gli EROI dimenticati di una guerra perduta,   art. di Gianandrea Gaiani.
  • A proposito di  "URBS AETERNA", di Sandro Consolato,   rec. di Sandro Giovannini.
  • Intervista a VITALDO CONTE, a cura di Roby Guerra.
  • Psicanalisi del futuro, art. di Roberto Guerra.
  • L’evocazione del sacro perduto. Dal GEORGE-KREIS al COLLEGE de SOCIOLOGIE, saggio di Federico Gizzi.
  • I Sabei di Harran e la Scuola di Atene, di Nuccio D’Anna, rec. di Sandro Consolato.
  • Obiettivi nefasti, di Dmitry Orlov, con preambolo di S. G..
  • I rinnegati del terrore, art. di Sandro Giovannini.
  • Borges a Pesaro, rievoc. del 2016 dell’evento del 1977, art. di Sandro Giovannini.
  • Properz-Gedichte, il Volumen latino-tedesco, opera prima Heliopolis, di Sandro Giovannini
  • I Liguri. Etnogenesi di un popolo, di Renato del Ponte, recensione di Daniele Verzotti.
  • Intevista di Luigi Sgroi  a  Sandro Giovannini, (su Emo-Sessa).
  • Lettera aperta sulla giustizia e la libertà del dibattito, + commento di S. Giovannini
  • Gli iconoclasti e gli oikofobi, art. di Andrea Marcigliano.
  • Ri-orientamenti occidentali,  art. di Luigi Sgroi.
  • Giaconi e Filippani Ronconi, di Federico Prizzi, seguito da  nota di Sandro Giovannini.
  • Apocalisse minore, di Biagio Luparella.
  • Le Ninfe, art. di Mario Bernardi Guardi.
  • Beethoven, art. di Curzio Vivarelli.
  • Armageddon, determinismo e rabbia,    art. di Gordon Duff.
  • Fumo di Londra, art. di Gabriele Adinolfi.
  • Intervista ad Assad,  a cura di Monica Maggioni.
  • La paideia negativa,  art. di Sandro Giovannini
  • La somma di tutte le paure di Washington, art. di Patrick Henningsen.
  • La paura di dire... art. di Sandro Giovannini.
  • Ritrovare il ‘Canone’,   art. di Andrea Marcigliano.
  • Il più Ricco il più Povero, art. di Federico Pieraccini.
  • Discentrare il disordine, art. di Sandro Giovannini.
  • Beethoven, art. di Curzio Vivarelli.
  • Dugin intervistato  da Adriano Segatori.
  • Contro il liberalismo, di A. de Benoist,  rec. di Gilbert Doctorow.
  • Ahnenerbe in Finlandia. Un nuovo libro di Federico Prizzi, rec. di Emilio del Bel Belluz.
  • 7 navi tedesche..., Fecia di Cossato, art. di Nicolò Zuliani.
  • La fantasia del complotto (2),   saggio di Sandro Giovannini
  • Inganno Bannon, di  AA.VV..
  • Della bellezza dei corpi, di Riccardo Campa, (Comunicato Editoriale).
  • A proposito di   "Il primo Re"Subito, od un poco più in la?    rec. di Sandro Giovannini.
  • La diversa avventura dell’elitismo, Borges et alii,  art.di Sandro Giovannini.
  • I ‘demoni’ sono tra noi, art. di Adriano Segatori.
  • Una prima lettura su Karl Evver,   di Sandro Giovannini.
  • E se ‘questa’ democrazia fosse il ‘male assoluto’?,  art. di Sandro Giovannini.
  • Nuovo colonialismo e media coloniali, art. di Tim Anderson.
  • La legge non è uguale per tutti,   art. di Adriano Segatori.
  • Orfani di Marte, art. di Piero Visani.
  • L’Europa che vogliamo,    art. di Vittorio de Pedys.
  • Una diversa versione di “cattivi maestri”,  art. di Sandro Giovannini.
  • Faide ed interessi. La difficile lotta ai trafficanti, art. di Gianandrea Gaiani.
  • Il demone della decadenza, art. di Adriano Segatori.
  • La fantasia del complotto,   saggio  di Sandro Giovannini.
  • Scrittura-pittura in Italia,  di Vitaldo Conte, seguito da: Norma, scarto, stile,  art. di Sandro Giovannini.
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  • Cosa ci insegna il popolo siriano, art. di Sebastiano Caputo.
  • E’ necessario…   art. di Sandro Giovannini.
  • Storia della guerra dall’Antichità ad oggi, di Piero Visani, 1 Volume di due, OAKS Editrice.
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  • Mostra Vivarelli, 13 Aprile 2018, Palazzo del Governo, La Spezia.
  • Colin Wilson & Jacques Bergier. Ovvero la congiura della storia, art. di Andrea Scarabelli.
  • Fato ed Estinzione,  saggio di Sandro Giovannini.
  • Mostra di Sibò, a Latina, a cura di Roby Guerra
  • Antico Futuro. Richiami dell’origine. Conte, Frau, Ricucci ed Altri…
  • Il Tricolore, simbolo e logos,  art. di Sandro Giovannini.
  • Lo straniero, colui che porta i mali…, art. di Paolo Aldo Rossi.Il male necessario,  di Gabriella Chioma.
  • Per dirsi con la scrittura..., art. di Agostino Forte.
  • Intervista a Luca Gallesi, (OAKS Editrice), a cura di Sandro Giovannini.
  • Manifesti futuristi, a cura di Riccardo Roversi, prefazione di Roberto Guerra.
  • I “libri-idea”, art. di Sandro Giovannini.
  • Prefazione del generale paracadutista incursore Marco Bertolini al libro: “I ragazzi della Folgore”.
  • Comunicato Stampa, post inaugurazione Mostra di Curzio Vivarelli.
  • La decrescita prima della decrescita, art. di Eduardo Zarelli.
  • La Torre-Gru di Alexander Rodchenko e la linea summae tenuitatis, di Curzio Vivarelli .
  • Tre Graffi, di Karl Evver…
  • La connettività…di Vittorio de Pedys.
  • L’eclisse della ragione…, di Paolo Aldo Rossi e Ida Li Vigni.
  • Gli eroi di Kuwereis, di Gian Micalessin.
  • Intervista a Stefano Vaj, a cura di Adriano Scianca.
  • Brevi note sul cambiamento, di Giuseppe Gorlani.
  • Lo specchio e le simmetrie dell’anima, di Barbara Spadini.
  • Ecco perché le élites ci odiano, di Adriano Scianca.
  • Reem, giovane siriana...
  • La capitale del tempo, romanzo di Sandro Giovannini, rec.di Giovanni Sessa.
  • Un inarrestabile impulso al suicidio,  art. di Sandro Giovannini.
  • La fragile e deliziosa Italia ferita che non muore, saggio di Sandro Giovannini.
  • Futurismo renaissance. Marinetti e le avanguardie virtuose, a cura di Roby Guerra.
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  • Un popolo di debitori,  di Miro Renzaglia.
  • "Notturni,   di AA.VV.,    Prefazione di Sandro Giovannini.
  • A proposito di  "Diocleziano", di Umberto Roberto. Rec. di Sandro Giovannini.
  • Lo scontro d’inciviltà,  saggio di Sandro Giovannini.
  • L’altrimenti inaffrontabile, di Sandro Giovannini.
  • Dentro questo occidente siamo tutti condannati, saggio di Sandro Giovannini.
  • E’ la mia vita che muore. E’ la vita che rinasce,  saggio di Sandro Giovannini.
  • A proposito di Crescita/Decrescita, di Stefano Vaj.
  • Intervista a Roberto Guerra e Sandro Giovannini, a cura di Luca Siniscalco.
  • Per ora, intorno al dilemma “crescita/decrescita”,  art. di Sandro Giovannini.
  • Iperborei,  art. di Paolo Casolari.
  • Riflessione sulla pratica dei trapianti,  art. di Giuseppe Gorlani.
  • Chimere urbane… l'arte di Domenico Marranchino, art. di Luca Siniscalco.
  • Oltre la Filosofia, la Sapienza!,   art. di Luca Valentini.
  • Sei connesso… da dove?...,   art. di Luca Siniscalco.
  • Riflessioni sul pensiero e sull'estetica di Walter Benjamin,   art. di Umberto Petrongari.
  • Lo Stato Organico, secondo Carlo Alberto Biggini,  rec. di Primo Siena.

  • ALTRI   TESTI 
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  • Borges a Pesaro, Maggio 1977, Rievocazione del 21 Luglio 2016, nella sezione “NOTIZIE”,   di S.G..
  • Properz-Gedichte, il volumen manufatto prototipo, nella sez.“RUBRICHE EDITORIALI, B) Paraeditoria”,   di S.G..
  • Symposium, il volumen manufatto stampato, nella sez. “RUBRICHE EDITORIALI, B) Paraeditoria”,  di S.G..
  • Quarto d’ora di poesia della Decima Mas, nella sez. “RUBRICHE EDITORIALI, B) Paraeditoria”,   di S.G..
  • ELOGICON, Progetto generale e pratica attuativa, nella sez. “RUBRICHE EDITORIALI, B) Paraeditoria”,   di S.G..

  • Gallesi Amo lAmerica

  • Amo l’America nonostante...
  • Le vite parallele di Ezra Pound e Gore Vidal
  • di
  • Luca Gallesi
  • Prefazione di Francesco Ingravalle
  • MIMESIS. Eterotopie, ottobre 2022
  • Rec. di
  • Sandro Giovannini
  • Ultima potente opera di Gallesi questo libro ripercorre due vite parallele non forzatamente poste solo sul piano delle ricorrenze epocali ma di quelle etico/utopiche. Nell’esauriente introduzione d’Ingravalle viene ben messo in luce complessivamente la disamina, concentrata meravigliosamente in una citazione da Sombart... quella del destino manifesto del capitalismo trionfante ed ora terminale:
  • ...
  • “...Come da nessun’altra parte Paese e genti erano create per stimolarne lo sviluppo alle sue forme estreme”. (pag. 11).
  • ...
  • Ma Ingravalle mette anche in controluce critica una contraddizione palese nelle facili interpretazioni storiografiche perché in America si determina una rivoluzione:
  • ...
  • “...per il diritto antico, tradizionale, per la Magna Carta per i Bills che il Parlamento di Londra calpesta senza scrupoli. Una rivoluzione radicalmente diversa dalla Rivoluzione francese che instaurerà un nuovo diritto che la ragione giudica eterno (non a caso un conservatore come Edmund Burke appoggerà la rivoluzione americana e criticherà senza indugi la rivoluzione francese). Una rivoluzione conservatrice, si potrebbe dire con un - a nostro avviso - sensato anacronismo; che però, ha messo capo a uno Stato senza una nobiltà e fondato sull’unico criterio gerarchico del merito in materia economica, oltre che politica”. (pag. 12)
  • ...
  • Direi che il nesso di queste due dimensioni, un destino manifesto ed una innocenza tradita, con tutte le prevedibili... persino ben previste ed infine automatiche opposizioni dettate dal potere spesso in ombra e dalle conseguenti dissimulazioni storiograficamente complici, sono i poli, che nell’interpretazione di Gallesi riguardo al rapporto Pound-Vidal, si sviluppa - direi – plutarchianamente, se il dato metastorico pur non prevaricando affatto quello “materialisticamente” storico, prende decisamente la guida “sottile” dell’esegesi. Ricordandoci sempre che parliamo di due giganti espressivi.
  • ...
  • Capirete bene che passare dal regno della virtù a quello dell’usurocrazia o dall’età dei governanti a quella degli sfruttatori, tramite il performante mulino macinatore dei media, ovvero dalle cd. ritenzioni secondarie a quelle che Stiegler definirebbe ritenzioni terziarie, è un processo che per tutti i convinti liberal-democratici (ancor più per quelli di ora, beninteso) risulta follia interpretativa e postura eversiva, in quanto sia pur sotto la veste del processo fenomenologicamente sperimentato, ormai, da masse sempre più vaste, non può non essere se non negato e ferocemente avversato e quindi organicamente combattuto con ogni mezzo tra i più sofisticati. Se poi questa nazione è più o meno permanentemente in guerra la funzione imperiale occidentalizzante, oltre ogni già immane problematica d’origine europea, non può che portare all’estremo le contraddizioni che lo spirito volgarmente trionfante del capitalismo onora costitutivamente nella sua patria d’elezione.
  • ...
  • “...Ad un primo sguardo non potrebbero sembrare più lontani tra loro. Ricco, proveniente da una potente famiglia inserita nell’apparato politico, radicale di sinistra e omosessuale dichiarato il primo, poeta difficile, playboy spiantato, rinchiuso per dodici anni in manicomio criminale e privato della personalità giuridica il secondo, Vidal e Pound sembravano davvero non avere nulla in comune. Eppure, andando oltre le apparenze, sono molti ed importanti gli interessi condivisi da entrambi; le vicende della storia americana e la passione per la giustizia uniscono, infatti, sia le personalità sia le opere dei letterati, tutte e due consapevoli della necessità di sviluppare, come intellettuali, la coscienza critica nei confronti degli U.S.A., da loro molto amato, e proprio per questo criticato spietatamente”. (pag. 21)
  • ...
  • Il genialmente definito da Galbraith “complesso militar-industriale”, ripreso dalla coraggiosa definizione d’Eisenhower, riesce efficacemente a “...troncare e sopire... sopire e troncare” e forse ancor più efficacemente deviare ogni ritornante e pericolosa istanza critica nel nuovo conformismo/benaltrismo che può sempre essere dirottato su strade inoffensive per l’impero seppur ottusamente feroci per la cd libertà democratica (woke, BLM, cancel, political correctness), ovvero ‘l’oppio degli intellettuali” o forse meglio degli “stupidi intelligenti”, dai media alle università ai consumatori massificati/atomizzati e ritorno) rispetto ai sentieri (Paths of Glory) indicati su carta pecora dai discendenti ancora memori dei Founding Fathers. La distanza tra Cantos e Narratives of Empire, è abissale dal punto di vista estetico ma si riduce quasi a zero considerando la matrice eidetica dei due.
  • ...
  • Unica sorpresa per me, a totale lode di Gallesi, è la retrodatazione del meccanismo invalidante del “troncare sopire... sopire troncare”, non solo “misfatto elegante e farisaicamente onesto”; come recitò, al proposito, un famoso critico letterario. Retrodatazione, puntigliosamente documentata lungo tutta la vicenda storica americana, interpretata (ovviamente a loro modo, o forse meglio, secondo il rispettivo stile espressivo) da Pound e Vidal. La mia ingenuità, reputo più diffusa di quanto si creda, è quella di aver sopravvalutato le condizionalità sopravvenienti della pratica e dell’etica capitalistica, come stravolgenti novità (vulgo terminali) per un’ormai innegabile deriva d’allontanamento dai propositi originari, più o meno idealistici, pur avendo frequentato la critica sia storico-aristocratica che populistico-libertaria, a certo tipo d’americanismo, sin dalla giovinezza.
  • ...
  • Questa è la prova del lavoro eccellente di Gallesi con la sua forza testimoniale ed il suo genio interpretativo, piana nella sua totale leggibilità ma rotonda nel suo assommarsi documentativo come un boléroraveliano, e quindi inarrestabile per la novità in crescendo sul campo della ricerca mai finita.

  • Opera interrotta Evelyn Waugh

  • A proposito di  Opera interrotta  di Evelyn Waugh 
  • rec. di
  • Sandro Giovannini

  • L’apparato critico a corredo del libro è esauriente seguendo passo passo la costruzione del romanzo e facendoci partecipi di quanto sia sostanzialmente autobiografica la scrittura di Waugh. In un solo capitolo di un intero libro sull’autore (Jeffrey Heath, The Picturesque Prison: Evelyn Waugh and His Writing, Weidenfeld and Nicolson, London, 1982, Cap. 10), diversifica questo testo rispetto ai precedenti, in direzione di un cambio di vita interiore per una più spinta autenticità.
  • ...
  • Per noi, permane comunque una distanza evidente della nostra complessione nazionale rispetto al ritratto “a tutto tondo inglese” di Waugh, quasi catafratto in funzione magistrale nei possibili archetipi e stereotipi. Questi nella nostra presumibile rappresentazione al proposito e nella nostra conseguente capacità recettiva. Anche motivo di sorpresa continua e di sorridente compiacimento assieme, a rendere più arduo però il nostro scandaglio veritativo, posti di fronte come siamo ad un geniale mix di commedia ch’è ritratto di costume, oltre che ritratto di ripetute generazioni tra college viaggio all’estero e case alto borghesi (preferibilmente di campagna). Reiterazione che contrappone a dei padri ingombranti e diversamente irresponsabili dei figli sfuggenti ed altrettanto prevedibilmente difficili. Affondati in una convivialità eccessivamente consueta per un’intimità costitutivamente ambigua costruitasi nei lunghi anni studiosi e collegiali, poi cinica e convenzionale da club e brillante da salotto, risolta troppo spesso con ipocrita naturalezza. O levitas obbligata dalla gravitas del contesto ancora imperiale. Così si crea il doppio dello scrittore e dei suoi protagonisti e deuteragonisti, sempre sul filo della sopportabilità ritmica (la scrittura necessariamente opta per più registri) e quindi in una tensione sicuramente soddisfatta ma mai troppo sparata o del tutto irredimibile, come avviene sovente nei casi del poliziesco del nero e dell’horror, ma giocata comunque per rimbalzo (interiore) degli stessi archetipi e stereotipi. Che in magici casi possono (come avviene per il protagonista del romanzo e prima ovviamente per Waugh) persino provare a trasformare potenzialità intellettuali in esistenziali. Ma il tutto nella sublimazione scritturale d’una continua schermaglia (guerriglia asimmetrica) tra simili e dissimili che, nel migliore dei casi (come in questo percorso di cambiamento in Opera interrotta), racconta prima la stanchezza e la nausea di sé ovvero del sé immaturo e poi una sia pur fragile ma meno incerta presa di coscienza d’amore, in crescendo progressivo.
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  • Questo, nella trama, attraverso l’abbandono lento del cinismo colto e dell’affettata crudeltà e della forzata brillantezza intellettuale verso una minore competitività allargata e poi dell’amore individuato, riconosciuto e delle sue responsabilità implicanti. Che molti potrebbero leggere (superficialmente) solo come una resa borghese. In tal senso mi sembra illuminante un passo della Postfazione:
  • “...Anche in Work Suspended (Chapman and Hall, London, prima edizione, 1942), quando John Plant (il protagonista, appunto, d’Opera interrotta) accetta lo stile del padre, non vi si conforma ma si limita a riconoscere quanto ha di valido. Nel farlo, si libera dai vincoli della ribellione e si prepara a crearsi una propria identità. Ora può respingere il proprio stile immaturo, cercarsi una dimora stabile e una relazione amorosa matura”                                                          ...
  • Diversi come potremmo credere di essere rispetto a quel mondo di interconnessioni sociali vissute nella culla storica di un’inconfondibile modalità del pudore che col nome di privacy da noi è stato malamente importato (e poi tradotto ancor peggio coll’assimilazione globalista) perlopiù in furbizia risentimento protesta e separatezza narcisistica, quando invece avremmo potuto compararla con le nostre antiche (aristocratiche) qualità di “vita nova”, inferiori a nessuna altra immaginabile... ebbene, diversi come potremmo credere di essere, ci riscontriamo invece proprio simili, appena si scostino le velature del tendaggio consuetudinario, ammantato con diverse bandiere.
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  • Opera interrotta... è mutila perché è certo che il romanzo, nelle intenzioni prime dell’autore, dovesse ancora procedere... ¿Ma verso dove? A me appare come comunque risolto anche perché la corrispondenza del protagonista (scrittore a sua volta di un romanzo... è un maestro di polizieschi di successo di cui l’ultimo rimane anch’esso incompiuto)... senza affermare o negare fa segno, (...come dice l’Oscuro) che il dicibile sia, più o meno, già tutto dentro. Il gioco di specchi è poi una risorsa di consapevolezza (perché riflettente), sempre che non divenga un alambicco demonico od un bussolotto autorale eccessivamente sfruttato, come in casi letterari pur eminenti.
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  • Ma vorrei finire con un ulteriore passaggio dalla postfazione:  
  • “...L’incapacità di Waugh di liberarsi di John Plant è interessante sotto l’aspetto tecnico, poiché getta luce sul metodo con cui crea i suoi protagonisti-alter ego. In ogni romanzo Waugh crea un alter ego che rifiuta, come un serpente che lascia la sua vecchia pelle. Nei primi romanzi l’infelice destino del protagonista rappresenta una tappa dello sviluppo del suo creatore; egli è lasciato a soffrire nella sua ignoranza mentre l’autore approda a uno stadio superiore, sfuggendo grazie al suo esempio. Nelle opere più tarde la critica dei suoi alter ego da parte dell’autore appare più esplicita, ma invece di abbandonarli alla catastrofe Waugh permette loro di superare le loro manchevolezze, conferendo loro la percezione morale che aveva sempre negato ai suoi primi personaggi. Opera interrotta segna il tentativo di attuare la transizione. Qui, per la prima volta, Waugh aveva intenzione di sviluppare un protagonista anziché accantonarlo. Ma, per qualche ragione – ed è dubbio che si trattasse davvero della guerra – John Plant non riuscì ad arrivare alla sua palingenesi. E’ possibile che Waugh avesse semplicemente troppa simpatia per Plant così com’era, o ritenesse che in certi periodi l’immaturità sia un vantaggio, o, non sentendosi ancora capace di trattare bene il tema dell’amore, non riuscisse ad operare la trasformazione in maniera convincente”. (pag.133)
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  • Al di là delle varie ipotesi di Jeffrey Heath, ragionevolmente indimostrabili, e della sempre dubitabile coincidenza della progressione - non filtrata - tra autore e protagonista, ciò che convince del critico è il considerare Opera interrotta: “...il culmine del primo periodo di Waugh”. Una delle più alte cime espressive entro la decade che termina nella II Guerra Mondiale. Una metafora incombente perché la dura lezione della storia prevarica ogni precedente conflitto interiore, assorbendolo in un smisurato incendio attraverso la combustione delle precedenti usualità, per riconsegnarci tutti, autori e protagonisti, diversi e pi(e)agati, alle seppur mutate ma sempre ineludibili problematiche del vivere.

  • RIVOLUZIONI,  MARCE  E  ALTRE  BAGATELLE
  • di
  • Andrea Marcigliano

(da    https://electomagazine.it/rivoluzioni-marce-e-altre-bagatelle/     di venerdì 28 ottobre 2022)


  • Rivoluzioni, colpi di Stato, marce e affini...  la storia del scorso secolo - breve, lo ha definito   Hobsbawm,   sterminato,   ha   risposto   Marcello   Veneziani   -   è   stata   caratterizzata   da minoranze rumorose, determinate, sovente violente.  Le masse, i popoli mai, in precedenza, avevano contato così poco.  Anzi, proprio perché non erano più popoli, proprio perché erano divenute masse informi avevano perso ogni peso.  Ogni controllo delle loro storie.  Certo, erano attraversate da una febbre, un desiderio viscerale di rivolta.   E aveva ragione Ortega y Gasset nel vedere in questo il segno di una nuova era.  Non, però, perché siano state le masse a fare la storia.  Al contrario, sono state il, più o meno docile, strumento nelle mani di gruppi ristretti e organizzati.  E qui viene fuori Pareto. Sono le  élites che fanno le rivoluzioni.  Punto e a capo   Non a caso, quando  il teorico dell’elitismo   insegnava   a Zurigo,   ebbe due uditori, se vogliamo studenti, di eccezione  Uno era esule dalla Russia. Si faceva chiamare Lenin.  L’altro un maestro elementare romagnolo che sbarcava il lunario facendo il muratore e  con   episodiche,   e   mal   pagate   (come   sempre   direttore)   collaborazioni   giornalistiche.   Benito Mussolini.  Con il senno di poi, si può dire che entrambi ascoltarono bene il prof. Pareto.
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  • Oggi, 28 ottobre, sono cento anni dalla Marcia su Roma. E, tra pochi giorni, cadrà il 105° anniversario della Rivoluzione di ottobre. I due eventi che, senza retorica, hanno segnato in modo indelebile e profondo la nostra storia.
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  • Certo, di rivoluzioni ce ne sono state molte altre. E anche molto importanti. Mao in Cina, Nasser in Egitto, Castro a Cuba... e visto che ci siamo anche Khomeini in Iran.  Per inciso, escludo Hitler.  Lui, in Germania, andò al potere con i voti.  Democraticamente...  Tuttavia,   i   due   archetipi   e   paradigmi   restano   quelli.   La   Marcia   e   la   Rivoluzione  di  ottobre.  E con queste, ci piaccia o meno, dobbiamo ancora confrontarci.  Quella di ottobre, quella bolscevica, fu rivoluzione cruenta. Seguita da una guerra civile, tanto sanguinosa quanto caotica. Una sorta di precognizione della biblica “Guerra di tutti contro tutti”. Leggete, per capire, il ciclo de  La ruota rossa   di Solgenicyin.  Ed anche  Il placido Don  di  Solochov.   Forse il più allineato degli scrittori sovietici.   Ne avrete uno spaccato da diverse, e lontane, angolature....
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  • La Marcia fu altra cosa. Meno cruenta e sanguinosa. Violenta, certo, ma di una violenza strapaesana. Non battaglie, ma risse. Molto più consonante con l’anima italiana, in sostanza.   Eppure anche la Marcia fu una, grande, rivoluzione. Perché una rivoluzione non si misura dal sangue e dai morti. Ma dal cambiamento che provoca nella società. E nella mentalità.  E la Marcia su Roma ha rappresentato un cambiamento epocale.   In Italia e non solo.   Piaccia o meno, ha portato al potere un coacervo, o meglio un fascio di forze che hanno forzato una società arretrata, come quella italiana, a divenire moderna.  Industrie, reti stradali e ferroviarie, le grandi bonifiche, il sistema sanitario, assistenziale e pensionistico.  La scuola, i primi media, la cultura di massa...
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  • Certo,   fu   dittatura.   Per   molti   aspetti   dura.   Ma   rappresentò   una   svolta.   Diversa   dalla Rivoluzione russa.  Ma con una funzione, necessaria, non molto dissimile.  Riconoscere questo, oggi, non è retorica nostalgica.   È, semplicemente, fare i conti con la nostra storia.   E con noi stessi.

  • Sun Tzu

  • Metodo ideogrammatico?
    Citazione:
  • “...Ordunque nessuna arbitrarietà riuscirà a superare l’arbitrarietà massimale del volgere un testo ideografico in una stesura verbo-fonetica.  Un quadro non si parla!   Il testo ideografico lavora sul cervello in modo completamente diverso. Ed è per rispetto alla riproduzione di questo  lavoro che si deve giudicare la coerenza del tradurre. Donde un primo criterio di metodo: l’abbandono di una corrispondenza biunivoca o quasi tra ideogramma e parola. L’ideogramma è assai di più di una parola sia estensivamente che intensivamente. E’ perlomeno una descrizione e/o definizione, ma soprattutto continua a vedersi senza dissolversi nell’immagine sonora, e pertanto ad agire nel modo che gli è peculiare.  Ha natura d’emblema, purché al termine “emblema” si conferisca l’antico significato d’icona didascalica. L’ideogramma è un segno compresso e ciò si evidenzia nell’etimologia.  La congettura etimologica non ha valore precipuamente scientifico, bensì euristico. Essa offre col sussidio mnemonico un condensato di definizione ed un’integrazione di concetti che è insieme solida  e flessibile, fantasiosa e logica. Si tratta più spesso di etimologie al modo delle “Origines” di Isidoro di Siviglia il cui valore mnemotecnico, se non è attendibile quello scientifico, è però sempre efficacemente immaginifico.  E così ogni volta che ho potuto disoccultare queste etimologie e fare “vedere” il carattere, l’ho fatto, riprendendo un procedimento che fu già di Ezra Pound.  E’  da ciò che deriva l’aspetto di ridondanza fra l’altro. Se si dispongono gli ideogrammi del testo evidenziando analogie trasversali, come ripetizioni ed enumerazioni, si “vedono” anche i nessi sintattici, e questa struttura complessiva è assai più importante delle particelle sintattiche vere e proprie, o come sono tradizionalmente definite, degli “ideogrammi vuoti”, gli Hsu Tzu. Per rendere questa simultaneità di parti ho studiato tutta una serie di varietà che conferiscono alla stringa verbo-fonetica un andamento più complesso fatto di richiami e anticipazioni, che non quello meramente lineare-transitivo. Accade poi che a mano a mano che si proceda nello studio dell’ideografia, si diventi il soggetto di fenomeni che grosso modo si potrebbero definire come concernenti l’organizzazione di campo, cioè del campo concettuale, non perfettamente controllabili, e pertanto non previsti. Di uno stesso testo ideografico si rende possibile allora una molteplicità di traduzioni diverse, sia per rispetto al numero dei traduttori che per rispetto allo stesso traduttore in tempi diversi.  Ciononostante non vi e nulla di arbitrario in tutto ciò. Semplicemente bisogna lasciare fare al tempo. Il tempo lavora sedimentando sempre nuovi conii ideografici ed integrazioni analogiche insospettabili. Il testo originale si arricchisce di sempre nuove possibilità di significazione che coesistono perfettamente con le precedenti. Non vi e alcuna ambiguità o genericità. Riferire di una complessificazione crescente che non si satura è riferire di un’esperienza, cioè di un alcunché intellettualmente non assimilabile nel senso della riflessione verbale, benché concerna  l’intelletto al lavoro simbolico, che si deve esperire per comprendere. In tal senso non è nemmeno esatto dire che il testo ideografico è propriamente intraducibile. E’ esatto dire che è sempre traducibile, che ciascuna traduzione ha un suo valore e realizza comunque il testo.  Ma il testo nella sua essenza ideografica è sempre al di là, è per sua natura archetipo. L’ideogramma giace nel silenzio - un rapido suono contratto soltanto può evocarlo sinestesicamente - e propriamente si offre alla contemplazione. E’ un ineffabile armamentario d’invenzioni remote integrate in un universo d’oggetti e di trame che tende a conservare il suo aspetto di cifra...”
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  • (Da:  Renato Padoan, Introduzione a:  Sun Tzu, "L'arte della guerra",  Sugarco, 2000, pagg.: 14-16.  S.G.:  il grassetto finale della citazione è mio)
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  • cheng ming

  • Commento:
  • Il lavoro specialistico di scavo, comparazione e riproposizione porta - in tal caso - ad una presa di coscienza complessiva, oltre ogni intellettualismo. Persino una rinvenibile (in altri passaggi) diversità ideologica non porta ad una difformità di stato d’animo, ma anzi  - supponiamo  arditamente, per  evocazione insopprimibile dalle profondità  archetipiche della materia trattata - ad un essere vicini e consentanei a letture che - nel mondo dell’ordinarietà corretta attuale - sarebbero impensabili. (Altro caso eminente, è l’ancor più eclatante, al proposito, Girolamo Mancuso di Pound e la Cina, Feltrinelli, 1974). Ma non è solo questo a poter interessare. E’ forse il non potersi sbarazzare di una testualità che non è stata ancora globalisticamente normata sull’occidentalismo corrivo e pubblicitario delle 300 parole o sulle primarie esigenze commerciali delle crescentemente esponenziali “vie della seta”, e quindi poter far base sulla radice della cultura ideografica... A lato dell’assillo incoercibile della volontà  di potenza e sperare di poter essere difesi - prima di ogni successivo calcolo (ma non senza o contro...beninteso) - dalla potenza primaria delle originarie comunicazioni metafisiche.  Quando in un numero di "Letteratura-Tradizione" misi brutalmente, senza alcun apparato di servizio, sette versioni di uno stesso famosissimo passo della Bhagavadgītā, non era l’impianto antifilologico o la verve canzonatoria a darci ragione della sciarada traduttiva, quanto il risultato esattamente espanso (per quanto il sanscrito sia ovviamente del tutto difforme da una specifica scrittura ideografica... a minori ad maius), proprio secondo ciò che dice Padoan  “...la complessità che non (si) satura...”. Ovvero che non ...straborda... se non per etilisti compulsivi. Il SunTzu, a tal punto diviene una delle tante porte mistiche, rinascimentali o barocche, a scelta... Ove ciò che sta dentro, se è un vero giardino concluso od un alto labirinto verde, si riesce a vedere solo dal palazzo. Da quell’ampio balcone, magari posteriore, che presiede alla riflessione meditativa. L’introduzione (...the Ideogrammic Method...) ci apre sugli orti di servizio, colla prassi della coltivazione artistico-artigianale e col vocazionale intuito identitario, a partire da ciò che è il seme del nome (asema onomata), nel mot juste, sino al frutti celati dei nomina arcana, pur e pura euristica - sempre congetturale - come felicemente dice Padoan, ove si cura la primizia e la semina di chi sa lavorare per il raccolto finale e prezioso, mai sicuro e mai indiscusso, della scrittura.


  • CURZIO VIVARELLI quado similfantesca

  • La fantesca in casa Bismarck 
  • novella futurista con illustrazione
  • di
  • Curzio Vivarelli
  • La fantesca di casa Bismarck era di origine italiana. Accolta nella magione del Cancelliere ancora fanciulla vi era cresciuta imparando la vita d'una gran casa con ospiti quali ministri e junker e diplomatici e generali in una capitale europea!
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  • Il Cancelliere che ne apprezzava il temperamento naturale unito ad un garbo innato non perdeva occasione d informarsi sulla sua educazione e sui suoi desideri. Aveva notato, fra l'altro, che questa giovane donnina metteva del gusto nel riporre ed ordinare i numerosi quadri che venivano recati in dono alla magione cancelieresca. Sappiamo dai biografi e dai cronisti di fine ottocento quanto poco tenesse in conto, il Bismarck, le "croste", spesso di pittori di fama!, che finivano, dicevo, appoggiate fra pavimento e parete, abbandonate a celebrar il fasto dell'arte giusto all'altezza degli occhi dei cani che facevano compagnia al burbero Cancelliere temprato alla solitudine e agli occhi intenditori del gatto di casa. Primo effettivo esempio - davvero futurista!! - di un'arte plastica finalmente fruibile anche da animali domestici ed istruiti...
  • Dunque il Cancelliere, che dai più si crede attento solo ai desideri di ministri e di monarchi (spesso questi ultimi corti di comprendonio) e dame e industriali di quella Berlino inquieta e volitiva, aveva un riguardo curioso per la cura che la fantesca metteva nello spolverare e mettere i quadri di quella che sarebbe potuta benissimo essere una esposizione futurista di pittura per cani a gatti in bell'ordine e seguendo una certa affinità di temi!
  • ...
  • Al punto che un dí, invece di comunicare con la fanciulla pel tramite dell'anziana capocameriera di casa il Cancelliere volle interrogarla da sé. Ora non scomodiamo assolutamente inclinazioni dell'affetto: al Cancelliere era bastata ed avanzata di molto la famosa vacanza di Biarritz con la dolce Katharina Orlow, nata contessa Trubezkoy, e tollerata dalla piissima Frau von Bismarck che sapeva, ne va dato lealmente atto, riconoscere i propri limiti passionali di moglie devota e madre esemplare.
  • ...
  • Al Cancelliere era gradita la presenza timida di quella fanciulla italiana spontanea e con uno stile che oltrepassava il proprio modestissimo rango, punto e basta.
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  • Sta di fatto che un dí, appunto, egli volle parlar con costei e dopo i convenevoli dell'etichetta, le chiese senza preamboli se gradisse in dono uno di quei bellissimi quadri ch ella sempre spolverava e poggiava con garbo. Era un pretesto invero anche nobilmente generoso per disfarsi d'uno almeno di quei quadri ai quali la sua sensibilità di arbitro del destino di Prussia, prima, e poi d'un Reich attribuiva appunto l'importanza pari a quella della posizione: labile alquanto e adeguata se sia fra pavimento e parete.
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  • La giovine donnina palesemente intimidita accettó ma con un lieve disappunto del Bismarck che sperava levarsi di torno delle grosse tele celebrative e retoriche recanti in casa null'altro che intrigo, disordine (se non le si appende debitamente...) e soprattutto polvere, si scelse un piccolo panorama paesano debitamente incorniciato. Scelta che ora riconosciamo obbligata quasi visto che il soggetto le rammentava il bel paesaggio natío...
  • ...
  • E se lo appese, usando chiodo e martello, nella sua cameretta berlinese entro la dimora del Cancelliere di ferro.


 Curzio Vivarelli 2


  • CRONACA
  • (Sulla esposizione in Rovereto dei quadri di Evola) 
  • di 
  • CURZIO  VIVARELLI
  • Se l'esposizione è bella e lo è oltre ogni critica, i quadri sono molto ma molto belli. Tutte le fotografie che di essi avevo visto per poterne studiare lo stile non ne rendevano ogni ragione.   Mi sono trovato a guardare delle opere ora futuriste e pervase di gioioso dinamismo oppure opere astratte per le quali era palese il fatto che fossero state rifinite con estrema cura e ad esse fosse estranea qualsiasi grossolanità di linea, di forma, di sbavature di colore.    Erano suggestive al grado atteso anche le opere grafiche, in chiaroscuro o semplicemente a tratto di penna.  Non vado oltre perché qui le descrizioni dovrebbero farsi precise per ogni opera singola e questo resoconto è, come prevenuto, volutamente breve.
  • ...
  • Il catalogo mi fu regalato dalla congrega di bravi Veronesi che vollero mettere in atto questa escursione: catalogo elegante, poco costoso - e qui un bravo a coloro che lo idearono perché un'opera dedicata a questo nome non può sprofondare nella palude del commercio ma deve essere per quanto possibile a portata di tutti - e con interventi di autori che hanno superato le banalità critiche, sempre pronte a fiorire quando si argomenta d'arte astratta: ovviamente io avrei redatto i testi in altro modo e con altri riferimenti ma ciò non toglie che il lavoro compiuto dagli autori sia egregio.    Ho trovato ad esempio una notizia che per me oscura ogni altra divagazione documentaria: essa è stata per me l'"unica notizia" veramente illuminante:    forse fu nel 1919 o nel 1920 che di una esposizione futurista, con opere del nostro filosofo, un oscuro cronista avesse redatto l'accaduto: Ad accompagnare Marinetti vi era nientemeno che il D'Annunzio il quale, annota il cronista, apprezzò queste opere d'una arte della nuova avanguardia italiana, ma anche - ecco il punto che per me è sigillo assoluto e colonna monumentale! - si soffermò sui quadri di Evola e nominò e indicò come particolarmente bello l'opera intitolata "Dreadnought". Il fatto è riportato dal cronista e della pagina di quel tempo ora lontano è restato il documento originale!    Non aggiungo altro: chi conosca lo sterminato conoscere dell'arte figurativa italiana ellenica ed europea ed orientale del beethoveniano D'Annunzio sa già cosa intendere sotto questo trascurato piccolo avvenimento.
  • ...
  • Qualcosa sul luogo: il museo è un capolavoro dell'architettura moderna, talmente originale che io senza alcuna remora darei ordine ad una batteria di cannoni che fosse sulla collina di Rovereto di fare tabula rasa dell'area. E darei quest'ordine bevendomi una meravigliosa birra spumeggiante. Penso di avere espresso abbastanza bene...   Le sale del museo erano abbastanza intricate ed in una vi era, malgrado la giornata inondata del più bel sole di maggio e della più florida fioritura di rose nei giardini, la luce che ci si attende in una sala da consulti di chiromanti e da lettura di carte o da fatture per trovare la prova del marito cornuto.     Io dissi ad un certo punto al gruppo: sono opere bellissime queste di Evola ma l'ambiente, pure museale, pure studiato e ben disposto non lo vedo ancora adatto.  E mi rispose dal gruppo uno studente universitario che disse: è vero! Queste opere starebbero benissimo sotto i capitelli delle nostre vie crucis sulle vie di montagna!  Una nuova via crucis d'un rito non più religioso ma semplicemente interiore, all'aria aperta e sul panorama maestoso dei nostri monti, dove le opere illuminate dalla luce solare troverebbero il loro valore ideale, fu la mia aggiunta!    E devo dire che da qui con i membri del gruppo abbiamo cominciato a fantasticare con senno e senza sosta: si disse
  • I) ...esposizione in un castello tirolese  magari sui muri esterni!
  • II)...nell'elegantissima Halle d'un Hotel a Cortina d'Ampezzo o a Brunico o a Bad Reichenhall, dove la sala ha le sue piante di fiori, le pareti di legno con gl'intarsi, e bellissime vetrate che guardano i monti ed il paese con il campanile a cuspide che saetta verso gli eterni...
  • E si disse anche:
  • III) perché non della sala d'onore del cinquecentesco palazzo degli Agiati, vicinissimo e sempre in Rovereto, in quella sala dove Mozart fanciullo, portato dall'orgoglioso padre Leopold, deliziò i Roveretani con le sue composizioni al piano?
  • IV) nella sala di una vecchia casa del fascio di periferia, a Bologna o a Forlì, magari recuperata un pochino con gli intonaci rinnovati dove le vaste vetrate ti fanno vedere la stradina con il canale ed il filare di pioppi che va in fuga...
  • ...
  • In pratica a questa mia osservazione si scatenò la ridda di ipotesi su come avremmo noi allestito questa esposizione e fu un giuoco che ancora mi diletta perché le possibilità sarebbero state tante e davvero suggestive. Ben di più che non...   I miei passatisti (e futuristi) veronesi erano attenti, disciplinati, concentrati. Vi era fra loro anche una bella presenza femminile che però non venne con noi in trattoria.   Perché a mezzodì circa si usciva e per una strada che costeggia un bellissimo giardino fiorito di alberi imponenti e continue aiuole di rose, dove dalle due bande alzavi gli occhi e sopra i cornicioni dei palazzi di metà ottocento vedevi i declivi verdissimi dei monti, arrivammo al "poemetto conviviale": una bella trattoria che ci prese nel cortiletto sotto un vasto ombrellone: sole accecante, temperatura calda, allegria ragionata dove gli studenti e l'editore e gli avvocati discussero delle dottrine di Carl Schmitt, del cattolicesimo di De Maistre (sul visionario savoiardo uno dei due avvocati vi aveva scritto un saggio), dei canederli a Napoli e della pizza a Bolzano, delle qualità di birra.   E della birra devo dire che me ne sono inebriato da toglierne la voglia per una settimana almeno. 
  • ...
  • Un simpatico mattoide fra gli studenti sarebbe stato pronto a portar il gruppo fino a Trento o addirittura a Bolzano per andar tutti a mangiare alla Forst, che, diceva, era stata rinnovata e con i nuovi mastri birrai venuti da Kulmbach, la celebre università delle birre, aveva un carico sopraffino di novità "potabili"...
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  • No, sull'entusiasmo prevalse il buon senso. Avevamo già sognato la "nostra" esposizione dei quadri astratti svincolata da quel Pantheon museale con aria da palazzo assicurativo: il gruppo si divise: quelli del Garda ripresero la strada verso il lago via Riva e Torbole - e abbiamo rievocato prima di dividerci la finestrella della pensione in Torbole da dove Goethe guardando il viavai scriveva alla madre che la notte aveva composto nuovi bei versi all'Ifigenia in Tauride -  mentre il gruppo restante prese la via di Ala verso la villa scaligera.    A casa tornato volli fare la solita passeggiata e poi ho rifinito la casa di Heiligenstadt in stile boccioniano.
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  • Proscritto
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  • E dunque, tornando sulle impressioni avute in quel di Rovereto e annotando stralci della ridda di conversazioni che abbiamo intrecciato lungo la visita alla grande esposizione dei quadri di Evola, e poi nella passeggiata verso la trattoria e poi in trattoria infine in birreria saltò fuori pure questo che vado a scrivere: si parlò del rapporto critico avvenuto su questioni linguistiche e grammaticali fra Alessandro Manzoni e il roveretano Antonio Rosmini Serbati.  Manzoni ascoltò le critiche mossegli dal Rosmini e in vari passi corresse il suo capolavoro apportandovi qualche variazione stilistica.    Rosmini come ben noto ai cultori della filosofia è un grande scrittore egli stesso.  Ulteriore prova, ma ne avevo di già a palate, che se non i futuristi stessi, almeno i cultori del futurismo hanno molto spesso una coltura davvero vasta e panoramica.
  • ...
  • Sui futuristi stessi fatta l'eccezione di Marinetti, Masnata, e naturalmente anche Evola non si può dire che la rivolta contro il passatismo non avesse avuto in certi casi risvolti diciamo patetici.   Conto di riassumere presto un notevole saggio su Rosmini scritto dal quel vecchio e simpatico archeologo filologo e diarista che era il versiliese Ermenegildo Pistelli che fu un favoloso biografo del giovanissimo Carducci e un insigne commentatore del romanzo di Alessandro Manzoni.    Tutto ciò a margine, appunto, dell'esposizione con i quadri di Evola, con opere di Balla, di Sironi, Carrà et cetera.
  • ...
  • Futurismo divenuto ormai branca matta e dilettevole del passatismo. Un pochino, voglio proprio riportare questa analogia!, un pochino dicevo come quella principessa Bagration che, raccontavano i cronisti del tempo di Metternich, ai ricevimenti del tempo della Restaurazione, lei nonna e forse già bisnonna si ostinava a comportarsi ed abbigliarsi come una giovanissima e anche aveva i vezzi e le tirate e il modo di intonare la voce come una adolescente.
  • ...
  • Annotato ciò a guisa di promemoria mi rimettevo a lavorare su di una casina di Heiligenstadt essendosi trasformata Pfarrplatz in un laghetto con tanto di navicella a vela.Curzio Vivarelli 1
  • Le   FORME   dell'UOMO
  • di
  • Andrea Marcigliano
  • (da    https://electomagazine.it/le-forme-delluomo/  di lunedì 21 febbraio 2022)
  • Ogni epoca ha le sue forme.   Se preferite i suoi modelli.   O meglio ancora, archetipi.   Archetipi che rappresentano l’uomo.  Le diverse declinazioni dell’uomo.   I  “tipi”  che quel periodo, diciamo così, storico, meglio rappresentano ed incarnano.  L’età del Barocco, che è stata un po" il crogiolo della modernità, ha avuto, e prodotto, alcuni grandi archetipi dell’uomo.    E li ha saputi rappresentare con  arte,  sotto molti profili, insuperabile.  Anche perché a dare a questi archetipi forma artistica furono alcuni dei più grandi geni della nostra storia culturale.  Don Chisciotte, o dei sogni.   La follia come scelta di vita.  Il rifiuto di una (apparente) realtà in nome di un ethos. Superiore.   Ad onta della beffa e del ridicolo.  Apparente.  Il capolavoro di Cervantes.  Poi, nel tormentato ‘900, la rilettura di Unamumo. Don Giovanni.  Il libertino. La ricerca del piacere come agone con il Convitato di Pietra.   La Morte...  L’amoralità come punto d’arrivo d’una ragione che tutto distrugge. E lascia solo il vuoto. Tirso de Molina e, soprattutto Molière.  E da Molière viene anche un altro archetipo, totalmente negativo, della modernità.  Il Tartuffe.  Il grande ipocrita.  La finzione dei sentimenti.  L’interesse materiale che prevale su tutto e che trionfa. Non  piacque a Luigi XIV.   E   Molière dovette scriverne una nuova versione, facendo trionfare alla fine l’onestà di Orgone.   Ma  la stesura originaria, con la vittoria dell’ipocrisia, resta ancora un modello di, triste, realtà.  E poi Faust.   Il mago pronto al patto.   A cedere l’anima per la conoscenza. Marlowe, il poeta maledetto dell’età Elisabettiana.  Goethe ne trarrà, in seguito, il modello dell'inquietudine propria dell’uomo contemporaneo.  Di una ricerca senza pace.  Di una irrequietezza dei sentimenti che insegue un sogno, il Femminino Eterno.  E lo scopre, e conquista solo fermando l’attimo.  Uscendo   dal tempo.  Che è la nostra maledizione.   E poi tutti i grandi archetipi della società borghese tra XVIII e XIX secolo. Per lo più negativi. La superficialità e la menzogna a se stessa di Emma Bovary.  In Flaubert. Il servilismo verso il potere e le convenzioni sociali de Il conformista di Moravia. La corruzione morale e politica del Consalvo Uzeda di De Roberto... Appena qualche sprazzo di luce nella svagata eccentricità dello Zeno di Svevo. Il mito dell’Artefice nel Fuoco dannunziano... La modernità, la nostra, è davvero il Castello d’acciaio del Mago  Atlante.   Ed è un Castello le cui mura si vanno sempre più restringendo. Soffocandoci. Nel corso del ‘900 nessuno ha saputo intuire gli archetipi della nostra epoca come Ernst Jünger. Dando loro forma. L’Arbeiter. Che non è l’operaio inteso come classe sociale. Non una figura emblematica della ribellione delle masse che ha caratterizzato la prima metà del secolo scorso. Piuttosto il modello dell’Uomo costretto, in pace e in guerra, a misurarsi con la potenza demoniaca della tecnica. Che si è sostituita a quella della Natura. Uno scontro titanico. Per dominare o essere dominato. E annichilito. Il Milite. Che non è, semplicemente, il soldato. Colui che combatte al soldo. È colui che milita. E quindi testimonia con la sua azione.  Senza illusioni o speranze.   Senza premi e costrizioni.  Una figura che incarna, certo, il dovere.  Ma il dovere come destino...  Assunto con scelta libera e cosciente.  Fatto proprio con la volontà. Amor Fati, potremmo dire. E poi l’Anarca. Che non è sterile ribellione, e utopia sociale.  È il non riconoscersi nelle convenzioni correnti, quali esse siano.  Non omologarsi alla massa sempre più uniforme e amorfa.  Porsi in una posizione non di rifiuto, ma di distacco.   Tornare al bosco. Senza   paura   della solitudine.  Come un vecchio lupo, che guarda da lontano le mandrie di pecore.  Figure della nostra modernità.   Che Jünger vide agli albori di questa.   Oggi, l’ho già scritto, ne vedrebbe, e ne descriverebbe, anche altre.   Tipi di una, cosiddetta, realtà in continua mutazione...


 

  • A  proposito  di 
  • “La  miseria simbolica” 
  • di  Bernard  Stiegler
  • Vol. I: L’epoca iperindustriale
  • Vol. II: La catastrofe del sensibile
  • di
  • Sandro Giovannini

     

    Questo mio articolato testo critico (www.heliopolisedizioni.com) si sviluppa su diversi registri sia formali che contenutistici. Sarebbe stato forse possibile per altri, ma non per me, affrontare un tale testo senza prendere in seria considerazione lo stile di Stiegler, che mette in campo sensibilità e conoscenze le più disparate e spesso del tutto imprevedibili per chi non voglia confrontarsi con un taglio multidisciplinare, con il risultato di un linguaggio comunque avvolgente ed intriso d’autenticità emotiva sino allo spasimo, assieme al livello della teoresi sforzata sempre alla massima tensione. Fascino e repulsione logico/emozionali, in tal modo, credo maggiormente per chi, come ho fatto io, lo legga in modo consentaneo al suo stile, non per supponente disivindualizzazione ma per onestà d’indagine, possono benissimo restare accanto per tutto il tempo e non credo soltanto per chi, come me, abbia considerato come praticabile una visione del mondo che differisce comunque, in troppi e decisivi tratti, dalla sua.
    ...
    Prima vi è un’unità (I) definibile come ricognitiva sul potenziale recepibile ed assieme avvertimento apotropaico contro il troppo facilmente prevedibile. Segue una seconda (II) che è presa d’atto di ciò che sento di dire intorno ed a partire da STIEGLER. Quindi non tanto o non solo sul suo testo ma sulla scia che esso ha determinato in altri. Una terza (III) è ancora in definizione divisa in due capitoli (parte A finita e parte ancora B da scrivere). La parte A si confronta ulteriormente e dialogicamente con tutti i quattro capitoli del primo libro ‘L’epoca iperindustriale’. La mia parte B affronterà invece il secondo libro di STIEGLER, ‘La catastrofe del sensibile’, con la relativa Introduzione, sempre di Rosella Corda, e di seguito, dell’autore, L’Avvertimento, il Prologo con voci narranti ed i 5 capitoli del testo. Ho scelto questa formula espansa per cercare di trovare tutti i possibili motivi di convergenza e divergenza dai due tomi del libro. La sollecitazione comunque è partita dalla recensione di Giovanni Sessa, sempre su www.heliopolisedizioni.com e dal suo invito a confrontarsi seriamente su ciò che dice STIEGLER. In tal senso le mie riflessioni sono solo un contributo, del tutto discutibile ma spero utile, soprattutto in un momento così problematico della nostra vita europea. La “vicenda del sensibile”, infatti, comunque la si interpreti, è veramente al centro del nostro tempo e non si può assumere o respingere, anche in base a questo testo, in base al pregiudizio/luogo comune bizantino. Lo si deve ammettere appena si approfondisca qualsiasi indagine che non tagli per slogan o nodi di gordio. Il testo qui di seguito integra e sostituisce totalmente il mio precedentemente pubblicato e questa anomalia in crescendo non può trovare nella sovrapposizione una contraddizione insuperabile se è accettabile la premessa che giustifico con una azzardata mimesi interpretativa.


  • I
  •  
  • Παραβολή
  • “…Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano,
  • lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole:
  • non quell’orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri,
  • ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli:
  • quell’orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan.
  • Mi è venuta infatti voglia d’incarnare con voi per un po”
  • il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso,
  • che oggi riempiono la testa dei ragazzi
  • di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine,
  • degne di donne pettegole.
  • Io imiterò quegli antichi che per evitare
  • l’impopolare appellativo di sapienti,
  • preferirono essere chiamati sofisti.”
  • Excusatio non... Vulgo… mettere le mani avanti. Perché Giovanni Sessa dice che sarebbe bene che noi (magari non io ma proprio quelli buoni in cose filosofiche…) ci confrontassimo con questo testo. Che lui presenta con disposizione notevole al sacrificio. Almeno questa è la mia sottile impressione. E sarà così, come è mia abitudine di ex buon soldatino… mi leggerò (le tre volte gurdjieffiane) tutto il primo sottotitolo (che mi pare - così, per ora, alla carlona - che da buon francese philosophe, più o meno nuovo, il testo sia appunto il sottotitolo del titolo magari azzeccato a forza d’orecchiarsi parlare e/o di sentirselo dire… ma - per carità - non anticipiamo a vanvera…) …ora vi devo proprio rompere gli scatoloni: dunque…
  • ieri, lo stesso giorno in cui m’arriva la recensione di Giovanni ed in cui la metto di corsa sull’Heliopolis, dovevo recarmi in un primo pomeriggio più o meno desolato (il pisolo pomeridiano non me lo toglie più nessuno), con il sole calante e forte negli occhi e con tutto che avevo mascherina pronta alla gola e occhiali e parasole abbassato ma non vedevo quasi un tubo di quell’infinita ed infame periferia… dovevo andare, allora, per una cosa infinitesimale da un notaio, sconosciuto, nella sua sede periferica (spero, per lui, che sia così) di un assurdo conglomerato tutto giravolte e villette vicino a Pesaro, per un attuccio a recuperare un mio acquisto (tecnicamente si chiama acquisto in frazionamento), di più o meno 20 mq., in una grotta sottostante già una mia casa in una cinta castellata… sotto un imponentissimo mastio… di un famoso borgo storico… del vicinato. Ecco… ho scritto tutto. Era rimasto in incongrua se pur legittima proprietà d’una vicina ultranovantenne, poi mancata ed io non avevo mai dato seguito alla cosa, pur interessante dal punto di vista simbolico, proprio perché questa divisione della grotta sottostante (con gallerie che si infiltrano sotto il castello per decine e decine di metri) implicava soldi ulteriormente buttati in una casa di quasi nessun valore commerciale e di utilizzo, se non per una organica (e magari pure comprensibile…) mia boria sentimentale. Simbolica. Ma un giorno un tizio mi chiama al telefono e mi dice che ha comprato la casa che reggeva anche quei 24 mq. ed allora mi chiede se voglio acquistarli da lui. Costosamente. Un piccolo antecedente. Nel paese in questione, famoso nella zona per l’antico castello, non circola un’aria benevola. Una boria (in questo caso… paludata e stracciona), antipatie, odi sommessi e rancori decennali e, nel migliore dei casi, un comprensibilissimo e strisciante fastidio verso gli estranei (cioè io) che però non aiuta certo l’immagine, almeno formale, dell’accoglienza. Poi la crisi, la chiusura di quei pochi locali turistici e il lento sommergersi in un poco eterno ritorno… molto storico.
  • Per un piccolissimo abuso edilizio (di miglioramento erga omnes) vengo portato in tribunale, infine condannato penalmente e pesantemente (ci sono di mezzo le belle arti) con la condizionale e pago uno sproposito di multa. Il pregresso. L’immagine di quella casa quindi in me s’offusca proprio, dopo i primi anni d’entusiasmo e di qualche iniziale lavoro, lasciando incompiuta una potenzialità d’abbellimento (ho finito elegantemente solo il dentro) e di consolidamento. Ci penso sopra e poi do una disponibilità di massima. Il venditore è uno scultore, ma non come me… eternamente dilettante del tempo imperduto e per melanconico ma furioso hobby… come direbbe un malevolo, ma proprio uno che vive convintamente del suo lavoro. Figura difficile. Lo incontro preventivamente perché mi vuole far vedere la sua villa laboratorio con parco scultoreo museale collinare che si perde beatamente - unica cosa veramente buona - nel confine collinare, ove ha convogliato da mezzo mondo, donazioni, istallazioni e gruppi scultorei, i più - escluso proprio pochi - per me bruttissimi, scadenti od insignificanti. Suoi e di tanti altri, ma sempre sedicenti ed imponenti… Ha, accanto alla villa, vicina al paese in questione, in un coacervo di sovrapposizioni alquanto inestricabili, - ci vorrebbe, forse, per capirli un drone dall’alto come per i presentimenti di scavo - un hangar con varie officine aderenti dove poi fa colature stampi e cotture professionali in tanti materiali… Il tipo si rivela sincero e rozzo assieme, piuttosto arruffato come si conviene ad uno che opera sempre con le mani (ed anch’io nel mio piccolo sono, alla bisogna, più sporco che pulito…) e reiteratamente tuttologo e sapientemente logorroico (consigli di materiali, di cucina, di dieta, d’aerobica ed altri 10 argomenti come minimo…) mentre invece la moglie, che fa di mestiere la commercialista, incontrata di sfuggita sul loco, taglia molto venividivici e sembra tutt’altra figura, leggibilmente in disparte. (Poi, forse, ho capito perché). Ci accordiamo solo sull’interesse reciproco, ma la cosa è instabile perché sa che sono in ballo da circa due anni con una malattia grave di mia moglie… Passa parecchio tempo e poi lo scultore mi telefona, s’arrabbia pure via cavo, ed alla fine più o meno ci mettiamo d’accordo. Quindi, dopo un compromesso (pur per una cosa così insignificante) andiamo finalmente al rogito.
  • Ma, se fossi stato un antico, non avrei mai dovuto convolare. Troppi segnali nefas. Leggibili almeno tre. Ma ormai c’ero dentro, a giusto od a torto, come dice il diritto latino. Prima di due giorni dalla data fissata per il rogito a mia moglie viene una febbre altissima, sembra coviddi, che poi però non è, ma fo(a)rse(a) si, forse no… chi lo sa. Negativa ufficialmente. Allora si rimanda. Ma il venerdì sera/fine settimana del secondo appuntamento fissato per lunedì, la ruota destra anteriore dell’auto ferma davanti a casa totalmente a terra… allora pompetta elettrica con bomboletta collante incorporata dopo aver strabuzzato gli occhi… e corsa dal gommista in chiusura che mi fa il cazziatone tipico di chi sa… dicendo che si deve solo pompare aria… e che se si spinge la colla dentro poi bisogna attendere… quando non si sa, forse… presumibilmente… 50 o 100 km… che il velo collante dentro si squagli al calore (se no dovrebbero lavarla dentro ed asciugarla - cosa che evidentemente non hanno troppa voglia di fare) e quindi si riveli il buco, che non è rilevabile, come al solito, a vista e se non a vista coll’acqua… e così via… Insomma vado all’appuntamento di lunedì lemme lemme con l’orecchio spostato sulla destra… e va bene sono solo pochi km… una 30a e poi io non sono un antico (a proposito del nefas)… sono un moderno mio malgrado.
  • Ho un bel testo di Walter Freund sulla filo-etimologia di modernus… (modus hodiernus) e per controllare la mia memoria di qualche decennio fa, cosa vado a scoprire?... che la prima citazione assoluta riscontrabile del termine modernus appare in due passi delle “Epistulae pontificum”. “…Vi si tratta del divieto di ordinazione degli schiavi alle dignità ecclesiastiche, che era stato stabilito nel Sinodo del 494. Siccome la disposizione non veniva accolta nel giusto modo, Gelasio dovette ammonire più volte i vescovi sulla sua osservanza”. Così recita l’informatissimo testo di Freund, a pag. 15 dell’edizione Medusa 2001. E se uno - allarmato - poi va a vedere la voce Antico (l’antipolare di Moderno) sempre sul dizionario telematico Treccani il nome di Freund è quello più citato in assoluto. Ma se lo stesso uno va a vedere sulla stessa Treccani la voce “Gelasio I, papa, santo”, si trova di fronte ad una ben diversa presentazione, ove in un meravigliosamente descritto travagliatissimo quadro di crisi tra guerre, devastazioni, scismi, eresie e deviazionismi di ogni genere, il centro di ogni diatriba è il primato di Roma sulle altre originarie sedi apostoliche e la prima forte reiterazione del primato dello spirituale sul temporale (=del Papa di Roma, sull’Imperatore - quello superstite - d’Oriente). Gli schiavi indubitabilmente, a fronte di così tanti errori ed orrori, contano poco e sono definiti - sulla voce Treccani - “libertà personale”, formula meravigliosamente istituzionale (- anche oggi - evidentemente - come allora) che riduce ogni problematica di sostanza (evangelica)… a prassi burocratica. Dalla voce “Gelasio I, papa, santo”: “…Gli argomenti affrontati in questa lettera riguardano: l’acuta penuria di sacerdoti e il conseguente adeguamento della prassi ecclesiale; i requisiti per la promozione al presbiterato di monaci e laici (assenza di precedenti penali, libertà personale, integrità morale e fisica, alfabetismo);” ( il grassetto è mio. N.d.A,)… etc., etc.. Il mio stupore era in fondo del tutto ingenuo se non proprio sciocco… la prevalenza del tempo (sempre hodiernus) sulla supponibile atemporale, inattuale, parola di vita. E questa è forse la primaria fonte del mio disagio di modernus. La verità istituzionale sembra, sempre, se svelata, una nuda miseria simbolica. Ma de hoc satis… Torniamo all’auto ed alla ruota…
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  • Cultural Intelligence

  • A proposito del libro di
  • Federico Prizzi,
  • Cultural Intelligence ed etnografia di guerra,
  • (Edizioni Altravista , ottobre 2021, pag. 217,
  • 25 Euro. www.edizionialtravista.com
  • di 
  • Sandro Giovannini

    • Ai due testi di S. G.
    • segue un LETTERA di Federico Prizzi
    • seguirà un ulteriore  III  intervento di S. G.,
    • relazionato agli eventuali testi critici di altri amici…

  • I

  • Questo libro di Federico Prizzi sarà pietra d’angolo.   ¿Solo per chi riesca a rappresentarsi appieno la dinamica attuale del permanente conflitto, od anche per chi magari è abituato a prendere le cose un poco più astrattamente credendo in tal modo (…quale modo poi?) d’essere più intelligente? Guardo la mia faccia nello schermo del computer mentre esprimo questa domanda retorica e m’immagino pertanto più facilmente tante altri volti e maschere, conosciuti bene o male e persino quelle/i che posso solo ipotizzare. E’, che… già ad un terzo della lettura ero con l’acqua alla bocca e riuscivo solo con difficoltà a respirare e quindi s’affacciavano tutti gli incubi della mia vita da pensante conscio/inconscio (1) ed i sempre posticipati riassunti a futura memoria che tutti gli “intelligenti” (magari non solo proprio gli “stupidi intelligenti”) hanno sempre creduto di poter lasciare lungo il percorso. Tutte le domande esistenziali (che non sono solo quelle ontologiche, filosofiche, letterarie, sociologiche, o latamente, appunto, antropologiche) che premono sfacciatamente fin dall’infanzia ma sono coperte dalla fame di dati e di volti, che poi, più spesso si rivelano, appena poco più in là, abbuffate quasi solo di cibo grezzo e maschere di zucchero… ¿Se esiste un Grande Vecchio, più o meno barbuto, che abbia creato ed osservi tutto, magari infischiandosene del vissuto vitale proprio perché si diverta a sorprendersi lui che non si dovrebbe sorprendere di nulla… ma forse… sorprendersi di che? Magari dei tre kili e mezzo di acronimi che gli “intelligenti” hanno sempre allestito per il consumo veloce… (anche i romani…), quello che serve per reagire bene ed in fretta invece di tardi e male? Al confronto un “complottista di serie B”, ovvero uno di quei pochi che più o meno orecchiamo, è un povero mestierante delle 3 carte… su uno scatolone sveltamente ripiegabile tra i passanti curiosi e/o fannulloni. ¿Potrebbe ancora sorridere quel Grande Vecchio barbuto? Probabile. ¿Oppure… in caso che il Grande Vecchio non esista proprio (o magari operino solo le più o meno inquietanti intermediazioni gnostiche) o magari noi fossimo solo uno stranissimo accidente dell’afferenza stravolgente e misteriosa? … ¿se gli animali sapiens, siano poi così talmente stupidi da prendersi proprio sul serio da credersi intelligenti, portandosi alla semi estinzione per bulimia e per inverificabile buonismo? Almeno una volta s’ammazzavano fra loro, non reputandosi se non responsabili di se stessi, riservandosi (in aggiunta agli inevitabili flagelli naturali) una buona media di morte indotta e selezionatrice.
  • Ma questo è tutto implicito nel libro di Prizzi. “…L’implicito, ovviamente fondamento dell’arte. Qui l’implicito è tutto esplicito, ma a ragion veduta, non per difetto. E’ un discorso d’amarezza.” (2) Ovviamente. Non solo perché l’implicito è il fondamento dell’arte. Ma perché qui Prizzi parla (e non parla) da “antropologo militare”. Che non è una contraddizione in termini, ma una solida realtà strumentale. Ben operata ed operativa. E quindi tutto l’esplicito è l’insieme delle infinite e susseguenti teorie interpretative usate ed usabili nella ben poco facile convivenza del e nel mondo e delle infinite collegate ermeneutiche della supposta realtà e forse non serve proprio aggiungere un ulteriore posticcio filo d’arianna interpretativo a priori (supposto primo) nel labirinto delle interpretazioni (supposte seconde). Questo magari spetta a me, qui, per uscire fuori dal dedalo (che è l’ombra cupa del labirinto… come ci suggerisce Borges), del dedalo immaginale ed immaginario, appena all’inizio del percorso ed in minima parte e solo con i limitati mezzi che possiedo… Ma devo stare attento anch’io a non partire per la tangente, cosa che farebbero magari volentieri anche quelli che seguiranno, poi, sicuramente a commentare, forse più attenzionabili (…quanto mi piace l’obbrobrio!!!) al succo tecnico che alla supposte verità nascoste in evidenza. Di quelle che a noi - magari - fanno molto gola ma che a certi altri proprio non interessano.
  • Ora avete capito che questa è solo una sincopata (per ora) introduzione ad un libro che diverrà, appunto, angolare e che necessiterà di ulteriori approfondimenti fatti con spirito libero. Per quanto possibile. Secondo l’ELOGICON di Casanova. (3)
  • Note:
  • 1) L’autore dell’articolo si è confrontato con problematiche affini o comunque afferenti in vari momenti della sua vita di pensante. Dai vari testi contenuti nel mio primo libro di saggi “L’armonioso fine”, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino, 2005, quali: Gli spiriti eroici di Mishima; Irradiazioni di Jünger; Storie di ufficiali di Spina; a “La capitale del tempo”, (NovAntico, 2014) romanzo con forti connotati storico documentali sull’avventura coloniale, ai testi del secondo libro di saggi “…come vacuità e destino”, NovAntico, Pinerolo, 2013, quali: Potere senso e repressione in Marc Augé; Genere. Virilismo-Virilità; Il mondo occidentale e la guerra; Anima-spada e anima-libro. (Ricercare le due anime. Pio Filippani Ronconi); Rapidi ed invisibili…, all’ultimo “N-SNOB. Altre evocazioni”, OAKS editrice Milano, 2021, col saggio La Fantasia del complotto; al prossimo libro di saggi “In limine”, con i saggi: Entro questo occidente; Lo scontro d’inciviltà; Paideia negativa, riservarsi una logica; Lealtà e finzione; Nemesi può attendere;…tutti già leggibili su www.heliopolisedizioni.com sezione “Rivista online Heliopolis”.
  • 2) Mario Dessy, Il sole alle spalle. Cappelli Editore Bologna, 1970, dalla ‘Presentazione’ di Salvato Cappelli, pag. 10.
  • 3) L’ELOGICON di Casanova (Luigi Sgroi).
  • casanova inglese DEFINITIVO 2

  • II
  • Dell’approccio geostrategico e di quello antropologico  
  • (S. G.)
  • L’autore, come tutti coloro che autenticamente hanno compiuto un percorso di conoscenza attraverso le cose e le persone, rintraccia fin dall’introduzione al suo testo una sorta di personale acquisizione progressiva e destinale sulle formule e sui grumi, divenienti e mai fermi, d’interpretazione della realtà.  I grumi (che si riscontrano negli inarrestabili acronimi delle infinite organizzazioni) e le formule (che si riscontrano nelle bulimiche teorie interpretative costantemente a dieta di realtà) sono sottoposti alla Necessità (…ogni altra definizione pseudorazionale offenderebbe), del capitale globalisticamente inteso. Tale multiforme neo-capitale, diviso sempre sulle aree di decisionalità e di confrontazione performante e sulle risorse universalmente rapinabili, riesce comunque a ingoiare tutto, uomini, biosfera, riserve passate e future, terre comuni e rare, divorando ogni cosa e restituendola poi necessariamente predigerita in pasto alle bocche frementi e spalancate dei nidi, ovunque innumerevolmente esplosi in voracità ed inquietudine. Il numero, innumere. Una realtà ormai innegabilmente (seppur copertamente) connessa a quella sorta di “società automatica” e di “potere automatico”, che corrisponde alla complessità oscura odierna di cui parlano (poco ma bene) i più consapevoli  e liberi filosofi. Essi fanno ormai, dalle già citate verità segrete esposte in evidenza, base problematica per tutti gli altri ma sostanzialmente univoca nella sua episteme, ovvero il pensiero unico che permea democrature, oligarchie e dittature, tutte diversamente abili. Sistemi molto più interconnessi di quanto si possa e voglia dire, seppur ferocemente concorrenti per il potere universale e che, a livello antropologico, al di là di pur abissali distanze ereditate in termini di valori ancestrali e tradizionali per tanti versi di riferimento ancora attuali o residuali, è sempre più marcata da una riduzione consumista del sognato avere virtuale rispetto all’esperito essere vitale.  E tutti ne  abbiamo vissuto ed ancor più ne vivremo, la contraddizione spaventosa e tragica.  La cosiddetta  “miseria simbolica” reinterpretata non solo esteticamente ma anche politicamente in ben opposte ed apparentemente paradossali opposizioni, ma come dato, anche insuperabilmente pervasivo.  Ovvero il dominio planetario del capitalismo consumistico - pur diversamente normato e nominalisticamente declinato - che crea instancabilmente le sue varie ipostasi, le coordina sempre più automaticamente e sempre più automaticamente le affina per il dominio. Ma, proprio in relazione con il libro di Prizzi, non posso e non voglio surrettiziamente commissionare, al testo che qui vado commentando, una caratura esplicitamente filosofica, cosa che non è nelle parole espresse dall’autore, proprio per la scelta, da lui fatta, di rimanere, indiscutibilmente ma dialetticamente, con gli scarponi sul terreno, e con la testa vigile, per l’elevatissima caratura teorica, dimostrata dal procedere concatenato in più di 200 pagine, ove ogni capitolo potrebbe dar luogo ad un mondo a parte di sviluppi logici…  Io che questi scarponi non li uso da decenni, posso tranquillamente prendermi la libertà di leggere questo libro fondamentale, con un taglio en artiste e magari caricarmi di tutte quelle contraddizioni che forse suggeriscono un livello più elevato per coloro che non vogliano solo nutrirsi della linfa tecnico/esperienziale ma guardino alla lotta delle idee, innervata però di imprescindibili acquisizioni realisticamente lucide seppur spietate.  Prizzi, lungo tutti i capitoli del suo libro, usa un procedere piano e del tutto sempre perfettamente risalibile, corroborato da infinite “prove di esistenza”, anche per smontare la facile costruibilità astratta che diversamente attira sempre i pensatori acuti ma con le relative possibili fuoriuscite per la tangente…  I capitoli magistrali, a tale proposito,  non meno didattici di altri ma forse più atti proprio a renderci partecipi consapevoli della robusta documentazione a corredo (che è la prova tangibile di quanto il pensare strategico sia una sorta di “supercomplotto”, da sempre e per sempre, pur deprivato dei risibili risvolti maniacali e patologici, ma non per questo meno serenamente inquietante) sono:  “Il ruolo dei media e dei Social Network nella propaganda sovversiva”;   “Complottismo  e teorie cospirazioniste”;  “Un’analisi critica alle teorie di Gene Sharp”; “Ipotesi di confronto con il mondo accademico”; “Il Caporale Strategico nell’Era dei Media (Strategic Corporal)”; “Nascita e declino dello Human Terrain Sistem (HTS)”; “Le critiche dell’American Anthropological Association (AAA)”; “Cross Cultural Competence (3C)”; L’utopia del Population-Centric Counterinsurgency Approach”; “I Cross Cutting Topics (CCT)”; L’immersione partecipanteLe interviste degli informatori…  e ne ho scelti proprio pochi tra tanti… e questi solo a mia personalissima predilezione, ché invece tutti i capitoli si determinano, alla fine, come assolutamente conseguenti.  Senza poi neanche accennare al Capitolo 7 de “Il Caso Studio: Al Shabaab e l’Information Warfare”, che onora tale libro dell’ineguagliabile esperienza diretta. Ed, infine, di una “Bibliografia” complessa ed articolata, che non è la solita compilazione necessitata, ma un utile strumento di comprensione.
  • Ma vorrei fermarmi, icasticamente, su alcuni passi:
  • “…la cultura al servizio degli equilibri geopolitici” (pag.14);  
  • “…coerentemente con quanto previsto dal Diritto Internazionale relativamente alla figura del legittimo combattente” (pag.15);
  • “…Un’Utopia che pensava di risolvere le guerre civili, il frantumamento degli Stati, le pulizie etniche, semplicemente separando fisicamente i contendenti e pagando con gli aiuti internazionali la soppressione delle tendenze bellicistiche. Chi non si voleva piegare a questa logica ‘umanitaria’, veniva sottoposto alla gogna mediatica e alla giustizia dei tribunali internazionali…” (pag.18);
  • “…Oggi, invece, le guerre non si dichiarano, ma si fanno in modo indiretto…(…) Oggi si attaccano gli avversari attraverso i media, con la disinformazione, con gli attacchi finanziari sui mercati borsistici, con le sanzioni economiche, sostenendo movimenti di lotta armata, ma anche ‘pacifiche’ proteste di piazza, creando eserciti di mercenari, uccidendo gli avversari con missili teleguidati, con droni, con virus letali, con gli scandali giudiziari. No, nelle guerre di oggi più che in passato, non c’è necessariamente bisogno di armi per uccidere il proprio nemico…” (pag.20)
  • “…Secondo l’attuale Capo di stato Maggiore delle Forze Armate Russe Generale Valerij Gerasimov le guerre del futuro saranno, necessariamente, Guerre Cognitive, cioè guerre d’informazione.” (pag.21);
  •  “…Un nucleo che per Andrej Il’nitskij, analista russo vicino al partito di Putin ‘Russia Unita’, rappresenta l’ideologia. Un concetto secondo l’articolista russo, centrale nella visione militare russa. Poiché per ‘…indebolire e distruggere la vitalità di una nazione, senza azione militare diretta, è necessario distruggerne appunto il nucleo ideologico (…) …Poiché l’ideologia è il navigatore di una nazione che mette in collegamento passato, presente e futuro’…” (pag.22);
  • “…Queste sottoculture rivoluzionarie, che si possono trovare in forme e quantità diverse nello stesso tempo e in qualsiasi società, danno vita all’agitazione sovversiva che è lo stadio propedeutico alle altre fasi della ‘conflittualità non convenzionale’…” (pag.25);
  • “…poiché attraverso la conquista delle popolazioni, si voleva trasformare  il cittadino in un ‘uomo-arma’. …‘Uomo-arma’ che era il prodotto della penetrazione silenziosa, psicologica e morale della propaganda  attraverso la diffamazione, le delazioni, le provocazioni alle classi dirigenti nemiche…” (pag. 28).
  • Ma oltre queste brevi ed apparentemente del tutto leggibili riflessioni (ma ne abbiamo mai tratto il minimo conseguente - definitivo - insegnamento esistenziale?) vorrei portarvi altri due esempi, appena poco più distesi, per dimostrare quanto Prizzi vada in profondità, senza sconti per nessuno (neanche per se stesso).
  • Pag.112: “… La Defence Cultural Specialist Unit (DCSU), come superare gli errori dello HTS.
  • “…Nel luglio del 2019 il Prof. Gilbert Achar della School of Oriental & African Studies (SOAS) è stato coinvolto in uno scandalo che l’ha visto implicato, insieme ad altri docenti, nell’addestramento, dal Gennaio all’Aprile 2019, di una unità dell’intelligence inglese: la Defence Cultural Specialist Unit (DCSU). Addestramento che avrebbe visto fondi per 400.000 sterline finanziati dal Ministero della Difesa britannico e che sarebbe iniziato già nel 2017.  Ciò che incuriosì in modo particolare la stampa britannica  fu che il Prof. Achar, noto per le sue posizioni marxiste e per la sua collaborazione al Jacobin Magazine e al Democracy Now, abbia affermato di essere stato convinto dell’importanza che docenti d’estrazione politica di sinistra fossero impegnati nella formazione culturale dei militari inviati in missioni all’estero da Noam Chomsky.  Il quale, com’è notorio, ha sempre mantenuto un rapporto di collaborazione con la Difesa americana. Ciò al fine di togliere un certo monopolio al pensiero di ‘destra’ in ambito militare.  Questo scandalo, in realtà ha riportato in auge il controverso rapporto tra mondo accademico e militare in merito all’utilizzo delle Scienze Sociali e antropologiche  nell’ambito delle operazioni di guerra. Un rapporto che sembrava ufficialmente tramontato con il fallimento dello HTS, ma che ha invece visto, specie nel mondo anglosassone, una continuità d’impiego apparentemente mai interrotta…
  • … no comment.
  • Pag. 154:
  • “…Una possibile soluzione a questi ed altri dilemmi in cui l’Etnografo di Guerra potrebbe incorrere nell’interpretazione etnografica di un conflitto è data dalla ‘Prospettiva Ermeneutica’ di Clifford Geerz.  Il quale, prima di tutto, sosteneva che le Scienze Sociali sono Scienze Interpretative e che l’antropologia interpretativa è tale perché cerca i significati attraverso i simboli caratterizzanti la vita psichica collettiva.  I quali, si nascondono dietro le interazioni sociali. Questa sua enfasi sulla comprensione  e sull’interpretazione porta implicitamente alla ‘traduzione’ di una cultura a un’altra.  Traduzione perché cerca appunto di dare un senso a ciò che è straniero, rendendo familiare l’atto compiuto dal locale allo staff militare.  L’etnografo di guerra, pertanto, si inserisce in questa ‘traduzione culturale’.  Traduzione che non vuole però dire attuazione di un  mero metodo comparativo. Bensì, come insegnato da Geerz, bisogna focalizzare la propria attenzione sui significati locali dei fatti culturali.  I quali possono essere compresi solo all’interno del quadro simbolico che li ha prodotti. Attraverso una ‘descrizione densa’ si scopre  e si ricostruisce la complessità dei significati non espliciti. Contestualizzandoli e traducendoli in informazioni utili per la pianificazione e la condotta delle operazioni militari…”
  • …no comment.
  • E potrei continuare così quasi all’infinito… lungo tutte le oltre 200 pagine del testo. Ed il concatenamento progressivo dei significati è sempre supportato efficacemente dai significanti.
  • Tornando alla mia discutibilissima lettura potrei allora concentrami (ovviamente semplificando al massimo del lecito) sulla dimensione dell’altro e sull’immersione partecipante, in qualità di due rocche concettuali che Prizzi ci invita a penetrare e poi a scalare. Ma avvicinandoci, ed incominciando davvero a saggiare il terreno, scopriamo che fanno parte di un unico ed enorme campo trincerato. L’altro - banalissimamente - non sono mai… io… a prima vista.  Ma, addentrandomi ancora, scopro che il mio terrore e la continua rincorsa di una possibile ulteriore  e meno illusoria comprensione di quell’altro mi portano inevitabilmente a domandarmi, senza più ritegno e copertura, od almeno con sempre meno ritegno e copertura (se non perdo del tutto la testa nel  vorticoso furor …all’esempio di Kurtz: se, appunto, senza tirare le somme …he had judged. "The horror!), chi io sia, effettivamente.  Questo non era proprio lo statuto ermeneutico dell’occidente moderno, ove tutto andava sempre più materializzandosi, pur sempre con un taglio individualizzante.  Ma tutta la cultura antropologica ha dovuto compiere questo spaventevole regressus ab inferis, ed in tal modo ha completato un primo ciclo (anche storiograficamente accademico) di vitale ricomprensione del mondo.  Un mondo - di seguito - sempre meno materialisticamente diviso tra occidente ed oriente e tra nord e sud.  E l’antropologo/etnografo di guerra deve ancor più scendere βάθος τῆς ψυχῆς  o meglio βάθος καρδίας ἀνθρώπου e questa è una scelta che nasce ontologicamente prima ancora che confessionalmente  (o professionalmente).   Ad esempio (professionalmente): L’HTS (Human Terrain System) si nutre di questo paredro virtuale e con le altre due… “…discipline diverse: il CQ (Cultural Quotient), lo Human Terrain System, e l’Antropologia Pubblica.  La prima nata  nel 2003, nel mondo della formazione manageriale mentre le altre due  nel 2006 nell’ambito militare  e in quello accademico…”, (pag.54)…  riesce a comporre una comprensibile tavola sinottica sulla quale si potranno esercitare tutte le successive variazioni ed implementazioni. La stessa parola “terreno” archetipicamente indicava la parte più basale di qualsiasi corpo, quella che contattava le forze ctonie e da esse, controllandole e verificandole (quindi non lasciandosene nefastamente dominare), fortificava il cuore. La “terra del cuore”, grunde des herzen,  intensifica, in direzione sùpera, il cuore fino all’implosivo uso eckhartiano grunt der sêle…  nella sua impervia accessibilità poco risalibile ed ancor meno esprimibile,  e poi ancora, in Taulero ed  altri, come se il terreno fosse la più riservata oscura/luminosa cella del discorso con il Tutto… e così via, sino al mix di misticismo e razionalismo in Leibniz  e poi alle anticipazioni psicologizzanti e sociologizzanti delle collegate dimensioni.  Questa piccola incursione in ciò che non dice il libro… ma indubitabilmente implica, e che serve solo a stabilire che l’altro e l’immersione partecipante  hanno un cuore immemoriale.  Prizzi lo evidenzia nella chiusa del suo conciso intervento a corredo del mio primo intervento (I), quando recita: “...Tuttavia, cio’ e’ gia’ stato fatto, in tempi oramai dimenticati e disprezzati, da uomini differenziati che dell’immersione partecipante nel mondo che li circondava fecero una scelta di vita”.    

  •  LETTERA
  • di
  • Federico Prizzi
  • “…Con l’avvento degli attentati terroristici di matrice jihadista che hanno sconvolto gli Stati Uniti il 9 settembre 2001, e poi buona parte dell’Europa, i vari esperti di intelligence hanno iniziato a parlare sempre piu’ insistentemente dell’importanza della cultura per comprendere e sconfiggere il fenomeno del terrorismo. Un fenomeno che, culturalmente, spesso nasceva all’interno delle nostre societa’.
  • ……Cultura….ma di quale cultura parlavano questi esperti? Della nostra o della loro? Di come noi ci rapportiamo alle culture diverse o come queste culture diverse interagiscno con noi…. anche all’interno delle nostre societa’?
  • Sebbene tentativi di dare delle risposte fossero state abbozzate negli anni… mi mancava comunque un metodo chiaro, lineare e applicabile sul campo; anche per chi come me sia semplicemente uno studioso-viaggiatore in zone di confine.
  • Infatti, le domande che mi sono sorte, lavorando anche in paesi dove quella cultura terroristica aveva ampi proseliti, sono sempre state: “Ma come si studia una cultura radicalizzata, sia di tipo terroristico che prettamente militare?”, “Quali sono le griglie di analisi?”, “Come si puo’ studiare questa cultura da vicino senza essere influenzati dagli sterili dibattiti accademici?”. A queste e a tante altre domande il mio libro “Cultural Intelligence ed Etnografia di Guerra” vuole dare una risposta pratica. Una risposta incentrata su una metodología analitica di tipo antropologico che mira in particolare a comprendere come la cultura altra, in questo caso gli jihadisti somali di Al Shabaab, utilizzino il potere mediatico per veicolare messaggi a specifici target audience, in Somalia e nel mondo….anche a casa nostra.   Fare pero’ del “terreno umano”, come definito oltreoceano, il proprio campo di ricerca non e’ semplice, anzi, assolutamente difficile. Tuttavia, cio’ e’ gia’ stato fatto, in tempi oramai dimenticati e disprezzati, da uomini differenziati che dell’immersione partecipante nel mondo che li circondava fecero una scelta di vita.”   (Federico Prizzi) 


  • Cover Il sole alle spalle

  • A proposito di   Il sole alle spalle   di Mario Dessy
  • Una perdurante leggerezza
  • di
  • Sandro Giovannini
  •  Alcuni libri ti catturano non per qualità immediatamente eclatanti ma perché insinuano, al tuo interno, delle impressioni profonde di fatale corrispondenza di tutte le cose con tutte le cose, una volta che li hai affrontati magari non per dovere di documentazione o per la segnalazione di un amico che stimi o perché li reputi, forse persino con fatica, necessari al tuo percorso di conoscenza. Le letture del tutto gratuite - lo so, lo so, lo dovrebbero essere tutte… ma, alla fine, per svariatissimi motivi invece non sono che poche su tante - insinuano una persistenza di sguardo più leggero ed al tempo stesso più inquietante, perché capace di sottrarti alle dicotomie sempre imperanti, od almeno di metterti in una situazione di più ampia interrogazione. Più che utile, necessaria. Ero giunto ad ordinare e poi leggere questo testo sulla base di altra lettura, quella di Antisnobismo di Mario Carli. Mi aveva sorpreso scoprire che Dessy aveva sposato nel 1939 la moglie di Carli, suo maestro e fraterno amico scomparso nel 1935. Probabilmente - a conti ormai fatti, esistenzialmente - due uomini che non potrebbero apparire caratterialmente più diversi. Tanto irruente, espansivo, urticante, interventista, imperativo il primo, quanto più riservato, introverso, avvolgente, problematicamente poetico, il secondo. Ideologicamente molto vicini ma anche espressivamente ben differenti. La lettura dei due testi in ravvicinata impressione me lo conferma. Questa di Dessy quindi segue cronologicamente quella da me fatta per Mario Carli. Un’ulteriore suggestione periferica ma verificata, è il fatto, non frequente, che i due fondi letterari - per innegabili ragioni di connessione - siano distinti ma collegati al Mart di Rovereto.
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  • Mario Carli Antisnobismo

  • A proposito di
  • Antisnobismo
  • di Mario Carli
  • (Prefazione di Claudio Siniscalchi, Aspis Edizioni, 2020)   
  • Sandro Giovannini
  • a
  • La prima cosa che m’appare lietamente gravida d’ulteriore riflessione leggendo l’informatissima Prefazione di Claudio Siniscalchi al libro di Mario Carli, è in relazione ad un famoso articolo di Volt del 1925 su “Critica fascista” che disegna, tra le prime, una mappa della cultura del fascismo in cinque aree. L’area a cui s’autoassegna (perché Volt se ne sente autorevole parte), ovvero l’“estrema destra”, è quella che trae origine dal futurismo, dal dannunzianesimo, dall’arditismo, reputandosi inoltre la più pura ed intransigente incarnazione dello spirito antiborghese e rivoluzionario. Non è certo la tesi interpretativa che storiograficamente (in re e non in sé) e col passare dei decenni, ha poi preso il sopravvento (a manca e persino a destra) rispetto al giudizio comunque, in genere sommario, su tutte le componenti del movimento, poi regime. Lo stesso Siniscalchi, nella Prefazione, dimostra ad abundantiam che solo per affrancarsi dal turbine demolitorio e tabuizzante delle complessive letture storiografiche pregiudizialmente e/o comunque di risulta antifascista venute ad assommarsi nei decenni del secondo dopoguerra, si è dovuto attendere moltissimo ed in ogni caso - al meglio persino nei pochi casi d’onestà intellettuale - s’intende bene che un velo d’assoluta caligine al proposito è rimasto depositato nel fondo valle interpretativo, probabilmente per ogni tempo a venire. Le analisi storiche e le interpretazioni storiografiche s’affermano sempre sul dopo, su bocce epocali apparentemente ferme, per contare i punti della partita appena definitivamente finita (che poi però fa parte di un girone selettivo mai concorrenzialmente concluso…). Punti e partite altrimenti inafferrabili, seppur fior d’interpreti e di esegeti delle strategie del gioco passato od in corso, s’affannino meritevolmente a cercare di dipanare psicologie delle visioni del mondo e visoni delle mondanità degli autorevoli, con le loro precipue e forse genetiche caratteristiche ideologico-caratteriali, progressive, devianti, trasformative, pragmatiche, etc., 
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  • Eraclito Conflitto 3

  • Nemesi  può attendere
  • qui… dove si puote ciò che si vuole   
  • di   
  • Sandro Giovannini
  •  
  • “Per avere una patria bisogna essersela meritata…”
  • (G. Boni, Arse verse, citaz.
  • da: “Giacomo Boni, il veggente del Palatino
  • di Sandro Consolato, Politica Romana, N° 6, 2000-2004)
  • Spero che la Potenza Divina non si adonti e mi perdoni la blasfemia, sapendo che qui, nelle tre volte umanissime del si puote (non nella sostanza), i nomi sono purissimi (pur, a volte, putissimi) accidenti (=il contingente aristotelico) e vorrebbero non sollevare (…e non solo per furbizia ma almeno per poter solo approcciare un percorso mentale) come perlopiù e purtroppo accade, riflessi narcisistici e motilità pavloviane. Stiamo quindi all’empireo, terrestrizzato dal ragionamento, ma non quello romano, genialmente relazionale, quanto quello greco, coinvolgentemente umano troppo umano…    Ancora: prima di entrare nella dialettica dobbiamo tentare di sgombrare il campo da uno sbarramento spinato pregiudiziale. Esistono, ancora e per fortuna, degli stimati e geniali amici, che costantemente ci richiamano tutti (…od almeno i non insuperabilmente ingabbiati nella propria stessa visione del mondo), alla necessità di “cercare di parlare” con una platea più ampia dei soliti cinque o cinquanta corrispondenti che sappiamo potrebbero convenire, più o meno, con le nostre tesi di fondo. E questi stimati amici non sono di quelli che si potrebbero definire, propriamente, moderati, magari offendendoli ed offendendoci, nel confondere superficialmente il controllo estremo dell’argomentazione, la signorilità del gesto critico e la riflessione mai semplicistica a livello di visione, in carenza di visione o di carattere. Anzi, direi che sono sicuramente tra i non molti che ultimamente si possano veramente stimare, per lucidità, progettualità e coraggio intellettuale. Quelli che consentirebbero con le nostre tesi quindi, dicevamo… più o meno.  Perché necessariamente consapevoli di una lunga serie di illustri conoscitori, della terenziana quot homines tot sententiae… 
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  • Cane sciolto

  • A proposito di
  • CANE SCIOLTO
  • Il nero muove e perde
  • di
  • Miro Renzaglia
  • (romanzo, Passaggio al Bosco. 2021) 
  • rec. di
  • Sandro Giovannini


  • Chi e un individuo? Uno che si sarebbe dovuto individuare? E chi sono io per capire se uno si e individuato o no? Ma per uno come me che in un lontanissimo passato diede il titolo ad una raccolta comunitaria “Né cani sciolti né pecore matte”, il titolo “Cane sciolto” fa già pensare a parecchio. Parecchio non e né moltissimo né troppo, ma non è, comunque, poco. E restiamo a Miro. Lui procede dalla vocazione. Anche la vocazione sembrerebbe parecchio. Se uno non prendesse troppo sul serio le profferte del caso... tipo mi son trovato lì e… d’accordo… poteva andare che mi univo agli uni, come agli altri. Ma poi incombe sempre un richiamo, magari grossolano o magari subliminale, ma ben più potente di quanto comunemente si creda, che ci porta fuori dalla disamina cinica e disincantata. Il sangue, come recita ancor più alla fine del romanzo, ha la prevalenza su ogni cosa, almeno a linee massive… Poi, come fa lo stesso autore (lungo tutto il racconto), chi è che ha parlato meglio di molti (se non certo di tutti) della “fascinazione fascista”, se non chi lo ha fatto a contrariis? Mi ricordo, al proposito, delle più belle parole di un Bataille o di un Caillois, e non quando sbracano rovinosamente nel rovistare nella spazzatura del grande sgombero, ma quando riportano alla luce il diamante della pressione primaria. Originaria. Bene… lì viene fuori il meglio della comprensione e nulla è eccessivo, ma solo illuminante. Quindi bando al caso, che certo agisce in noi, ma forse meno di quanto a priori o (magari) a posteriori, si creda. Perch’è proprio lì che quel passato e futuro, riassorbiti dalla presenza paradossalmente eterna dell’attimo (…come recita l’autore), in quel momento/caso, costruisce il paesaggio attorno .. incidendo in ciò che noi proprio faremo. Almeno, io così credo. Ma ha un senso che io parli così? Così parlando si capisce qualcosa solo se uno ha davvero già letto il libro e si è fatto divorare dalle cose che restano di scorsa o si riprendono poi, di ritorno, su molte, molte pagine. Che importa quale sia il giudizio critico che poi dovremmo dare dividendo in fabula intreccio sintassi e filmica se non riesce a prenderti la cosa detta e se ti lascia indifferente tutta la storia come se tu dovessi solo interessati a capire perché uno ha scritto proprio una cosa invece di un’altra? Io stesso che ho vissuto “sdoppiato” quegli anni, pur essendo stati quelli di una mia giovinezza violenta ed ancora seminale, li sento cupi ed ingannevoli, tutti a debito di una lucidità che mi spinse, molto presto e forse prima di altri, più a superare che a vivisezionare. E nei miei libri ho trattato, tutto sommato, solo aforisticamente la mia, mutevole, consapevolezza esistenziale. Per cui confesso che non avrei mai letto un libro come questo - come non ho fatto con tanti altri - se non fosse stato scritto da un antico sodale. Ma, ripiombandoci dentro, il nero che muove e perde, diviene la metafora di un certo tempo che, necessariamente, ha le sue caratteristiche irripetibili, ma che ci risputa in faccia, appena siamo a volto scoperto, l’impermanente ma incontenibile espansione dell’identico. E qui, comunque l’intreccio tiene, divenuto paradossalmente atemporale, e proprio per questo supera persino il nostro pregiudizio di adagiarci su ciò che conta per noi pochi (o molti, magari, scegliete voi…), ovvero comprendere quale cammino insieme si possa ancora fare con chi ci è stato sodale ... Un tempo, un tempo. E non perché noi si abbia bisogno per forza di altri (...se per giunta si è proprio un “cane sciolto”), quanto accostarci ad un percorso, che non può che essere diverso, ma proprio perché “altro” ti induce dialetticamente a pensare ed a rivoltare anche tutte le tue cose del passato, che però (te ne accorgi sempre, con sorpresa) servono ancora per vivere, qui ed ora… In una via che potrebbe essere più o meno la nostra... Almeno per un po’… almeno finché si vive con l’intelligenza operante. Questo è quello che dico del libro di Miro ovvero ciò che mi interessa veramente e poi potrò anche dire ciò che direi per molti (non troppi) che comunque stimo, ma con i quali magari non c’è stato in gioco un vissuto profondissimo, sia pur altalenante, una passione divorante, forse in parte ridotta a cenere...
  • Scrive bene, controlla il linguaggio… l’alto ed il basso sono sempre raccordati da una linea di equilibrio mediano anche se la parola equilibrio, nel suo caso, possa apparire, a provare la tensione ininterrotta del racconto mirato su un soggetto sempre al limite, un azzardo... Invece no... E’ proprio equilibrato nella sua rapsodia d’immagini e di quadri d’insieme... Nella sua “povertà dignitosa” (della sostanza) che avrebbe tanti accostamenti letterari, nobilissimi per quanto popolareggianti, oggi ovviamente del tutto inattuali,… oggi che si vive imaginalmente in un quotidiano ridotto al solo sogno del consumo… Nel procedere, in questo libro, per vite probabili, per amori probabili, per accadimenti probabili e quindi credibili, anche se il livello aforistico, mai sputato, rimane, sopra e sottotraccia, costante. Diciamo che potrebbe persino apparire declamato, ma questo fa parte di quel clima e del pensiero ossessivo che oggi s’è tramutato, non meno ossessivamente, in altra ed apparentemente diversa forma. Nel suo aforisma di taglio esistenziale (esperienziale), preponderante persino, ma non saccente. Quello, incredibilmente che lui pensa (…lui, Miro) e non quello che gli altri credano che lui, solo, scriva.  Lo so perché accade anche a me che i pensieri spesso sian ben superiori al mio medio livello esistenziale, anche se dirlo così sembra una bestialità. Ma la prova è data proprio dal fatto che a volte, per riconoscermi nel mio pensato, devo far fatica… Devo procedere a ritroso, ricostruendo e non è facile. Pensiamo per altri… Per questo molti parlano, a sproposito, di teoricismo e di oscurità a buon mercato. Come se fosse più onesto (…magari solo più furbo) ridurre il caos interiore, geniale ed a suo modo irripetibile, ad una lucidità di lettura… Credo che succeda anche a lui. E lui opera bene nella sua struttura a tre, tra uomo e donna concreti e mondo astratto figurato, ma che incombe, numerale (…azzarderei pitagorico) dei tarocchi/scacchi che sappiamo, come è vero per l’autentico Oscuro, “non dice, non occulta ma fa segno”… come… se fosse possibile che “…pour de pareilles âmes le surnaturel est tout simple” (Flaubert). E crederlo per un non credente è ancora più sorprendente.
  • ...
  • La scacchiera del mondo che domina con la sua prevedibilità impenetrabile (…la vacuità ed il destino)… ero tentato di dire... Ero tentato di dirlo solo perché siamo abituati a pensare che una tensione ideale, pur portata al suo spasimo ed alla sua prevedibile acme favorisca sempre la lettura. Ma questo non sempre s’avvera, perché, fuori da una concatenazione efficace, la tensione, portata all’estremo, può crollare in qualsiasi momento. Ora questo non succede qui, perché, ben oltre la curiosità del comprendere un’anima che ha sempre potuto costruito il romanzo, la storia ben meritava e merita (così raccontata), oltre questo testo compatto, forse un libro ancora più disteso di questo per metterci dentro tutta una parabola e non solo quella “d’origine”, poi vista tramite gli occhiali, ben schermati di oggi, nel nostro tempo così unico, ancora come sempre, fluido e nuvoloso di tempesta... Ma forse è una tempistica, espressiva ed interiormente necessitata.
  • “…Ho avuto tutte le età, tranne la mia. Ma lo stupro della tua adolescenza non ti dava diritto di scegliere, per contrarietà, il rovescio di ogni ideologia. Anche se ad istigarti era stato il sicario del suicidio e il vero crimine fu il discrimine accettato come stimmate della differenza. Perché nicciano libertario e anarchico jüngeriano era un’equazione a troppe incognite per dare un risultato diverso dallo zero. In realtà, non volevo niente ma lo volevo con tutte le mie forze: artefice geniale di un marchingegno autonichilista. E svaginare a sassate il senso della vita era l’unica utopia. Balbettata tra le rime, la parola disdetta, amore e poesia si coniugavano strette al tempo di un futuro, funereo presagio: tra ovulo e loculo il passo è breve. Oh! Inquieta età, ogni pietà ti è vietata. Ma se fra dire e il non dire c’è di mezzo il fare, l’azione brucia tra le spire l’esperienza e ogni diffidenza a vivere è scongiurata nel limpido svernare…” (pag. 150)
  • Per chi è stato poeta vero è costante l’attuale e potenziale scrittura a riprendersi tutto il tempo che serve per dire ciò che, miticamente e realmente, si è stati e quello che si è diventati... Lui ci sta già riuscendo.

  • cover N SNOB OAKS

  • LE  EVOCAZIONI  DI  GIOVANNINI:
  • un arcobaleno che unisce l'arcaico al futuro
  • di
  • Marco Rossi
  • Affrontare seriamente una pubblicazione di Sandro Giovannini non è mai facile: complica tutto la complessità oggettiva del personaggio e la contiguità spirituale ed umana di chi scrive con l’oggetto in questione. Oh Dio! Parlare di oggetto non è certo una definizione accettabile, qui occorre parlare piuttosto di un personaggio, una personalità straordinaria che è nata e cresciuta all’interno del “nostro ambiente”…  Ahi!  Ahi!   Di male in peggio…  Si intende dunque utilizzare termini “politicamente scorretti” o che comunque dovrebbero essere sepolti nella inenarrabile spazzatura della storia, quando fascisti, comunisti, democristiani, socialisti e liberali (assai molto pochi allora..) si contendevano i destini di questa italica colonia orientale dell’Impero Americano, magari con urla e violenze varie, comprese le storie indecenti pubblicate nelle pagine delle Tardocronache dalla Suburra…  Non importa, su questo non intendiamo comunque spiegare un bel nulla: intenda chi è capace di intendere.   Questa straordinaria personalità poetica, artistica, militare e organizzativa, insomma culturalmente attiva e spregiudicata, assolutamente esplosiva e incendiaria nella propria intima prassi esistenziale e creativa, al sottoscritto ha fatto sempre pensare a quella analoga di Filippo Tommaso Marinetti, il celebre ideatore del Futurismo.   Secondo me, Giovannini è stato un vero e nuovo Marinetti che dalla metà degli anni Settanta sino a oggi ha fatto l’impossibile per far decollare una proposta artistica, letteraria, metapolitica (e persino umana..) e culturale in senso ampio per il nostro ambiente e questo libro N-SNOB. Altre evocazioni   (OAKS),  racconta la storia delle plurali iniziative che Sandro ha guidato, sempre con successi clamorosi dal punto di vista spirituale e di realizzazione artistica, nel corso di mezzo secolo.   E’ però mancato il successo di massa?   Ma poteva esserci un successo di massa nell’era della globalizzazione tardo-capitalistica a trazione americana per questi contenuti?   Siamo seri...
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  • Il piacere di stare in una solitudine ideativa
  • di
  • Jakob Shalmaneser
  •  
  • (Su: “N-SNOB. Altre evocazioni
  • di Sandro Giovannini, OAKS editrice, 2021,
  • articolo uscito sul sito ALTERVISTA, litterae, il 12 agosto 2021;
  • Riferimento: Facebook: “Sulla scrittura di Jakob Shalmaneser”)
  • Nella lunga intervista che ho ascoltato l’altra notte, verso la conclusione, parlando dei libri in uscita, l’editore accenna all’autobiografia di Sandro Giovannini, ma tale termine non compare né in copertina né in quarta di copertina né nei risvolti né nell’introduzione dello stesso Giovannini.   Il tabù attorno a tale termine, nell’editoria italiana, è antico. Già la biografia è, sul nostro mercato, commercialmente un rischio, all’opposto di quanto avviene in Inghilterra, dove è uno dei generi più redditizî, tanto che là si fanno firmare allettanti contratti a camerieri, portinai e figure irrilevanti che però promettano uno scorcio appetitoso di come viveva una persona famosa: le autobiografie paiono addirittura offendere l’individualismo italiano, suscitare la stizzita reazione di un Chi si crede di essere, per raccontarci la sua vita e pretendere che noi si paghi per leggerla?    Ma dunque Gallesi è stato impreciso, nell’intervista di due mesi fa, a parlare di autobiografia? Non del tutto, se non trascuriamo tuttavia le due più potenti spinte che sfrenano e al contempo frenano il bel talento intellettuale di Giovannini: l’astrazione e la reticenza.
    Quello dell’astrazione è il più vistoso degli orgoglî dell’autore: il lettore si trova di fronte immediatamente una prosa sontuosamente complessa, aggiornata lessicalmente sulle correnti più interessanti del pensiero contemporaneo, asiatica nelle articolazioni innumerevoli delle subordinate e delle precisazioni. Le letture di Giovannini sono buone quando non ottime: basterebbe a renderlo scrittore attraente e benefico il non riscontrare nei suoi saggi alcun cascame evoliano, non un granello di quella polvere concettuale tra il senile, il ginnasiale e l’esoterismo da tre soldi che, più che il filosofo romano, solleva da decennî quel malinconico fenomeno che è l’evolismo.   Siamo dunque entro una scrittura che non concede mai discese a chi ne fruisce e che anzi ne esige un’ininterrotta fatica analitica, necessaria a seguire il complicarsi e il precisarsi dei concetti: ed è una scrittura il cui soggetto è più spesso ciò che non è, ciò che non è stato, piuttosto che ciò che è e ciò che fu. Penso anzi che valga la pena che io spenda qualche parola su questo non essere: non solo perché su di esso torna spessissimo Giovannini, ma perché lo voglio a mia volta lodare per non essere diventato due cose che spesso finiscono per diventare gli uomini che amano adoperare le parole.   Giovannini non è un giornalista. Non c’è il minimo sentore di giornalismo in queste pagine. Non vi è quel tremendo sapore dei discorsi preconfezionati e destinati a un pubblico intuìto se non addirittura predeterminato. Non vi è alcuna astuzia redazionale, alcun luccichio verbale per tirare a sé una mente distratta: basti a dimostrarlo un titolo senza chiave come N—Snob, non disciolto in spiegazione né in prefazione né nei risvolti di copertina. Un titolo che — in tempi culturalmente desertificati quali i nostri, in cui un libro senza via commerciale lubrificata può aspirare, se va bene, a 11 lettori — li farà presumibilmente diventare 7. Un titolo per il quale saremmo amichevolmente tentati di tirargli pietre (intendiamoci: di polistirolo dipinto, come nei film mitologici…)
  • Giovannini non è, grazie agli Dei, neppure un cattedratico. Sa servirsi del linguaggio come un accademico di alta levatura, ma non vi è nella sua sintassi quel desiderio di potere che così marcatamente contraddistingue la prosa dei docenti universitari desiderosi appunto di influire sull’opinione pubblica, di collaborazioni ben remunerate ad un giornale nazionale, di apparire utili e interessanti a venticinquenni dalle belle gambe spuntanti da vestiti un poco corti o largitori di assistentato a venticinquenni un poco timidi ma dai docili lineamenti.
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  • Stefano Vaj I sentieri della tecnica copertina

  • Roberto Guerra
  • INTERVISTA
  • Stefano Vaj
  • su 
  • "I SENTIERI DELLA TECNICA”.
  • SPIRITO FAUSTIANO, TRANSUMANISMO, FUTURISMO" (2021)
  • (…Da:  NEOFUTURISMO   29 ottobre, 2021   https://futurismo2000.blogspot.com/2021/10/nuovo-libro-di-stefano-vaj-i-sentieri.html  )
  • D- Vaj, un tuo nuovo libro sulla Tecnica e/o tecnologia da sguardi futuristi e transumanisti, quasi un download inedito... della tua ricerca pluridecennale? 
  • Proprio così. Nel corso della mia vita ho scritto di vari argomenti, per esempio di filosofia del diritto, di movimento delle idee, di identità, di politica internazionale, etc. Ma il filo conduttore - ora più evidente, ora in forma più carsica - della mia riflessione ha sempre riguardato la questione di cosa davvero siamo e cosa vogliamo diventare, di un divenire accettato e auspicato come tale, e delle tecniche che possono consentirci di mirare a grandi obbiettivi collettivi inerenti al fatto di cambiare noi stessi e il mondo nelle direzioni preferite.   Tra queste tecniche naturalmente la tecnologia in senso stretto, almeno dalla rivoluzione neolitica in poi, occupa il primo posto. E lo occupa doppiamente per quella cultura europea, "faustiana" la chiama non a caso Spengler, con cui mi identifico e la cui connotazione in questo senso non risale del resto alla fine del medioevo ma è ben più radicata, come illustra La rivoluzione dimenticata di Lucio Russo. Vengono perciò in conto un mucchio di sviluppi, o magari mancati sviluppi, in termini strettamente tecnoscientifici, e mi sono occupato anche di questi, per esempio in Biopolitica. Il nuovo paradigma (oggi interamente online a http://www.biopolitica.it); ma non è cambiato nulla dall'epoca di Marinetti su ciò che possiamo e dobbiamo pensarne, a seconda di alcune opzioni ideologiche fondamentali che riguardano la nostra visione del mondo, dell'uomo e della storia.    Così, mi sorprendo quasi io stesso di quanto diventino sempre più attuali conclusioni che al riguardo mi sono trovato talora a tirare già dieci o vent'anni fa o più, del resto sull'onda di una prospettiva postumanista le cui radici sono ormai più che secolari. E il risultato complessivo, che è quanto il mio nuovo libro spero contribuisca a disegnare, è un quadro in cui tali conclusioni si sono fatte via via più cogenti, anche in rapporto ad un'evoluzione del dibattito generale in cui alcune scelte ideologiche sempre più si chiariscono, si raffinano, e si fanno più radicali. Cosa che è avvenuta e sta avvenendo sia dal lato futurista, transumanista, prometeico, etc., che dal lato neoluddita, primitivista, decrescentista, epimeteico. Non si tratta qui infatti di convertire qualcuno, ma di evidenziare le implicazioni profonde delle rispettive prese di posizione, al di là di occasionali convergenze su questioni di fatto, che restano indubbiamente possibili anche per chi aderisca a prospettive diametralmente opposte e che nulla impedisce di sfruttare. Ma possibilmente senza attenuare la consapevolezza del relativo spartiacque, e la propria mobilitazione, se non altro intellettuale, in quella che è ragionevole definire una "guerra culturale" decisiva per il futuro della nostra specie e delle nostre rispettive comunità di appartenenza. Indipendentemente dal fatto che di volta in volta il mio libro prenda in esame la questione dal lato delle tecnologie reprogenetiche o della esplorazione spaziale, della intelligenza artificiale o della crionica, della difesa e sviluppo della biodiversità o della politica industriale.
  • D- La prefazione è del celebre cosmista e futurista Giulio Prisco...
  • Giulio Prisco, amico e cofondatore con Riccardo Campa e con me dell'Associazione Italiana Transumanisti, di cui è oggi presidente, è un'icona nel mondo del transumanismo internazionale, in cui ha per decenni animato innumerevoli iniziative, correnti, gruppi di interesse monotematici e settoriali, etc., e cui ha contribuito immensamente soprattutto dal lato dell'informazione e della condivisione. Il vivo interesse che la sua affettuosa prefazione mi dimostra una volta di più è per me motivo di orgoglio e soddisfazione, anche perché sancisce una volta di più la convergenza e al tempo stesso ricchezza di un mondo che si compone di mille rivoli e contributi diversificati non solo per provenienza ideologica ma formazione personale. Giuridica, filosofica e polemica la mia, laddove Giulio, ex manager dell'Agenzia Spaziale Europea, è un ingegnere, un tecnologo e un informatico, non senza un pendant "misticheggiante" che nel nostro secolo spesso caratterizza paradossalmente molti intellettuali con una educazione STEM.  Ancora, con un approccio che parte dal transumanismo "wet" per ciò che mi concerne, e che invece trova in lui, ad esempio, un eloquente, documentatissimo ed accorato avvocato dello sviluppo dei programmi spaziali, come dimostra il suo recente, prezioso testo in materia di Futurist Spaceflight Meditations. Per cui, una volta di più, anche I sentieri della tecnica è un libro virtualmente dedicato non solo a chi magari ha i miei stessi gusti ed interessi di partenza e vuole conoscerne l'applicazione agli argomenti trattati nel libro, ma anche a Giulio Prisco e a tutti gli amici e compagni di strada del movimento futurista e transumanista italiano e internazionale, da Stefan Sorgner a Max More, al cui dibattito interno mira a fornire un contributo originale e fortemente caratterizzato.
  • D- Postvirus, la ricerca transumanista è più difficile? Lo stato delle cose attualmente, su questa utopia futuribile e come vedi il suo divenire a breve termine? 
  • Sicuramente la pandemia di Covid19, in correlazione anche con ipotesi più o meno complottiste su una sua possibile origine artificiale, dolosa o colposa che sia, ha contribuito alla ulteriore diffusione planetaria delle paranoie in materia di biotecnologia e dell'ossessione per il cosiddetto Principio di Precauzione.  Cosa paradossale, perché se c'è una una cosa che la pandemia ha dimostrato è la fragilità complessiva della nostra società anche rispetto a minacce con un basso o bassissimo indice di pericolosità, e la lentezza con cui la scienza e l'industria biomediche e farmacologiche sono oggi in grado di reagire. Ciò parte per i ritardi culturali e gli investimenti insufficienti nel campo della ricerca fondamentale, parte appunto per l'eccessiva ossessione per la sicurezza che contribuisce ulteriormente a rallentarne la risposta, specie dove più strette sono le maglie della regolamentazione occidentale. In questo è interessante notare come il problema sia apparso almeno marginalmente meno pronunciato, e le prime risposte siano state date, là dove, come nella Federazione Russa o a Cuba, il "decisionismo" locale abbia comunque in parte supplito alla delusione nelle aspettative messianiche in una immediata risposta del mercato - un tipo di mercato d'altronde che anche in questa occasione si è nutrito di monopoli garantiti, di connivenze pubbliche, di interessi politici…   Anche qui, d'altronde, la nostra capacità di limitare i danni di sviluppi indesiderati ed indesiderabili, non importa se antropici o "naturali", inevitabilmente dipende da un "di più" di conoscenza e capacità tecnica, non da una loro limitazione che tende al contrario a lasciarci potenzialmente inermi. Un laboratorio di ricerca sui virus indubbiamente gestisce un'attività molto pericolosa, ma le identiche conoscenze che possono essere messe a frutto per programmi di guerra batteriologica sono le stesse che sole possono consentirci una migliore difesa non solo da attacchi deliberati di questo tipo, ma altresì da incidenti, foss'anche del tutto indipendenti da qualsiasi volontà o responsabilità umana che il mondo contemporaneo, - per esempio con l'intensità globale, prima ancora che globalista, dei viaggi e degli scambi - certo amplifica ed accelera a dismisura. Cosa che chiama ad un principio opposto che Max More o Steve Fuller chiamano, come nell'omonimo libro del secondo, The Proactionary Imperative.   Infine, per quanto da un punto di vista transumanista la virtualizzazione - che può consistere anche in un simulacro consolatorio di ciò che non sappiamo ancora, o non vogliamo, più fare - sia un fenomeno ambiguo, di sicuro il mondo della pandemia ha accelerato processi di trasformazione nelle comunicazioni, nell'economia, e nella formazione, generalizzando ancor di più la pervasività delle tecnologie ICT, in ambito aziendale come privato, e contribuendo a rimettere in discussione modelli produttivi od educativi che appaiono oggi dipendere più da un'inerzia socioculturale che da una perdurante funzionalità.   Il che si combina in modi imprevedibili con il trend trasversale ad una crescente automazione il cui impatto sociale è ben analizzato da Riccardo Campa in   La società degli automiNon che le enormi risorse distrutte o dirottate a seguito della pandemia, specie in zone ed economie già vulnerabili o declinanti come l'Italia, favoriscano però né a livello di singola organizzazione né a livello di sistema gli investimenti a lungo termine ed alto rischio normalmente richiesti per l'avverarsi di breakthrough tecnoscientifici o la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali… Rispetto all'aggravarsi di questo problema il mio ultimo libro abbozza una riflessione proprio su come, rispetto a difficoltà economiche e politiche strutturali che il presentarsi di "cigni neri" fa esplodere in tutta la loro evidenza, l'unica possibile soluzione sia di tipo culturale, nel senso antropologico e profondo del termine, che a sua volta può essere preparata solo da un'azione "culturale", nel senso invece metapolitico, artistico, divulgativo, mitopoietico della parola, quale quella esemplarmente promossa dal Futurismo storico italiano con messaggi che conservano intera la loro vitalità.
  • D- L'ecologismo non scientifico sembra oggi dominante, una ennesima resistenza al futuro desiderante possibile?
  • Del tutto indipendentemente dalla fondatezza o meno delle preoccupazioni soggiacenti, la narrativa ecologista attuale resta largamente strumentale all'accettazione popolare più o meno rassegnata di una essenziale stagnazione tecnoeconomica, di ideali decrescentisti, e specie in Italia di un oggettivo impoverimento della popolazione, aggravato dal declino dei servizi sociali.  Il tutto naturalmente in vista non solo di pregiudizi ideologici, ma di interessi privati e politico-economici che, pur riguardando in primo luogo settori precisi all'interno del sistema attuale, in certa misura lo coinvolgono interamente.   Del resto, malgrado il perdurare di un vocabolario "verde", l'ecologismo viene oggi declinato essenzialmente solo sotto il profilo del contrasto al riscaldamento del pianeta, per altro addebitato a fattori, come la concentrazione di CO2 nell'atmosfera, per definizione non inquinanti, e semmai favorevoli all'espansione della biomassa vegetale sul pianeta. Al riguardo poi le uniche misure che siano prese in considerazione sono quelle che comportano una riduzione vera o presunta nel rilascio umano di gas serra nell'atmosfera, le loro conseguenze ambientali per altri versi - per esempio, la tossicità delle sostanze impiegate nelle tecnologie correlate o l'ovvio impatto ambientale e paesaggistico di centrali solari od eoliche su larga scala - venendo ridotte a preoccupazione secondaria.   Laddove un approccio scientifico e politico in senso alto, anziché propagandistico e "religioso", al problema richiederebbe una distinta considerazione di numerose questioni, concettualmente del tutto distinte, e meno "universali" di quanto si possa ritenere - benché paesi concepibilmente favoriti dal fenomeno, come la Scandinavia o il Canada, appaiano paradossalmente in prima linea nel relativo movimento.    Di converso, se è vero quanto sostenevano nel 1989 fonti ufficiali ONU, ovvero che la finestra per incidere sul clima del pianeta attraverso la riduzione delle emissioni si sarebbe chiusa nel 2000, per vari fenomeni di feedback positivo generati dal surriscaldamento, come il mutamento nell'albedo del pianeta, la priorità suddetta comporterebbe a logica un massiccio riorientamento delle risorse innanzitutto verso progetti di geoengineering.  In particolare, come ricorda anche Rubbia in un famoso video, molti esperti attribuiscono il "ritardato" riscaldamento del pianeta all'inizio del nuovo secolo… al pulviscolo liberato dall'industria cinese, ovvero ad un fattore altrettanto umano quanto il rilascio dei gas ad effetto serra, ma di effetto opposto.  Ed esistono numerose ipotesi di lavoro relative a progetti su larga scala volti al deliberato raffreddamento del pianeta, che non sono mai passati dai paper scientifici al dibattito pubblico, ai media o alle politiche nazionali semplicemente perché qualsiasi intervento che aumenti, anziché diminuire, la nostra impronta ecologica viene giudicato ideologicamente inaccettabile a priori.    Secondariamente, e in alternativa, è possibile che molte delle enormi risorse investite nella conversione ad una economia suppostamente "green" genererebbero maggiori e più sicuri ritorni ove utilizzate per adattarsi al mutamento climatico, anziché unicamente per combatterlo, a partire ad esempio dalle politiche e tecnologie in materia di risorse utili a trarre i possibili vantaggi o almeno limitare i danni insiti nel mutamento climatico, dalla modifica delle varietà vegetali utilizzate, ad un loro possibile utilizzo a latitudini e altitudini più alte che il riscaldamento stesso sarebbe destinato a rendere possibile, o ad un miglior utilizzo di mari ed oceani che coprono comunque già i due terzi del pianeta, e il cui ambiente al momento resta addirittura largamente inesplorato. Obiettivi che conserverebbero un ovvio significato anche nel caso di un riscaldamento globale non antropico, o comunque per qualsiasi ragione non utilmente controllabile da parte nostra.     Nondimeno, anche la tendenza in discussione presenta innegabilmente aspetti positivi da un punto di vista transumanista, rappresentando pur sempre una spinta verso l'esplorazione di tecnologie aggiuntive ed alternative, e verso una maggiore efficienza energetica di quelle che già utilizziamo, in un processo ben messo in luce da Ramez Naam in The Infinite Resource: The Power of Ideas on a Finite Planet, e che sottolinea come lo sviluppo sin qui conseguito non è dipeso dall'utilizzo di risorse improbabilmente "rinnovabili" o "sostenibili", ma dal ricorso a risorse sempre nuove.   Più in generale e soprattutto ci ricorda la necessità ormai ineluttabile di una crescente "presa in carico" da parte dell'uomo dell'ambiente in cui vive, attraverso decisioni che non possono essere lasciate a impersonali meccanismi economici e giuridici come sarebbe idealmente auspicabile nei sogni umanisti del sistema occidentale.

  • P. P. P.
  • di
  • Andrea Marcigliano
  • (da https://electomagazine.it/p-p-p/ di giovedì 09 settembre 2021)
  • Sinceramente delle polemiche, sulla vita privata di Pier Paolo Pasolini, non me ne è mai importato un fico secco. Come di quelle di tanti altri scrittori, peraltro. Wilde, Withman, tanto per fare due esempi. Cosa facessero, e con chi, in camera da letto sono fatti loro. Non sono omofobo né moralista, né sostenitore dei gay pride. Me ne frego, per dirla con Rett Butler. Ovvero Clark Gable nella sequenza finale di Via col Vento. Insomma degli scrittori mi interessa l’opera. Quanto hanno scritto. Non come hanno vissuto, se non nella misura in cui la vita sia espressione artistica. Ma questo vale per Dante, D’Annunzio e ben pochi altri. Non abbiamo alcuna biografia di Shakespeare, ma questo nulla toglie al suo genio creativo. Quindi di Pasolini la vita privata mi interessa ben poco. Se non per quel tanto che ha inciso sulla sua opera. Dove i tormenti dovuti alla sua “diversità” - come era uso chiamarla - ci sono, ma molto meno presenti di altri. Ben più profondi e drammatici. Per farla breve, lui, P.P.P., ai gay pride non ci sarebbe andato. Anzi, li avrebbe trovati ripugnanti per la sua, raffinata, sensibilità estetica. Era un’anima tormentata, mille contraddizioni e battaglie interne irrisolte. Un intelletto critico acuto come pochi. E probabilmente il più grande poeta italiano emerso dopo la guerra. Bellissime tutte le sue raccolte. Poesia in forma di rosa, per me, il suo vertice. Mi hanno sempre meno convinto i romanzi. Vigorosi, di grande scrittura... ma troppo legati a contesti temporali limitati. Uno strano realismo, visto che, in fondo, un vero realista lui proprio non era. Piuttosto, un anacronista. Un lottatore contro il suo tempo, come fu, in dimensione certo diversa, Nietzsche. Era un uomo antico, in fondo. Al di là della modernità progressista cui lo volevano, e ancora vogliono, a tutti i costi ascrivere. Rivendicava con orgoglio le origini contadine, anche se, di fatto, era cresciuto a Bologna ed era di estrazione borghese. Ma si sentiva friulano, di Casarsa, come i suoi avi. In quella terra aspra, tra quella gente abituata a lottare con la vita, sentiva affondare le sue radici. Ritrovava, soprattutto, quel senso di appartenenza, di comunità che il mondo moderno aveva completamente perduto. Lettere luterane, Scritti corsari. I feroci corsivi ed elzeviri in cui, con frasi asciutte ed incisive, colpiva al cuore la disgregazione della società contemporanea. E dimostrava di cogliere le minacce e i pericoli insiti nel suo futuro. Con un acume dolente, che andava ben al di là delle critiche, troppo intellettuali e astratte, di Marcuse. Uno dei maestri di quel ’68 che Pasolini, invece, non amava. Rivolta borghese, dei figli del privilegio... vedesse, oggi, tanti “katanghesi” di quegli anni, divenuti mosche cocchiere della speculazione finanziaria, araldi di Big Pharma, avrebbe la conferma, la prova provata, della sua lucida visione. Aveva, in effetti, previsto molte cose. La disgregazione della comunità, la perdita di ogni etica, la deriva di un capitalismo sempre più lontano da quella ricchezza delle Nazioni che aveva teorizzato Adam Smith. E poi la fine di ogni forma di democrazia reale, che non poteva che essere legata ad una dimensione umana, comunitaria. Piccola. Mentre nel globalismo, che vede progressivamente, gli uomini ridotti ad atomi, la democrazia diventa parola vuota di senso. Peggio ancora, strumento di un’oppressione ben peggiore di quella dei totalitarismi del primo novecento. Fu profeta. Come solo poeti autentici, ormai, possono essere. Come Pound, per il quale nutriva una profonda ammirazione, al di là della differenza, per certi versi abissale, che li separava. Fu profeta, P.P.P.... e intuì la deriva che ci ha portato all’orrore in cui viviamo.  E comprese, anche, che l’orrore peggiore è il non avere alcuna coscienza della nostra situazione.

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  • ALESSANDRO III... ECCO PERCHE’ PIACE A PUTIN
  • (dal sito: “Lettera da Mosca”  -  25 GIUGNO 2021)
  • di
  • Marco Bordoni
  • Un paio di settimane fa, nell’incantevole scenario della reggia di Gatchina, nei sobborghi pietroburghesi, Putin ha inaugurato un monumento ad Alessandro III. Nell’elegante palazzo progettato per Grigorj Orlov da Antonio Rinaldi, lo zar cosiddetto “pacificatore” trascorse gran parte del proprio regno. Non è il primo omaggio di Putin ad Alessandro: nel 2017 aveva tagliato il nastro di una statua simile, piazzata in Crimea, nel palazzo di Levadia, e ne aveva elencato i successi: “Autorità internazionale della Russia rafforzata con la fermezza non con le concessioni, rapida crescita economica di pari passo con un riarmo che ha rafforzato l’esercito e la marina, fioritura di cultura e arte, grazie al richiamo alle tradizioni”.   Non è un mistero che Putin nutra una vera ammirazione per il “pacificatore”, ma pochi ci hanno fatto caso dalle nostre parti. Eppure è curioso: mentre i nostri commentatori lo accostano di solito a grandi e terribili guerrieri e modernizzatori come Ivan IV, Pietro I o Stalin (ma ne conoscono altri?), Putin sembra immedesimarsi in un sovrano di un periodo di relativa decadenza, cui si oppose invano azzerando, da un lato, le pur timide riforme paterne (giudicate troppo audaci) in una vana rincorsa al passato e rendendo, dall’altro, la Russia, sul piano economico e militare, abbastanza temibile da poter ottenere una pace indispensabile senza mendicarla.
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  • 2 LIBRI Victoria Ocampo

  • A proposito di  
  • “338171 T. E.”
  • di
  • Victoria Ocampo
  • (Settecolori Edizioni)
  • Tra scrittura ontologica e “pensiero corrotto”
  • di
  • Sandro Giovannini
  • “…Si  può ottenere  dagli uomini in nome dell’uomo
  • quello che le religioni domandano in nome degli dei? 
  • Questo è il problema di  T. E. Lawrence”.  
  • Roger Caillois

  • E’ veramente una bella domanda quella che Caillois pone a chiave dell’enigma  Lawrence.  Vi è anche una sottile voluta d’acre incenso che rimane nel suo spazio esistenziale dopo aver cercato di figurarsi (a posteriori) l’avventura umana di chi sarebbe potuto essere persino un suo possibile rivale nel campo del sentimento.  Non inganni troppo la sua interrogazione secca apparentemente neutra, di quel taglio che riguarda gli strati alti del cielo sopra di noi: noi siamo fatti, all’origine, come direbbe Victoria, “del Alma y de la Sangre”...  (Victoria Ocampo, Supremacía del Alma y de la Sangre, in Sur 1935 e poi Testimonios, Sec. Serie, Bs. As., Edizioni Sur, 1941). Domandare agli uomini  ciò che solo condizioni estremamente  liminali possono consentire è tipico però di chi lavora sulla creta umana con maschere multiple ed intercambiabili di scena, facendo interrogare tutti, prossimi e lontani, sul vero volto celato oltre il dover essere ed il voler sembrare.  E’ lo stigma della “doppiavita”  che altri ed alti ingegni hanno saputo persino codificare, lungo un percorso di prova, “doppelleben” carico sempre di una responsabilità senza sconti...
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  • La “cortesia” come sfida   
  • di 
  • Sandro Giovannini
  • In un mio recentissimo libro parlo, (1) abbastanza velocemente, de "L’amicizia come sfida". Ma forse avrei fatto meglio ad affrontare, assieme o al posto dell’amicizia, che nel mio caso è stata sempre molto condizionata dalle mie vocazioni comunitarie, la "cortesia"... Certo, la "cortesia" è, da una parte molto più generalmente implicante, e dall'altra però non meno legata dell'amicizia ad innegabili fattori caratteriali. Ma vorrei, riuscendo ad esprimermi con un minimo di resa, metterla anche in relazione, poi, a fattori propriamente comunitari, ovviamente nel senso interno, esistenziale del termine, restringendo al massimo quindi l'orizzonte delle sue caratteristiche e delle sue implicazioni.. Ne ho qualche diritto in base a qualche mia specifica esperienza? Coloro che mi conoscono, anche superficialmente, credo possano, tutto sommato e detratto, propendere per il sì. Non è una argomentazione di caratura filosofica, ma diciamo che serve a poter almeno affacciare un discorso, con un minimo di credibilità.   Direi quindi che mai come in questi tempi di deriva epocale, non sia giusto ed onorevole derubricare a fattore del tutto secondario, consciamente od inconsciamente, un pensiero articolato al proposito. Ma perché, oggi, la "cortesia" dovrebbe avere un posto, certamente diverso ma paragonabile, rispetto a quello che ha sempre avuto tra le menti ben coltivate del passato?
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  • afghanistan

  • GLI EROI DIMENTICATI DI UNA GUERRA PERDUTA
  • Ennesima guerra vinta dai soldati e perduta dalla politica
  • di
  • Gianandrea Gaiani
  • (da: www.analisidifesa.it del 7 giugno 2021)
  • Il primo caporal maggiore Diego Magno Massotti è uno dei tanti eroi di guerra italiani dimenticati e l’ultimo in ordine di tempo a ricevere una decorazione per il suo valore. Eroi spesso tenuti lontani dalla ribalta, dalle cronache e dai comunicati ufficiali perché hanno combattuto e ucciso nemici in battaglia. Sono decine, forse centinaia i soldati italiani decorati per atti di valore ed eroismo in Afghanistan, terra da cui dopo vent’anni di impegno militare ci ritiriamo sconfitti insieme agli Stati Uniti e a tutti gli alleati della NATO. Eroi tenuti quasi nascosti dalla Patria (che hanno servito con onore e sprezzo del pericolo) come le battaglie a cui hanno partecipato, distinguendosi ma senza ottenere quella notorietà riservata ai nostri caduti, perché invece di perire sul campo hanno fatto strage di talebani. Opera certo meritoria ma forse poco confacente alle note di linguaggio delle “missioni di pace”.

 

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Cover URBS AETERNA Consolato


  • URBS  AETERNA
  • di
  • Sandro Consolato
  • (Arya Edizioni)
  • rec. di
  • Sandro Giovannini
  • Cosa si può dire di un libro del genere? Da parte mia... poi, che non sono certo al livello di poter entrare nelle segrete cose che si squadernano in questo testo con una calma apparente ma con un flusso di cascata prorompente ed inarrestabile? Eppure ne parlerò per la passione che ne sprigiona e di cui non posso che dichiararmi adepto osservatore e felice lettore... Quindi con quella irresponsabile ingenuità che presiede alle cose più amate dove risiede (lo sappiamo tutti) la nostra vita più vera... dove ci è scusato persino l’errore... se abbiamo qualche difensore non palese o persino sperato, sognato, incontrato forse alle poste più difficili della nostra vita... quelle che - superate - ci giustificano di tanti errori e di tante carenze.
    Diciamo che il testo di Sandro Consolato, come prima altri nel suo lignaggio solitario ed assieme comunitario, meriterebbe qualcosa di ben più saldo di ciò che io posso proprio dire - pur affascinato dalla pulsione inarrestabile - ... ma con una autorevolezza che vorrei essermi conquistata nel tempo e non con quel sempre presente dubbio sulla mia inadeguatezza allo specifico. E qui lo specifico s’estende per le classiche tre parti e per i tredici capitoli a cui s’aggiunge un’Appendice, complesso che pur nato in tempi e contesti diversi affluisce magicamente nell’estuario sontuoso di chi sa unire formazione profonda e mai liquidatoria e capacità illuminante di sintesi, percorribili solo da chi ha operato una scelta a viso aperto, negli anni e con una progressione inarrestabile.
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  • Conte Julius Evola copertina

  • Intervista a
  • Vitaldo Conte
  • su Julius Evola
  • a cura
  • di Roby Guerra
    A proposto dell’e-book:
  • Vitaldo Conte,  
  • Julius Evola.  Vita Arte Poesia Eros   come Pensiero e Virus
  • Tiemme Edizioni Digitali, 2021.
  • D- Il controverso Julius Evola, come evidenzi nel tuo saggio, è il principale artista dadaista italiano e non solo... In sintesi, se la sua rivalutazione è ancora ardua, quali potrebbero essere oggi le possibili insidie in Italia?
  • R-Evola, principale e autorevole artista del Dadaismo italiano, risulta oggi una connotazione non più contestabile. Questa considerazione ha determinato forse che il suo lavoro artistico raggiungesse, in recenti aste, valutazioni ragguardevoli. Ciò ha costituito un elemento indubbiamente positivo per la sua completa rivalutazione. Ma, nel contempo, noto che si sta sviluppando intorno alla sua figura un interesse non sempre determinato da competenze specifiche: sintomatico, al riguardo, l’affiorare di diversi falsi, “proposti” come sue presunte opere. È bene ricordare che Evola non ha espresso molte opere d’arte.
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  • cover Guerra

  • PSICANALISI  DEL  FUTURO 
  • di   
  • Roberto Guerra
  • On line per Tiemme Digitali (TED, a cura dello scrittore Riccardo Roversi) Psicanalisi del futuro- L'homme Machine futurista, di Roberto o Roby Guerra, futurista, una analisi non a caso del futuro alla luce della psicanalisi culturale e dell'avanguardia italiana storica e non solo del Movimento rivoluzionario di Marinetti.
  • Tranne dove indicato nei singoli capitoli, i saggi contenuti in questo tanto dissidente quanto erudito e futurista/futuribile libro risalgono, nelle loro versioni originali, al 1995 circa e/o negli anni 2009-2020, già pubblicati in opere precedenti di Roberto Guerra oppure in vari magazine e/o testate on line.   Tra i saggi attualissimo quello su Thomas Szasz, antipsichiatra e psicanalista eretico, a suo tempo, dal titolo eloquente Lo Stato terapeutico, chiaramente connesso vuoi allo scenario corrente autoritario e contaminato dal virus planetario, vuoi proprio al Futurismo come antivirus artistico di libertà...

 

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  • jouvence d anna scuola atene sabei harran

  • I Sabei di Harrān e la Scuola di Atene 
  • di 
  • Nuccio D'Anna
  • rec. di
  • Sandro Consolato
  • Nuccio D’Anna, le cui esplorazioni nel mondo della sapienza antica ci hanno offerto già numerosi e interessanti saggi che vanno dalla Grecia arcaica al pitagorismo romano (ma non va dimenticato il suo altro filone di studi, relativo agli aspetti esoterici del Medioevo), sul finire del 2020 ci ha regalato un libro che tratta un argomento molto poco noto anche alla maggioranza del pubblico colto, ma nello stesso tempo di grande fascino: I Sabei di Harrān e la Scuola di Atene (Jouvence, Roma 2020, pp. 212, Euro 20,00). Nel corso della lettura del testo, chiaro e coinvolgente malgrado il suo carattere erudito, alla memoria di chi scrive è ritornato un vecchio servizio giornalistico sulla famiglia libanese dei Jumblatt e sulla misteriosa minoranza etnico-religiosa cui essa appartiene, i Drusi, sparsi tra Israele, Libano e Siria (A. Van Buren, Casa Jumblatt, ne Il Venerdì di Repubblica, a. 1987, n. 29). Qui si diceva come nella religione di questa etnia, avente al suo vertice una élite esoterica, i “libri sacri, inaccessibili ai non iniziati, si concentrano sui grandi maestri del loro esoterismo: Aristotele, Platone, Socrate, Pitagora. I capi religiosi, gli sheikh, si riuniscono in sale spoglie, le khalwat, a riflettere sui testi. In breve, come piace dire ai drusi, è una ‘Grecia umanista’ in piccolo, un’agorà riservata a pochi”.
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  • casanova inglese DEFINITIVO 2

  • Tutti coloro che si trovano di fronte alla necessità di riflettere su cosa stia realmente succedendo al di là del velame spesso delle teorie, dalle cosi dette complottiste alle così dette anticomplottiste, e quindi tenersi ai fatti sempre in itinere ma ormai in sufficiente evidenza, dovrebbero comunque considerare, forse anche assieme ad altre disamine più o meno dello stesso ordine e dello stesso tono, ciò che viene detto in questo scritto. Personalmente sono sconcertato da alcune forzature su temi specifici e dalla stessa apparente cogenza dello schema proposto. Esso mi appare in primo luogo uno schema e non un metodo. Perché dico uno schema e non un metodo? Uno schema riporta ogni tassello in una concordanza ritenuta assoluta. Un metodo può anche lavorare alle concordanze sapendo quanto agisca sempre, nella storia dell’uomo, il caso, la follia, la sorpresa, l’incongruenza, il negare l’evidenza od il dargli un peso eccessivo, il trascinarsi contro ragione in scelte ormai innegabilmente fallite solo per non riconoscere l’errore, la speranza contro la realtà ed ogni accadimento passato presente o futuro dell’affidamento di branco, etc, etc... e qui senza poi necessariamente mettere in gioco istanze ben più complesse ed elevate, ma diffusamente e carnalmente concludenti, come fedi, ideologie, utopie. Lo schema anche quando è particolarmente comprensivo considera tutte le variabili, di cui sopra, sostanzialmente come già incasellate, derubricandole dalla loro incidenza potenzialmente sempre attiva. Il metodo potrebbe avere a suo favore la controllabilità statistica, che però agisce - ed in condizioni certo non sempre razionalmente ideali - sempre a posteriori, mentre lo schema si dota di una assertività che sembra basata sul posteriore (sul già accaduto) ma prospetta uno scenario che è sommamente divinatorio, in quanto rivolto a comprendere i processi in corso nell’accadere vorticoso, quindi soprattutto verso il futuro.  Detto questo, che comporta necessariamente una presa di distanza non dai fatti specifici ma dalla loro interpretazione di connessione, aumenta la non evitabilità di porci queste domande che sono inevitabilmente le più importanti del tempo presente come testimoniato dalle prorompenti serie di schemi o metodi interpretativi... i great reset, i nuovi ordini mondiali diversamente delineati, i populismi ed i sovranismi di ogni tipologia, le utopie neomassoniche, le geopolitiche spesso assurte a geofilosofie quando a non vere e proprie geo-teologie, le apofènie varie... Inoltre questo mio preambolo potrebbe sembrare del tutto ininfluente se non si ricollegasse ad un tentativo di non facile “riordino mentale” compiuto, in altro procedimento e contesto, con il mio “La fantasia del complotto” (www.heliopolisedizioni.com)...  (S. G.)

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  • NEFASTI OBIETTIVI
  • di 
  • Dmitry Orlov

(da: https://comedonchisciotte.org/nefasti-obiettivi/ di martedì 27 ottobre 2020 - Fonte: cluborlov.blogspot.com - Link: http://cluborlov.blogspot.com/2020/10/nefarious-objectives.html  - 16/10/2020 - Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org)


Fate   finta   di   essere   uno   dei   geni   del   male   che   gestiscono   l’economia   mondiale. Naturalmente, il vostro desiderio sarebbe quello di continuare a gestirla in modo stabile, sicuro e redditizio, nonostante i problemi che potrebbero sorgere di tanto in tanto. Vorreste risolvere questi problemi in modo rapido ed efficiente, senza attirare alcuna indebita attenzione su voi stessi e sul vostro malvagio modo di agire. A questo punto, quali sono i principali problemi che richiedono una soluzione rapida e preventiva e come dovreste affrontarli?  

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  • 3BhuddasutigredaIstallazionecreativaVenezia1particolare

  • I “RINNEGATI DEL TERRORE”...
  • di
  • Sandro Giovannini
  • “...Questi sei anni mi hanno cambiato molto, e soprattutto avvicinato
  • molto alla letteratura, ahimè, più in particolare quella accademica.
  • Rinnegato del terrore, ci manca poco che passi alla retorica...”
  • (R. Caillois, La forza del romanzo, trad. it. Sellerio, 1980, pag. 159)

 

  • Nel mio fallito libro “La diversa avventura dell’elitismo. Borges et alii”, finito e tardivamente pubblicato, affronto gli straordinari intrecci difformi di vari elitisti.  Il testo su Borges mi era stato sollecitato da un vecchio amico, ma poi - col lavoro - s’era fatto tanto abnorme da rendere assurdo e forse risibile qualsiasi suo inserimento in una prevedibile collana... Infatti, non contento di fermarmi al solo primo intreccio, come se esso non fosse poi già praticamente inesauribile, avevo ricevuto in sogno, come spesso m’accade, il subdolo suggerimento di cercare di scoprire perché da basi autorali ben assimilabili si possa scivolare, più di quanto non si sospetti abitualmente, in esiti ferocemente discordanti. Questo perché il vero assillo di entrare dentro l’anima degli autori non si ferma certo, credo per nessuno che si possa rispettare, alla sola domanda primaria ove la risposta plausibile sarebbe il prevedibile scarto esistenziale personale, ma procede da esso a configurare una mappa relazionale delle deviazioni umorali, delle follie logiche e delle diverse ma connesse grandezze incommensurabili (appunto) dei “collegati”. Il libro, apparentemente ben sviluppato ed originale nella sua struttura, è diviso in una parte generale dove sono elencati rapporti conseguenti (visti soprattutto dall’ottica pulsionale della Victoria Ocampo) e che scorrono principalmente su Borges, quale motore immobile di tutta un’intera cultura, e poi diffusamente su Tagore, Ortega, Keyserling, Drieu, Caillois ed altre figure d’incontro e di contorno, ed in una antologica ove sono riportati passi degli autori trattati ed immediati miei puntuali commenti, quasi in dialogo continuo con le citazioni soprastanti. Quello che alla fine di un lavoro durato anni mi ha scoraggiato a pubblicare è stato l’aver mancato il bersaglio che mi ero figurato nel sogno.
  • ...
  • Avendo lucido disdoro per lo scacco di ragione, provo una tenerezza, spero comprensibile, per il frammento di ricerca e per la sottigliezza che crea pensiero. Pertanto riporto qui di seguito una sola citazione, a caso, dalla seconda parte antologica riguardante nello specifico Caillois, con il riferimento e il susseguente mio commento...)
  • ...
  • ..
  • .
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  • I LIGURI definitivo

  • I Liguri
  • Etnogenesi di un popolo
  • dalla preistoria alla conquista romana
  • di
  • Renato Del Ponte
  • Recensione a cura di
  • Daniele Verzotti
  • (ECIG, Genova,  uscita su “Letteratura-Tradizione”
  • n° XVII, Giugno 2001, “Letture”, pag.25.)

  • Ci risulta che questo libro abbia avuto una genesi più che ventennale, ma valeva la pena aspettare tanto perché esso costituisce un punto fermo, imprescindibile per ogni futuro studio sull’argomento, una sintesi di quanto pubblicato finora e soprattutto un ampliamento d’orizzonti ed un approfondimento di cose sinora non trattate.   L’autore fa ricorso al cosiddetto metodo tradizionale, sorta di metodo induttivo e comparativo che consente di superare le nostre lacune su alcune tradizioni facendo ricorso ad altre meglio conosciute; se infatti la metafisica è una, simili saranno pure i simboli che da essa promanano, per quanto lontani nel tempo e nello spazio. L’arco di tempo preso in considerazione è amplissimo e va dall’alta preistoria sino alla conquista romana e segue passo dopo passo, per quanto lo consentano le fonti, quella che, con felicissima espressione l’autore chioma “etnogenesi di un popolo”. L’argomento ci pare di grande attualità oggi che tutto rischia di andare perduto, a cominciare dalla nostra identità per cui la riscoperta e lo studio delle etnie che sono alla base della nostra storia è di una importanza vitale nel senso letterale del termine.
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  • Apollo statua crisoelefantina Delfi VI secolo aC

  • Riflessione
  • sulla
    pratica dei
    trapianti

     di
  • GIUSEPPE   GORLANI 
La pratica dei trapianti è una tra le più barbare e irrazionali conseguenze del processo di reificazione della natura, le cui scaturigini sono remote e plurime. Scrive Giovanni Sessa nel suo ottimo studio Per una filosofia del divino e dell’ordine: «Il monoteismo ebraico cristiano facendo dell’essere il totalmente altro dal mondo ha sottoposto l’uomo ai voleri di quest’ultimo e, contemporaneamente ha inteso la natura, ormai desacralizzata, come oggetto per l’uomo. Questi, attraverso la tecnica, ha reso ogni ente disponibile alla manipolazione, rendendolo mezzo-per.
 
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  • Il presente eterno cover tavoletta Heliopolis

  • Intervista di Luigi Sgroi a Sandro Giovannini
  • su:
  • “Nel presente eterno,   la felicità delle cose.
  • VII note di Sandro Giovannini al testo
  • di Giovanni Sessa su Emo
  • Heliopolis Edizioni 2014
  • (...riportiamo questa breve intervista del 2014 in quanto crediamo che esistano
  • e si confermino ancor meglio, 
  • a distanza di qualche anno, quegli interessi sull'interpretazione di Emo,
  • perfezionata da Sessa col suo libro 'La meraviglia del Nulla'...)
  •  
  • Questa pregiata "tavoletta" in tiratura Heliopolis (200 copie numerate con copertine in nappa chiara e nera e legno traforato laser, prefazione di Romano Gasparotti) esce in contemporanea con il libro di Giovanni Sessa: “La meraviglia del Nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo”, Bietti, Milano, 2014 e tende a rimarcarne alcuni plessi logici, in una dialettica costruttiva e serrata. Ciò fa rilevando tale lavoro organico sul filosofo veneto, condotto da Sessa con determinazione ed efficacia notevole, sia per le implicanti risonanze filosofiche di contesto storico che per l’unicità/esemplarità della cometa/chimera emiana, ricca di una forza imaginale potente che non concede nulla all’ovvietà, comunque paludata...   Poniamo allora all’autore di questo piccolo libretto filosofico alcune domande per chiederne ragione.
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  • Purusa Prakrti

  • L’ispirazione 
  • di   
  • Giuseppe Gorlani
  •  
  • I
  • L’ispirazione prospera in lande di cui si hanno mappe imprecise. Congetturare di averne tracciato coordinate sicure vota necessariamente al disinganno. Art happens.* Ciò non condanna a vagare tra brume in attesa che, per “grazia”, emerga la musa. Piuttosto è opportuno fissare la chiarità noumenica, sino al punto in cui essa, combaciando con l’Innato, permanga e illumini. Dalla soluzione alla contrapposizione, inerente il divenire, pullula poiesis. Parrebbe un’incongruenza: si comprende tanto meglio il fluire fenomenico quanto più lo si conosce nella sua parvenza.
  • ...
  • Si va allora, pur senza andare, per stradette sterrate o per stanze inalbate, con le mani simili a nubi. Si cancella con semplici passi la pretesa di assolutizzare la distanza. I passi sono rosari: ripropongono l’eterno qui. Nessun “là” sarà mai raggiunto. Lo dimostrò in modo eccellente Zenone d’Elea: ogni mèta ipotetica sempre rimarrà irraggiungibile, poiché se ne dovrà toccare innanzitutto la metà della metà della metà, in una regressione ad infinitum.   Risulterebbe quindi che la distanza e la molteplicità siano convenzioni tramite le quali l’Ineffabile appare ridursi all’interno di un linguaggio. Parole a fior d’acqua. Da una simile infatuazione ci si può emancipare mirandola attentamente sino alla sua scomparsa.   Oltre la tradizione scritta, c’è quella orale e oltre questa c’è il sedersi, deporre le dottrine, svelare l’identità. Le varie forme del tradere sono propizie, purché le si accolga con intelligenza. Subire invece l’ignoranza che produce reiterati affanni, incolpando il destino o altro, è opzione deprecabile: equivale a tentare di placare la disperazione, alimentandola. Eppure, nel dire “vivo” ci si riferisce spesso a tale dissennatezza.  L’animalità affascina; travolti da cupio dissolvi, nell’Evo ultimo molti rinunciano alle attitudini contemplative e persino a quelle razionali. La degradazione nell’insignificanza viene elevata a valore, il flatus vocis predomina su tutto. Il burattino, lo schiavo sono terrorizzati dalla facoltà di mettere a nudo la propria futilità con adeguate riflessioni; trascorrono i giorni ad enumerare pene o, all’estremo opposto, a commentare il piacere derivante dal sottostare alla menzogna; detestano la quiete lucida, autosufficiente, fondata sulla vigilanza della coscienza, la sinderesi.   Miseria e nobiltà dimorano in ciascun uomo; la prima è pesantezza, la seconda leggerezza. Fretta, ansia, paura sovraccaricano e disancorano dalla Presenza. La levità — in fin dei conti non avversa alla gravitas che Cicerone, in riferimento a Platone, associa alla suavitate — favorisce l’ispirazione, permette il camminare a piedi scalzi in montagna, trasforma spartiacque affilati in comodi sentieri. Consente altresì di attingere alla regalità umana originaria — simboleggiata dal Purusha — includente bestie, alberi, continenti, mari. Essa non va qui intesa nei significati di incostanza, trascuratezza o volubilità, bensì come scioltezza, mobilità, prontezza nell’aderire alla realtà, invulnerabilità.   Cinquemila parole porse Lao Tse a Yin Hsi, custode montano che esigeva da lui un pedaggio. Tra esse: «Il difficile imprendi nel suo facile / ed adopera il grave nel suo lieve».** «[…] soltanto la leggerezza - commenta Italo Calvino - può dar conto delle segrete connessioni che gravano sul fondo».***
  • ...
  • Quali epigoni di Borges non desiderebbero — abbandonata la logica lineare — scrutare nelle pupille orbate di Omero, scandagliando un diverso vedere, o aleggiare nel cuore di Virgilio, nemico dei superbi, o penetrare la vis romano–italica nel Petrarca, di là dal suo habitus cristiano, pur autentico? Certo costoro dovrebbero maturare una particolare sottigliezza, tenendosi pronti a pagarne lo scotto, ovvero a contenere la vertigine, quasi fossero tra quegli asceti (lung–gom–pa) osservati dalla coraggiosa David-Neel in Tibet, i quali, con lo sguardo fisso sulla volta stellata, attraversavano altopiani a velocità sostenuta, gravati da catene: talari all’inverso moderanti gli effetti di intense pratiche ascetiche.  

  • II
  •  
  • L’ispirazione è terra sulla quale il purohita, memore del grido primordiale, misura l’uscir fuori dall’Essere e il redire in esso, è cielo in cui il respiro attinge all’illimitato. Utilizza ossa, sbarre, reti pur di ammaestrare l’inerzia. È fonte purificatrice, fuoco risoluto, turbine, valanga. Darle spazio nel prosaico evoca la palingenesi.  Non vi è alcun “punto” individuabile nell’esistenza su cui poggiarsi per sceverare passato, presente, futuro. Mentre la speculazione teoretica pretende di circoscriverlo, è già svanito o ancora da venire.   All’interno dell’unanime sogno condiviso, si ritiene lecito dichiarare come dal passato scaturisca il presente; sempre entro i confini dello stesso sogno, in angoli meno frequentati, altri lo dichiarano proveniente dal futuro.   Non ci si bagna due volte nello stesso fiume; così l’Oscuro d’Efeso. Hermes, il possessore del caduceo, il tre volte oscuro - coincidente col luminoso - potrebbe replicare: nemmeno una volta. Ci si bagna sempre, non ci si bagna mai. Il presente è la stanza azzurrata, il braccio aggrappato ad un noce, i suoni impalpabili: mostra teorie indefinite di morti, trapassa da nido a nido, crocifigge la totalità nel pranava, la sillaba immobile, assoluta.Il fanciullo–cammelliere spuntato dal fogliame attorno al caravanserraglio chiede: l’ispirazione discende dall’Anima Mundi, oppure dall’Inafferrabile che la sostiene e la trascende ad un tempo? Non so, risponde uno; so, dice un secondo ed enuncia con competenza la cosmogonia tradizionale. Entrambi proclamano il vero, scrutandolo da prospettive disuguali. Qualcuno rimugina perplesso. Il giovane li ignora tutti e volge l’attenzione a un viandante discosto; questi tace mentre parla e scrive o, viceversa, parla mentre tace. Si direbbe indistinguibile dal Dao che, da nulla mosso, muove le diecimila ombre.   Il paradosso illuminativo non richiede giustificazioni, né sforzi per essere dimostrato. Concede libertà. Soffia via la paura. Sprigiona i pavoni dorati al servizio dell’ispirazione. Trabocca dall’orlo di tutte le notti. Morde, fugge. Catturato dallo zelante amanuense, svanisce poi attraverso il legno tarlato nel soffitto. Ripresenta all’infinito l’in Sé in forme irripetibili. Soprattutto sorride. Inspiegabilmente.

  • III
  •  
  • I modi onde principiare valgono quali astrazioni fittizie; se indagati con rigore conducono alla paralisi del giudizio. Gli Scettici ne erano consapevoli; gli stolti vi edificano sopra strutture fatiscenti e le chiamano “scienze esatte”. Lo scientismo è dunque una religione surrettizia, contraria a quelle radicate nelle rivelazioni sovrarazionali. Purtroppo anche tra queste troneggia la follia, quando sorge la pretesa di monopolizzare la Realtà.   L’ispirazione prospera nelle Scritture, nelle epopee immortali, satura la grotta vuota affacciata sul torrente himalayano. Alzare le braccia, spargere polline, assimilare asana, combattere ed uccidere se stessi nel prossimo per necessità, amministrare la giustizia, reintegrare nella fiducia l’assassino morto alla propria tracotanza: sono azioni nobili, tra loro complementari, impotenti tuttavia a superare le fiamme al cui interno giace la cetra ambita.   Qualora servisse delineare un parametro a fondamento delle teleologie cui gli uomini si rivolgono al fine di trarne conforto, ci si dovrebbe preoccupare almeno di verificarne la cantabilità, posta al docile servizio dell’ispirazione. Le figlie di Mnemosine non vanno disgiunte da Atena. Dove le antitesi convergono si aprono porte su recessi nascosti, palesando sorgenti dalle quali balzano fiumi maestosi. Immergersi in essi può risvegliare gioia e forza inesauribili, altrimenti abbattere, incupire; in questo caso predomina la desolazione. E così sia. Inutile intonare lamenti a mo’ di patetiche cantafere: el hàbito miserable del llanto.**** La peggiore angoscia vale quanto un’ape posata sull’acqua. A differenza delle vespe, le api sull’acqua si agitano e annegano.   Levità graziosa, anzi, bellissima, severa e serena ad un tempo, che i cirri adesso assaporano, deh non abbandonare il filosofo–devoto ai patî soffocati da rovine, alle sterili contumelie, ai discorsi inacerbiti, trasfigura piuttosto gli orridi e colmali, ispira il letterato a stilare parole rasserenanti o il vecchio seduto ad una panchina a considerare shunyata alla guisa di un epiteto divino.   Agli inizi dell’autunno abbondanti noci cadranno; se ne sfameranno uomini, insetti e scoiattoli. Avranno i loro suoni appropriati: placidi battiti nel chiarore lunare. All’arrivo della pioggia ogni fermento si acqueterà. Sospendendo il fiato, Vallonia, signora delle valli, affacciata ad un alto cerro, approverà.   È fausto rammentarlo: ci si può sottrarre alla “strategia del caos” perfezionata dal genio a rebours contemporaneo. Esplosioni con schegge impazzite dilaniano la carne, strappano occhi e labbra. Pazzi, orientali e occidentali, offuscati dall’egoismo, torturano e diffondono il terrore. Ma, pabula laeta, le pietre bianche proteggono, le conche verdi curano, le mucche lasciate finalmente libere sostentano e fertilizzano. I cancelli del Paradesha, il Paese supremo, restano spalancati.
  • Qualsiasi viaggio inizia e termina nel medesimo istante. Che cosa c’è in mezzo? L’Aleph, il Pranava, Buddhata, il Brahman, l’Uno–Uno, il Pantocratore? La rosa risorta dalla cenere che Paracelso non mostrò a Johannes Grisebach? O la rosa “senza perché” di Silesius?   È bene svegliarsi avanti l’alba per imprimere nel giorno imminente lo stigma della comprensione, armarsi di leggerezza, ardere nell’ispirazione, sacrificare.

  • Note:
  • * James Whistler
  • ** La Regola Celeste di Lao-Tse, 63 – 7,8, a c. di Alberto Castellani, Fi 1954.
  • *** Cit. in Lao-Tse, Il libro della saggezza, a c. di Paolo Ruffilli, Mi 2004.
  • **** Jorge Luis Borges, Fragmentos de un Evangelio apocrifo, 4.



 

  • Polyhymnia Centrale Montemartini Roma

  • Potrebbe sembrare del tutto inutile, per pensanti come noi che son sempre vissuti dalla “parte perdente” ma con il massimo praticabile di onestà e libertà mentale, disquisire sul manifesto dei 150 intellettuali (segue) che dall’America rumorosamente giunge abbastanza inascoltato in Europa. Eppure dovremmo comunque prendere atto che il golem creato dal liberalismo di risulta, come da destino, ormai insolentisce e preoccupa grandemente i suoi oggettivi padrini, che non trovano di meglio, per stornarne la storica responsabilità oggettiva, che blaterare, senza capo né coda, di reazionarismo. E’ operante, in definitiva, una sconnessa ed accelerata meccanica dell’azione-reazione ed i prepotenti storici alla fine sono sempre superati a sinistra/destra da altri oggi ancor più eterodiretti e stupidi di quanto non lo fossero loro quando s’illudevano, con tutte le loro aperture da cittadini onorari della sodoma-gomorra globalista, di creare un’arcadia dei buoni-giusti. Potremmo riderci sopra amaramente se, a conti fatti, “tutti” non divenissimo ancor più in pericolo di quanto saremmo stati se tale deviata koinè degli aperturisti in spe non avesse marciato, ai suoi tempi beceramente urlante, ed ora travolta e sbigottita, verso questa deriva di feroce imbecillità...
  • (Sandro Giovannini)
  •  

 

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  • F. la Patria 1

  • ANNO  ZERO.  GLI  ICONOCLASTI  E  GLI  OIKOFOBI
  • di
  • Andrea Marcigliano
  • (da https://www.electoradio.com/mag/lifestyle/anno-zero-gli-iconoclasti-gli-oikofobi di martedì 16 giugno 2020)
  • Tutti parlano di iconoclasti. Termine improvvisamente entrato nel lessico comune, in questo strano Anno Zero della pandemia, il 2020 dell’era volgare, l’anno del virus sino ad oggi, e della quarantena… ora anche, però, della distruzione delle immagini… Perché proprio questo significa iconoclastia: distruzione delle icone. Ovvero delle immagini.  E fu un’eresia, bizantina. Una di quelle importanti. Sorta fra l’VIII e il IX secolo, in opposizione all’icondulia. Il culto delle icone. Tutt’ora fondamentale nelle Chiese Orientali. E che sino al Vaticano II ebbe un ruolo non secondario anche nella tradizione cattolica.  Gli iconoclasti le immagini le distruggevano. Considerandole forme di idolatria pagana. Consonando, in questo, con i musulmani. Tant’è che Dante, seguendo i padri orientali, considera Maometto il più grande scismatico di tutti i tempi. E quindi l’Islam una frattura del Cristianesimo… Ma questa è altra storia…  E poi non mi va di finire sempre con il fare il professore.

 

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  • Il tempio interiore

  • Ri – orientamenti occidentali
  • Il malinteso spiritualista
  • di
  • Luigi Sgroi
  • Ha da poco passato il secolo il momento storico da cui è partito un nuovo crescente interesse per l’Oriente da parte del laico Occidente.   Fu infatti verso la fine del IXX secolo che dall’America, al “Parlamento delle Religioni “ di Chicago, partì quello slancio di nuovo interesse verso le religioni orientali che, da lì a qualche decennio, sarebbe divenuto prima un orientamento (teosofismo, antroposofia, interesse per i fenomeni psichici), poi un “must” strumento di fuga dalla religione cattolica (movimenti “on the road”, cultura “pop”, “new-age”) e infine una moda, una sorta di prodotto da centro commerciale della spiritualità (dalla fiera del biologico, allo zen contro lo stress) .
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  • Copertina ANIMA SPADA ANIMA LIBRO

  • Il Prof. Marco Giaconi e Pio Filippani Ronconi
  • di
  • Federico Prizzi
  • Mi ha fatto molto piacere leggere l’intervista al Prof. Marco Giaconi sul sito Pangea. Ringrazio il Prof. Giaconi non solamente per i contenuti, ma perchè l’avventura editoriale, che vide la mia collaborazione con due amici fraterni: Sandro Giovannini ed Emilio Del Bel Belluz, è stata ricordata. Mi riferisco al libro Anima-spada, anima-libro - la vita dialogante di Pio Filippani Ronconi pubblicato nel 2010. Esso rappresentò il primo volume di una collana letteraria della Novantico Editrice, da me curata, intitolata Laurus. Una collana che raccolse una serie di testi dedicati a uomini che nella loro vita avevano vissuto appieno sia l’esperienza militare, soprattutto di tipo bellico, che quella letteraria. Uomini la cui anima era stata appunto forgiata dalla spada e dalla penna. Per questo fu scelto di chiamarla laurus. Perchè, oltre a essere il lauro il simbolo della vittoria e del prestigio letterario, è anche quello del rinnovamento della vita e dell’immortalità. Una pianta solare, il cui simbolo profondo era, ed è, quello di lotta contro l’oblio.  Attraverso la lettura di questi libri, infatti, volevamo invitare i lettori ad abbeverarsi con noi alla fonte della Mnemosine, della Memoria. Questo perché anche nella crisi indotta dalla modernità, occorre fissare sempre il nostro sguardo su quanto ci è stato tramandato, cogliendo quelle epifanie storiche e letterarie tradizionali che possano illuminarci e anche consolarci, nel nostro quotidiano. Ciò certamente, non per cercare uno sterile revanchismo o per farci eludere o ignorare la Crisi che attanaglia la nostra società. Bensì, come atto di speranza.  Infatti, mangiando anche noi le foglie di lauro, come la Pizia dell’oracolo di Delfi, potremo intravedere il futuro, vivendo però il presente con una consapevolezza diversa da quella dell’uomo comune. Ridaremo così fuoco alla musica originaria, ma ri-esprimendola secondo quell’esperienza del Sacro che noi oggi possiamo comunque ancora vivere. Sono, inoltre, profondamente grato a Sandro Giovannini per avermi dato ancora una volta spazio attraverso la pubblicazione di questo breve scritto sul sito delle Heliopolis Edizioni. Sandro è sicuramente uno dei più raffinati e poliedrici intellettuali del pensiero Tradizionale italiano. Artista colto e pragmatico, la cui modestia e generosità, come ricordai nella mia prefazione al libro, “si evince anche dalla sua, purtroppo, ferrea volontà di non prefarre questo libro, ma di esserne semplicemente uno dei tanti autori”. Questa volontà, e chi conosce Sandro lo sa bene, scaturisce da una profonda fedeltà a una idea, a una sua personale visione del mondo e della vita. Una visione superpersonale e impersonale che caratterizzò anche Letteratura-Tradizione, la straordinaria rivista creata da Sandro. La quale è sempre stata caratterizzata da uno spirito compartecipato, dove si incontravano scritti e opinioni diverse, spesso opposte. Una pluralità di espressioni, di idee e di studi, che non ha mai avuto paragoni in nessun altra rivista letteraria italiana, soprattutto se dedicata alle Scienze Tradizionali. Ciò lo dimostrò anche con il metodo rivoluzionario della continua rotazione dei direttori letterari. Rotazione che aveva proprio l’intento di osservare la Tradizione da punti di vista sempre nuovi e mai uguali a se stessi. Pertanto, a questo metodo unico nel suo genere, non poteva collaborare che uno spirito rivoluzionario come Pio Filippani Ronconi. Il quale ne curò gli speciali in due numeri: il n.6 “Mito - Fiaba - Tradizione” (Aprile 1999) e il n.7 “La ventura del Guerriero” (Luglio 1999). Speciali, che furono interamente riprodotti nel libro-testimonianza Anima-Spada - anima-libro, la vita dialogante di Pio Filippani Ronconi a perenne memoria per le generazioni future.
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  • Straw dogs

  • Apocalisse minore
  • di
  • Biagio Luparella
  • Accadde una di quelle notti da non poterne più.
  • In fuga dai deliri dell’imperante Demenza, già sfuggito alla ragnatela dei mille insulsi doveri, appena ero uscito dalla gora dei mille accadimenti ronzanti come grasse mosche sui cadaveri dei giorni, appena ero scampato alle lusinghe, agli agguati, alle piacevolezze della confortevole dilagata vuotaggine……..quella notte dunque, sotto casa, - in quella piazza, ignara, quando venne spianata alquanti secoli fa, di dover diventare un giorno ritrovo di tutti i dannati al divertimento obbligatorio, - orde di tatuati, persingati, drogati, invasati, torme di chiapputi vaginanti e mentulanti di tutti e cinque i sessi, con le loro urla di gioia strafatta, e gridolini e risate e musicaccia aggiunta allo strepito di moto, di risse e di variopinte sguaiataggini, (non bastava lo starnazzare dei televisori accesi dai condomini di tutti i piani di quell’enorme termitaio dove, necessità e insuccessi di varia natura, mi avevano costretto ad abitarvi,) quelle orde dunque si erano date convegno appena sotto le mie finestre in un tumulto di richiami di voci di alterchi cui da più tempo si dava il poetico nome di “notti bianche”.

 

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  • Ninfe finalissimo ELOGICON

  • Le
  • Ninfe
  • di
  • Mario Bernardi Guardi
  • Fascinose divinità ad alto tasso erotico, le Ninfe godono nella tradizione classica di uno “status” di tutto rispetto. Innanzitutto queste fanciulle graziose e maliziose abitano un po’ dappertutto: le Oreadi nei boschi montani, le Amadriadi dentro gli alberi, le Naiadi nei corsi d’acqua dolce, le Pegee nelle sorgenti, le Nereidi nelle profondità marine, le Pleiadi nel vasto azzurro del cielo. E cosa fanno le Ninfe? Intrecciano danze agitando i loro bianchi veli, giocano piacevolmente ebbre di vita, corrono libere e felici, inseguite dai Satiri, debitamente sedotti e abbandonati a una terribile furia d’amore. Perché le Ninfe ci tengono alla loro libertà e alla loro inafferrabilità: vogliono piacere e non disdegnano accoppiamenti, ma nessun legame, per carità, con maschi prepotenti vogliosi di sottometterle. E destinati allo smacco: perché la Ninfa è una creatura in perpetua fuga, che, dopo aver trascinato gli ammaliati inseguitori in una vertigine, se la ride della loro gelosia sessuale e li lascia bruciare nell’inferno dell’ossessione.
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  • Vivarelli 1

  • BEETHOVEN
  • E un quesito futurista e matteggiante.
  • di
  • Curzio Vivarelli
  • Vorrei avere il genio che hanno alcuni pittori tedeschi del tempo andato, i quali erano capaci di dare alla perfezione la poesia d'una via notturna, prossima alla campagna, fra le case rustiche illuminate dalla flebile luce d'un lampioncino...  Ed ecco la domanda destinata a restar retorica: chi dei futuristi avrebbe potuto trarre a soggetto d'un suo quadro la casetta di Heiligenstadt, alla periferia di Vienna, ove il Ciclope di Bonn, Ludovico van Beethoven passò alcune delle sue villeggiature?  Ovvero ancora: chi potrebbe disegnare in ispirito davvero futurista questa fatale piccola magione, la più onorata da cartoline quadri illustrazioni che arrivano perfino a sembrare gli ex-voto d'un culto novello tributato all'eroe delle nove sinfonie?   E perchè proprio i futuristi avrebbero dovuto dipingere questa casetta?  Non bastano ed avanzano i tanti pittorucoli tedeschi di cartoline?  Non bastano - e sono dei lavori di eccellente valore - le silografie del grande secessionista viennese Carl Moll, un austrotedesco legato all'ottocento e vissuto però ben oltre i limiti di tempo del futurismo?   E non basta il bellissimo quadro ad olio sempre di Moll con la parte di questa casa su due corpi che dà sulla Pfarrplatz, con l'albero dalle folte fronde primaverili, i due portoni di rustica e rubesta eleganza, ed il lampioncino pronto ad offrire al viatore che di qui passi la sua tenue luce in una sera di marzo?   
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  • ISR54311

  • Armageddon, determinismo e rabbia
  • di
  • Gordon Duff
  •  (da:  “New Eastern Outlook  del 17.02.20)
  • Gli analisti applicano le teorie per interpretare gli eventi, prevedere, influenzare e persino avvertire. Dietro questo c'è il “determinismo”, la teoria secondo cui tutti gli eventi sono inesorabili, ovvero risultato di cause indipendenti dalla razionalità umana.  I deterministi dominano il nostro secolo, ci crogioliamo nella loro arroganza e ignoranza. Quando le loro teorie sono fallimentari ecco trasformarle tramite un nuovo algoritmo applicato a dati falsi e la conseguenza catastrofica, sebbene inesorabile per il razionalista, scompare nella susseguente teoria deterministica, quella del negazionismo.

 

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  • Men at som times

  • FUMO DI LONDRA
  • Del neofascismo invertito, affascinato da Londra
  • e ossessionatamente contro l’Europa
  • di
  • Gabriele Adinolfi
  • (da http://www.noreporter.org/index.php/alterview/26346-fumo-di-londra
  • di lunedì 03 febbraio 2020)

  • L’Italia soffre di provincialismo e di complessi d’inferiorità, in particolare nei riguardi degli inglesi. Un sentimento che in passato ha animato a lungo i parvenus e gli invidiosi sociali (le aristocrazie, comunque esterofile, erano invece francofone e filotedesche). Gli inglesi la nostra ammirazione beota se la sono comunque meritata. Sono sempre stati coraggiosi e tenaci. Le loro élites hanno saputo riunire il cinismo, la slealtà, la pirateria, il disprezzo nei confronti di tutti gli altri, una tendenza spiccata alle perversioni (anche nella tortura) con la flemma, il distacco, l’introversione, la sopportazione silente e, soprattutto, l’ironia. Vincono spesso e, soprattutto, sanno perdere. Senza frignare o cercare l’altrui commiserazione, come invece facciamo noi.

 

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  • 2019 10 12 syria
  • “L’EUROPA PRINCIPALE ATTORE NEL CAOS CREATO IN SIRIA”.
  • ECCO L’INTERVISTA INTEGRALE CHE LA RAI NON HA VOLUTO TRASMETTERE.
  • di Antonio De Martini
  • (da: https://comedonchisciotte.org/video martedì 10 dicembre 2019)
  • Per nove anni e mezzo i media italiani non hanno dato la parola a uno dei protagonisti della guerra di Siria, il paese che è l’ombelico della nostra civiltà. Ci hanno fatto assistere in silenzio al massacro di mezzo milione di esseri umani e hanno trasformato in profughi indesiderati sei milioni di persone, rifiutando loro persino il diritto di asilo che è il primo pilastro della umana convivenza fin dal principio del mondo. La Rai ha osato dichiarare che non mandava in onda questo “scoop” giornalistico di prim’ordine “perché non era stato richiesto da nessuno” aggiungendo alla complicità in sterminio la vergogna professionale. Il tono, gli accenti di sincerità del presidente Assad fanno paura, specie se confrontati con l’alterigia dei suoi falliti assassini. Diffondetela voi cittadini questa video-intervista e mostrate che non tutti in Italia sono servi striscianti del potere che credevamo di soli ladri e che è invece anche complice di assassini.
  • Di seguito è riportato il testo completo dell’intervista realizzata dalla giornalista Rai
  • Monica Maggioni
  • https://www.youtube.com/watch?v=8qEiB6LLPl8&feature=emb_logo
  •  
  • Domanda 1:  
  • Signor Presidente, grazie per averci concesso l’intervista. Ci dica per favore, qual è la situazione in Siria ora, qual è la situazione sul campo, cosa sta succedendo nel paese?
  • Presidente Assad:    
  • Se vogliamo parlare della società siriana: la situazione è molto, molto migliorata, poiché abbiamo imparato tante lezioni da questa guerra e penso che il futuro della Siria sia promettente; usciremo da questa guerra più forti. Parlando della situazione sul campo, l’esercito siriano ha fatto progressi negli ultimi anni e ha liberato molte aree dai terroristi, rimangono ancora attive aree dove c’è al-Nusra che è supportato dai turchi e il nord della Siria dove i turchi hanno invaso il nostro territorio il mese scorso. Quindi, per quanto riguarda la situazione politica, posso dire che sta diventando molto più complicata, perché ci sono molti più giocatori coinvolti nel conflitto siriano per trasformarlo in una guerra di logoramento.

 

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  • In iang Giano bifr

  • Paideia negativa - III  
  • di  
  • Sandro Giovannini
  • La “paideia positiva”, quella che si pone correttamente sul piano della propria verità, coglie  totalitariamente ogni aspetto dell’umano comportamento, non potendo lasciare ad altro nessuno spiraglio di valore che possa essergli rivolto contro, come un’esiziale falla nello schieramento esistenziale. Corrispondono a questa logica sia i consapevoli che gli inconsapevoli dell’ordine di battaglia, che più di un gioco e più di una metafora, corrisponde alla postura vitale, dalla cellula, all’organismo più complesso. In più l’uomo con la sua frontalità, la sua visione binoculare ed il suo auto-focus, è indiscutibilmente un predatore. Così, tendere all’affermazione ed alla riproduzione, qualsiasi sia il rischio implicato nel processo, è più di una tensione continua, è la ragione prima ed ultima del venire a vita. Persino per coloro che guardano in faccia la verità senza schermi o velature - quindi senza illusioni di sorta, che provengano dall’esterno o dall’interno - si pongono ben poche alternative se non decisioni affermative indipendenti - in realtà - da giustificazioni etico-umanistiche   (…anche perché coloro che le utilizzano a iosa sono il più delle volte falsi e ipocriti), cosa che riporta al tema dominante (1)

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  • Assad tra i suoi soldati

  • La somma di tutte le paure di Washington:
  • i militanti curdi in accordo con Damasco
  • di
    Patrick Henningsen
  • (da: 21st Century Wire  14 ottobre 2019)
  • Ieri sera, i funzionari curdi nella Siria nord-orientale hanno rilasciato una dichiarazione secondo cui è stato raggiunto un accordo con il governo di Damasco che consente all'esercito arabo siriano (SAA) di assumere posizioni strategiche chiave lungo il confine settentrionale della Siria con la Turchia.
  • Non sorprende che esultino da Damasco a Mosca, e anche a Teheran, lanciando visibili gemiti di politica estera a Washington. La realtà della situazione è che la Turchia si è fatta prendere in una trappola creata da Damasco e dai suoi alleati. In tal modo, la Turchia ha contribuito a chiarire quella che in precedenza era una situazione quasi impossibile (da districare) per Damasco. Mentre gran parte dei media occidentali ha lavorato alla "decisione di Trump" di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria, ci sono altri fattori che hanno guidato la situazione attuale. Se si monitorasse la stampa turca negli ultimi anni, si saprebbe che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato ansioso di accendere la sua base dell'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) a casa e proiettare energia neo-ottomana a livello regionale, quindi quest'ultima incursione turca in Siria può essere vista come una ripresa della "Nuova Turchia" e la graduale trasformazione tramite l'AKP della Turchia da uno stato kemalista secolare a uno islamico. Questa graduale rivoluzione non è però confinata all'interno dei confini della Turchia, poiché spera di estendere il suo progetto micro-coloniale di Sunnification includente le aree in questione situate all'interno e lungo il confine settentrionale della Siria con la Turchia. Quindi, Ankara ha trasferito le sue forze nel territorio siriano per la terza volta in altrettanti anni, questa volta soprannominandola "Operazione Pace Primavera", con Erdogan che giustifica la mossa sotto l'egida della "lotta al terrorismo", giurando ancora una volta di garantire la sicurezza nazionale eliminando la "minaccia terroristica" curda dell'YPG-PKK (Curdi) incorporata nella Siria settentrionale. Potrebbe aver ottenuto un discreto successo in questo settore, ma non nel modo in cui la maggior parte degli esperti tradizionali pensa. Forse inconsapevolmente (o forse no), la Turchia ha aiutato a risolvere almeno tre problemi separati che erano stati solo sfiorati a Damasco e Mosca, almeno dagli ultimi tre anni. In primo luogo, l'incursione turca ha finalmente fatto spostare le forze militari statunitensi non invitate che avevano iniziato a occupare illegalmente la Siria nord-orientale dalla fine del 2016, sostenendo in modo efficace i loro militanti proxies guidati dai curdi ovvero le SDF (Syrian Democratic Forces), all'interno delle quali molti militanti condividono l'adesione con l'YPG/PKK curdo.  Questo fine settimana ha dimostrato al mondo che senza la protezione americana, le forze guidate dai curdi non sono così vitali come sono state sempre descritte dai media occidentali, essendo ora esposte alla dolorosa realtà che il loro status "autonomo" nella Siria nord-orientale è in prestito e che quindi gli conviuene rinominarsi nell'Esercito Nazionale Siriano.  Le forze curde siriane, pressate dai turchi e dalle loro milizie, non avevano altra scelta che avvicinarsi a Damasco per negoziare un'alleanza. Questo accordo è stato siglato questo fine settimana, con l'ASA che ora infatti si sta dirigendo verso le principali città nel nord-est della Siria, tra cui uno dei centri di combattimento - la città di confine siriana di Kobani, fortemente contesa. 
  • Questa nuova realtà significa anche che i militari turchi, probabilmente, non faranno volontariamente fuoco contro le forze del SAA all'interno del territorio sovrano siriano, anche se invece le milizie jihadiste della FSA/SNA, proxies della Turchia, potrebbero impegnarsi contro l'antico nemico. Quelle probabili scaramucce secondarie prolungherebbero certamente l'instabilità, ma non sono così insormontabili quanto le truppe statunitensi trincerate nell'area.  I rapporti mostrano che l'arrivo dell'ASA in queste aree è stato accolto con applausi dalla folla - cosa che è un vero disastro di pubbliche relazioni per Washington e il suo progetto di costruzione della nazione "Rojava" curda nella Siria settentrionale.  Infine, oltre a proteggere i suoi principali valichi di frontiera a nord, Damasco ora si avvicina ancora di più al potenziale recupero dei suoi giacimenti di petrolio e gas situati a nord del fiume Eufrate vicino alla città di Deir Ezor, e che sono stati continuamente occupati rispettivamente dalle forze ISIS e SDF dal 2014. La liberazione del proprio approvvigionamento energetico interno contribuirebbe notevolmente ad aiutare Damasco a mitigare alcune delle sofferenze economiche subite a seguito dell'imposizione di sanzioni congiunte UE-USA, un embargo punitivo progettato dalle potenze occidentali per strangolare il paese e fomentare al massimo i disordini domestici. La richiesta di protezione curda a Damasco si staglia anche contro i tanti anni di propaganda occidentale, che ha sempre cercato di giustificare la politica di Washington d'occupazione militare e di costruzione della nazione "Rojava", cercando di convincere il mondo che il governo siriano era sgradito nella regione nord-orientale del suo stesso paese, e che l'indipendenza curda era un fatto compiuto
    Inoltre, Damasco è un passo avanti verso la protezione di tratti precedentemente vulnerabili del confine orientale con l'Iraq, che gli Stati Uniti stavano in precedenza "gestendo" e che ha permesso all'ISIS di spostarsi e utilizzare come terreno di sosta per attacchi più lontani in aree come Sweida e Al Tanf. Se si potesse raggiungere un accordo definitivo di mutua sicurezza tra Siria e Iraq per garantire il confine condiviso, ciò potrebbe potenzialmente rivoluzionare gli affari politici ed economici nella regione e persino a livello globale. Se questi eventi dovessero accadere, sarebbe una sconfitta completa per decenni di sforzi guidati da Washington nella regione. Insieme ai suoi alleati, gli Stati Uniti hanno lavorato a lungo e duramente per mantenere instabile e divisa questa parte del Medio Oriente. Fu in questo ambiente di destabilizzazione guidato dagli USA, dai sauditi ed israeliani che sia i terroristi di al Qaeda sia quelli dell'ISIS furono in grado di emergere e prosperare per così tanto tempo. Gli avversari dei terroristi islamici dovrebbero rimanere vigili anche se, come dimostra la storia, sia Washington che Israele non stanno che provocando instabilità al fine di raggiungere comunque i loro obiettivi condivisi a breve e lungo termine per la regione. Indipendentemente da ciò, la linea è ormai stata ribaltata in Siria. Incapaci sia di detenere il territorio sia di tenere in custodia migliaia di prigionieri dell'ISIS, le milizie SDF sostenute dagli USA sono state esposte come ultime di una lunga stirpe di sfortunate pedine di Washington nel Grande Gioco. Una volta che le nuove posizioni sul terreno saranno assicurate dalle forze dell'ASA, Damasco potrebbe invitare il supporto aereo russo a proteggere questo spazio aereo, un risultato che potrebbe significare solo che i giorni dei terroristi sarebbero definitivamente contati in futuro. Eventuali rimanenti brigate terroristiche dell'ISIS o di Al Qaeda attive nel nord dell'Eufrate avrebbero poche vie di fuga rimanenti, oltre a nord per cercare rifugio nelle varie enclavi terroristiche permesse dall'AKP situate al di là del confine nella Turchia meridionale. Come ho affermato  all'inizio del 2018, la danza curdo-americana nella Siria nord-orientale era sempre un gioco di sedie musicali e prima o poi qualcuno doveva andarsene. E quel qualcuno è gli Stati Uniti, subito seguito dall'ISIS.  Come già affermato dal presidente Bashar al-Assad, la Siria è determinata a rivendicare "ogni centimetro" del suo territorio. Quindi potrebbe essere opportuno che le potenze occidentali non sottostimino la volontà e la determinazione di un paese e di un esercito che hanno resistito per otto anni a una guerra di cambio di regime pienamente internazionalizzata.

(Patrick Henningsen è uno scrittore americano e analista di affari globali e fondatore del sito indipendente di notizie e analisi 21st Century Wire, ed è conduttore del programma radiofonico settimanale SUNDAY WIRE trasmesso in tutto il mondo tramite la rete alternata di radio (ACR).  Ha scritto per una serie di pubblicazioni internazionali e ha realizzato numerose relazioni sul campo in Medio Oriente,incluso il lavoro in Siria e Iraq).



 


 

  • Immagine MUTA

  • …Nel 2015 l’Heliopolis
  • si è cimentata in una piccola impresa per il suo statuto ormai amatoriale…
  • Infatti commercialmente era in ritirata almeno dal 2005 data dell’ultima
  • convinta partecipazionee al ‘Salone del libro di Torino’,
  • quindi, dal 1985, erano stati più di 30 anni di onesto lavoro in faccia al mondo…
  • Ma questa era un’indagine che partiva dall’illusione
  • di poter sottoporre - ora possiamo ben dirlo - con una notevole sfacciataggine,
  • all’universo dei nostri accademici e pensanti vari, una domanda:
  • “Non aver paura di dire”…
  • Era una sfida che faceva riferimento ad un lavoro ormai tipicizzato
  • su “libri-idea
  • (…non s’ironizzi troppo facilmente sull’apparente ovvietà dell’endiadi,
  • considerando proposizione, acquisizione e svolgimento comunitario del metodo scelto),
  • pratica ormai già ben avviata
  • (coinvolgendo poi anche altre realtà editoriali)
  • principalmente dopo tre testi come il
  • “Manifesto per una Nuova Oggettività”,
  • “Al di là della destra e della sinistra”,
  • “Per quale motivo Israele…?”
  • ed altri ancora
  • su Pierre Pascal, su Filippani Ronconi e su Andrea Emo
  • La novità assoluta però era che ci si rivolgeva non più a dei “richiesti prevedibili”
  • ma si allargava l’indagine a 360°.
  • Cosa anche ben criticabile, per merito e metodo.
  • Ora, sarebbe un poco nostalgico se tentassimo di ripercorrere quel grande sforzo fatto
  • per poi ottenere 130 paginette, apparentemente facili e nello stesso tempo inattese,
  • se non nutrissimo ancora un possibile nuovo progetto
  • da confrontarsi (necessariamente) con quello.
  • Diversamente e consapevolmente.
  • Per farlo ripercorro, ora a titolo strettamente personale, quell’esito
  • della tavoletta Heliopolis del 2015
  • e spero che questa lettura possa essere di piccolo supporto almeno
  • a coloro che vorrano ancora risponderci positivamente in un prossimo futuro
  • sull’ipotesi scrittoria che assieme, a breve,
  • nuovamente decideremo…
  • (S.G.)
  •  
  • ‘La paura di dire’
  • di
  • Sandro Giovannini

  •  Bìos/Biòs
  •  
  • “Non aver paura di dire…”, lo dico ora io, che non sono stato uno dei rispondenti del libro/tavoletta, con questo stesso titolo, che abbiamo edito nella collana ‘tabulae’ dell’Heliopolis, per una precisa scelta. Starne fuori e fare solo la promozione (in senso totale) e la curatela era la condizione necessaria per non far apparire troppo condizionata la cosa sin dalla partenza, già oltre i limiti di ciò che la nostra storia comune (e la mia poi particolare) poteva abbondantemente presupporre, sia negli honestiores che nei maliziosi. Ma in definitiva, il precipitato scrittorio… cui prodest? Perché aprire a 360° un’indagine sui “richiesti”, oltre 250 tra i principali accademici attuali di filosofia italiana e dintorni, di cui una percentuale (il 6% circa) precipitati infine tra i 42 del complesso scrittorio (ma pochissimi tra i tanti … e questo è già rivelatorio), quando si volesse una tesi sostanzialmente precostituita, ovvero una - sia pur implicita - condanna della situazione attuale e come recitano le non molte (ma le cose cambiano velocemente) menti più versate dell’anti/establishement, dichiaratamente in alternativa organica all’attuale globalizzazione del pensiero?

 

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  • Mars Iupiter Venus

  • RITROVARE IL
  • CANONE
  • PER COMPRENDERE
  • IL FUTURO
  • di
  • Andrea Marcigliano
  • (da: www.electoradio.com di mercoledì 02 ottobre 2019)
  • Borges dice che, in fondo, quattro sono le storie. Solo quattro: una città assediata e difesa, ormai senza speranza. Un uomo che torna dalla guerra, in un viaggio fantastico e periglioso. Una ricerca di qualcosa di, apparentemente, irraggiungibile.  Infine, la storia di un sacrificio. Un Dio, o un eroe che si sacrifica.  A se stesso.   Iliade, Odissea, gli Argonauti. E poi l’Edda, il mito di Odino che si impicca da solo alla forca. Per morire e rinascere. Nella sapienza. Sono scelte, naturalmente.   Dettate da predilezione, consonanze interiori. Come sempre avviene. Io, ad esempio, vi aggiungerei la storia di un esule alla ricerca di un approdo. E di una nuova Patria.  L’Eneide, insomma.  Ma non farebbe molta differenza. Quello che conta è che, come chiosa il poeta argentino, sono le storie che abbiamo raccontato dall’inizio del tempo.  E che continueremo a raccontare, sino a che il tempo non cesserà di scorrere.

 

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  • Houthi Yemen

  • Tre brigate del terzo più grande arsenale di armi al mondo
  • annientate dall'offensiva
  • del paese arabo più povero al mondo…
  • di
  • Federico Pieraccini
  • (da “American Herald Tribune” del 30.09.2019)
  • Finora molti potrebbero essere stati indotti a credere che gli Houthi siano una forza armata priva di raffinatezza. Molti, vedendo gli attacchi di droni e missili contro gli impianti petroliferi sauditi, infatti, potrebbero aver pensato trattarsi di un attacco a bandiera falsa effettuato da Riyad per aumentare il valore di mercato di Aramco; oppure un'operazione effettuata dall'Iran o persino da Israele. Sabato 28 settembre, gli Houthi hanno fatto pagare tali speculazioni confermando ciò che molti, come me, scrivono da mesi; cioè che le tattiche asimmetriche degli Houthi, combinate con le capacità convenzionali dell'esercito yemenita, sono in grado di mettere in ginocchio il regno saudita di Mohammed Bin Salman. 
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  • BELLEZZA daikini

  • Discentrare il disordine
  • di
  • Sandro Giovannini
  • “…leggendo con disprezzo perfetto,
  • si scopre dopo tutto
  • uno spazio per la schiettezza…”
  • Un intervento d’estrema semplicità. Vorrebbe (e potrebbe) essere un appello, ma l’autore non ne ha l’autorità e neanche, ormai, l’illusione. Infatti la “logica terminale” è sovente ingannevole, anche se ha la plausibilità, in temperie di velocizzato trapasso, di mettere in sequenza ineludibile temi e tempi. In un altro nostro intervento (“Una diversa versione di ‘cattivi maestri’” uscita su Ereticamente nell’ottobre 2018 ed ora presente su ‘Rivista online Heliopolis’ www.heliopolisedizioni.com) parlavamo della necessità, ormai, per la nostra generazione intellettuale che ha visto e partecipato a tutte le battaglie culturali dagli anni ’70 e per i successivi decenni, con enorme dispendio e ben collaudati, ripetuti e consapevoli fallimenti ma anche con una meravigliosa capacità d’anticipare e spesso anche guidare tematiche che poi si sono puntualmente imposte nella società anche più allargata e massiva fino al punto di mettere in forse i facili pregiudizi e gli innumerevoli luoghi comuni sulle impossibili o fallimentari interdipendenze di pensiero-azione, di lasciare ai più giovani, come è bello-giusto e naturale che sia, un approfondimento sempre più spinto dei motivi originari ed identitari della nostra visione del mondo. Mentre a noi, ormai più anziani, forse spetti non assumere certo la facies scettica od anarcoide, quanto immettere in una più profonda consapevolezza di ragioni e di irragioni epocali l’atteggiamento complessivo da tenere verso il movimento politico del tempo ultimissimo, che sembra, ad uno sguardo non realmente approfondito, camminare su sentieri incomprensibili e/o ingovernabili… Questa “postura nostra”, ribadiamolo a scanso d’equivoci, non intende minimamente venir meno alla verità di una “paideia positiva” (cosa che facciamo costantemente con il lavoro intellettuale nostro e di tutti i nostri valenti amici), magari in forza di un atteggiamento velatamente sostanzialista di ragione e matrice, appunto, discentratamente anarcoide, quanto avvertire, su di un piano formale, della necessità di continuare a sentirci profondamente coinvolti nel “discorso di verità”, quanto contestualmente e contemporaneamente affermare il diritto/dovere di mantenere e favorire sempre più una “paideia negativa”, che è, in tempi di crisi profonda ed irreversibile come quelli attuali e di spaventosa orgia di non-verità gabellata per normalità e necessità, l’unica sapientemente capace di seguire, comprendere, aiutare a governare e potenzialmente e progressivamente reindirizzare per il giusto ed il possibile tutto il cascame psico-sociale del momento. E inutile poi, per le intelligenze a cui ci rivolgiamo, non certo riferite ai gazzettieri e politicanti di diversa matrice ma di sovente comparabile levatura, che noi si stia ad elencare le ragioni profondissime e tradizionali e magari anche a trovare i suggerimenti letterari sottili di “doppia vita” o di “finzione suprema” che ci spingono a sottolineare tale necessaria “postura”. Sarebbe pleonastico e non degno d’anni di frequentazioni e critica comune e comunitaria. Ben venga quindi l’apertura consapevole per la “doppia verità”, che è in sé a prima vista criptica ma sorta di “segreto posto in evidenza”, matura di tutte quelle comprensioni che in decenni di lavoro critico abbiamo posto in essere e per nulla antipopolare, anzi è l’unica che possa seguire e condurre una partecipazione profonda alla vita istintuale e razionale (vera) del popolo, in quanto è l’esatto contrario dell’utopismo progressista e della distopia umanitarista. Sappiamo anche della difficoltà del metodo ma non ci hanno mai spaventato le sfide, ed ora “discentrare il disordine”, disordine distribuito consumisticamente per sommo bene è più che mai necessario. Il nemico principe sappiamo ben riconoscerlo assieme a tutti i suoi servi sciocchi.

  • la quarta teoria politica

  • DUGIN
  • UNA GUIDA DI PENSERO E AZIONE
  • CONTRO IL DOMINIO DISUMANIZZANTE
  • Intervista di
  • Adriano Segatori
  • (da: electoradio.com, di lunedì 17 giugno 2019)
  • Riassumere diverse ore di colloquio nella sintesi rapida e concisa di una intervista ad Aleksandr Dugin, filosofo e politologo russo, è una operazione ardua e rischiosa per possibili fraintendimenti. Cercheremo di organizzare un percorso di comprensione, di orientamento dalle parole della guida a questa Quarta Teoria Politica del terzo millennio.
  • Tu, e le persone che con Te collaborano, siete considerati pericolosi. È concepibile una simile interpretazione del lavoro filosofico in corso?
  • Certamente. E ci fa un enorme piacere. Il comunismo e il Fascismo non esistono più. L’unico nemico rimasto è il liberalcapitalismo, non solo come strumento di oppressione economica e sociologica, ma come religione del pensiero unico e dogma della globalizzazione
  • - Quindi, è in corso una battaglia ad un livello superiore rispetto ai paradigmi finanziari che ci vengono quotidianamente elencati.
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  • Contre le liberalisme

  • Recensione del libro di
  • Alain de Benoist
  • Contre le libéralisme. La société n’est pas un marché
  • di
  • Gilbert Doctorow
  • Quando ho pubblicato le mie note di viaggio in una visita di nove giorni in Ungheria diverse settimane fa, i lettori potrebbero essere rimasti perplessi sul motivo per cui mi sono preoccupato. (Vedi:  https://gilbertdoctorow.com/2019/04/26/hungary-testing-the-waters-notes-from-a-week-of-wellness-and-political-tourism/).   Il mio punto conclusivo è stato che il controverso populista, primo ministro autoritario dell'Ungheria Viktor Orban trae il suo potere dalla forte identità nazionale ed etnica dei suoi compatrioti. Ciò sembra, di per sé, un'osservazione non eccezionale. Tuttavia, quando l'ho fatto avevo in mente un contesto intellettuale molto specifico di "democrazia illiberale" di cui ora scriverò in questo saggio rivedendo l'ultimo libro del noto filosofo politico francese Alain de Benoist, Contre le libéralisme. È improbabile che il libro figuri nella tua lista di letture estive. Innanzitutto perché esiste solo nell'edizione originale francese. In secondo luogo, e ancor più importante, perché è altamente tecnico, l'opera di un filosofo di prima classe con una conoscenza enciclopedica del soggetto che si rivolge ai suoi colleghi, non al pubblico in generale. 
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  • Federico Prizzi

  • UN NUOVO LIBRO
  • di
  • FEDERICO PRIZZI
  • SUL RUOLO DELL’ANTROPOLOGIA
  • nei
  • CONFLITTI CONTEMPORANEI
  • a cura di
  • Emilio Del Bel Belluz

  • (da: https://www.analisidifesa.it/2019/05/lahnenerbe-in-finlandia/di sabato 04 maggio 2019)
  • Con il nuovo libro della Novantico Editrice “Ahnenerbe in Finlandia - le ricerche antropologiche sul fronte della Carelia”, continua l’avventura editoriale della casa editrice piemontese dedicata allo studio dei conflitti contemporanei e del ruolo delle Scienze Umane in supporto alle operazioni militari. Grazie all’analisi di Federico Prizzi, antropologo e storico militare, esperto di Cultural Intelligence e di Antropologia dei Conflitti, le spedizioni volute negli anni ’30 e ’40 dall’Ahnenerbe e dal Nazionalsocialismo sul fronte della Carelia assumono così una nuova chiave di lettura.
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  • Carlo Fecia di Cossato

  • 7 navi da guerra tedesche.
  • Un solo uomo contro,
  • Carlo Fecia di Cossato.
  • di
  • Nicolò Zuliani
  • (da The Vision  del 23 ottobre 2018)
    (...quando la sostanza è forma e la forma sostanza... S. G.)

  • L’11 novembre del 1940, a Taranto, sono appena passate le 23. Buona parte della città sta dormendo quando i vetri delle finestre vibrano per il ronzare dei bombardieri. Le sirene d’allarme riempiono l’aria lente e sinistre, quando le bombe stanno già cadendo. La contraerea illumina il cielo mentre le esplosioni devastano strade, case e automobili. La gente esce in strada e corre verso i rifugi, vestita con quello che ha addosso. Tra urla, fiamme ed esplosioni c’è un Tenente di vascello, Luciano Barca; è mezzo svestito come gli altri e corre a perdifiato verso il porto dove gli hanno detto che la sua nave è stata colpita. All’incrocio con via Cavour vede un Capitano che cammina calmo, in perfetta uniforme, mentre attorno l’intera città viene distrutta. Barca lo raggiunge e l’ufficiale, squadrandolo, gli dice: “Il bombardamento non è motivo sufficiente perché un ufficiale di Marina debba correre in questo modo.”
  • “Ma comandante!”, ansima Barca, “L’Ambra è stata colpita, devo correre a bordo!”
  • “Va bene, mi scusi. Ma, in ogni caso, si abbottoni la giacca.”
  • E Barca, in mezzo a esplosioni e il crepitare delle mitragliatrici, si affretta a farlo; perché l’uomo che ha davanti è uno dei più grandi marinai l’Italia abbia mai avuto: Carlo Fecia di Cossato.
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  • Zen

  • La fantasia del complotto
  • di
  • Sandro Giovannini
  • La “fantasia del complotto”, innanzitutto come genere pseudoletterario, non mi ha mai convinto. Anzi spesso me ne sono tenuto discosto per nausea naturale e per insofferenza degli esiti da riconoscimento. (...Quegli esiti sarebbero stati insopportabili non solo per carenza - contro spesso le apparenze - di visione generale - direi filosofica - del problema, quanto per l’ineliminabile ed insoffribile maniacalità di molti complottisti, ovviamente sovente in parallelo - funzionale - ad altrettanti ed altrimenti bene o male motivati, debunker).  Oltre la giovinezza, però, in base alle mie multiformi esperienze militari ed a qualche studio intensivo per vocazione, ho creduto di comprendere al proposito ciò che non sempre poi è facilmente comunicabile.   La realtà, fuorché in casi del tutto straordinari, sempre possibili, supera la fantasia, anche la più fruttuosa.
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  • inganno bannon

  • Inganno Bannon
  • a cura di
  • Maurizio Blondet, Andrea Marcigliano, Gianluca Marletta,
  • Claudio Mutti, Raido, RigenerAzione Evola 
  • (com. edit.)

  • Steve Bannon è davvero il paladino del sovranismo europeo e il padre nobile della destra degli anni duemila?  Ci troviamo realmente di fronte ad un valido anti-Soros o soltanto dinnanzi all'arteficie dell'ennesimo progetto egemonico a stelle e striscie in chiave conservatrice anzichè liberal?  Questo volume collettaneo si propone di rispondere a questi interrogativi con l'obiettivo di smascherare il malcelato inganno ordito da Steve Bannon, attraverso  The Movement, per attrarre le forze populiste e sovraniste europee, in particolare italiane, condizionandole in chiave anti-eurasiatica, anti-islamica e filo-atlantista.  Si tratta di un pamphlet di battaglia e di denuncia, o per meglio dire di un 'manifesto' , volto a contribuire alla maturazione dei necessari anticorpi contro il virus dell'alt-right.

  • cover della bellezza dei corpi campa D editore

  • Torna in libreria Riccardo Campa con
  • Della bellezza dei corpi
  • (COMUNICATO EDITORIALE)
    • Collana Libreria di NeoAntropologia
    • Prezzo di copertina: 14,90€
    • Data di pubblicazione: 21 marzo 2019
    • www.deditore.com

  • Il 21 marzo 2019 esce in libreria per D Editore "Della bellezza dei corpi", il nuovo libro di Riccardo Campa, giornalista, sociologo e filosofo, fondatore e presidente onorario dell’Associazione Italiana Transumanisti.  Autore del best seller La rivincita del paganesimo, uscito nel 2013 sempre per i tipi di D Editore, Campa approfondisce il discorso delle radici pagane dell’Europa, mostrando che la questione della bellezza dei corpi, della loro cura e manutenzione, della loro valutazione estetica e rappresentazione iconografica, è l’ennesimo esempio di rinascita di idee e pratiche antiche nel mondo moderno. L’attenzione alla bellezza dei corpi maschili e femminili ha una storia.  Della bellezza dei corpi ci racconta questa storia:
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  • Mars Iupiter Venus
  • Subito od un poco più in là?
  • A proposito de “Il primo Re”
  • di
  • Sandro Giovannini
  • Ho riflettuto in questi giorni su varie letture de “Il primo Re”, fatte da amici validissimi, con profondità indubbia, con coltissime citazioni, con sapiente riscontro di valori impliciti od espliciti (ovviamente irrintracciabili nei commenti mondani), ma con ben diverse carature di problematicità. Diciamo che alla lettura delle stesse, senza aver personalmente visto il film, sono rimasto, di volta in volta, conquistato da ipotesi interpretative molto difformi quando non addirittura del tutto incompatibili. Fino quasi a fare di me stesso, a me stesso, una banderuola.
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  • Strumentazione SM79

  • La
  • diversa avventura dell'elitismo
  • BORGES et ALII
  • di
  • Sandro Giovannini
  • (C) Tutti i diritti riservati :
  • Heliopolis Edizioni di Idee e materiali di scrittura,
  • 01 Febbraio 2018

  • SOMMARIO  DEL  LIBRO:
  •  
  •  
  • Prefazione pagg. 1
  • Introduzione pagg. 8
  • PRIMA PARTE: J. L. Borges.
  • Motivazioni personali; 2) Contestualità di ricezione;
  • 3) Linea di ricerca; 4) Sacro;
  • 5) L’infinita biblioteca; 6) Il gioco/sogno.
  • (18 pagg., corpo 12)
  • Note al testo
  • (25 pagg., corpo 12)
  • SECONDA PARTE:
  • 1) Victoria Ocampo; 2) José Ortega y Gasset; 3) Rabindranat Tagore;
  • 4) Hermann Keyserling; 5) Pierre Drieu la Rochelle; 6) Roger Caillois.
  • (20 pagg., corpo 12).
  • TERZA PARTE:
  • Testi antologici con commenti.
  • (20 pagg., corpo 12)

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  • Occorre
  • I "Demoni" sono tra noi
  • di
  • Adriano Segatori
  • (da electoradio.com)

  • Che senso aveva l’organizzazione terroristica, la rete, nella vecchia Russia pre-rivoluzionaria... viene chiesto a Piotr Stepanovic, con “tanti delitti, scandali e turpitudini” e questo rispose: “...per scrollare sistematicamente le basi della società, disfarla sistematicamente e rovinare tutti i principi”.    Chiarissimo Dostoevskij nel delineare - con uno dei suoi capolavori - l’ondata nichilista di fine ottocento che fu il preavvertimento all’ottobre sanguinario in cui - per dirla alla Lacan - il popolo suddito, nell’ebbrezza rivoluzionaria, uccise il Padre della Santa Madre Russia e si ritrovò schiavo del Padrone delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.  C’è un ‘però’ che distingue questi sabotatori, in sé perversamente romantici, ad altri figuri dell’Italia contemporanea, un ‘però’ che è compensato nelle parole del “Breviario del rivoluzionario” di Necaev:   «Il rivoluzionario è un uomo perduto. Non ha interessi personali, né affari privati, né sentimenti, né proprietà, neppure un nome».
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  • XIII QUELLAZZURRO SILENZIO TRA DUE ESPLOSIONI ridotta

  • Una prima lettura
  • di
  • Sandro Giovannini
  • a
  • Il Milite Ignoto illustrato al Popolo
  • di
  • Karl Evver

  •  (Pubblicato su EreticaMente il 10.12.18)

  • “...Savinio si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schliemann,
  • per il fatto che durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon
  • le aveva cannoneggiate. Se l'ira non ancora sopita di Agamennone
  • non li avesse animati, perché mai quei cannoni
  • avrebbero sparato su delle rovine in una landa?
  • I nomi, nonché un destino, sono le cose stesse...”
  •                                                                                                    Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, 1975, Einaudi.

  • “La scoperta etimologica è una illuminazione.
  • La scoperta etimologica ci dà l’impressione (o l’illusione)
  • di toccare con mano la Verità. ...
  • Spenta la curiosità di scoprire le radici,
  • una maggiore libertà ci rimane per scoperte più importanti” .
  • Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, 1977, Adelphi.
  • Credo sia non solo giusto ma anche utile che Carlo Fabrizio Carli nella sua “Un’appassionata scelta di pittura”, sincera introduzione all’aureo libretto “Il Milite Ignoto illustrato al Popolo” di Karl Evver, insista sull’“austerità di linguaggio”- sia dell’-“elaborazione pittorica, che nella scelta dei temi e delle didascalie”. Forse perché, oggi, nell’orgia dell’antiretorica paredro apparentemente insostituibile della precedente retorica storica, si spera possa tornar utile a legittimamente diradare la nuvolaglia ideologica e la cortina velenosa della dialettica coll’aprire la terra di mezzo tra i due fuochi (troppo spesso, proprio, terra di nessuno) ad un cielo meno plumbeo e mortifero.

 

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  • volonta di potenza
  • E se questa democrazia fosse il “male assoluto”?
  • di
  • Sandro Giovannini
  • (uscito su  EreticaMente  il 5.XII.2018)

  • Il male assoluto è come un sacco da boxer, si prende tutti i pugni e non ne restituisce nessuno. Sappiamo alla fine che chi vince s’è allenato bene al sacco e chi perde, evidentemente, meno proficuamente, ma questo, essendo solo il risultato, non dice nulla delle ragioni di chi gli tirava i pugni. Ed ogni volta che ci avviciniamo alla metafora dobbiamo ricordarci quante implicite, quante variabili, quante follie, stanno in quel sacco, di fronte a chi gli tira pugni. Ora… ad esempio, mi chiedo: ma l’eccezionalismo (quello che produce tanti onori ed orrori) è una costante della storia che privilegia solo pochi popoli o per alcuni è improponibile? Per esempio, per l’Italia, è stato o sarebbe (ancora) proponibile?

 

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  • Il consumatore 2

  • Nuovo colonialismo e media coloniali
  • di
  • Tim Anderson
  • (da American Herald Tribune 11.IX.2018)
  • Le sette guerre in Medio Oriente degli ultimi due decenni segnano una nuova era coloniale, guidata da un impero in rovina. Ma essendo oggi la colonizzazione  bandita, e con le popolazioni altamente alfabetizzate di oggi è di conseguenza necessaria una copertura ideologica fornita da un complesso di media coloniale incorporato, sostenuto da settori delle ONG ben pagati.
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  • Sadici
  • La legge non è uguale per tutti...
  • di
  • Adriano Segatori

  • Giovanni   Giolitti,   uomo   che   seppure   discutibile   nelle   sue   posizioni   politiche   e   sociali, rimane storicamente un grande, tanto da incorniciare il suo periodo di attività come ‘era giolittiana’, scrisse: “La legge, per i nemici si applica, per gli amici si interpreta”. 
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